
mercoledì 11 novembre 2009
Navi dei veleni, dai depistaggi della memoria agli attentati alla vita

martedì 10 novembre 2009
Cosentino, da Nicola 'o mericano a Nicola 'o imputato

lunedì 9 novembre 2009
PONTE SULLO STRETTO: una farsa del Governo per finanziare opere pubbliche del Nord

Giovanardi: "Stefano Cucchi morto perché drogato". SudTerrae: "Giovanardi dimettiti perchè inadeguato"

sabato 7 novembre 2009
"Il cortile" resiste agli assalti degli americani; i migranti dal "cortile" assaltano l'America

Appena dopo l'esecuzione del colpo di stato militare in Honduras, disse in un'intervista pubblicata da Clarìn, Telesur, Rebelión (e molti altri mezzi di comunicazione): "A volte penso che il colpo di stato in Honduras possa essere considerato una specie di laboratorio, visto che a seconda di come si svilupperà questa vicenda in questo piccolo grande paese, si decideranno le azioni da intraprendere in altri paesi a difesa delle loro libertà.
Continuo a pensare a questa possibilità di considerare l'Honduras come un laboratorio, ma ormai con la convinzione che, in qualsiasi caso, si tratti di un esperimento fallito. Né golpisti interni né funzionari esterni hanno potuto prevenire la forza della Resistenza honduregna. Parola che non deve essere malinterpretata: Resistenza non è altro che un sinonimo di Popolo, che si risveglia e decide di difendere i propri diritti. Non si deve confondere la Resistenza con gli Zelayistas. Gli Zelayistas sono i seguaci del presidente costituzionale Manuel Zelaya Rosales, la Resistenza include gli Zelayistas ma, allo stesso tempo, è un movimento nazionale costituzionalista comprendente diversi partiti politici e ideologi con un comune obiettivo: restituire all'Honduras la legalità istituzionale, che prevede chiaramente il ritorno del presidente Manuel Zelaya. Il colpo di stato militare in Honduras ha ricevuto la condanna unanime del resto del mondo.
In alcuni settori honduregni c'è il timore che gli Stati Uniti siano molto più coinvolti nel colpo di stato di quanto finora si sospetti, e che lo spostamento di funzionari verso il territorio honduregno non sia che parte di un piano con cui allungare i tempi del ristabilimento istituzionale, per arrivare così alle elezioni e cercare in seguito dei meccanismi per legittimarle, prendendosi gioco della volontà del popolo honduregno e di gran parte della comunità internazionale.
Dal momento in cui gli Stati Uniti riconoscano delle elezioni realizzate sotto un governo di fatto, senza la restituzione dell'incarico al presidente costituzionale Manuel Zelaya, immediatamente il messaggio sarà chiaro in tutto il continente latinoamericano: “Non si può avere fiducia negli Stati Uniti, che continuano a considerarci come il loro “cortile” da sfruttare e non da pari, e pertanto non resta che restare in allerta visto che qualsiasi altro paese può essere il prossimo”. Considerato ciò, ai paesi dell'America Latina non resta che prepararsi a difendersi in blocco contro futuri attentati alle loro democrazie e libertà.
Se i repubblicani stanno utilizzando l'Honduras come piattaforma per mandare un messaggio o indebolire il presidente Hugo Chávez, allora si tratta di una tattica sbagliata. Utilizzare un paese piccolo e povero per timore di affrontare direttamente il Venezuela chavista, in realtà non fa che rafforzare la Rivoluzione Bolivariana e l'intenzione di proseguire nelle attività di riforma a benefico della grande maggioranza di persone.
Dall'altro lato, se ciò che vuole ottenere l'ala radicale repubblicana è ostacolare le promesse di grandi trasformazioni della campagna di Barack Obama per favorire gli statunitensi della classe media e i più poveri, l'Honduras è lo scenario propizio, allorché prevalga il colpo di stato militare, affinché Obama sia etichettato con una parola “letale” negli Stati Uniti, “un presidente bugiardo”, “un'amministrazione blanda”, e con ciò Obama inizierebbe a dimenticare il sogno che un tempo ebbe uno dei suoi maestri, Martin Luther King.
Potrebbe succedere anche ad Obama ciò che accadde a David Dinkins, unico primo cittadino afroamericano della città di New York (1990 e 1993), che data la sua debolezza servì solo per comunicare al mondo che negli Stati Uniti non esistevano discriminazioni e che lasciò il suo incarico senza successo e senza essere rieletto. Attenzione Obama, bisogna imparare dalle esperienze del passato.
Obama deve capire che presiedere gli Stati Uniti significa anche presiedere gran parte del resto del mondo, sicuramente questo vale per l'America Latina, e non serve a niente lavarsene le mani o scusarsi, come quando sostenne l'ipocrisia di coloro che chiedevano l'intervento degli Usa nel golpe dell'Honduras. L'intervento è già stato fatto, e spudoratamente, come hanno dichiarato i membri repubblicani del Congresso Iliana Ros e Dìaz-Balart che, senza alcun pudore, non solo hanno appoggiato il colpo di stato militare a Washington ma sono anche stati capaci di visitare l'Honduras per sostenere i golpisti. Esistono inoltre altri interventisti statunitensi, il cui nome non vale la pena di essere menzionato, che hanno contribuito a preparare il colpo di stato militare.
Che cosa pretende Obama, che i cattivi intervengano e che i buoni incrocino le braccia contemplando le barbarie? Nella politica, come nella vita, la determinazione del leader fa la differenza.
In tutto ciò esiste un'altra importante questione, più seria di quello che sembra: l'immigrazione illegale verso gli Stati Uniti. Obama la conosce molto bene poiché gli immigrati si stanno organizzando a livello nazionale ed esistono ormai un gran numero di organizzazioni, chiese, uffici che aiutano gratuitamente gli immigrati. La pressione su Obama, affinché mantenga la sua promessa fatta in campagna elettorale, inizia a farsi sentire. Questo tema non sarà facile per l'amministrazione Obama, e si può complicare al peggiorare della situazione in America Latina, soprattutto in Centro America ed in Messico.
Il persistere del colpo di stato militare in Honduras permette di mantenere sotto i riflettori anche altri tentativi di destabilizzazione in America Latina, così che non esisteranno muri, infrarossi, pattuglie, cani, telecamere, etc che possano arrestare moltitudini con necessità basiche e minacciate nei propri paesi di origine, tanto da arrivare a “visitare” gli Stati Uniti a qualsiasi rischio. Come disse giustamente il poeta honduregno José Adán Castelar: "El hambre no tiene ley sino hambre".
di Roberto Quesada
scrittore e diplomatico honduregno a fianco della resistenza, direttore di Honduras-Usa Resistenza
venerdì 6 novembre 2009
Gli indigeni Kayapó contro "la crescita accelerata" che sommergerà le terre amazzoni
(Vedi: La resistenza dei popoli dell’Amazzonia contro le multinazionali (Documentario:"Il richiamo del fiume Madeira"))
Gli indigeni Kayapó hanno organizzato una nuova ondata di proteste contro un gigantesco progetto idroelettrico in via di realizzazione sullo Xingu, uno dei principali fiumi dell’Amazzonia. A partire dal 28 ottobre hanno manifestato per una intera settimana presso la comunità kayapó di Piaraçu.
Sul posto sono stati invitati rappresentanti del Ministero alle Miniere e all’Energia, e del Ministero dell’Ambiente. I Kayapó e altri popoli indigeni locali si oppongono alla costruzione della diga denunciando di non essere mai stati consultati in modo appropriato e nemmeno informati sul reale impatto che il progetto avrà sulle loro terre.
La diga devierà più dell’80% della portata del fiume Xingu, con un pesante impatto sulla sua fauna ittica e l’ecosistema della foresta per almeno 100 chilometri di rive abitate da popoli indigeni. Survival ha inoltrato formali proteste al governo.
I Kayapó hanno fortemente contestato Edison Lobão, Ministro alle Miniere e all’Energia, che recentemente avrebbe affermato che “forze demoniache” starebbero cercando di impedire la realizzazione delle grandi dighe idroelettriche del Brasile. “Queste parole sono abiette e offensive nei confronti nostri e di tutti coloro che difendono la Natura” ha commentato il leader Kayapó Megaron Txucarramae.
Belo Monte è una delle più grandi infrastrutture previste dal “Programma di crescita accelerata” varato dal governo. Già nel 1989 i Kayapó avevano organizzato una massiccia protesta contro la costruzione di una serie di dighe sullo Xingu. All’epoca riuscirono a fermare i finanziamenti della Banca Mondiale e a far accantonare il progetto.
Oggetto delle proteste dei popoli indigeni sono anche altre dighe previste su altri fiumi amazzonici. Un anno fa, gli Enawene Nawe misero a soqquadro un cantiere con l’obiettivo di impedire la realizzazione di decine di dighe lungo il fiume Juruena. Secondo gli indigeni, gli impianti idroelettrici distruggeranno i pesci da cui dipende la loro sopravvivenza.
Nell’Amazzonia occidentale, la diga di Santo Antônio sommergerà la terra in cui vivono almeno cinque gruppi di popoli che hanno vissuto fino ad ora senza contatti con l'esterno. La diga fa parte di un progetto più ampio che prevede la costruzione di una serie di impianti sul fiume Madeira. Si pensa che uno di questi popoli isolati viva a soli 14 km di distanza dalla diga principale.
In una lettera indirizzata al Presidente Lula, i Kayapó spiegano chiaramente la loro posizione: “Noi non vogliamo che questa diga distrugga gli ecosistemi e la biodiversità che abbiamo curato per millenni e che possiamo continuare a preservare. Signor Presidente, la nostra preghiera è quella che vengano condotti studi adeguati e che venga aperto un dialogo con i popoli indigeni su quello che è lo scrigno ecologico dei nostri antenati....Vogliamo partecipare a questo processo senza essere considerati demoni impegnati a impedire il progresso della nazione”.
“È stato tenuto nascosto il reale impatto di queste dighe” ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Se i lavori dovessero procedere, verranno distrutti le vite, le terre e i mezzi di sussistenza di molte tribù. Non c’è risarcimento che possa compensare un danno di tale gravità, perchè verranno fatti a pezzi le vite e l’indipendenza di interi popoli.”
Survival
Link: A SUD
Il processo di integrazione dei paesi dei Balcani Occidentali nell'Unione Europea necessita di un nuovo slancio

giovedì 5 novembre 2009
Al più grande intellettuale italiano, a Pier Paolo Pasolini

Nella notte del primo novembre veniva ammazzato il più grande intellettuale italiano: Pier Paolo Pasolini.
Moravia ne parlava in questa maniera
« La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile. »
De Andrè lo ricordava così
"E' una storia da dimenticare
e' una storia da non raccontare
e' una storia un po' complicata
e' una storia sbagliata.
Comincio' con la luna sul posto
e fini' con un fiume d'inchiostro
e' una storia un poco scontata
e' una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
E' una storia di periferia
e' una storia da una botta e via
e' una storia sconclusionata
una storia sbagliata.
Una spiaggia ai piedi del letto
stazione Termini ai piedi del cuore
una notte un po' concitata
una notte sbagliata.
Notte diversa per gente normale
notte comune per gente speciale
cos'altro ti serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
E' una storia vestita di nero
e' una storia da basso impero
e' una storia mica male insabbiata
e' una storia sbagliata.
E' una storia da carabinieri
e' una storia per parrucchieri
e' una storia un po' sputtanata
o e' una storia sbagliata.
Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.
Per il segno che c'e' rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere piu' come e' andata
tanto lo sai che e' una storia sbagliata
tanto lo sai che e' una storia sbagliata".
(Fabrizio De Andrè)
Cunski, il sospetto è che il governo abbia cercato un’altra nave, per tacere l’allarme e per non impelagarsi nella ricerca di rifiuti tossici

mercoledì 4 novembre 2009
1989-2009, venti anni dopo la caduta del muro abbiamo da celebrare solo la stupidità dell’Occidente vincitore
La cosa che dovrebbe, più d’ogni altra, attirare l’attenzione degli organizzatori delle mille e una manifestazioni celebrative per la caduta del muro di Berlino è il fatto che venti anni fa le aspettative, le ipotesi sul futuro che sarebbe venuto, il cambio della storia che ci si accingeva a sperimentare, erano completamente sbagliate.
Nulla di ciò che fu allora scritto, esaltato, immaginato, supposto, elucubrato, sperato o temuto, si è realizzato.
Ecco un modo interessante, forse l’unico veramente interessante, di commemorare la caduta del muro.
Purtroppo non lo fa nessuno. I “celebratori”, che sono in genere i modesti portaborse di epigoni di coloro che si considerano i vincitori della guerra fredda ripetono il mantra senza molto pensare. Una delle cose più esilaranti, notate in questi mesi preparatori della ricorrenza vittoriosa, è la riapparizione sulle scene di Lech Walesa e di Solidarnosc: entrambi invitati dal colto e dall’inclita a raccontarci come furono loro, in primo luogo loro, a provocare la caduta del muro.
A sentire quelle rievocazioni provo un moto quasi istintivo di ilarità, come quando ascolto qualcuno che, ancora oggi, come non si fosse accorto di dove siamo, cita ancora il Francis Fukuyama che (bisogna dire con notevole tempismo e senso degli affari, anche se non proprio con lungimiranza e profondità di visione) sentenziò il sopraggiungere della “fine della storia”.
Per i più giovani si tratta già di un’anticaglia, in questo caso meritatamente invero. Ma per chi giovanissimo non è, fu un momento davvero emozionante scoprire che, oltreoceano, avevano riscoperto il grande filosofo Hegel e l’avevano inquadrato suo malgrado nella celebrazione hollywoodiana dell’inveramento finale dello Spirito, sub specie Stati Uniti d’America.
A parte gli scherzi, tuttavia, varrebbe la pena il chiedersi come mai si sia presi tutti una serie di gigantesche cantonate. Si sa che l’uomo è fallibile e che leggere nel futuro è sempre stato difficile. Ma in questo caso è stata l’ideologia (nel preciso senso marxiano di “falsa coscienza”) che ha giocato a tutti un cattivissimo scherzo, obnubilando ogni velleità profetica.
Pensavano di avere vinto e celebrarono la loro vittoria – e fu invero la loro vittoria - senza chiedersi quanto sarebbe durata. Il “quanto” non li preoccupava, avendola immediatamente considerata come “finale”, eterna appunto, come Fukuyama si era affrettato a battezzarla Non potevano immaginare che, appena dieci anni dopo – e dieci anni sono davvero un sospiro – avrebbero dovuto celebrare un mare di guai.
Dunque, per dirla brutalmente, la celebrazione viene fatta nel segno della “fine del comunismo”. Solo che avviene nel momento in cui la società dei vincitori (che non possiamo chiamare società del capitalismo perché nel frattempo lo stesso capitalismo è diventato così irriconoscibile che, guardandosi allo specchio, come Dorian Gray, non crederebbe ai suoi propri occhi) è in mezzo alla più grave crisi della propria storia.
Crisi multipla, crisi di limiti, crisi senza via d’uscita visibile, vicolo cieco. Ma anche assenza di idee, istupidimento delle classi dirigenti, agonia dei valori, a cominciare da quelli della democrazia liberale, per finire nel mondo attuale in cui le élites diventano sempre più simili a bande criminali, e quando non lo sono esse stesse, ai criminali si associano e li coprono coprendosi.
Insomma: hanno perduto il controllo. E, di fronte a loro torreggiano smisurati interrogativi e nessuna certezza. Era questo che si pensava nel 1989? Nulla di tutto questo era immaginabile.
Eppure mi ricordo che Mikhail Gorbaciov, quando avviò la sua perestrojka, disse una frase che mi rimase impressa:«perestrojka per l’URSS, ma anche per il mondo intero».
Come è accaduto in altri momenti storici di trapasso, vi sono menti che sanno intravvedere, anche se non dominare, ciò che sta per accadere. Era chiaro che la fine dell’URSS apriva problemi immensi, sconvolgeva tutto il panorama mondiale, sollevava onde gigantesche che si sarebbero infrante, come una serie di tsunami (la parola l’abbiamo inventata dopo) su coste anche molto lontane.
Qualcosa di molto simile lo aveva detto, anni prima, un altro grande del XX secolo, Enrico Berlinguer, con alcuni avvertimenti che rimasero inascoltati perché, prima di tutto, non furono capiti: l’austerità, la questione morale, la inevitabile diversità da conservare per chi si ponga l’obiettivo di cambiare le cose.
Succede che menti pulite, eticamente pulite, possano produrre grandi idee. Di solito vengono sconfitte, ma questo non significa mai che vadano perdute.
Dunque venti anni dopo la caduta del muro abbiamo da celebrare solo la stupidità dell’Occidente vincitore, e la sua incultura, oltre che il suo egoismo. Ma questo occidente in piena e irreversibile crisi (perché o non ne uscirà, o, se ne uscirà, non sarà più l’Occidente che conosciamo) sta cercando di applicare le regole orwelliane: chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato. A questo servono le celebrazioni di questo ventennale, solo che loro non controllano più nemmeno il presente.
Per questo credo che toccherà alla prossima generazione fare il grande sforzo, se ne sarà capace, di riscrivere la storia che i vincitori hanno scarabocchiato.
di Giulietto Chiesa
Link: Megachip

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