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mercoledì 11 novembre 2009

Navi dei veleni, dai depistaggi della memoria agli attentati alla vita


Attentato a Gianni Lannes, il ricercatore di verità che lotta per non affondare.
"...Se poi ti guardassi intorno vedresti che il nostro mar è pieno di meraviglie, che altro tu vuoi di più. In fondo al mar..." Così cantava Granchio Sebastian alla sua Sirenetta. Pare che anche i nostri personalissimi granchi vogliano cantarci la stessa canzone, ma noi non siamo sirenette disneyane. Al più, se di sirene si vuol parlare, riferiamoci a quelle di chi lancia allarmi per cosa c'è in fondo al mare nostro. La storia, a partire dalla fine degli anni 80, ci racconta fatti inquietanti di morti ammazzati e non solo da patologie tumorali, di navi più o meno affondate o spiaggiate da affondamenti non andati a buon fine. Le chiamano navi dei veleni: discariche che contengono tutti i tipi di rifiuti più venefici, dalle scorie radioattive a quelli tossici. Oltre alle morti sospette da inspiegabili picchi di neoplasie in aumento, i fascicoli giudiziari delle procure di tutta Italia contengono parecchi verbali di testimonianze e non solo da parte dei collaboratori di giustizia. Molti giornalisti d'inchiesta hanno seguito i casi e da qui sono state scritte pagine e pagine e andati in onda servizi drammatici ( Rainews24, Blu notte, l'Espresso, solo per citarne alcuni). Via via che la verità stava per essere raggiunta o, quanto meno, illuminava la pista da seguire, ecco che succedevano immediatamente morti misteriose come quelle di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, di Natale de Grazia, punta di diamante del pool investigativo.
In più di 20 anni, nonostante la tecnologia abbia fatto progressi giganteschi, ancora non ci è stato risposto a che ci sta in quei relitti maledetti e, men che meno, i nomi di chi li ha inabissati. Ricordiamo il caso Pitelli di La Spezia, forse il primo barlume della criminale nefandezza. Il primo esposto partì nel 1988, ma solo nel 1996, grazie alle indagini del magistrato Tarditi di Asti e dei suoi collaboratori, si riuscì a dimostrare il disastro ambientale e a emettere avvisi di reato contro innumerevoli imputati “eccellenti”. A che punto sono gli avvisi di reato? Ultimamente sono solo tornate a galla fantasie di imbarcazioni belliche, diventate case per pesci. Ben sanno i pescatori che da quelle parti è bene tenersi alla larga, ché la pesca potrebbe essere letale. Dai cantieri "spariscono" le navi, specie quelle definite carrette, ma quando troviamo gli scafi affondati, le sofisticate apparecchiature ci rispondono che non corrispondo alle caratteristiche della “nave sparita”. E' di pochi giorni fa la comunicazione del Ministero dell'Ambiente in tal senso. Si procede a informazioni altalenanti fatte di "tutto vero, niente vero", una specie di depistaggio della memoria e forse non solo di quella.
Chi non si fa depistare corre pesantissimi rischi per sé e famiglia. E' di ieri l'ennesimo attentato incendiario di stampo mafioso a Ortanova, ai danni del direttore di Terra Nostra, Gianni Lannes. In questo momento s'occupa di navi dei veleni e inceneritori. Di lui ricordiamo innumerevoli "inchieste scomode" per la Stampa e svariate altre testate nazionali. Sono tutte indagini giornalistiche volte a dimostrare che i crimini di stampo mafioso si concentrano prepotentemente sullo "smaltimento de rifiuti". La sua auto è saltata in aria. Il suo giornale on line fondato non molto tempo fa, con lo scopo di denunciare e far denunciare i crimini che stravolgono non solo la sua Puglia, ma la nostra terra, appunto, è formato da giovani giornalisti che da lui imparano il mestiere, quello vero, libero. Intervistato dal Tg3 ci confida che teme per l'incolumità della sua famiglia. Non chiede protezione per sé, ma per i suoi cari. Già a luglio Leoluca Orlando propose interpellanza parlamentare in tal senso. Quest'uomo è in pericolo solo perché fa il suo mestiere, perché rispetta il dovere d'informare e il diritto a essere informati. Perciò lo Stato deve proteggerlo. A oggi non c'è stata risposta. Se è criminale affondare le navi dei veleni disseminando morte, ben più potrebbe essere l’inabissare, tacendo, i ricercatori di verità.

Link: PeaceLink

martedì 10 novembre 2009

Cosentino, da Nicola 'o mericano a Nicola 'o imputato


A un anno dalle inchieste de L'espresso la magistratura ha chiesto l'arresto per Nicola Cosentino. E' accusato di "concorso esterno in associazione camorristica". Ecco tutte le dichiarazioni dei pentiti su di lui.

Nicola Cosentino è accusato di "concorso esterno in associazione camorristica" dalla procura di Napoli, che ha inoltrato una richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera. A poco più di un anno dalle inchieste de L'espresso sui legami tra il sottosegretario all'Economia e il clan dei Casalesi, le indicazioni dei pentiti e le indagini hanno portato i pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci a chiedere al gip una misura cautelare. Trattandosi di un deputato, il gip - come stabilisce la legge - ha disposto la notifica dell'ordinanza al Presidente della Camera, con richiesta di autorizzazione all'esecuzione del provvedimento.

La documentazione sarà poi inviata alla giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio, che dovrà formulare una proposta per l'Aula. La posizione di altri indagati coinvolti nello stesso procedimento, sui quali pendono richieste di misure cautelari, sarebbe stata stralciata. Le voci su Nicola 0' americano, come lo chiamano nella natia Casal di Principe, si rincorrevano da settimane. Nonostante tutto, il Pdl locale lo aveva espressamente candidato come futuro governatore della Campania. Di seguito i verbali dei pentiti e le inchieste de L'espresso sui rapporti con la camorra di Cosentino

lunedì 9 novembre 2009

PONTE SULLO STRETTO: una farsa del Governo per finanziare opere pubbliche del Nord


In pompa magna il governo annuncia lo sblocco dei fondi per la costruzione del Ponte sullo Stretto. Il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), riunitosi ieri, ha sbloccato 8,8 miliardi di euro destinati a opere pubbliche. Soldi che si moltiplicano come pani e pesci nelle parole del presidente del consiglio e in quelle del ministro Altero Matteoli, arrivando addirittura a «23 miliardi di euro di opere pubbliche, che in tempi di crisi sono un successo mondiale».
Ma restiamo agli 8,8 miliardi effettivamente sbloccati. La parte del leone come al solito l'ha fatta la Lega, tanto è vero che 6 degli 8 miliardi sono destinati a opere nel nord del paese: la Pedemontana lombarda, l'asse stradale della Lecco Bergamo, le metropolitane di Milano in vista dell'Expo, l'asse ferroviario Genova Milano... E arriviamo al Ponte sullo stretto, a cui vengono destinati 1,3 miliardi «per partire», dice Matteoli. La retorica abbonda: «Il governo ha compiuto un passo decisivo per la realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina». Ma è davvero così?
L'urbanista Alberto Ziparo sul manifesto di qualche giorno fa lo ha detto chiaro e tondo: «L'iter del progetto è fermo alla rischiesta di approvazione finale della 'versione definitiva del progetto preliminare' licenziata nel 2004, ma senza istruttorie e i necessari nullaosta ambientali e paesaggistici». Ieri, tra le righe, lo ha confermato anche Matteoli: «I capitali pubblici servono per le opere a terra, che sono utili ai territori di riferimento a prescindere dalla realizzazione del ponte... Confermo che il ponte si realizza in gran parte con capitali privati attraverso il project financing». Di capitali privati finora non se ne sono visti, e quelli pubblici stanziati ieri più che la «prima pietra» del ponte, servirebbero per deviare un binario della linea Cannitello-Villa san Giovanni, per fare spazio al pilone del Ponte che verrà.
Solleva il problema anche l'assessore calabrese ai lavori pubblici, Luigi Incarnato: «Il ponte sullo stretto non ha copertura finanziaria e la regione farà ricorso». Spiega Incarnato: «Il Cipe ha rinviato l'approvazione dell'effettivo finanziamento del ponte per la quota pubblica, accampando la motivazione della necessità di ricercare un socio privato». La vicenda del ponte - conclude Incarnato - è solo propaganda politica, «il tentativo era quello di cantierizzare il solo tratto del traforo di Cannitello, il che vuol dire che gli annunci del presidente Berlusconi sulla posa della prima pietra erano funzionari al solo scopo di fare credere che l'opera fosse praticamente avviata, mentre ora sappiamo che non è così».
Anna Finocchiaro (Pd) punta il dito sul fatto che un ponte che ancora non c'è «già grava sulle tasche dei cittadini italiani»: «Il ponte non è affatto una priorità per il Mezzogiorno».

di Red. Ec. - ROMA - il manifesto

Giovanardi: "Stefano Cucchi morto perché drogato". SudTerrae: "Giovanardi dimettiti perchè inadeguato"


«Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perché era di 42 chili». Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio del ministri Carlo Giovanardi, intervenuto alla trasmissione «24 Mattino» su Radio 24. Parlando di Cucchi, Giovanardi ha continuato: «La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato, certo bisogna vedere come i medici l’hanno curato, ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così».

Fonte: Carta.org



sabato 7 novembre 2009

"Il cortile" resiste agli assalti degli americani; i migranti dal "cortile" assaltano l'America


“Quando gli americani (statunitensi) sanno di avere il potere di cambiare le cose, è molto difficile trattenerli dal farlo”, Barack Obama, presidente degli USA e Premio Nobel per la Pace.
Appena dopo l'esecuzione del colpo di stato militare in Honduras, disse in un'intervista pubblicata da Clarìn, Telesur, Rebelión (e molti altri mezzi di comunicazione): "A volte penso che il colpo di stato in Honduras possa essere considerato una specie di laboratorio, visto che a seconda di come si svilupperà questa vicenda in questo piccolo grande paese, si decideranno le azioni da intraprendere in altri paesi a difesa delle loro libertà.
Sarà da vedere. In questo caso il colpo di stato non riguarda solo l'Honduras ma tutta l'America Latina, e aspetta delle risposte da tutto il resto del mondo”.
Continuo a pensare a questa possibilità di considerare l'Honduras come un laboratorio, ma ormai con la convinzione che, in qualsiasi caso, si tratti di un esperimento fallito. Né golpisti interni né funzionari esterni hanno potuto prevenire la forza della Resistenza honduregna. Parola che non deve essere malinterpretata: Resistenza non è altro che un sinonimo di Popolo, che si risveglia e decide di difendere i propri diritti. Non si deve confondere la Resistenza con gli Zelayistas. Gli Zelayistas sono i seguaci del presidente costituzionale Manuel Zelaya Rosales, la Resistenza include gli Zelayistas ma, allo stesso tempo, è un movimento nazionale costituzionalista comprendente diversi partiti politici e ideologi con un comune obiettivo: restituire all'Honduras la legalità istituzionale, che prevede chiaramente il ritorno del presidente Manuel Zelaya. Il colpo di stato militare in Honduras ha ricevuto la condanna unanime del resto del mondo.
In alcuni settori honduregni c'è il timore che gli Stati Uniti siano molto più coinvolti nel colpo di stato di quanto finora si sospetti, e che lo spostamento di funzionari verso il territorio honduregno non sia che parte di un piano con cui allungare i tempi del ristabilimento istituzionale, per arrivare così alle elezioni e cercare in seguito dei meccanismi per legittimarle, prendendosi gioco della volontà del popolo honduregno e di gran parte della comunità internazionale.
Dal momento in cui gli Stati Uniti riconoscano delle elezioni realizzate sotto un governo di fatto, senza la restituzione dell'incarico al presidente costituzionale Manuel Zelaya, immediatamente il messaggio sarà chiaro in tutto il continente latinoamericano: “Non si può avere fiducia negli Stati Uniti, che continuano a considerarci come il loro “cortile” da sfruttare e non da pari, e pertanto non resta che restare in allerta visto che qualsiasi altro paese può essere il prossimo”. Considerato ciò, ai paesi dell'America Latina non resta che prepararsi a difendersi in blocco contro futuri attentati alle loro democrazie e libertà.
Se i repubblicani stanno utilizzando l'Honduras come piattaforma per mandare un messaggio o indebolire il presidente Hugo Chávez, allora si tratta di una tattica sbagliata. Utilizzare un paese piccolo e povero per timore di affrontare direttamente il Venezuela chavista, in realtà non fa che rafforzare la Rivoluzione Bolivariana e l'intenzione di proseguire nelle attività di riforma a benefico della grande maggioranza di persone.
Dall'altro lato, se ciò che vuole ottenere l'ala radicale repubblicana è ostacolare le promesse di grandi trasformazioni della campagna di Barack Obama per favorire gli statunitensi della classe media e i più poveri, l'Honduras è lo scenario propizio, allorché prevalga il colpo di stato militare, affinché Obama sia etichettato con una parola “letale” negli Stati Uniti, “un presidente bugiardo”, “un'amministrazione blanda”, e con ciò Obama inizierebbe a dimenticare il sogno che un tempo ebbe uno dei suoi maestri, Martin Luther King.
Potrebbe succedere anche ad Obama ciò che accadde a David Dinkins, unico primo cittadino afroamericano della città di New York (1990 e 1993), che data la sua debolezza servì solo per comunicare al mondo che negli Stati Uniti non esistevano discriminazioni e che lasciò il suo incarico senza successo e senza essere rieletto. Attenzione Obama, bisogna imparare dalle esperienze del passato.
Obama deve capire che presiedere gli Stati Uniti significa anche presiedere gran parte del resto del mondo, sicuramente questo vale per l'America Latina, e non serve a niente lavarsene le mani o scusarsi, come quando sostenne l'ipocrisia di coloro che chiedevano l'intervento degli Usa nel golpe dell'Honduras. L'intervento è già stato fatto, e spudoratamente, come hanno dichiarato i membri repubblicani del Congresso Iliana Ros e Dìaz-Balart che, senza alcun pudore, non solo hanno appoggiato il colpo di stato militare a Washington ma sono anche stati capaci di visitare l'Honduras per sostenere i golpisti. Esistono inoltre altri interventisti statunitensi, il cui nome non vale la pena di essere menzionato, che hanno contribuito a preparare il colpo di stato militare.
Che cosa pretende Obama, che i cattivi intervengano e che i buoni incrocino le braccia contemplando le barbarie? Nella politica, come nella vita, la determinazione del leader fa la differenza.
In tutto ciò esiste un'altra importante questione, più seria di quello che sembra: l'immigrazione illegale verso gli Stati Uniti. Obama la conosce molto bene poiché gli immigrati si stanno organizzando a livello nazionale ed esistono ormai un gran numero di organizzazioni, chiese, uffici che aiutano gratuitamente gli immigrati. La pressione su Obama, affinché mantenga la sua promessa fatta in campagna elettorale, inizia a farsi sentire. Questo tema non sarà facile per l'amministrazione Obama, e si può complicare al peggiorare della situazione in America Latina, soprattutto in Centro America ed in Messico.
Il persistere del colpo di stato militare in Honduras permette di mantenere sotto i riflettori anche altri tentativi di destabilizzazione in America Latina, così che non esisteranno muri, infrarossi, pattuglie, cani, telecamere, etc che possano arrestare moltitudini con necessità basiche e minacciate nei propri paesi di origine, tanto da arrivare a “visitare” gli Stati Uniti a qualsiasi rischio. Come disse giustamente il poeta honduregno José Adán Castelar: "El hambre no tiene ley sino hambre".

di Roberto Quesada
scrittore e diplomatico honduregno a fianco della resistenza, direttore di Honduras-Usa Resistenza
Link: A SUD

venerdì 6 novembre 2009

Gli indigeni Kayapó contro "la crescita accelerata" che sommergerà le terre amazzoni

(Vedi:

La resistenza dei popoli dell’Amazzonia contro le multinazionali (Documentario:"Il richiamo del fiume Madeira"))



Gli indigeni Kayapó hanno organizzato una nuova ondata di proteste contro un gigantesco progetto idroelettrico in via di realizzazione sullo Xingu, uno dei principali fiumi dell’Amazzonia. A partire dal 28 ottobre hanno manifestato per una intera settimana presso la comunità kayapó di Piaraçu.

Sul posto sono stati invitati rappresentanti del Ministero alle Miniere e all’Energia, e del Ministero dell’Ambiente. I Kayapó e altri popoli indigeni locali si oppongono alla costruzione della diga denunciando di non essere mai stati consultati in modo appropriato e nemmeno informati sul reale impatto che il progetto avrà sulle loro terre.

La diga devierà più dell’80% della portata del fiume Xingu, con un pesante impatto sulla sua fauna ittica e l’ecosistema della foresta per almeno 100 chilometri di rive abitate da popoli indigeni. Survival ha inoltrato formali proteste al governo.

I Kayapó hanno fortemente contestato Edison Lobão, Ministro alle Miniere e all’Energia, che recentemente avrebbe affermato che “forze demoniache” starebbero cercando di impedire la realizzazione delle grandi dighe idroelettriche del Brasile. “Queste parole sono abiette e offensive nei confronti nostri e di tutti coloro che difendono la Natura” ha commentato il leader Kayapó Megaron Txucarramae.

Belo Monte è una delle più grandi infrastrutture previste dal “Programma di crescita accelerata” varato dal governo. Già nel 1989 i Kayapó avevano organizzato una massiccia protesta contro la costruzione di una serie di dighe sullo Xingu. All’epoca riuscirono a fermare i finanziamenti della Banca Mondiale e a far accantonare il progetto.

Oggetto delle proteste dei popoli indigeni sono anche altre dighe previste su altri fiumi amazzonici. Un anno fa, gli Enawene Nawe misero a soqquadro un cantiere con l’obiettivo di impedire la realizzazione di decine di dighe lungo il fiume Juruena. Secondo gli indigeni, gli impianti idroelettrici distruggeranno i pesci da cui dipende la loro sopravvivenza.

Nell’Amazzonia occidentale, la diga di Santo Antônio sommergerà la terra in cui vivono almeno cinque gruppi di popoli che hanno vissuto fino ad ora senza contatti con l'esterno. La diga fa parte di un progetto più ampio che prevede la costruzione di una serie di impianti sul fiume Madeira. Si pensa che uno di questi popoli isolati viva a soli 14 km di distanza dalla diga principale.

In una lettera indirizzata al Presidente Lula, i Kayapó spiegano chiaramente la loro posizione: “Noi non vogliamo che questa diga distrugga gli ecosistemi e la biodiversità che abbiamo curato per millenni e che possiamo continuare a preservare. Signor Presidente, la nostra preghiera è quella che vengano condotti studi adeguati e che venga aperto un dialogo con i popoli indigeni su quello che è lo scrigno ecologico dei nostri antenati....Vogliamo partecipare a questo processo senza essere considerati demoni impegnati a impedire il progresso della nazione”.

“È stato tenuto nascosto il reale impatto di queste dighe” ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Se i lavori dovessero procedere, verranno distrutti le vite, le terre e i mezzi di sussistenza di molte tribù. Non c’è risarcimento che possa compensare un danno di tale gravità, perchè verranno fatti a pezzi le vite e l’indipendenza di interi popoli.”


Survival

Link: A SUD

Il processo di integrazione dei paesi dei Balcani Occidentali nell'Unione Europea necessita di un nuovo slancio


Gli ultimi dodici mesi non sono stati semplici dal punto di vista delle politiche dell'Unione Europea sulla regione dei Balcani occidentali. La Slovenia ha bloccato le trattative per l'ammissione della Croazia per dieci mesi, la Grecia ha continuato a bloccare l'inizio della trattative con la Macedonia, e diversi altri paesi hanno tentato di mettere i bastoni fra le ruote al Kosovo nel suo cammino verso l'Europa. In tutta la regione, l'allontanarsi delle prospettive di ammissione ha rallentato la spinta ad attuare riforme politiche, economiche e sociali. L'UE deve ora ribadire il suo impegno nei confronti di questa regione, e rassicurare i suoi paesi che saranno i benvenuti nell'UE una volta che abbiano raggiunto i requisiti necessari per divenirne membri. E' un momento critico, caratterizzato da un'alta tensione economica! Allo stesso tempo, i governi, le élite politiche e i cittadini dei paesi dei Balcani occidentali devono nuovamente ribadire il loro impegno nei confronti di una transizione pacifica verso i valori europei. E perché questo impegno raggiunga il proprio obiettivo l’UE deve riconsiderare gli strumenti che ha messo a disposizione a supporto del processo di allargamento nei Balcani.

Questi due obiettivi sarebbero raggiunti più facilmente se la Svezia, che al momento ricopre la presidenza a rotazione dell’UE, organizzasse un vertice simile a quello di Salonicco del 2003. /Salonicco II/ offrirebbe l'opportunità ai membri e potenziali nuovi membri dell’UE di affrontare le questioni bilaterali in sospeso e assicurarsi che non interferiscano con il processo di allargamento. Potrebbero inoltre negoziare un piano per affrontare la crisi economica globale, oltre ad approvare una tabella di marcia concreta per l’integrazione europea, il tutto nel contesto di una cooperazione regionale più solida.

Come prova concreta che il processo di allargamento nei Balcani occidentali è ancora all’ordine del giorno, il vertice dovrebbe offrire lo stato di candidati ai due paesi che hanno presentato domanda per divenire membri – l’Albania e il Montenegro- e iniziare le trattative per l’ammissione della Macedonia, candidata sin dal 2005. La messa in atto degli Accordi di stabilizzazione ed associazione in Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia dovrebbe essere accelerata, con un programma chiaro volto ad offrire lo status di candidati a Bosnia Erzegovina e Serbia. L’UE deve promettere concretamente al Kosovo che le domande di ammissione saranno prese in seria considerazione una volta che i paesi abbiano attuato sufficienti riforme, senza pregiudizi da parte degli stati che non ne hanno ancora riconosciuto l’indipendenza. Dopotutto, l’UE sta continuando i negoziati per l’ammissione della Turchia nonostante diversi stati membri abbiano chiaramente espresso la propria opposizione al riguardo.

Il vertice dovrebbe inoltre fornire alla regione del Balcani occidentali un programma di avvio rapido per la preparazione all’ammissione, che offra ai paesi di questa regione accesso ad alcuni benefici selezionati riservati ai membri, a partire dal 2010. Questa iniziativa ribadirebbe che fanno effettivamente parte dell’Europa. Il vertice dovrebbe deliberare in favore dell’immediata rimozione della necessità di visto per gli studenti e accelerare il processo di approvazione di nuove regolamentazioni che offrano la possibilità di viaggiare senza visto a tutti i cittadini albanesi e della Bosnia Erzegovina. Inoltre, il vertice avrebbe il compito di mettere in atto le misure necessarie a mitigare gli effetti della crisi economica e ribadire l’importanza di rafforzare i programmi che promuovano l’inclusione e la coesione sociale. Ciò includerebbe: ridestinare le sovvenzioni di pre-accesso al sostegno al bilancio, richiedere che gli accordi per i prestiti da parte di istituzioni internazionali siano conformi alle priorità di accesso e pre-accesso, e garantire che l'UE venga rappresentata ad alto livello all'interno delle rappresentanze di queste istituzioni. La cooperazione regionale, anche su temi finanziari ed economici, dovrebbe ricoprire un ruolo prioritario.

Un impegno concreto verso il rafforzamento dei rapporti fra l'UE e i Balcani occidentali aiuterebbe entrambe le parti a capire che è necessario fare una scelta chiara: divenire parte dell'UE o rimanerne ai margini. Dopo la ratificazione del Trattato di Lisbona da parte di tutti i 27 membri, una formalità dopo la firma del presidente della Repubblica Ceca Vacláv Klaus il 3 novembre, l'UE sarà nella posizione di poter offrire ai Balcani una prospettiva politica ragionevole. I paesi di questa regione devono prendere sul serio le riforme per il bene dei propri cittadini e non solo al fine di soddisfare sulla carta i requisiti di un processo di accesso puramente tecnico. Allo stesso tempo, le singole dispute bilaterali non devono più bloccare i negoziati. Al contrario, un impegno più flessibile nei confronti dell'integrazione di questa regione deve essere messo in pratica, con un piano in cui i paesi dei Balcani occidentali giochino un ruolo rilevante nei dibattiti sul significato del progetto comune dell'Unione Europea.
di Christophe Solioz, Center for European Integration Strategies, Ginevra e Dr. Paul Stubbs, Ekonomski nstitut, Zagabria
Il testo è stato redatto in occasione della conferenza organizzata dalla Friedrich-Ebert-Stiftung dal titolo: “Are the European Union and the Western Balkans drifting apart?” che si terrà il 10 novembre 2009 a Bruxelles.

giovedì 5 novembre 2009

Al più grande intellettuale italiano, a Pier Paolo Pasolini


Nella notte del primo novembre veniva ammazzato il più grande intellettuale italiano: Pier Paolo Pasolini.

Moravia ne parlava in questa maniera

« La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile. »

(Alberto Moravia)


De Andrè lo ricordava così

"E' una storia da dimenticare
e' una storia da non raccontare
e' una storia un po' complicata
e' una storia sbagliata.

Comincio' con la luna sul posto
e fini' con un fiume d'inchiostro
e' una storia un poco scontata
e' una storia sbagliata.

Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

E' una storia di periferia
e' una storia da una botta e via
e' una storia sconclusionata
una storia sbagliata.

Una spiaggia ai piedi del letto
stazione Termini ai piedi del cuore
una notte un po' concitata
una notte sbagliata.

Notte diversa per gente normale
notte comune per gente speciale
cos'altro ti serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

E' una storia vestita di nero
e' una storia da basso impero
e' una storia mica male insabbiata
e' una storia sbagliata.

E' una storia da carabinieri
e' una storia per parrucchieri
e' una storia un po' sputtanata
o e' una storia sbagliata.

Storia diversa per gente normale
storia comune per gente speciale
cos'altro vi serve da queste vite
ora che il cielo al centro le ha colpite
ora che il cielo ai bordi le ha scolpite.

Per il segno che c'e' rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere piu' come e' andata
tanto lo sai che e' una storia sbagliata
tanto lo sai che e' una storia sbagliata".

(Fabrizio De Andrè)


Cunski, il sospetto è che il governo abbia cercato un’altra nave, per tacere l’allarme e per non impelagarsi nella ricerca di rifiuti tossici


Questa è una storia dove si può mentire raccontando la verità. È una favola, ma non raccontatela ai bambini. Non ancora. Anche se a loro piacerebbe: ci sono le navi, forse i pirati che le inabissano, e la gente che ha paura e alla fine arrivano i buoni che scoprono che il mare è limpido e pulito. Dipende da dove le peschi, queste storie. Da dove tuffi l’amo. E nel mare di Cetraro pesca il governo, e l’importante è mettere il punto in fondo all’ultima riga.

Ha fatto in fretta: 30 anni per intrecciare i fili di una vicenda di affari fra Stato, ‘ndrangheta, Paesi esteri e poi poche ore per dire che i calabresi sono pazzi, a voler vederci il Diavolo. Si erano allarmati dopo il riscontro alle parole del pentito Francesco Fonti: «A 11 miglia a largo di Cetraro ho affondato per conto della ‘ndrangheta un relitto russo, il Cunski. Ce ne sono a decine, intorno alla costa. Sono stipate di bidoni pieni di rifiuti radioattivi». La procura di Paola (Cosenza) andò giù e trovò una nave simile alla descrizione offerta dal pentito.

A sei mesi da quella denuncia, a tre mesi dalla crisi economica che ne è seguita, a 45 giorni dalle foto subacquee della procura, si è mosso il ministero dell’Ambiente. La Prestigiacomo sentenziò: «Quel relitto non è il Cunski, ma una nave passeggeri affondata nel 1917, di nome Catania, silurata il 16 marzo 1917, nel corso della prima guerra mondiale, da un sommergibile tedesco». Lo aveva ripreso e riprodotto la nave Oceano, spedita lì dal ministero stesso. Perfetto, preciso, il lavoro finito, e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso disse subito: «Sì, è così». È così. Mentire è dire la verità. Dipende da dove guardi. I pescatori di Cetraro dissero all’Unità, già 40 giorni fa: «Lì vicino c’è una nave affondata nella prima guerra mondiale». Lo sapevano i padri e i nonni. E lo intuì anche il pm Franco Greco, ascoltato dalla commissione rifiuti nel 24 gennaio 2006 e titolare ai tempi di un’inchiesta sullo smarrimento delle navi a perdere. Una parte di quella seduta ieri è tornata a galla. In un documento
si dice che le navi in quella zona sono tre: «...è stato rilevato un corpo estraneo della lunghezza di 126 metri... potrebbe essere una nave... si trova a 680 metri di profondità». Greco accenna ad altri ritrovamenti: «...una nave lunga tra gli 88 e i 108 metri, larga dai 15 ai 20 metri, a 380 metri di profondità. Che perde liquido scuro... e deve essere il carico della nave che appoggiandosi, si è aperto ed è fuoriuscito». Veleno, teme il magistrato. Non è tutto: spunta fuori un mercantile affondato nel 1920, la Federico
II, ma gli atti sono secretati. Da tempo si conosce la presenza promiscua di scafi là sotto, ed è documentata la fuoriuscita di possibili veleni. Ma nessuno ha fornito le procure dei mezzi per verificare. Non è questo rammarico che conta adesso: bisogna
capire se è in atto un depistaggio da manuale.

Quindi - con ampio ritardo - il governo decide di scandagliare i fondali. Non usa l’attrezzata Saipem dell’Eni, capace di recuperare relitti e fusti a migliaia di metri di profondità, con tecnici e scienziati indipendenti. Manda a Cetraro l’Oceano della Geolab, di proprietà degli Armatori del Monte di Procida, all’indirizzo della famiglia Attanasio. L’armatore Diego Attanasio è un 56enne napoletano finito nell’inchiesta sulla corruzione al giudice Mills. I giudici desumono sia Berlusconi (per suo vantaggio) il corruttore. Il premier - smentito dal processo - tirò in ballo Attanasio (che si fece due mesi di carcere): i soldi di Mills erano per
lui. In breve: spedendo in zona l’Oceano - al prezzo di 50 mila euro al giorno per il nolo - si foraggia un amico. Ma l’Oceano è attrezzata con un robot di ultima generazione. Può andare bene. A bordo non vuole nessun tecnico della Regione, che aveva sovrinteso le rilevazioni di metà settembre, a bordo della Copernaut, che “videro” il Cunski. Da qui in avanti i fatti non tornano.

Le immagini filmate dalla Oceano sono diverse da quelle riprese in precedenza. È diverso il fondale, è diverso il relitto. La nave misurata dal mezzo governativo è lunga 95 metri, larga 12. Quella della Copernaut è lunga più di 100 metri, e larga 20. Il relitto è adagiato comodo sul fondale, il presunto Cunski è inclinato di 45 gradi. Nel primo filmato non c’è accenno di vegetazione attorno
alla nave. Nell’altro video è tutto un fiorire, cosa impossibile ai 480 metri di profondità del Cunski. Il sospetto è che il governo abbia cercato un’altra nave, per tacere l’allarme e per non impelagarsi nella ricerca di rifiuti tossici, con le conseguenze e gli imbarazzi economici e politici del caso (si tratta di bidoni smaltiti dopo una trattativa fra Stato e criminalità?). Il Wwf ne è certo:
«La procura di Paola e i tecnici della Regione fissano il relitto da loro filmato a 3 miglia e mezzo di distanza da dove ha operato l’Oceano e dove si troverebbe il mercantile Catania». Le coordinate dell’ufficio idrografico inglese lo confermano. Il caso è chiuso, ha detto il ministro (che ha esagerato: «Volevano usare il Cunski contro di noi»). Non un bidone è stato prelevato dal mare, quando è certo che ci sono 50 navi piene di rifiuti tossici sottacqua. Se n’era accorto il capitano Natale De Grazia, morto d’infarto e curiosità 14 anni fa e alla cui memoria è stato intitolato un lungomare ad Amantea, dieci giorni fa. Non si intitolano le strade ai visionari. Poi un giorno sarà bello raccontarla ai due figli che ha lasciato in terra: una storia, non una favola.

Link: l'Unità

mercoledì 4 novembre 2009

1989-2009, venti anni dopo la caduta del muro abbiamo da celebrare solo la stupidità dell’Occidente vincitore


La cosa che dovrebbe, più d’ogni altra, attirare l’attenzione degli organizzatori delle mille e una manifestazioni celebrative per la caduta del muro di Berlino è il fatto che venti anni fa le aspettative, le ipotesi sul futuro che sarebbe venuto, il cambio della storia che ci si accingeva a sperimentare, erano completamente sbagliate.

Nulla di ciò che fu allora scritto, esaltato, immaginato, supposto, elucubrato, sperato o temuto, si è realizzato.

Ecco un modo interessante, forse l’unico veramente interessante, di commemorare la caduta del muro.

Purtroppo non lo fa nessuno. I “celebratori”, che sono in genere i modesti portaborse di epigoni di coloro che si considerano i vincitori della guerra fredda ripetono il mantra senza molto pensare. Una delle cose più esilaranti, notate in questi mesi preparatori della ricorrenza vittoriosa, è la riapparizione sulle scene di Lech Walesa e di Solidarnosc: entrambi invitati dal colto e dall’inclita a raccontarci come furono loro, in primo luogo loro, a provocare la caduta del muro.

A sentire quelle rievocazioni provo un moto quasi istintivo di ilarità, come quando ascolto qualcuno che, ancora oggi, come non si fosse accorto di dove siamo, cita ancora il Francis Fukuyama che (bisogna dire con notevole tempismo e senso degli affari, anche se non proprio con lungimiranza e profondità di visione) sentenziò il sopraggiungere della “fine della storia”.

Per i più giovani si tratta già di un’anticaglia, in questo caso meritatamente invero. Ma per chi giovanissimo non è, fu un momento davvero emozionante scoprire che, oltreoceano, avevano riscoperto il grande filosofo Hegel e l’avevano inquadrato suo malgrado nella celebrazione hollywoodiana dell’inveramento finale dello Spirito, sub specie Stati Uniti d’America.

A parte gli scherzi, tuttavia, varrebbe la pena il chiedersi come mai si sia presi tutti una serie di gigantesche cantonate. Si sa che l’uomo è fallibile e che leggere nel futuro è sempre stato difficile. Ma in questo caso è stata l’ideologia (nel preciso senso marxiano di “falsa coscienza”) che ha giocato a tutti un cattivissimo scherzo, obnubilando ogni velleità profetica.

Pensavano di avere vinto e celebrarono la loro vittoria – e fu invero la loro vittoria - senza chiedersi quanto sarebbe durata. Il “quanto” non li preoccupava, avendola immediatamente considerata come “finale”, eterna appunto, come Fukuyama si era affrettato a battezzarla Non potevano immaginare che, appena dieci anni dopo – e dieci anni sono davvero un sospiro – avrebbero dovuto celebrare un mare di guai.

Dunque, per dirla brutalmente, la celebrazione viene fatta nel segno della “fine del comunismo”. Solo che avviene nel momento in cui la società dei vincitori (che non possiamo chiamare società del capitalismo perché nel frattempo lo stesso capitalismo è diventato così irriconoscibile che, guardandosi allo specchio, come Dorian Gray, non crederebbe ai suoi propri occhi) è in mezzo alla più grave crisi della propria storia.

Crisi multipla, crisi di limiti, crisi senza via d’uscita visibile, vicolo cieco. Ma anche assenza di idee, istupidimento delle classi dirigenti, agonia dei valori, a cominciare da quelli della democrazia liberale, per finire nel mondo attuale in cui le élites diventano sempre più simili a bande criminali, e quando non lo sono esse stesse, ai criminali si associano e li coprono coprendosi.

Insomma: hanno perduto il controllo. E, di fronte a loro torreggiano smisurati interrogativi e nessuna certezza. Era questo che si pensava nel 1989? Nulla di tutto questo era immaginabile.

Eppure mi ricordo che Mikhail Gorbaciov, quando avviò la sua perestrojka, disse una frase che mi rimase impressa:«perestrojka per l’URSS, ma anche per il mondo intero».

Come è accaduto in altri momenti storici di trapasso, vi sono menti che sanno intravvedere, anche se non dominare, ciò che sta per accadere. Era chiaro che la fine dell’URSS apriva problemi immensi, sconvolgeva tutto il panorama mondiale, sollevava onde gigantesche che si sarebbero infrante, come una serie di tsunami (la parola l’abbiamo inventata dopo) su coste anche molto lontane.

Qualcosa di molto simile lo aveva detto, anni prima, un altro grande del XX secolo, Enrico Berlinguer, con alcuni avvertimenti che rimasero inascoltati perché, prima di tutto, non furono capiti: l’austerità, la questione morale, la inevitabile diversità da conservare per chi si ponga l’obiettivo di cambiare le cose.

Succede che menti pulite, eticamente pulite, possano produrre grandi idee. Di solito vengono sconfitte, ma questo non significa mai che vadano perdute.

Dunque venti anni dopo la caduta del muro abbiamo da celebrare solo la stupidità dell’Occidente vincitore, e la sua incultura, oltre che il suo egoismo. Ma questo occidente in piena e irreversibile crisi (perché o non ne uscirà, o, se ne uscirà, non sarà più l’Occidente che conosciamo) sta cercando di applicare le regole orwelliane: chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato. A questo servono le celebrazioni di questo ventennale, solo che loro non controllano più nemmeno il presente.

Per questo credo che toccherà alla prossima generazione fare il grande sforzo, se ne sarà capace, di riscrivere la storia che i vincitori hanno scarabocchiato.

di Giulietto Chiesa

Link: Megachip

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