Quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà.

No Berlusconi Day - Appello

- Roma 5 dicembre 2009, ore 14:00, piazza della Repubblica: corteo per chiedere le dimissioni del premier Berlusconi -
I FATTI  E NON LE PAROLE DEL MIGLIOR GOVERNO DEGLI ULTIMI 150 ANNI PER FALSITA', DISONESTA', INCOERENZA E INCOMPETENZA: 1) SCUOLA: Promesse: efficienza, merito, voto di condotta, scuole moderne e funzionali Realizzato: grembiulino, voto di condotta, riduzione delle cattedre, licenziamento professori di sostegno, 40mila precari espulsi dalla scuola, scuole sovraffollate e riduzione drastica del numero delle ore di insegnamento. 2) FEDERALISMO: Promesse: federalismo fiscale, più potere alle regioni, senato delle regioni Realizzato: praticamente azzerati i trasferimenti Stato-Enti Locali, patto di stabilità interno intoccabile, decreti ministeriali che bypassano i poteri delle regioni (Nucleare, Inceneritori, Rete gas, Rete elettrica). 3) SANITA': promesse: dentiere gratis per gli over 70, efficienza, merito, modernizzazione realizzato: taglio di 8 mld di euro in 3 anni, progetto di convertire il 50% delle strutture pubbliche in private (all'interno degli ospedali stessi), Topo Gigio sottosegretario alla salute. 4) CRIMINALITA', GIUSTIZIA, IMMIGRAZIONE: Promesso: certezza della pena, "pulizia" delle strade, lotta senza quartiere alla criminalità, poliziotti di quartiere Realizzato: taglio di 3 mld di euro in 3 anni al settore sicurezza,criminalità in aumento, Palermo paralizzata dai rifiuti, 6 richieste di ronde in tutta Italia, cancellazione delle intercettazioni, processo breve (colpo di spugna su Calciopoli, rifiuti Campania, Thyssen, Cirio,Parmalat e processi di mafia), scudo fiscale e rientro capitali illeciti, favoreggiamento delle organizzazioni mafiose con i beni confiscati messi all'asta, reato di clandestinità, aumento degli sbarchi. 5) TASSE: Promesso: diminuzione delle tasse Realizzato: aumento delle tasse 6) ECONOMIA E CRISI ECONOMICA : Promesso: contrastare la crisi, sottovalutata dal governo Prodi, con aiuti alle famiglie e alle imprese, riduzione spesa pubblica a partire dal costo della politica e dell'apparato burocratico Realizzato: la crisi non esiste, sostanziale cancellazione di ogni credito di imposta alle imprese, cancellazione dei fondi per le riconversioni energetiche, debito pubblico alle stelle, aumento dell'evasione fiscale. 7) SOCIALE Promesso: niente Realizzato: cancellazione 5x100, dimezzamento fondi per il Servizio Civile Nazionale , ammortizzatori sociali al lumicino. Fonte: dario's blog Il filmato è disponibile da una collaborazione con Arcoiris TV
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domenica 22 novembre 2009

Processo Dell'Utri: Gaspare Spatuzza, l’ultimo grande pentito di Cosa Nostra, non ha alcun dubbio...


Spatuzza: Graviano parlava direttamente con Berlusconi e Dell’Utri

Negli anni bui delle bombe Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri si sarebbero incontrati direttamente con il boss stragista di Brancaccio Giuseppe Graviano. Gaspare Spatuzza, l’ultimo grande pentito di Cosa Nostra, non ha alcun dubbio: “Ritengo di poter escludere categoricamente, conoscendoli assai bene, che i Graviano si siano mossi nei confronti di Berlusconi e Dell’Utri attraverso altre persone. Non prendo in considerazione la possibilità che Graviano abbia stretto un patto politico con costoro senza averci personalmente parlato”. E di fronte all’insistenza dei pm sulla possibilità che il rapporto potesse essere in qualche modo mediato Spatuzza è ancora più categorico: “No, no! Non esiste! Non trattano con le mezze carte. Hanno avuto sempre nella vita i contatti diretti”. Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi mafiose del ’93 aggiungono ulteriori tasselli al quadro che chiama in causa il Presidente del Consiglio e il senatore Dell’Utri. L’uomo che Graviano, prosegue Spatuzza, chiamava “un paesano”, quindi “qualcosa di più di Berlusconi… Paesano lo posso considerare come una persona vicinissima a noi”.

Sono scottanti i documenti della procura fiorentina che ieri hanno fatto capolino al processo d’appello per concorso esterno in associazione mafiosa contro il senatore del Pdl, a Palermo (condannato in primo grado a nove anni di reclusione). Quando il procuratore generale Antonino Gatto ha chiesto l’acquisizione di due corposi faldoni contenenti gli interrogatori di Spatuzza, ma anche di Cosimo Lo Nigro, Pietro Romeo, Ciaramitaro, Filippo e Giuseppe Graviano, nonché un confronto fra quest’ultimo e lo stesso Spatuzza. Oltre a diverse relazioni redatte dalla Dia di Roma e Firenze fra il 2008 e il 2009.
L’audizione di Spatuzza risale al 18 giugno scorso, quando il pentito racconta ai magistrati dell’incontro a due avvenuto nel gennaio del 1994 al bar Doney di via Veneto, a Roma, con un esultante Giuseppe Graviano. Che in quell’occasione avrebbe assicurato come grazie a Berlusconi e Dell’Utri “avevamo ottenuto quello che cercavamo”: “ci siamo messi il Paese nelle mani”. Graviano, insolitamente euforico, aveva inneggiato alla “serietà di queste persone”, altra cosa rispetto a questi “crasti dei socialisti”. E dal momento che “io non conoscevo Berlusconi – continua Spatuzza – chiesi se era quello di Canale 5 e Graviano mi disse sì”.
Erano gli anni delle stragi e a Roma i boss stavano pianificando l’ultimo grande attentato allo stadio Olimpico, fallito soltanto per un guasto al telecomando. L’obiettivo lo aveva scelto lo stesso Spatuzza, all’epoca braccio destro dei Graviano e per questo in grado di rivelare ai magistrati particolari fino ad ora sconosciuti. “Non posso sapere – spiega il pentito ai pm fiorentini – quale fosse il proposito che Berlusconi e Dell’Utri avessero in mente stringendo questo patto. La mia esperienza di queste vicende, ma è una mia deduzione, è che costoro che in un primo momento hanno fatto fare le stragi a Cosa Nostra, si volevano poi accreditare all’esterno come coloro che erano stati in grado di farle cessare. E quando poi li vedo scendere in politica, partecipando alle elezioni e vincendole, capisco che sono loro direttamente quelli su cui noi abbiamo puntato tutto”.
Accuse pesanti, che il pentito potrà approfondire il prossimo 4 dicembre, quando sarà interrogato, a Torino, nell’ambito del processo contro il senatore Dell’Utri. E che in parte sono state confermate dal collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli, che lo scorso 5 novembre, risentito dalla procura di Palermo, avrebbe affermato, tra le altre cose, che “i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri”. Motivo per cui il pg Gatto ha già chiesto alla Corte che il Grigoli possa essere chiamato a testimoniare.
Nel frattempo a destare grande interesse sono però i contenuti dei confronti già realizzati a Firenze tra lo Spatuzza e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Niente attacchi, niente accuse di infamità da parte dei capimafia nei confronti del pentito, ma solo parole di profonda amicizia e rispetto. Un atteggiamento inedito e ancora tutto da decifrare dei boss di Cosa Nostra.
E se a “Giuseppe”, Spatuzza avrebbe soltanto chiesto di passare dalla parte della Giustizia, sentendosi rispondere: “Non ho niente da dire”, con “Filippo” il dialogo sarebbe stato più articolato. Quest’ultimo, infatti, avrebbe ammesso di aver intrapreso negli ultimi dieci anni un non meglio specificato “cammino di legalità” e a Spatuzza avrebbe detto: “Io non ho nulla contro la tua scelta, è bene che tu lo sappia. Tu hai fatto una scelta, va bene anche per me. Ora, quello che io ti dico, il nostro discorso, almeno inizialmente, non era un discorso opportunistico per ottenere qualcosa dallo Stato. Ma era per migliorare noi stessi e per dare un futuro ai nostri figli”.
Il confronto era stato disposto dai pm di Firenze per cercare una conferma di quel colloquio avvenuto tra i due nel carcere di Tolmezzo, durante il quale Graviano a Spatuzza avrebbe detto: “E’ bene far sapere a mio fratello Giuseppe che, se non arriva niente da dove deve arrivare qualcosa, è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. Parole che Graviano oggi nega: dalla politica, dice, “io non mi aspetto nulla”. Ammettendo però che in carcere di “dissociazione” e di un’ipotetica “vita di legalità” avevano effettivamente parlato. Poi, tra una serie di continui “mi dispiace dovermi trovare in contraddizione con te”, “ti auguro tutto il bene del mondo, non ho niente contro le tue scelte. Sono contento che tu abbia ritrovato la pace interiore”, e “non ho nulla contro di te, né contro la tua collaborazione”, il boss lancia un ulteriore messaggio: “Non ti dico che stai mentendo, ti dico che io le cose non le ho dette”. E già in molti si chiedono se il prossimo pentito eccellente potrebbe essere proprio lui.

di Monica Centofante

Link: antimafiaduemila.com


L'abbandono carcerario italiano



Circa un terzo dei detenuti che ogni anno muoiono nelle carceri italiane si toglie la vita. La percentuale dei suicidi dei prigionieri è da sempre molto più elevata rispetto a quella delle persone libere, ma il dato merita un'analisi. Nel 2009, al quindici novembre, i suicidi sono già 63, mentre nel 2008 erano stati in totale 46 e 45 nel 2007.

La cifra è in aumento e viene spontaneo chiedersi la motivazione. Secondo l'elaborazione del Centro Studi di Ristretti Orizzonti sui dati del Ministero dell'Economia e delle Finanze la spesa per ogni singolo detenuto al primo gennaio 2007 era pari a 13.170 euro, per una popolazione penitenziaria di 39.005 detenuti. Nello stesso periodo del 2008 per ogni carcerato venivano spesi 10.732 euro, per un totale di 48.693 prigionieri. Al primo gennaio del 2009 la spesa pro capite si abbassa ulteriormente e raggiunge le 6.393 euro, 58.127 i detenuti rinchiusi nel carcere. Nel giro di soli tre anni, quindi, la cifra erogata dallo Stato per ogni singolo detenuto è andata dimezzandosi e nel 2010 toccherà le 6.257 euro. Il Centro Studi di Ristretti Orizzonti ha preso in considerazione le risorse economiche impiegate sui capitoli di spesa n.1761, relativi alle spese di ogni genere riguardanti il mantenimento, l'assistenza, la rieducazione ed il trasporto dei detenuti, e n. 1671 che comprendono quelle per acquisto di beni e servizi.

Scendendo nel dettaglio, si scopre che i tagli principali sono stati propri effettuati alle spese mediche. L'organizzazione e il funzionamento del servizio sanitario e farmaceutico dal 2007 al 2010 hanno subito una riduzione del 79 per cento, le spese di cura, comprese quelle di trasporto, di ricovero in ospedale o in luogo di cura e per protesi, esami specialistici, un taglio del 31,8 per cento. Ma il dato più allarmante è che per l'assistenza e il mantenimento di detenuti tossicodipendenti presso Comunità terapeutiche la riduzione è stata del 100 per cento. I detenuti sieropositivi non hanno praticamente possibilità di curarsi. A scendere sono stati anche i finanziamenti per l'assistenza e le attività di servizio sociale agli affidati al servizio sociale per adulti (-14,7 per cento) e quelli per lo svolgimento negli istituti di prevenzione e di pena delle attività scolastiche, culturali e sportive (-9,9 per cento). La rieducazione dei detenuti passa in secondo piano, nonostante da anni si cerchi di dimostrare che è proprio quello l'obiettivo dell'istituzione penitenziaria. Analizzando in maniera ancora più specifica la situazione carceraria si scopre che se nel 2007 il costo medio giornaliero di ogni detenuto era di 182 euro, la spesa media sanitaria giornaliera di 7,02 euro, la diaria per il vitto pari a 2.95 euro, nel 2009 i parametri di abbassano bruscamente: il costo medio giornaliero di ogni detenuto è di 148 euro e di 3,15 quello della diaria. La spesa media sanitaria giornaliera deve ancora essere calcolata. Costi eccessivamente esigui per una situazione dignitosa.

Nonostante l'aumento dei detenuti, i tagli al sistema carcerario testimoniano il progressivo deteriorarsi della situazione penitenziaria. Non c'è dunque da stupirsi se nelle carceri la violenza e i suicidi continuano a crescere, a scapito della rieducazione e di un possibile reinserimento dei detenuti nella società. Ipotizzare una crescita dell'edilizia carceraria, così come fa il ministro della Giustizia Alfano, non dovrebbe far dimenticare che lo stanziamento dei fondi dovrebbe riguardare prima di tutto la salute fisica e psichica dei detenuti.

Non è solo un problema di affollamento: i numeri pubblicati da Ristretti orizzonti denunciano la mancanza di una cultura, quella del garantismo più elementare di cui ci si riempe la bocca dietro i banchi del governo.

di Benedetta Guerriero

Link: PeaceReporter

Beni confiscati: "una proposta sfacciatamente mafiosa"


Dopo mesi e mesi di proteste, la maggioranza aveva promesso di trovare i soldi necessari per fronteggiare l’emergenza in cui si trovano le forze dell’ordine. Come è noto, manca praticamente tutto a chi ogni giorno rischia in prima persona per garantire al Paese sicurezza: benzina per le volanti, toner delle stampanti, turn over del personale, persino il materiale da cancelleria. Tutto. E come si pensa di trovarli questi soldi utili, necessari e urgenti? Facendo cassa con la vendita dei beni confiscati alle mafie. Sembra uno scherzo di cattivo gusto, invece, è l’ennesima, tragica, follia di questo governo.
Un clamoroso passo indietro: una legge ottenuta a partire dalle importanti intuizioni di Pio La Torre e portata avanti grazie alla raccolta firme che nel 1996 coinvolse un milione di cittadini, oggi rischia di essere spazzata via.
Al 30 giugno 2009 i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata (dal 1982 quando entra in vigore la legge Rognoni - La Torre) sono 8933. Di questi, 5407 sono stati destinati allo Stato o ai Comuni per finalità istituzionali e/o sociali, 313 sono usciti dalla gestione del Demanio per vari motivi (tra cui revoca della confisca, esecuzione immobiliare, espropriazione....), mentre 3213 sono ancora quelli da destinare. Le lungaggini burocratiche nell’assegnazione non possono però mettere in discussione questa legge, ma al contrario, devono spingerci a migliorarla per aumentarne l’efficacia.
Il sequestro, infatti, colpisce le mafie nel settore che più conta per loro, quello delle ricchezze e del giro di denaro. Assegnare a scopo sociale questi beni ha permesso la nascita e la crescita delle migliori esperienze di associazioni e movimenti antimafia, che hanno saputo trasformare quelli che prima erano luoghi di sofferenza, di privazione, in presidi di legalità, di cittadinanza e solidarietà. Da “beni mostri a beni nostri”, come ama ripetere Don Tonino Palmese, responsabile regionale di Libera Campania, che si batte ventiquattro ore al giorno, per restituire dignità e trasparenza alla nostra terra.
L’assurdità dell’articolo della Finanziaria è evidente: per dare soldi alla sicurezza si rivendono beni confiscati, con il rischio concreto che ad acquistarli nuovamente siano proprio i criminali che, come è noto, non hanno problemi di liquidità.
E’ già accaduto, infatti, che attraverso prestanome i criminali si presentino agli enti locali per chiedere l’assegnazione dei beni, ed è utile ricordare che in alcuni Comuni, tra le motivazioni inserite nel decreto di scioglimento, compare esattamente questa.
Tra non molto la finanziaria arriverà alla Camera: chiediamo alla maggioranza di ripensarci, di rivedere questa proposta assurda, e di difendere con i beni confiscati, la memoria di Pio La Torre e le tante esperienze di impegno volontario e appassionato che in questi anni hanno aiutato il nostro Paese a essere migliore.

di Pina Picierno

Link: Articolo 21.info

sabato 21 novembre 2009

MEDIORIENTE: Per ora, ci sono solo parole. Pesanti, ma pur sempre solo parole


No, non è il processo di pace. Quello è fermo, immobile, e a quanto sembra nessuno ha realmente voglia di riaprirlo: né i diretti interessati, né - forse - i vari attori internazionali che stanno attorno ai protagonisti. E allora? Cosa succede di nuovo? Succedono, per ora, solo "parole", ma quelle "parole" hanno avuto il potere di smuovere, e di molto, le acque.

L'antefatto. Il premier Salam Fayyad parla, settimane fa, di uno Stato palestinese entro due anni. Pochi giorni fa, poi, cominciano a uscire, sempre da parte dell'Autorità Nazionale, dichiarazioni su dichiarazioni che hanno un solo tema. La Palestina potrebbe decidere unilateralmente di proclamarsi Stato. E di raccogliere, attorno all'autoproclamazione, il sostegno delle Nazioni Unite. Le dichiarazioni arrivano in concomitanza con il 15 novembre: per i palestinesi, è l'anniversario della dichiarazione d'indipendenza del 1988. Scuole e uffici chiusi, festa nazionale che anche Hamas a Gaza ha dovuto celebrare, dopo un iniziale tentativo di trasformarla, nelle scuole, in una giornata di studio sulla Palestina.

Non è la prima volta che i palestinesi agitano l'autoproclamazione dello Stato. Lo aveva fatto anche Yasser Arafat. Ma stavolta sembra diverso. La novità sta nell'atteggiamento fuori dal Medio Oriente. Perché stavolta, l'idea di uno Stato palestinese che si dichiara tale sulla Linea dell'armistizio del 1949, non è stata condannata a priori. Anzi, suscita - dietro le quinte - più di qualche reazione positiva. Fayyad ne ha anche parlato ieri ad alcuni congressisti americani a Ramallah, confermando la giustezza - secondo lui - dell'unilateralismo palestinese.

L'unilateralismo è l'accusa che arriva invece dall'altra parte della barricata. Da tutti i leader israeliani, che hanno riempito di dichiarazioni l'informazione dell'inizio di settimana. Tutti i leader, compreso Benjamin Netanyahu, che ha usato parole dure al Saban Forum a Gerusalemme. "There is no substitute for negotiations between Israel and the Palestinian Authority and any unilateral path will only unravel the framework of agreements between us and will only bring unilateral steps from Israel's side".

Verrebbe da pensare che sono stati proprio gli israeliani a usare l'unilateralismo come strumento per spingere il processo di pace entro una certa direzione. Con il disimpegno da Gaza nel 2005. Ma Netanyahu era contro il disimpegno deciso e voluto da Ariel Sharon. Netanyahu è stato sempre contro l'unilateralismo. Semmai, con un negoziato in cui il più forte è sempre e comunque Israele, ma mai fuori da un negoziato.

Il vero nodo dell'unilateralismo palestinese è un altro. Ed è questo altro che cambia le carte in tavola. La proclamazione dello Stato palestinese non solo riporta i confini del 1967 nel gioco reale, nonostante la presenza delle colonie israeliane in Cisgiordania e dentro Gerusalemme est. Mette soprattutto Israele in una posizione completamente diversa. Come mi ha detto un analista israeliano, il timore è proprio questo cambiamento di ruolo: Israele non è più l'unico Stato presente e riconosciuto in questo conflitto, accanto a una entità che ha quasi tutto di indefinito. Israele diviene uno Stato accanto a un altro Stato, la Palestina, e la questione delle colonie diviene un contenzioso territoriale, in cui l'occupante deve chiedere all'occupato di fare alcune concessioni.

Il cambiamento profondo è evidente. Tutto viene rimesso in discussione. Tutto, tranne l'unica cosa che era stata veramente messa in discussione nei fatti, negli scorsi decenni. E cioè la Linea Verde, che ritornerebbe in gioco come la linea di confine sulla quale discutere alla pari. Sarebbe una svolta. Ma per ora, ci sono solo parole. Pesanti, ma pur sempre solo parole.

di Paola Caridi - corrispondente di Lettera22 dal Medio Oriente

Link: invisiblearabs

"La Gelmini parla di merito? Lei di certo non può insegnarcelo"




“Non tagliateci le gambe. Salviamo la ricerca”. Lo slogan campeggia nell’aula A della facoltà di Scienze Politiche alla Sapienza di Roma. Tutta l’Onda è in assemblea contro il ddl Gelmini sulla governance degli Atenei con dentro il tema del merito, la valutazione e il prestito d’onore e l’ingresso dei privati nelle Università. Il microfono passa di mano in mano: studenti, ricercatori precari, dottorandi, responsabili nazionali dei coodinamenti della scuola e della Federazione dei lavoratori della Conoscenza (Cgil). E la Gelmini e la sua riforma ne escono con le gambe rotte.

Il movimento dell’Onda è tutt’altro che morto. Presto l’attività di tutti gli Atenei verrà bloccata e la mobilitazione sarà lunga, fino a primavera. E’ questo che è scritto nella mozione approvata da tutte le università d’Italia. Già certe le prime date: il 2 dicembre, manifestazioni in tutti i territori. Mentre l’11 anche l’Onda sarà allo sciopero generale della Cgil a Roma contro i tagli previsti dalla legge 133 “ma non per far da passarella ad Epifani”, sottolineano a Scienze politiche.

Andrea è arrivato da Cagliari. Studia Ingegneria e ai colleghi campani dice: “Se voi a Napoli avete i Casalesi, noi a Cagliari abbiamo il Pdl”. E la platea si scioglie in un lungo applauso. “Non dobbiamo permettere di parlare di merito ad un ministro che non ha merito. Combattiamola smontando la sua riforma”, è l’invito dello studente.

Francesco, del coordinamento precari scuola, chiede la solidarietà per gli studenti medi in occupazione e propone per l’11 dicembre di “assaltare” tutti insieme il ministero dell’Istruzione. Arrabbiatissima è anche Valentina, ricercatrice precaria di medicina a Torino: “Combattere la governance che regala gli Atenei alla Confindustria”. E Vanessa, studentessa della Sapienza, sottolinea: “Il ddl Gelmini è reazionario. Vogliono toglierci la scelta di poter studiare. Sono stati tagliati interi settori dell’offerta formativa, la ricerca di base è scomparsa. Agli Atenei sono rimaste le briciole. Ci vuole subito la guerriglia delle intelligenze”.

Claudio di Bari raccoglie la proposta e la rigira così: “Facciamo un attacco ben studiato: smascheriamo e disveliamo tutti gli obiettivi della riforma. Se chiediamo solo il ritiro dei tagli della legge 133 facciamo il loro gioco, mentre non esiste il merito senza un welfare universale. Non c’è merito senza reddito”.

Gli interventi si suggono fino a sera. Gli universatari e i ricercatori fuori sede si fermano a Roma per il week-end. In calendario la stesura di un documento-mozione condiviso. E’ più che un tam tam. La Gelmini è avvisata. L’Onda è in movimento e non s’arresta.

di Maristella Iervasi

Link: l'Unità

venerdì 20 novembre 2009

"Ma voi antirazzisti sapete cosa pensiamo"?


“Noi sappiamo. Abbiamo studiato, abbiamo letto, conosciamo tanti immigrati. Sappiamo. Sappiamo cosa vuole dire essere immigrato, cosa vuole dire essere clandestino. Cosa vuole dire vivere lontano da casa sua”. Gli esperti d’immigrazione. Quelli che hanno scritto. Quelli che hanno viaggiato. Quelli che lottano per i poveri negri, marocchini, albanesi. Quelli che lottano per noi poveri immigrati. In quasi undici anni in Italia, ho partecipato a tante manifestazioni. Manifestazioni antirazziste, contro la legge Bossi-Fini, contro…. Ho partecipato a tanti incontri, riunioni, conferenze. Abbiamo occupato case. Per lungo tempo ho pensato che facevo parte di una comunità che lottava per un certo ideale. “Hasta la victoria siempre. Tous pour un, un pour tous”. Qualche volta ho cercato di dire la mia. Di dire quello che pensavo. Quello che poteva essere il mio punto di vista su come si lottava. Sul perché. Ho cercato anche di esprimere le mie perplessità su certe situazioni e azioni di questi comitati e realtà che lottavano per l’immigrato che ero. Forse era meglio stare zitto. Il mio amico Lampo mi ha detto una volta che ha più paura degli antirazzisti che dei razzisti. Per lui con i razzisti il conflitto è più onesto. Lo sai. Sai che non ti vogliono. Sai cosa pensano di te. Con gli antirazzisti non si sa mai. Cosa porta una persona a essere non razzista? L’amore dell’altro? Il sogno di vivere in un mondo di uguaglianza? La giustizia? E poi? In questi undici anni ho visto il mondo dell’immigrazione occupato da persone non immigrate. Parlano nel nostro nome. Parlano delle nostre cose. Presentano libri scritti sulle nostre storie. Video sui nostri drammi. Alzano la mano al posto nostro. Quasi vivono la nostra vita. Conoscono talmente le nostre cose che non hanno neanche più bisogno di noi. Abbiamo organizzato a Parma il 24 e 25 ottobre le giornate “Alzo la Mano”. Undici giornalisti e scrittori della rivista Internazionale, undici uomini e donne immigrati che scrivono. Che si confrontano con il “conflitto italiano”. Undici persone che hanno origini e storie diverse l’uno dall’altro. Due giorni per confrontarsi con la gente, la città. La politica. Hai visto qualcuno? C’era la possibilità di parlare con lo scrittore clandestino, con la professoressa d’università precaria, con l’immigrato contrario al diritto di voto agli immigrati. Di persone che hanno avuto una storia di migrazione qualche volta complessa e che con la forza, il sogno, la voglia di arrivare sono diventati testimoni della loro realtà. Durante questi due giorni, abbiamo parlato di cittadinanza, di diritti, di doveri, delle seconde generazione, di lavoro, di scuola, di politica. Ma non abbiamo visto nessuno degli esperti d’immigrazione. A me suona strano. È abbastanza difficile capire qual è il problema? Come mai è difficile avere il tempo di conoscere l’altro? Di parlare con lui? Di ascoltare un’opinione diversa della sua? Poi vedo in giro le solite manifestazioni e i soliti eventi. Le solite persone che parlano d’immigrazione, di cittadinanza. D’intercultura. La meme chose. Il mio amico Gianluca mi parla sempre del fare le cose insieme. Ma di cosa possiamo parlare insieme quando sappiamo già. Quando abbiamo già le nostre convinzioni e le nostre certezze. Quando lavoriamo talmente tanto che abbiamo solo tempo di fare le nostre solite cose. Quando facciamo fatica ad ascoltare voci altre. Quando siamo chiusi nel piccolo cerchio con le solite persone. Per parlare insieme bisogna sapere di cosa vogliamo parlare. Bisogna prima sapere (anche se sembra una cosa banale) chi siamo. Qual è la nostra storia. Perché siamo. E poi almeno avere un progetto condiviso. Una strategia. Un’idea. Bisogna avere il tempo di ascoltare l’altro anche quando non si è d’accordo. Gli immigrati sono prima delle persone che decidono, scelgono. Vivono. Sembra una cosa scontata ma non la è. Non è scontato. Se in una città come Parma, parlano sempre le solite persone, parla sempre e ancora Cleo, vuole dire che qualcosa è andato storto. Ma perché nessuno si fa questa domanda? Perché non ha funzionato? Perché non funziona? Lo so è più facile fare che farsi delle domande e avere il tempo di cercare delle risposte. Ma io credo che per essere antirazzisti non basta soltanto partecipare a incontri e riunioni antirazziste con persone che si conoscono e la pensano alla stessa maniera. Non basta partecipare alle solite manifestazioni. Non basta aspettare che picchino un ragazzo africano per alzare le bandiere e andare in piazza. Non basta organizzare le solite conferenze e i soliti eventi con le solite persone che vengono a dire le solite cose che tutti noi sappiamo. Non basta fare le solite inchieste con le solite domande. Non basta avere un amico straniero e/o lavorare dentro una struttura che si occupa di stranieri. Non basta viaggiare. Non basta leggere. Non basta scrivere. Forse bisogna fermarsi a chiedersi chi è l’immigrato di adesso. L’immigrato appena arrivato ma anche l’immigrato che vive in Italia di più di dieci anni. L’immigrato che lavora, l’immigrato che studia. L’immigrato che fa politica. L’immigrato di destra. L’immigrato di sinistra. L’immigrato che ha famiglia, figli. L’immigrato che scrive. L’immigrato che qualche volta la pensa diversamente da te. Bisogna accettare l’altro com’è. Rispettarlo. Lasciarlo parlare anche quando parla troppo o forse male. Anche quando non sei d’accordo. Bisogna ascoltarlo. Noi abbiamo deciso di alzare la mano per farci sentire. Abbiamo deciso di prendere la parola nel rispetto della legge e degli usi del nostro nuovo paese. Siamo li e aspettiamo tutti coloro che credono di poter fare qualcosa insieme. Insieme, insieme alle nostre differenze.

di Cleophas Adrien Dioma

Link: arcoiris.tv

Cleophas Adrien Dioma è nato a Ouagadougou (Burkina Faso) nel 1972. Vive a Parma. Poeta, fotografo, video documentarista è direttore artistico del festival Ottobre Africano. Collabora con “l’Internazionale” e “Solidarietà Internazionale”.

giovedì 19 novembre 2009

Luigi Cesaro, da Cutolo a Berlusconi, da messaggero di Camorra a leader del Pdl napoletano


Da don Raffaè a Berlusconi, da messaggero di "lady camorra" Rosetta Cutolo a corriere di bufale per Silvio Berlusconi. Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, vive da sempre all'ombra di qualcuno. Nel bene e nel male. Finito in carcere a metà degli anni Ottanta per i suoi rapporti di «amicizia con tutti i grossi esponenti della Nuova Camorra Organizzata in sigla N.c.o», il leader del Pdl napoletano vede oggi materializzarsi scenari cupi per le nuove rivelazioni dei pentiti. Stavolta i clan sono diversi - nei verbali degli ultimi mesi si parla di Casalesi - il tema però è lo stesso: l'intreccio tra criminalità, politica e cemento. Una sorta di déjà vu per l'uomo che da gennaio avrà il controllo della gestione dei rifiuti a Napoli e provincia. Il cui curriculum giudiziario è rimasto finora dimenticato negli archivi.

Il blitz
Quando gli uomini della squadra mobile di Napoli bussarono di notte alla sua porta, lui era già lontano. Passò qualche giorno prima che si presentasse in Questura: «Sono Luigi Cesaro di Francesco, nato a Sant'Antimo il 19 febbraio 1952». Quello del 1984 fu il compleanno più amaro per l'attuale presidente della Provincia di Napoli, coinvolto nell'operazione della polizia contro i cutoliani, all'epoca l'organizzazione criminale più famosa, che si era infiltrata negli appalti del dopo terremoto in Irpinia e aveva gestito assieme ai servizi segreti le trattative con le Brigate rosse per la liberazione del presidente dc Ciro Cirillo. Cesaro era un giovane avvocato, rampollo di una dinastia di costruttori. Ma due pentiti, Mauro Marra e Pasquale D'Amico, lo chiamano in causa. Marra sostiene che aveva «favorito i collegamenti tra i vertici della N.c.o.» e «ripetutamente finanziato» il gruppo camorrista. Accuse pesanti: aver garantito l'ospitalità, la latitanza, gli spostamenti dei boss e aver fatto da postino del clan, consegnando lettere e pizzini. Diciotto mesi dopo, il 18 maggio del 1985, il Tribunale di Napoli condannava Luigi Cesaro a cinque anni di reclusione.


Da accusato a vittima
In Appello Cesaro riuscì a far prevalere la sua versione dei fatti: non era il finanziatore del clan, si difese, ma solo una vittima. Le continue richieste degli "amici" erano diventate insopportabili per i Cesaro, costruttori in continua espansione in quegli anni. Ma l'attuale presidente della Provincia non si rivolse alle forze dell'ordine: chiese aiuto direttamente a Rosetta Cutolo, sorella di don Raffaele, come lui stesso ammise durante il processo. «Il Cesaro - scrivono i giudici nella sentenza di secondo grado - ha spiegato che al fine di sottrarsi alle pesanti richieste estorsive del gruppo di Pasquale Scotti (ammesse dal Marra) chiese i buoni uffici di Rosetta Cutolo la quale inviò una lettera di "raccomandazione" allo Scotti». Siamo negli anni della mattanza di camorra in Campania: 1.500 morti ammazzati tra il 1978 e il 1983 nella guerra tra i cutoliani e i rivali della Nuova Famiglia. 'O Professore è in isolamento all'Asinara: il clan, decimato dal maxi-blitz del giugno 1983, è nelle mani proprio di Pasquale Scotti. Che è latitante, come donna Rosetta, quando Cesaro gli consegna personalmente la "lettera di protezione". Ma secondo la Corte d'appello le prove per dimostrare che Cesaro fosse a tutti gli effetti organico alla N.c.o. non sono sufficienti: il 29 aprile 1986 viene assolto. I giudici però non nascondono i loro sospetti: «Il quadro probatorio relativo alla posizione del Cesaro non può definirsi tranquillante». E ancora: «Il dubbio che l'imputato abbia, in qualche modo, reso favori ai suddetti personaggi per ingraziarseli sussiste e non è superabile dalle contrastanti risultanze processuali». Un anno dopo arriverà l'assoluzione anche in Cassazione: «Per non aver commesso il fatto ». Firmato: Corrado Carnevale.

Il presidente postino
Quell'incontro fra Cesaro e il latitante Scotti era stato raccontato dallo stesso boss, dieci giorni dopo il suo arresto avvenuto il 17 dicembre 1983 dopo un violento conflitto a fuoco. Confessioni che, tuttavia, non sono mai entrate nel procedimento aperto contro il giovane avvocato. Scotti non era uno qualunque: capo del gruppo di fuoco della N.c.o. al quale furono attribuiti più di 40 omicidi, era diventato il reggente del clan di Cutolo. Cesaro lo incontrò nel mese di ottobre del 1983, quando era il ricercato numero uno. Poche settimane dopo Scotti fu sorpreso e catturato. È il 28 dicembre 1983 quando il boss parla negli uffici della Questura di Caserta: «Circa un mese, un mese e mezzo fa, ricevetti un biglietto tramite l'avvocato Cesaro di Sant'Antimo, figlio del costruttore Francesco Cesaro, il quale a sua volta l'aveva ricevuto dalla suocera di Raffaele Cutolo». Non dice nulla sulla presunta "raccomandazione" da parte di donna Rosetta in quelle righe: ignora cioè la versione che Cesaro darà ai giudici e che gli garantirà l'assoluzione. Secondo il racconto del boss, il messaggio consegnato nelle sue mani da Cesaro indicava solo il luogo per un appuntamento telefonico con Raffaele Cutolo che avrebbe poi chiamato dalla Sardegna C'era da organizzare la fuga di Marco Medda, altro nome leggendario di quella stagione sanguinosa, che mitra alla mano poi tenterà di risollevare con Scotti le sorti dell'armata cutoliana.

La scalata al potere
Un anno dopo quel racconto, Pasquale Scotti riuscì a evadere e a oggi resta il più longevo latitante di camorra. Per Luigi Cesaro, invece, dopo l'assoluzione è iniziata una lunga scalata al potere, accompagnata negli anni dalla crescita esponenziale degli affari di famiglia che, mattone su mattone, ha cementato rapporti con il territorio fino a estendere i propri interessi alla provincia di Caserta. Soldi, cemento e consenso: per Cesaro l'ingresso in Forza Italia diventa un approdo naturale. Dal 1996 sarà eletto tre volte alla Camera e una volta a Strasburgo. Ma, soprattutto, conquista nel tempo un solido ascendente su Silvio Berlusconi, a suon di tessere e mozzarelle freschissime fatte consegnare ad Arcore. Così nessuno osa opporsi un anno fa alla sua candidatura alla Provincia, dove Giggino raccoglierà più voti del Cavaliere. Una campagna bulgara, con città e provincia tappezzate di manifesti giganti con l'immagine sua e del premier sorridenti. Lo slogan era: "Riprendiamoci la dignità". E l'unico imperativo del suo staff per non perderla davvero resterà quello di limitare al minimo i comizi, per nascondere l'accento e il lessico approssimativo sottolineato in decine di video rilanciati su YouTube. Ma gli elettori lo premiano e Cesaro stravince, festeggiando per giorni. A Sant'Antimo il bar Eiffel offrirà mille caffè gratis; poi la celebrazione di Bagnoli, con un party per oltre 10 mila persone fra torte, spumanti e fuochi d'artificio. Sul palco per acclamarlo si schiera tutto il Pdl campano, a partire dagli amici Nicola Cosentino e Mario Landolfi. Mancherà solo Berlusconi, che pure concludeva sempre le sue incursioni napoletane a cena con Giggino: un'abitudine che si è interrotta bruscamente dopo la festa di compleanno di Noemi a Casoria, feudo elettorale di Cesaro. Come presidente della Provincia, costruisce una squadra ricca di professionisti. C'è pure uno dei legali di Sandra Mastella, Severino Nappi, che un anno prima era nella segreteria provinciale dei Ds. Come assessore alla legalità sceglie Franco Malvano, il capo della squadra mobile che lo aveva arrestato nell'84. Uno dei tre pm che emisero l'ordine di cattura, invece, Arcibaldo Miller, oggi capo degli ispettori del ministero della Giustizia, ha fatto da testimone di nozze al fratello Aniello. Il segno che le frequentazioni del passato sono state dimenticate.

di Claudio Pappaianni

Navi dei veleni: Il governo cerca di nascondere la verità sull'inchiesta. L'accusa della parlamentare Pdl dell'Antimafia.


Angela Napoli, membro Pdl della commissione parlamentare Antimafia, lo dice apertamente:"Il governo sta cercando di nascondere la verità sulle navi dei veleni, e su quella di Cetraro in particolare. Si vogliono coprire segreti di Stato, e la strada scelta è quella del silenzio. O peggio ancora, di dichiarazioni che non stanno in piedi".

Parole che arrivano dopo giornate intense. La settimana scorsa Pippo Arena, il pilota del congegno sottomarino che il 12 settembre aveva filmato la nave sui fondali calabresi, ha dichiarato a "L'espresso" che "due stive erano completamente piene". Poi è stato il turno del ministero dell'Ambiente, che ha pubblicato on line le immagini girate a fine ottobre su quello che ha presentato come il piroscafo Catania. Infine è spuntata, tra politici e ambientalisti, l'ipotesi che nel mare di Cetraro ci siano non uno, ma più relitti. "Il che potrebbe giustificare... la fretta di voltare pagina del ministro dell'Ambiente", dice l'onorevole Napoli.

Un'accusa pesante, la sua: su cosa si basa?
"Penso, per esempio, a cosa è successo il 27 ottobre quando è stato ascoltato dalla commissione Antimafia il procuratore nazionale Piero Grasso. Appena gli ho posto domande vere, scomode, il presidente della commissione Beppe Pisanu ha secretato la seduta...".

Si può sapere, nei limiti del lecito, quali argomenti toccavano le sue domande?
"Chiedevo chiarezza sul ruolo dei servizi segreti in questa vicenda. Domandavo come potesse il pentito Francesco Fonti, che non è della zona, indicare il punto dove si autoaccusa di avere affondato una nave, e farlo effettivamente coincidere con il ritrovamento di un relitto. Volevo che superassimo le ipocrisie, insomma. Anche riguardo al memoriale del pentito, che è stato custodito per quattro anni, dal 2005, nei cassetti della Direzione nazionale antimafia senza che nessuno facesse verifiche".

Il ministero dell'Ambiente ha pubblicato sul suo sito le riprese della nave affondata a Cetraro. Non basta?
«Può bastare un filmino in bassa risoluzione che, quando clicchi, si apre su YouTube? Non scherziamo. E aggiungo: poniamo anche che le stive risultino vuote. Dov'è finito il carico visto dal pilota il 12 settembre?».

Un dato è certo: alle 12,56 del 27 ottobre, il ministro Prestigiacomo ha detto che il robot aveva già svolto «le misurazioni e i rilievi fotografici del relitto». Ed è stata smentita due volte: alle 13,12 dello stesso giorno dalla società Geolab che svolgeva il lavoro («Abbiamo fatto solo rilievi acustici»); poi in diretta a Sky da Federico Crescenti, responsabile del Reparto ambientale marino delle capitanerie di porto, il quale ha spiegato che le operazioni in acqua del robot sono iniziate la sera del 27.
«Dico di più. Sempre il 27 ottobre, la direzione marittima di Reggio Calabria ha trasmesso alla commissione Antimafia una mappa con i punti di affondamento di 44 navi lungo le coste italiane. Guarda caso, in Calabria ci sono nove croci senza nome...».


Rilancerà questo elemento in commissione Antimafia?

«Certo. Ma è difficile che un governo smascheri ciò che un altro governo ha occultato. C'è l'interesse bipartisan ad andare oltre, a dimenticare che il pentito Fonti parla di legami con ex democristiani e socialisti ancora attivi. Ricordiamo che il sottosegretario agli Esteri, in questo governo, fa di nome Stefania e di cognome Craxi».

Quindi?
«Basta con i segreti. Il governo vuole chiudere il caso Cetraro? Renda pubbliche le immagini satellitari dei traffici avvenuti nei mari italiani tra gli anni Ottanta e Novanta. La verità c'è già: basta avere voglia di vederla».

di Riccardo Bocca

Link: l'espresso

mercoledì 18 novembre 2009

Turchia, l'esercito controlla i siti web ribelli


La denuncia da parte di diversi quotidiani turchi, a inizio novembre, dell'esistenza di una lista di siti web controllati dall'esercito, ha provocato una dura reazione da parte del mondo della stampa e delle organizzazioni dei giornalisti del Paese. Questo ennesimo scandalo mostra come, dopo l'assassinio di Hrant Dink, gli attacchi alla stampa indipendente e alla libertà di espressione siano ancora all'ordine del giorno in Turchia.

Il 4 novembre il quotidiano Radikal è stato il primo a parlare di una lista nera dei siti considerati “pericolosi” da parte dell'esercito. Secondo il giornale, in una lettera inviata ai pubblici ministeri del processo Ergenekon da un sedicente “funzionario delle forze armate”, quest'ultimo denunciava l'esistenza di una lista di siti web divisi per categoria (“reazionari”, “separatisti”, “anti-esercito” e “pro-Erdoğan) da tenere sotto controllo. Secondo quanto riportato dal quotidiano Bugün, inoltre, l'esercito non si era limitato a controllare i siti, ma aveva anche creato 43 pagine web per condurre una “guerra psicologica contro organizzazioni civili che si oppongono alle Forze Armate”.

L'organismo interno all'esercito che conduceva questa guerra psicologica sarebbe stato, secondo il giornale, il Gruppo di Studio sull'Occidente (BÇG) creato alla fine degli anni novanta per contrastare “la propaganda conservatrice” dell'islamista Partito della Prosperità (FP) di Necmettin Erbakan, che guidava un governo di coalizione e fu poi costretto alle dimissioni proprio dall'esercito nel 1997.

I vertici delle forze armate turche non hanno negato l’esistenza di questo gruppo né di aver redatto la lista nera. Al contrario, si sono difesi giocando allo scaricabarile e dichiarando di aver agito seguendo una direttiva del 2000 inviata dall'allora governo kemalista guidato da Bülent Ecevit. Ahmet Şağar, segretario personale del Primo ministro, ha però negato che sia mai stata inviata tale direttiva sostenendo che il governo Ecevit era totalmente estraneo alla vicenda. Nei prossimi mesi la magistratura farà luce su questo aspetto. In ogni caso, l'esistenza di un gruppo segreto interno alle forze armate incaricato di contrastare le opinioni che lo stesso esercito riteneva pericolose per il Paese è ormai un fatto accertato. Questa vicenda rappresenta l'ennesimo segnale che in Turchia la libertà di espressione continua ad essere sotto attacco.

Leggendo l'ultimo rapporto redatto da Bianet, network che monitora le violazioni della libertà di espressione e gli attacchi ai giornalisti in Turchia, è evidente che la situazione è tutt'altro che rosea. Sono state 190, solo negli ultimi tre mesi, le persone citate in giudizio per reati d'opinione, 74 delle quali giornalisti. Secondo Bianet inoltre “prosegue l'attacco del potere giudiziario contro un dibattito libero e il diritto all'informazione. In particolare, in questo periodo, si sta cercando di sabotare la cosiddetta apertura ai curdi. Questa lotta contro la libertà di espressione viene portata avanti grazie a leggi anti-democratiche che non sono in linea con gli standard internazionali.”

Ma quali sono le leggi anti-democratiche che limitano la libertà d'espressione in Turchia di cui parla Bianet nel suo rapporto?

Prima di tutto l'articolo 216 del codice penale turco che punisce chi “incita all'odio e alla violenza”. Nei fatti questo articolo viene spesso usato per colpire i giornalisti kurdi, come è successo a Eren Keskin, Murat Batgi e Edip Polat, tutti condannati ad un anno di carcere per aver usato il termine "Kurdistan", o a Ercan Öksüz e Oktay Candemir, colpevoli di aver intervistato alcuni sopravvissuti al massacro di Zirve, località nei pressi di Van bombardata dall'esercito turco come rappresaglia per una rivolta kurda nel 1930. Secondo i magistrati, pubblicando la loro intervista, i due giornalisti avrebbero contribuito a creare un clima di odio inter-etnico nel paese.

Un altro degli strumenti usati da pubblici ministeri di orientamento nazionalista per colpire i giornalisti è l'articolo 301 del codice penale, in base al quale devono essere perseguiti coloro che “insultano la Turchia, i turchi o le istituzioni della Repubblica Turca”. Questo articolo è diventato tristemente famoso dopo l'assassinio, nel 2006, del giornalista di origine armena Hrant Dink. Contro Dink era infatti iniziata una campagna diffamatoria dopo che era stato condannato a sei mesi di carcere proprio in base all'articolo 301. Dopo l'assassinio del giornalista armeno le organizzazioni turche per la difesa dei diritti umani, il settimanale Agos, di cui Dink era direttore, e un gruppo di intellettuali liberali avevano dato vita ad una campagna per l'abolizione del 301 e delle leggi contro la libertà d'espressione. Nonostante la fortissima opposizione in parlamento dei kemalisti e dei nazionalisti, il partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) approvò un emendamento all'articolo 301, nel 2008, che prevede che i processi per “insulto alla nazione turca” possano svolgersi solo dopo che il ministro della Giustizia ha dato il suo consenso.

Questo emendamento sembrava prospettare una soluzione di compromesso che da una parte avrebbe fatto calare il numero dei processi per il reato di “insulto alla nazione turca”, come chiedevano le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, ma allo stesso tempo non abrogava totalmente il 301 per evitare uno scontro coi nazionalisti e le forze armate. Nonostante le speranze degli attivisti per i diritti umani, però, i processi continuano. Sempre secondo Bianet sono infatti 17, ad oggi, le persone imputate per “insulto alla nazione turca”. Il ministero della Giustizia, inoltre, nella maggior parte dei casi non ferma i processi, come è successo a Rahmi Yıldırım processato dopo il via libera del ministro per aver scritto un articolo in cui criticava le ingerenze dei militari in politica.

E' interessante notare come la maggior parte dei processi per reati di opinione in Turchia si concludano spesso con l'assoluzione degli imputati. La mediatizzazione di quei processi, tuttavia, viene utilizzata altrettanto spesso dall'estrema destra per organizzare violente campagne di diffamazione contro gli intellettuali liberali che esprimono idee non in linea con l'ideologia ufficiale kemalista. Così è avvenuto nel caso di Orhan Pamuk, processato nel 2005 per aver affermato che in Turchia erano stati uccisi un milione di armeni e trentamila curdi, o nel 2006 a Elif Şafak, accusata di aver insultato la nazione turca per aver parlato della questione armena nel suo libro “La Bastarda di Istanbul”.

Volgendo lo sguardo dal giornalismo tradizionale alla rete, il panorama è ancora più grigio. YouTube è infatti oscurata da ormai 16 mesi in base alla legge 5651 sui crimini in internet perché contiene alcuni video che secondo i giudici insulterebbero la figura del padre della patria Mustafa Kemal Atatürk. Ma YouTube non è l'unico sito ad essere stato proibito. Secondo quanto denunciato dall'associazione “Alternativa Informatica”, tra il 23 novembre 2007 e l'11 Maggio 2009 l'accesso a 2.601 pagine web è stato oscurato. Oltre a YouTube anche siti come wordpress.com, geocities.com, myspace.com, dailymotion.com e alibaba.com sono stati censurati.

In Turchia sono in molti a trovare assurdi questi divieti, ma l'opposizione non si è ancora tramutata in movimento organizzato per chiedere la riapertura dei siti, forse anche perché aggirare il bando non è per niente difficile. E' sufficiente infatti usare “siti filtro” come ktunnel.com o vtunnel.com, e lo si può fare senza neppure sentirsi troppo in colpa visto che perfino il primo Ministro Erdoğan ha confessato in una recente intervista di guardare ogni tanto YouTube, nonostante il divieto.

Il permesso di soggiorno CE e le gravi irregolarità in merito alla sua applicazione


Continuano i gravi problemi e le gravi irregolarità in merito all’applicazione della direttiva europea che ha istituito il Permesso CE per soggiornanti di lungo periodo, recepita con le modifiche dell’art. 9 del Testo Unico.

Gli ostacoli sono di diverso tipo e riguardano la condizione, sia di quanti sono in fase di richiesta dello status di lungo soggiornanti, sia di quanti già sono in possesso del titolo e si trovano ad aggiornarlo o a chiederne l’estensione per i familiari.

Il Ministero ha chiarito intanto che la vecchia carta di soggiorno in formato cartaceo non ha valore negli altri stati membri.

Alcune problematiche irrisolte
Chi si trova a richiedere il permesso CE in formato elettronico, intanto, deve fare ancora i conti, in molte provincie, con la richiesta di contratti a tempo indeterminato, nonostante più pronunce della giurisprudenza abbiano chiarito l’illegittimità di questa prassi.
Alcune altre Questure invece si ostinano a non considerare, ai fini del calcolo dell’anzianità del soggiorno, i periodi in cui in precedenza gli interessati erano in possesso di tipologie di permesso con le quali non è possibile richiedere lo status di lungo soggiornante. In questo caso l’art 9 del TU è molto chiaro e, pur escludendo la possibilità di richiesta del pds CE per chi è in possesso di quelle tipologie di permesso (studio, tirocinio, asilo, protezione sussidiaria o motivi umanitari) stabilisce la possibilità che quei periodi siano utili ai fini del raggiungimento del requisito di 5 anni di residenza.

Anche la verifica dell’idoneità dell’alloggio è spesso fonte di intoppi e provvedimenti illegittimi da parte delle amministrazioni. Spesso, infatti, viene richiesta illegittimamente, non solo nel caso di domanda in favore dei familiari, ma anche nel semplice caso di domanda di rilascio inoltrata dal singolo soggetto in possesso di tutti gli altri requisiti previsti dalla legge.

La questione più controversa, sulla quale il Ministero ha annunciato di essere in attesa di un parere da parte dell’Ufficio per l’Amministrazione Generale del dipartimento della Pubblica Sicurezza, è quella invece legata alle richieste dello status di lungo soggiornanti avanzate dai familiari a carico dei possessori del pds CE.
In questo caso viene spesso avanzata la richiesta di dimostrare il requisito di anzianità del soggiorno di 5 anni.
L’art. 9 del TU, al comma 1, non lascia invece spazio a dubbi quando stabilisce che "Lo straniero in possesso, da almeno cinque anni, di un permesso di soggiorno in corso di validità, (...) puo’ chiedere al questore il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, per se’ e per i familiari di cui all’articolo 29, comma 1."
Inoltre, il Tar Umbria si è già pronunciato su un caso, in favore del ricorrente con la sentenza n. 263 del 28 maggio 2009.

La casistica propone una miriade di altre situazioni che meriterebbero di essere menzionate. Su tutte, quella legata alla scadenza dello status di lungo soggiornanti. I nuovi titoli elettronici infatti, a differenza delle carte di soggiorno in formato cartaceo, non riportano la dicitura "indeterminato" mentre vi è apposta una data di fine validità.
E’ purtroppo prassi diffusa la verifica dei requisiti anche nel caso di aggiornamento del titolo di soggiorno nonostante le cause di revoca dello status di lungo soggiornante siano ben specificate al comma 7 dell’art 9.

Un ultimo appunto non può che essere riservato ai minori ed alla possibilità di estensione, ai figli con più di 14 anni, del permesso di soggiorno Ce. E’ ormai prassi consolidata, da parte dell’amministrazione, la richiesta del requisito di reddito. In questo caso le disposizioni dell’art 31 del TU sembrano ormai cedere il passo in maniera scontata, nonostante prevedano che il figlio minore segua la condizione giuridica del genitore.

Fonte: Progetto Melting Pot Europa

Gli autori di SudTerrae

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