martedì 30 settembre 2008

Schiavitù nella terra di Giuseppe Di Vittorio

"Io schiavo in Puglia"

di Fabrizio Gatti
Sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte se protestano. Diario di una settimana nell'inferno. Tra i braccianti stranieri nella provincia di Foggia
 
Fabrizio Gatti durante la raccolta
Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l'ordine e la sicurezza nei campi. "Senti un po' cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto", lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: "Sei rumeno?". Un mezzo sorriso lo convince. "Ti posso prendere, ma domani", promette, "ce l'hai un'amica?". "Un'amica?". "Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque". Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: "Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c'è stata". "Ma io sono solo". "Allora niente lavoro".

Non c'è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella regione progressista di Nichi Vendola. A mezz'ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l'orrore che gli immigrati devono sopportare.

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d'estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell'Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all'uomo raccontata da Alan Parker nel film 'Mississippi burning'. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l'hanno ucciso.
Adesso è la stagione dell'oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles. 'L'espresso' ha controllato decine di campi. Non ce n'è uno in regola con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all'Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini contro i diritti umani.Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell'Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell'agro. Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d'Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.
Oggi dev'essere la giornata più torrida dell'estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all'edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell'aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell'apartheid. "Se sei sudafricano resta pure", dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l'Italia. "In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non avevo alternative", ammette Asserid: "Ma spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi". Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla Francia l'hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell'oro rosso. "Questo è l'accampamento tuareg più a Nord della storia", ride Adama. Ma c'è poco da ridere. L'acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua Golf. E la carica all'inverosimile. "Davvero questo è africano?", chiede agli altri davanti all'unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure. "Io pago tre euro l'ora. Ti vanno bene? Se è così, sali", offre l'uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini ritratta di schiena.

Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto retrovisore: "Io John e tu?". Poi avverte: "John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo...". Non capisce l'inglese né il francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d'animo dei ragazzi: "Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare". I tre euro l'ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: "Noi turchi". Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento potrebbe essere russo oppure ucraino. "Ti giuro su Dio", continua il caporale, "oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei colleghi". Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a un'altra stalla pericolante senz'acqua, riempita di materassi e schiavi.

lunedì 29 settembre 2008

«Aldo Moro padre del Pd? "SAPPIAMO TUTTO" E' solo propaganda»

Se ne è parlato tanto, se ne parlerà ancora a lungo. Per parafrasare Pasolini, sappiamo tutto. Eppure ci manca ancora qualcosa. Aldo Moro trenta anni fa - il 16 marzo 1978, per la precisione - veniva rapito in via Fani dalle Br nel corso di un agguato alla sua scorta che allora apparve a qualcuno di geometrica potenza. Lo avrebbero ucciso dopo 55 giorni di prigionia.
Quella mattina stava andando a presentare alla Camera il nuovo governo. Quello di solidarietà nazionale, con l'appoggio dei comunisti. Forse. Ma questa è storia. Da allora ci sono stati processi, commissioni parlamentari d'inchiesta, rivelazioni, mezze ammissioni, ritrattazioni. Sono spuntati colonnelli di Gladio, uomini dei servizi segreti, loggisti della P2, personaggi dell'intelligence Usa. Dettagli? Sì, certo. Ma comunque troppi per non pensare a un blocco eversore di interessi pregiudizialmente avversi all'ingresso dei comunisti nell'area di governo. All'epoca Aldo Tortorella era responsabile delle politiche culturali del Pci, uno degli esponenti del gruppo dirigente più vicini a Enrico Berlinguer.

C'è chi ritiene che a star dietro ai dettagli del caso Moro si finisca col diventare paranoici del complottismo. Possibile?
Ma sì, prima di fare il governo di solidarietà nazionale Moro aveva avuto delle avvisaglie, ci sono testimonianze al riguardo, come quella di Giovanni Galloni. Gli Usa o, perlomeno, la parte preponderante del governo americano, non ammettevano che i comunisti entrassero nell'area di governo. Sono stato vicepresidente della Commissione dei servizi segreti in parlamento. Il presidente era sempre un democristiano, allora era Segni. Il capo dei servizi era l'ammiraglio Martini e non si asteneva certo dal ritenere che i comunisti fossero il nemico. E lo sostenne apertamente. Lui come altri. C'era un blocco di poteri interni e internazionali avversi al disegno politico di Moro di portare il Pci nell'area di governo. E' il punto sul quale mi trovo in dissenso con chi rimprovera ai vecchi comunisti come me di vedere complotti dappertutto. Certo, la storia non si fa sulla base delle ipotesi di complotto. Ma Moro l'hanno rapito il giorno in cui per la prima volta i comunisti sarebbero entrati in una maggioranza di governo, non dimentichiamolo. Detto in parentesi, non era scontato che quel giorno avremmo votato la fiducia se non avessero rapito Moro. C'era malessere nel nostro gruppo dirigente. Nel governo c'erano personaggi che era difficile accettare, che erano stati inseriti lì per timore delle reazioni degli Stati Uniti, dell'Inghilterra, della Francia e della Germania. Il complottismo non è la storia, ma esiste un lato oscuro delle vicende storiche. E' sufficiente che i servizi di intelligence girino la testa dall'altra parte al momento opportuno per fare in modo che certe cose accadano oppure no.

E' inverosimile che il Pci non avesse sentore di un disegno eversivo di destra. Ma allora la linea della fermezza non fu un controsenso, non sarebbe stato meglio far di tutto per salvare Moro?
Il senno di poi non è mai un giusto criterio di valutazione storica. Nel contesto dato, la preoccupazione fondamentale del gruppo dirigente del Pci era che ci fosse un regresso negli orientamenti del partito. Certi settori non erano impermeabili a simpatie verso i brigatisti. Lo sconvolgimento era tale che, nell'idea dominante, un qualsiasi segnale di cedimento alle richieste delle Br avrebbe aperto pericoli gravi per la Repubblica e per il Pci stesso. Altri potevano invece avere un certo interesse che la forza organizzata e legalitaria del Pci venisse sconvolta. Il gruppo dirigente era stato cresciuto da Togliatti in un clima di assoluta lealtà alle regole democratiche della Repubblica. Questo viene ignorato per meschine cause polemiche. Non dimenticavamo che era in gioco la vita di un uomo. Ma questa preoccupazione fu travolta dal timore di conseguenze gravi per il Paese e il partito. L'impresa compiuta dalle Br a via Fani contro una scorta ben organizzata appariva allora, come fu detto, di una "geometrica perfezione". Ebbe un impatto enorme, per alcuni di paura, ma in certe zone contigue al sentimento di sinistra, per quanto marginali, l'effetto fu del tutto opposto. I comunisti si mobilitarono per creare piena solidarietà con la legalità democratica, ma per quanto marginali fossero, zone di coinvolgimento emotivo esistevano. E poi si dovevano fare i conti con un sentimento di avversione verso la politica del compromesso storico che il partito comunista stava allora conducendo. C'era una tesi politica dietro le azioni brigatiste. Alcuni nelle Br si sono poi resi conto d'aver bloccato lo sviluppo della democrazia italiana e innescato un processo di segno contrario. Ma altri, gli irriducibili, non cessavano di pensare che le condizioni per la rivoluzione fossero mature e che bastasse arrestare la politica del Pci per metterla in movimento. Che poi potessero venire strumentalizzati non entrava ovviamente nei loro convincimenti. Il modo in cui si percepisce la propria identità non sempre corrisponde a realtà, come si sa. 

Anche di questo si è discusso a lungo. Le Br erano autonome o eterodirette?
Certo, non c'è dubbio che queste persone fossero profondamente convinte di quel che facevano. Il che non vuol dire che non ci fossero infiltrazioni. Nessuno può smentirlo. In qualsiasi organizzazione clandestina l'infiltrazione è di norma. E non bisogna essere complottisti per riconoscerlo. La lotta di Resistenza italiana ha potuto vivere non perché era un'organizzazione clandestina, ma perché era paradossalmente un'organizzazione clandestina di massa. Le spie c'erano anche allora ma non potevano produrre effetti devastanti come in un gruppo piccolo e isolato. E poi è irrilevante che ci sia la eterodirezione. L'importante è l'informazione. A quel punto basta girare la testa e lasciar fare.

Aldo Moro è un personaggio simbolo. C'è anche chi lo considera un padre spirituale del neonato Partito democratico. Come se il compromesso storico fosse stato la cellula embrionale del Pd. Regge il raffronto?
Non c'è nessuna assonanza. E' propagandismo spicciolo per portare dentro il progetto politico del Pd qualcuno fra quelli che allora erano ammiratori della figura di Moro o di Berlinguer. E' una maniera di utilizzare queste figure per scopi impropri, persino offensivi per la loro memoria. Berlinguer è un dirigente politico che è morto dichiarando la fedeltà assoluta alle proprie idee, impegnato a rifondare dalle basi il partito comunista in una società capitalistica avanzata. Ed era stato, prima, un interprete fermissimo della linea togliattiana, del progetto di far uscire l'Italia dall'arretratezza. Questa è la piattaforma, giusta o sbagliata che fosse, che portò Berlinguer all'intesa con la Dc. Così come Moro, dall'altra parte, era convinto che bisognasse farla finita con la convenzione a escludere nei confronti dei comunisti e dare piena legittimazione democratica al Pci. Ma fra i due c'era comunque una distinzione assoluta. Moro era figlio della dottrina sociale cristiana, di un pensiero della cooperazione di classe, mentre Berlinguer era figlio di una visione classista della società. Erano partecipi di visioni alternative del mondo e della società, anche se consapevoli che in taluni momenti si possono raggiungere dei compromessi per evitare, come scriveva Marx nel Manifesto , la comune rovina delle classi in lotta. Ma né nell'uno né nell'altro c'è mai stata l'idea del partito unico.

Non sarà per la mancanza di profilo ideale della politica di oggi e anche per l'improvvisazione culturale di parte della sua classe dirigente che ci si vuole appropriare di figure del passato di così grande spessore?
Non mi scandalizzo che si tenti di salire sulle spalle degli antenati. Ma quando si falsifica un'eredità storica, si dimostra la fragilità di un'impostazione. Il Partito democratico si sta definendo con chiarezza come un partito centrista, ipermoderato. Ora c'è un moderatismo che esprime una visione interclassista che si riassume nel motto "chi più lavora, più guadagna". Questa frase cancella un secolo di movimento dei lavoratori. La lotta per le otto ore prevedeva "otto ore di lavoro, otto ore per dormire, otto ore per me". Nel programma del Pd la impostazione è quella della equiparazione tra capitalista e lavoratore. La detassazione degli straordinari significa che le ore di lavoro straordinarie costano meno delle ore di lavoro regolari. I riferimenti a Moro, fedelissimo alla dottrina sociale cristiana, e tanto più quelli a Berlinguer che mai aveva smesso di pensare alla liberazione del lavoro, sono del tutto fuori luogo. Il Partito democratico si definisce per la rottura a sinistra. Andare da soli vuol dire accettare Di Pietro ma non i socialisti, vantare esclusivamente il rifiuto della sinistra, colpevolizzata perché, figurarsi, si richiamava continuamente al programma concordato. Altro che riferimento a Moro e Berlinguer. Tutt'al più sono nomi da ricordare per prendere qualche voto in più.

Non solo. Moro la pensava in termini più avanzati anche riguardo al rapporto tra laici e cattolici rispetto a quanto non avvenga nelle file del Pd. Era un figlio della Chiesa conciliare. O no?
La Dc era una grande forza d'ispirazione cristiana che rivendicava la propria autonomia dalle gerarchie vaticane. Vale per De Gasperi. E vale per lo stesso Moro, per quanto intimo fosse di Montini. Ma anche nella Chiesa il pensiero era diverso. A quei tempi era una Chiesa ancora post-conciliare. Oggi la lotta contro la visione conciliare ha assunto quasi toni da crociata. Non sanno più cosa fare per dimostrare che quel Concilio va cancellato nelle sue espressioni più profonde. L'idea più radicale del Concilio, soprattutto se raffrontata con la situazione attuale, è che le idealità cristiane si diffondono non per la forza delle leggi dello Stato ma per la forza della fede e della testimonianza. E' un problema che, in termini del tutto diversi, vale anche per i comunisti. Gli stalinisti erano convinti che le idee comuniste potessero affermarsi con la violenza statale. Fu un errore tragico. Esso porta alla negazione della funzione politica e morale di un partito. Non si possono diffondere le convinzioni con le leggi. Perché prevalgano i principi che si ritengono giusti sui principi sbagliati è necessaria la tua capacità di argomentazione e di coerenza morale. Solo così si promuovono sentimenti, passioni e convincimenti. E si può organizzare, nella democrazia, la volontà di cambiamento.
Fonte: Tonino Bucci
Marco Travaglio ad Anno Zero di Michele Santoro ci spiega chi sono gli amici di Silvio Berlusconi salvatori di Alitalia


Biondine o lavoratori, il Venezuela ha scelto


di Gennaro Carotenuto

Circa un anno fa ho scritto un saggio, oggi pubblicato in cartaceo, sul razzismo nella pubblicità in America Latina.

Ne pubblicai uno stralcio qui.

In breve raccontavo come in un continente soprattutto meticcio, nero e indigeno, l’essere bianco era condizione sufficiente per essere testimonial del mercato pubblicitario. Dal Messico al Perù in America latina acquistare un bene di consumo sbianca la pelle.

Quel saggio credo che valga ancora oggi al 99% ma per fortuna Pietro Armenti, su Notizie da Caracas, ci mostra brillantemente una pubblicità che va in controtendenza.

Riporto il breve commento di Armenti:

Cambia l’estetica pubblicitaria, quando arrivai ricordo la metropolitana: la propaganda della bambina bionda felice con il suo portatile Barbie, nella linea cha va da Petare a Palo Verde. Due barrios.

Biondine nella metropolitana non se ne vedevano, c’era solo lei, stampa piazzata  a caso  tra lavoratori stanchi e giovani in divisa. Ora quel tipo di pubblicità è scomparsa, tutto diventa popolare. Viso, sfondo, denti, e sguardo stanco di chi lavora.

Quella che vediamo non è una pubblicità istituzionale del governo di Hugo Chávez. Movistar è un’impresa privata di telefonia mobile, spagnola, che per fare profitti sceglie come testimonial un lavoratore più nero che meticcio, ma piccola classe media che, comprando il primo cellulare a sua figlia, sta ascendendo socialmente. Quella che vediamo è una pubblicità fatta senza porsi il problema di che razza sia meglio usare per vendere un prodotto ma che semplicemente usa una faccia come quella di chi deve comprare il prodotto. Una rondine non fa primavera ma chissà, anche da questo punto di vista il Venezuela e l’America latina sono in movimento.

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/3650-buone-notizie-sulla-pubblicit-in-america-latina/#more-3650

domenica 28 settembre 2008

McCain, il "veterano testa" matta adesso fa paura

L'America di fronte alle bizze di McCain: «Agisce d'istinto, come in Vietnam»
MAURIZIO MOLINARI
«Agisce d’istinto», «un irresponsabile», «vuole distruggere il proprio partito», «è sempre stato così», «una testa matta». Politologi, analisti elettorali e mezzi di informazione fanno a gara nel descrivere il candidato repubblicano John McCain adoperando molteplici definizioni che ne sottolineano la totale imprevedibilità, ribadita da quanto fatto negli ultimi giorni: ha sospeso la campagna per andare a Washington a lavorare al varo del maxifondo ma una volta a Capitol Hill ha contribuito a far slittare l’accordo quasi fatto; ha detto che avrebbe partecipato al dibattito di Oxford solo in presenza di un forte accordo sul piano di Henry Paulson ma poi ha fatto l’esatto contrario. 

«McCain non risponde a niente e nessuno, agisce d’istinto» spiega David Gergen, politologo di Harvard, ricordando come «nel 2004 prese sul serio di fare il vice del democratico John Kerry per poi rinunciare senza un chiaro motivo» mentre «la scelta di Sarah Palin come vice è maturata nel corso di due brevi incontri, durati in tutto meno di quattro ore». David Frum, nome di punta dei neocon, definisce quella di Palin una designazione «irresponsabile per la carenza di esperienza internazionale» ma precisa che «McCain non è nuovo a simili improvvisi colpi di testa». A dimostrarlo è l’altalenante rapporto con Arnold Schwarzenegger: subito dopo la rielezione di Bush nel 2004 McCain si schierò in fretta con il governatore della California sulla riduzione dei gas inquinanti creando un fronte repubblicano pro-ambiente e anti-Casa Bianca ma lo scorso agosto non ha esitato a tenere lo stesso Schwarzenegger fuori dalla porta della Convention di St Paul perché contrario a trivellare le coste per estrarre petrolio e gas naturale a volontà, come invece ha intenzione di fare Sarah Palin.

Il proliferare della definizione di «maverick» (indipendente di pensiero, ribelle) per McCain si spiega con «il fatto che lo è sempre stato», come spiega Dan Balz del «Washington Post», forse a seguito della lunga prigionia in Vietnam, dove imparò a sopravvivere a situazione di immane difficoltà facendo di testa propria. L’ultimo in ordine di tempo a rimanere scottato dall’imprevedibilità del senatore dell’Arizona è stato Barack Obama, che lo ha raccontato in diretta tv, tradendo un certo sgomento: «Mercoledì l’ho chiamato e abbiamo concordato un testo bipartisan sulla crisi finanziaria ma pochi minuti dopo la fine della telefonata venivo a sapere che aveva sospeso la campagna e il dibattito rischiava di saltare» mandando all’aria la linea bipartisan che anche la Casa Bianca invocava. Il presidente George W. Bush, che non ha mai amato McCain oltre ad averlo sconfitto nelle primarie del 2000, ieri mattina era molto irritato per le manovre notturne del senatore dell’Arizona che avevano ritardato l’accordo sul maxifondo facendo leva sui leader repubblicani della Camera. «McCain cambia in continuazione direzione di marcia seguendo cosa pensa in un singolo momento e così facendo alla fine distruggerà il suo partito, come forse vuole» osserva E. J. Dionne, editorialista del magazine «New Republic». Che si tratti di genio politico o di follia autolesionista «il comportamento degli ultimi giorni ha pietrificato Washington», aggiunge Dionne, mentre Steve Clemons dell’ultraliberal sito «Huffington post» si spinge fino a concludere che «in questa maniera il presidente McCain potrebbe facilmente arrivare a sostenere l’inevitabilità di bombardare l’Iran» senza doversi soffermare in troppe spiegazioni.

D’altra parte se la campagna da outsider finora ha avuto successo lo si deve proprio ai colpi di scena a ripetizione: il rimpasto dello staff nel settembre 2007, il patto con l’evangelico Mike Huckabee , la designazione in giugno del trentenne Steve Schmidt a capo della strategia elettorale e infine la scelta estiva di Palin. «McCain appare ondivago, poco razionale e spesso in contraddizione con se stesso oltre che in forte contrasto con Bush» osserva George Will, editorialista del «Washington Post», ma tutto questo «lo fa assomigliare molto ai liberal» e in un anno in cui il vento soffia a favore dei democratici potrebbe anche finire per aiutarlo nelle urne.

Vendola convoca "i cantieri della sinistra"


Rifondazione per la sinistra si fa associazione
Vendola lancia il «tesseramento oltre il Prc»
Ma non è scissione. Ieri l'assemblea nazionale a Roma. Il leader: «Dialogo con tutte le piazze di opposizione a Berlusconi»

Angela Mauro
«Qui e ora i cantieri della nuova sinistra». Prima assemblea nazionale per l'area Rifondazione per la sinistra, nata al congresso di Chianciano e guidata da Nichi Vendola, candidato sconfitto nella corsa alla segreteria del partito. Confronto a tutto campo ieri sotto il tendone allestito al parco Brin della Garbatella, che in questi giorni ospita la festa romana dell'area vendoliana. Centinaia di persone, tra militanti del Prc, Sd, gli anti-dilibertiani del Pdci, comuni cittadini di sinistra, hanno discusso per un'intera giornata su come «ricostruire il senso della sinistra» sconfitta alle urne di aprile, sconfitta dal capitalismo, smarrita in una società bombardata dalla propaganda su sicurezza e paura del diverso. Da subito i cantieri della sinistra, dice Vendola, il quale al parco Brin lancia il «tesseramento» di Rifondazione per la sinistra che si costituirà in associazione. Nessuna scissione dal Prc. Parola d'ordine adesso è lavorare per comporre il pensiero della sinistra del XXI secolo, dialogare con tutte le opposizioni al governo Berlusconi e con le loro piazze: ieri quelle della Cgil, l'11 quella della sinistra, il 25 quella del Pd.«Scissione, scissione...». Il coretto a un certo punto parte, timido, dal centro della platea. E' solo sussurrato, quanto basta per farsi sentire. E' un'ora che Nichi Vendola parla sul palco della festa della sua area nel Prc, Rifondazione per la sinistra (Rps) che a Roma in questi giorni si è data appuntamento per dibattiti ed eventi vari al Parco Brin della Garbatella, storico quartiere della capitale. Parole, dal governatore della Puglia che insiste sul «problema di ricerca di vocabolario per la sinistra», sconfitta dalla «mafia delle parole della tv». Parole, ma il pubblico (almeno una parte delle centinaia di persone raccolte sotto il tendone allestito al parco Brin) attende quella fatidica che indicherebbe la separazione definitiva dalla maggioranza di Rifondazione che ha vinto il congresso di Chianciano. Scissione. Ma Nichi non la pronuncerà.

Lo sente dal palco il suggerimento, l'attesa della platea. Non glissa. «Dentro o fuori il partito? Ritengo più urgente rispondere ad altre domande: cosa facciamo, quali sono i pezzi di nuova sinistra che vogliamo mettere insieme...». Insomma, pazienta il leader di Rps, «non c'è un'ora X per la costituente di sinistra», ma «bisogna mettersi in cammino per trovare quelle "belle bandiere" capaci di raccogliere gente, perchè io non mi impicco ad una bandiera, ad un simbolo, ad una nostalgia: voglio una sinistra che trasformi il mondo». La critica ai coinquilini nel partito, a «chi fa politica come se fosse una seduta spiritica per rievocare spettri da idolatrare», c'è tutta. Ma per il momento il passo più concreto che Rps è decisa a compiere è, spiega Vendola, «costituirsi in associazione e avviare un proprio tesseramento oltre i confini del Prc». Il resto è «costruire ponti, dire tutta la verità anche sul Pd che è troppo governista, che esce da destra dalla crisi della sinistra, basta con il tempo delle menzogne a fin di bene (leggi Pci, ndr.), ma non bisogna rinunciare ad una cosa più larga che si opponga alle destre». In sala c'è Vincenzo Vita di "A sinistra", associazione nel Pd. Annuisce: «Il punto è favorire il «dialogo tra le opposizioni, tra le diverse piazze delle opposizioni a Berlusconi». Ieri, quelle organizzate dalla Cgil: al tendone del parco Brin parla anche Guglielmo Epifani, sullo schermo, in differita da piazza Farnese. L'11 ottobre, la piazza della sinistra: «Dipende da noi farne un appuntamento non residuale, non identitario», indica Vendola. E poi quella del 25 ottobre, promossa dal Pd. «L'Italia - osserva il governatore pugliese - non ha bisogno di piazze contrapposte». Dialogo, come quello che l'europarlamentare Roberto Musacchio tenta in Europa con il Pse contro la direttiva sull'allungamento dell'orario di lavoro. Anche in questo caso si invoca la piazza comune: «Manifestazione unica delle opposizioni, facciamo a Bruxelles quello che non è riuscito in Italia», dice Musacchio.
Più che un appuntamento di Rifondazione per la sinistra, questa prima assemblea nazionale dell'area Vendola sembra già un evento/esperimento della "sinistra" in senso largo. C'è gente di Sd, del Pdci (mozione Belillo), militanti sparsi. Non serve fare l'elenco dei big. Come dice la moderatrice dell'assemblea, Patrizia Sentinelli, «qui sono tutte persone autorevoli». Si sa che bisogna uscire dal tendone. «Farsi attraversare dalla pioggia» (incita Vendola) di una società inondata da un «analfabetismo che non è dovuto al non accesso alle informazioni, ma ad un eccesso di informazioni senza profondità»,spiega Scipione Semeraro. La pioggia, a un tratto, arriva davvero, scrosciante sul tendone. E la realtà bussa ai capannelli raccolti vicino all'irriverente bar allestito per la festa, che addirittura trasforma i big in cocktail (un "Bertinotti" è whisky più amaretto, un "Vendola" è whisky più martini rosso, e così via, tutto a 2 euro). «A Foggia hanno sparato ancora...», si dicono due. Altri si scambiano i contatti per future mobilitazioni sulla scuola, contro la ministra Gelmini. Dal palco Filippo Miraglia dell'Arci, Claudio Fava e non solo loro parlano di Castelvolturno, quell'esperimento malridotto di convivenza tra immigrati e nativi colpito dalla strage di Camorra dieci giorni fa. «Lì l'unica opposizione alla criminalità sono gli immigrati e i preti della Caritas», dice il leader di Sd che ci è appena stato nel casertano. «Ma quale guerra tra bande o guerra civile - urlerà poi Vendola - Nè Maroni, nè La Russa: la Camorra vive grazie alla connivenza con le istituzioni e con certa politica». E preme anche la realtà dei tagli all'editoria voluti da Tremonti: è solidarietà indiscriminata ai più colpiti, Liberazione , il manifesto .
Sembrerebbe chiaro a tutti, al tendone, che la logica da Transatlantico per il momento va accantonata. «Ago e filo, squadra e compasso: dobbiamo ragionare sui motivi di una sconfitta che viene da lontano», dice Vendola, particolarmente colpito, forse "sopraffatto", dalle domande della femminista storica Maria Luisa Boccia: «Come si fa a inserire nel pensiero della sinistra del XXI secolo le parole del femminile e i silenzi del maschile?». Ricerca al via. «Qui e ora i cantieri della nuova sinistra», esorta Vendola. «E se nel mio partito prevarrà la voglia di unità dei comunisti (Prc più Pdci) la contrasteremo». Le parole volano sulle europee, sapendo che «il problema non è solo lo sbarramento elettorale, che va comunque contrastato, ma quanto lo sbarramento sociale», continua Vendola. E poi le preferenze: «No all'abolizione, ma se il disegno del governo dovesse passare, chiederemo al Prc di comporre le liste con una consultazione democratica sul territorio».

"Derivati": falliranno 600 Enti locali

Claudio Jampaglia
Le banche ci hanno guadagnato 2 miliardi, ma per centinaia di Comuni, Province e Regioni sono
operazioni in perdita. Stiamo parlando dei «derivati», sottoscritti col miraggio di avere soldi facili


La crisi finanziaria, il crunch da insolvibilità ce l'abbiamo in casa per almeno 8 miliardi di euro nelle casse degli enti locali, con rischi di dissesto e bancarotta. Forse nelle casse dello Stato (anche se Tremonti smentisce e Bankitalia smorza l'allarme). Non è una denuncia. E' una certezza che emerge da dati ufficiali e da elaborazioni di un ex-banchiere che da tempo denuncia il rischio default da derivati per Comuni, Regioni e Province e che per la seconda volta si è spinto a denunciare alla magistratura banche internazionali per truffa aggravata. L'uomo si chiama Davide Corritore e oggi è consigliere comunale a Milano (per il Pd). E fino a pochi anni fa è stato un brillante manager di Citibank - il cuore della finanza Usa dove si sono fatti le ossa gran parte di quelli che contano nel mercato - e poi amministratore delegato dei fondi di gestione del risparmio di Deutsche Bank. E' stato anche consulente economico di Prodi nel primo governo dell'Ulivo. Uno che sa di cosa parla e lo fa con calma, dati, cifre, cautela. Ma l'effetto è devastante.
«Il dato ufficiale del Tesoro a fine 2007 parla di 36 miliardi di euro di derivati in essere per poco meno di 600 enti locali». Con precisione: 18 regioni su 20, la metà delle province e 500 comuni da piccolissimi a 50 capoluoghi. Praticamente tutta Italia. «Una stima attendibile, su un'indagine campionaria che ho condotto con l'ausilio di dati verificati in decine di Comuni e qualche Provincia, mi fanno stimare con una certa sicurezza un valore negativo dei contratti market to market per l'insieme delle amministrazioni tra gli 8 e i 10 miliardi di euro». Quasi una finanziaria che grava come una minaccia sul funzionamento di città, regioni, province che se volessero uscire dalla trappola dei derivati dovrebbero vendere sul mercato i contratti registrando nei bilanci la perdita fin qui accumulato. E la stima è probabilmente datata, perché intanto precipita la crisi finanziaria globale. Rapidamente. Ogni paio d'ore una novità. Ma il momento della verità sui conti delle amministrazioni locali arriverà presto. A dicembre. Con l'obbligo sancito dall'ultima finanziaria Prodi di presentare una nota integrativa ai bilanci dei Comuni per rendere pubbliche le operazioni in essere e la loro valutazione di mercato: «Allora emergeranno le perdite e ci saranno gli obblighi di accantonamenti». Gli impatti finanziari saranno grandi. Ne va del funzionamento di molte amministrazioni. 
Così a Milano, Corritore insieme agli altri consiglieri comunali del Pd, ha bussato più volte alle porte della Procura per denunciare il suo ex-datore di lavoro, Deutsche Bank, insieme a JP Morgan, Depfa Bank e Ubs e chiede l'impugnazione dei contratti (vedremo come), ma l'ex-finanziere sta seguendo molti altri casi. Lo cercano dalla Toscana alla Puglia per valutare le perdite, studiare i contratti e trovare una soluzione. D'altronde, non esiste ancora un pronto intervento crisi, anzi, fanno tutti finta di niente. Nonostante le denunce giornalistiche (Report su tutti) e vari esposti di Comuni. Si minimizza. «Con le elezioni amministrative nel 2009 per 70 province e una valanga di comuni, capisco anche un certo interesse bipartisan a tenere bassa la stima e il tema. Ma il rischio è davvero serio». E si perde tempo preziosissimo per intervenire. Ma come? Anche perché hai voglia a dire, vendiamo il contratto, registriamo la perdita e non pensiamoci più. Uscire da questi contratti è quasi impossibile, «si è come ingabbiati, vorrebbe dire ripianare tutte le perdite (tanto per fare un esempio, fanno 400 milioni di euro per un grande Comune come Milano, centinaia di migliaia per piccoli Comuni come Baschi, 2700 anime vicino a Perugia che pochi mesi fa denunciava a Report una perdita di 250mila euro). «Si parla giustamente molto dell'insolvibilità del Comune di Catania, ma qui siamo al rischio bancarotta per molte realtà, un dissesto silente, e anche per chi potesse pagare significherebbe spesso il blocco delle attività, delle decisioni di spesa». E quindi che fare? «Noi abbiamo scelto la strada di denunciare le commissioni occulte delle banche, un sovrapprezzo non chiaramente determinabile dai contratti, che vale secondo una stima prudenziale tra i 2 e 3 miliardi di euro, in buona parte realizzati all'estero». Cioè lei mi sta dicendo che le banche che hanno proposto questi derivati alle amministrazioni locali italiane, se gli è andata male, hanno guadagnato due miliardi di euro? «Esattamente».
«Quindi una delle prime cose da fare è un esposto per truffa aggravata alle procure. Ed è quello che abbiamo fatto a Milano che è un caso di scuola e creerebbe in sede di giudizio un precedente importante».
A Milano, il Comune ha sottoscritto il più grande contratto di interest rate swap d'Europa, 1,7 miliardi di euro, contraenti le cinque banche internazionali di cui sopra. Un'operazione davvero speciale. Talmente speciale che alla firma del contratto, il 27 giugno del 2005, le banche avevano già incassato 100 miliardi delle vecchie lire di plusvalenza, «una profittabilità mostruosa anche per il mondo della finanza, un caso incredibile». Come? «L'operazione era venduta al Comune più cara rispetto al prezzo di mercato». E in tre anni hanno raddoppiato. E il Comune cosa ha ricevuto? 100 milioni di euro di liquidità di cui l'ex sindaco Albertini si è vantato per anni. Solo che ora i suoi successori si ritrovano con 400 milioni di euro di perdita. Una bella eredità tutta interna al centrodestra. Con qualcosa di malefico e probabilmente di rilevanza giudiziaria. Nel bando di gara, infatti, erano specificati i costi evidenti ovvero i guadagni delle banche a priori, quelli indipendenti dalla variabilità dei tassi: 170 mila euro. Ma secondo le stime presentate nell'esposto in Procura da Corritore, sarebbero invece oltre 100 milioni di euro. Una bella differenza, già pagata dai cittadini milanesi. «Direi, dei profitti ingiusti che evidenziano un danno per il Comune di Milano». Tanto per chiarire, la battaglia di Corritore non è solo d'opposizione, perché ci sono pezzi della maggioranza di centrodestra che vogliono vederci chiaro, che non vogliono caricarsi un indebitamento insostenibile. «Siccome giuridicamente il danno deve essere certo, non potevamo imputare le perdite su mercato ancora non registrate dalla chiusura del contratto, perché il contratto è aperto. Quindi abbiamo denunciato un danno certificabile e verificabile, il sovraprezzo». E il Comune ha fatto qualcosa per evitarlo? Ha nominato un terzo ente per verificare e garantirsi sulle condizioni contrattuali? Risponderà il giudice Robledo sul cui tavolo è deposto il dossier. E a tutti gli altri ci penserà la Corte dei Conti se si evidenzierà un danno erariale». Alla fine a chi verrà chiesto il conto? Ad amministratori, sindaci, assessori, funzionari... «Rischia di essere un'onda giudiziaria se non si interviene in tempo...».
Ma dopo le denunce di Report e altri media, dopo le verifiche di molti consigli comunali che nemmeno sapevano di aver sottoscritto questi strumenti finanziari, alcune amministrazioni dicevano solo pochi mesi di averci gadagnato? «Credono di averci guadaganto perché hanno avuto a disposizione nei primi anni della liquidità, l'anticipo che viene scalato nel tempo. Ora sono quasi tutti in grande sofferenza per l'esposizione sui tassi d'interesse, perché all'interno di questi contratti ci sono tipologie estremamente complesse di meccanismi di leva, effetti che fanno moltiplicare per due o per tre il danno, strumenti incomprensibili per operatori non più che professionali». E quindi? «Le operazioni dei comuni sono per più dell'80% in perdita». E infatti molti, per fortuna non tutti, alle prime avvisaglie sono corsi ai ripari con un altro strumento finanziario al centro della crisi mondiale: i Credit Default Swap . Dalla padella nella brace. In sostanza, hanno stipulato un'assicurazione con le banche sull'insolvenza della Repubblica italiana. Si, avete capito bene. Le perdite nominali se le accolla la banca e il Comune assicura che lo Stato non fallirà. Ha un costo ovviamente. Ma soprattutto ha una sua completa illogicità. Corritore lo spiega con un esempio: «L'Argentina è uno dei casi più celebri di default di un paese», lo sanno bene i detentori dei famosi tango-bond, le obbligazioni di Stato per anni al centro di un contenzioso internazionale, «ecco, immaginate se ci fossero stati i Credit Default Swap sarebbero falliti pure i comuni, uno dietro l'altro. E' chiaro che gli enti locali usano strumenti impropri, non consoni e che non c'entrano con la loro missione istituzionale». Sarà un caso ma in Germania e in Austria, esistono problemi simili che saranno proprio risolti così: vietando. Per prima l'ha fatto l'ultraliberista Gran Bretagna e non da oggi. E' del 1991 la sentenza della Camera dei Lord 1991 che recita "gli swap sono essenzialmente metodi speculativi per finanziarsi pertanto queste transazioni sono nulle". Vietato speculare per gli enti locali. Non è il loro mestiere, non è eticamente consono. Peccato che si è sempre e solo liberisti quando convenga. E qui non è convenuto per nulla.
A meno che i tassi d'interesse comincino a scendere e allora i Comuni tornerebbero a guadagnare. E qui entra in ballo la crisi americana, quella del sistema. Corritore mostra una tabellina ritagliata dal Finacial Times dell'altroieri, due grafici uno che sale, l'altro che scende. «Guarda cosa è successo in soli quindici giorni, il tasso interbanciario americano sale di quasi un punto, quello dell'offerta di liquidità della Fed scende oltre il muro dell'1% di tasso d'interesse. Sai cosa vuol dire? Che le banche hanno paura di prestarsi soldi, non si fidano le une delle altre, mentre le banche centrali provano a tranquillizzare il mercato con iniezioni di credito pubblico sempre più favorevole». Morale: chi ha scommesso sulla variabilità dei tassi ha sbagliato scommessa (è il caso dei nostri Comuni). Perché la crisi morde proprio il credito, la disponibilità di denaro, di cui i tassi d'interesse sono l'espressione. Le banche centrali continuano a immettere liquidità. Ma la sfiducia, la paura sale. E soprattutto si è impadronita dell'architrave del sistema economico: le banche. Figurarsi i mercati. Gli ultimi ad accorgersene sono i risparmiatori che poi corrono agli sportelli... «Ma la crisi la stiamo già pagando, proprio così. Perché i rischi sono stati trasferiti sulle famiglie, sui servizi e sulla società tutta. In Italia succede con l'iperfinanziamento dei Comuni sui derivati, mentre negli Usa la crisi è da ipeerfinanziamento delle famiglie». C'è differenza? Notevole. «Negli Usa le banche sotto la spinta delle autorità monetarie e di governo hanno cominciato a prestare mucchi di soldi a cittadini al di sotto della soglia di rischio. Questo significa subprime . Al di sotto della graduatoria a cui si concedono normalmente i premi assicurativi. Hanno finanziato la fascia più bassa della popolazione. E siccome in America i mutui sono sul 100% del prezzo immobiliare, crescevano i valori, che venivano rifinanziati per la parte rivalutata e così via. Intanto si costruivano case, l'economia era su di giri, ma in realtà cresceva l'indebitamento delle famiglie. Le banche d'affari, intanto, dividevano i mutui rischiosi mescolandoli ad altri prodotti finanziari, splittandoli in tante proposte di investimento diverse e miste. Per questo è difficile trovarli, il rischio è stato diluito grazie a una sofistificazione dei desk operativi delle banche d'affari difficile da capire anche per chi doveva controllare. Quando è cominciato il default, è partito il contagio». Anche in Italia, dove aspettiamo ancora di sapere gli effetti reali della crisi subprime. Così come quelli dei Credit Default Swap o anche degli stessi derviati dei comuni, quelli sugli interessi. Il Tesoro ha contratto interest rate swap ? Ci sono sofferenze dirette anche per le casse dello Stato? Il dubbio non è peregrino.
E comunque la responsabilità politica di chi è? «Prima di tutto del governo in carica dal 2001 al 2005 che ha autorizzato questo scempio» (anche se non dovremmo mai tacere della comune identità di vedute di chi ha governato Ulivo e ora Pd, sulle sorti progressivi del liberismo temperato). Robin Hood Tremonti allora era l'uomo della finanza creativa e varò una normativa che concedeva ai comuni di sottoscrivere derivati, senza limiti. Non solo per operazioni di copertura dei rischi finanziari, ma piena libertà. Le banche, soprattutto quelle internazionali, ringraziano e sguinzagliano in giro centinaia di promotori che hanno cominciato a battere gli enti, dai più piccoli alle Regioni, per offrire liquidità e possibilità di guadagno nel tempo. Una bella proposta no? Ancor più quando le risorse per gli enti locali vengono ridotte ad ogni finanziaria, quando si va verso "l'autonomia" delle amministrazioni. Meno Stato più mercato. E via libera a contratti che davano liquidità immediata in cambio di un rischio spirale che puntualmente è arrivato. Provate a immaginare un Comune in crisi di spesa, che usa questa liquidità per ripianare i suoi debiti. Cioè usa debiti nuovi per chiudere i vecchi. Ecco. Ci siete. Pensate poi a un nuovo debito che galoppa, si moltiplica per effetto della sua "ingegneria", costruita per moltiplicare l'effetto leva a ogni rialzo del tasso d'interesse di riferimento. Immaginate poi che i tassi realmente salgano. Patatrac. Rischio insolvenza, ciò che non era previsto.
«Ho vissuto nel mondo della finanza, come manager di Citibank ho portato in Italia i derivati e la nuova finanza, ma all'epoca la finanza creativa serviva per proteggersi dai rischi, peccato che si scoprì presto che si poteva utilizzare anche a breve per la liquidità e la leva dei profitti....». Da lì è partita l'orgia. Quella denunciata in mille forum no-global dal '99 ad oggi. E intanto i profitti delle banche per dieci anni salivano, incuranti di qualsiasi crisi, su, su, e i manager venivano pagati dai profitt, in stock options. Un sistema collusivo dal banchiere al piazzista di derivati in provincia, tutti loro avevano da guadagnarci. E' la nascita de l'homo speculans, un particolare ominide che ha gestito le sorti dell'universo con tastiera, palmare, e adrenalina, comprando e vendendo cose che non esistono: promesse, scommesse, assicurazione sul nulla... Tutto ciò che producevano denaro a mezzo di denaro. «La follia - racconta Corritore - è cominciata da quando i rischi sono stati valutati in termini finanziari, di valuta, di interessi... Il rischio creditizio ovvero quello reale del non rimborso dell'insolvilbilità era escluso da tutte le previsioni, non calcolato. Il mondo diventava così una variabile finanziaria che si moltiplicava in ogni dove. Ma se qualcuno non avesse restituito i soldi? Se si fosse inceppata la macchina da qualche parte? E' successo e sbarella tutto quanto: cultura, leadership ed economia. Perché la crisi è creditizia, è azzera la fiducia, fa paura a tutti. L'America è in recessione anche psicologica, perché la paura è la cosa che l'America non si può permettere, il paese della frontiera non può aver paura, pena non sapere più chi è». Il debito Usa è arrivato al 120% di rapporto tra debito e pil. Non entrerebbero in Europa. Il mondo è al rovescio. «C'è grande incazzatura negli Usa, c'è la caccia al finanziere, il profitto di alcuni ha tirato nel gorgo tutti, la recessione è vicina... Ma soprattutto c'è la percezione di un cambiamento epocale. E' la fine della leadership americana nel mondo economico e finanziario mondiale. Le prime prove ci sono già. Oggi la stabilità arriva dai fondi sovrani, soprattutto da quelli alimentati dalla rendita del petrolio, quelli arabi. Hanno liquidità enormi senza impegni e girano il mondo a comprare». Una squadra di calcio in Inghilterra, Telecom o l'area Falck in Italia... «La creazione di ricchezza ormai è dei paesi emergenti, la liquidità in mano ai fondi sovrani... alla fine di questa vicenda l'America sarà un paese in libertà finanziaria vigilata». E i nostri Comuni e noi, cittadini, in quale libertà vigilata saremo?

La più grande trasformazione del sistema finanziario americano dai tempi della Grande Depressione



DI MICHAEL HUDSON
Globalreserach

Nessuno si aspettava che il capitalismo industriale finisse così. Nessuno addirittura aveva notato che si stava evolvendo in questa direzione. Ho paura che questo difetto non sia insolito tra i futurologi: la tendenza naturale è quella di pensare a come le economie possano crescere ed evolvere nel migliore dei modi, non a come non possano essere monitorate. Ma sembra sempre presentarsi una strada imprevedibile, ed ecco che la società parte per la tangente.

Che ultime due settimane pazzesche!

Domenica 7 settembre il Tesoro si è accollato i 5.300 miliardi di esposizione sui mutui di Fannie Mae e Freddie Mac, i cui dirigenti erano già stati destituiti per falso contabile.



Lunedì 15 settembre Lehman Brother è fallita, quando i potenziali acquirenti di Wall Streen non riuscivano a vedere più alcun senso di realtà dai suoi libri contabili. Mercoledì la Federal Reserve ha acconsentito per pagare almeno 85 miliardi di dollari nelle vincite di facciata “assicurate” che si dovevano agli speculatori finanziari che avevano scommesso su scambi fatti al computer di mutui spazzatura e che avevano comprato una copertura della controparte dalla A.I.G. (l’American International Group, il cui presidente Maurice Greenberg era già stato destituito da qualche anno per falso contabile).

Ma è venerdì 19 settembre che verrà ricordato come il punto di svolta nella storia americana. La Casa Bianca ha impegnato quasi 500 miliardi di dollari per far aumentare i prezzi del mercato immobiliare in un tentativo per supportare il valore di mercato dei mutui spazzatura – mutui erogati di gran lunga superiori alla possibilità dei debitori di estinguerli e di gran lunga superiori al prezzo di mercato corrente del collaterale impegnato.

Questi miliardi di dollari sono stati dedicati a mantenere vivo un sogno – le invenzioni contabili registrate dalle aziende che erano entrate in un mondo irreale basato sulla contabilità fasulla e che quasi tutti nel settore finanziario sapevano che era falsificata. Ma si stava al gioco, comprando e vendendo pacchetti di mutui spazzatura perché era lì che stavano isoldi. Come ha detto Charles Princes di Citibank: “Finché c’è musica, bisogna continuare a ballare.” Addirittura dopo il crollo dei mercati, i gestori di fondi che se ne stavano alla larga sono stati accusati di esseare usciti dal gioco mentre la partita era ancora in corso. Ho degli amici a Wall Street che sono stati licenziati per non essere riusciti ad uguagliare i profitti che stavano realizzando i loro colleghi. E i maggiori profitti dovevano essere realizzati trattando il più grande patrimonio finanziario dell’economia – i mutui. Solamente i mutui impacchettati, di proprietà o garantiti da Fannie e Freddie, superavano l’intero debito nazionale degli Stati Uniti – il disavanzo complessivo accumulato dal governo americano dalla vittoria nella Guerra di rivoluzione!

Tutto questo dà un’idea di quanto sia stato imponente il salvataggio – e dove risiedano le priorità del governo (o almeno quelle dei Repubblicani). Invece di aprire gli occhi dell’economia di fronte alla realtà, il governo ha speso tutte le proprie risorse per promuovere il sogno illusorio che i debiti possono essere estinti. E se non possono essere estinti dai debitori stessi, allora ci penserà il governo – i “contribuenti”, in un eufemismo.

Da un giorno all'altro, il Tesoro e la Federal Reserve hanno cambiato radicalmente il carattere del capitalismo americano. Si tratta niente meno che di un colpo di stato a favore della classe sociale che Franklin Delano Roosevelt definiva i “bankster1” Quello che è avvenuto nelle ultime due settimane minaccia di alterare il prossimo secolo – in modo irreversibile, se riusciranno a farla franca. Questo è il più grande e ingiusto trasferimento di ricchezza dai tempi della distribuzione della terra ai magnati delle ferrovie all’epoca della Guerra di Secessione.

Tuttavia, ci sono poche indicazioni sul fatto che si possa porre fine alla solita tiritera del libero mercato da parte degli addetti ai lavori che sono riusciti ad evitare la sorveglianza pubblica nominando dei non regolatori nelle principali agenzie di regolamentazione – e perciò creando lo scompiglio che ora, secondo il Segretario al Tesoro Henry Paulson, minaccia i conti correnti e i posti di lavoro di tutti gli americani. Naturalmente, coloro a cui fa riferimento Paulson sono i più grandi finanziatori della campagna elettorale Repubblicana (e, ad essere sinceri, anche i più grandi finanziatori dei candidati Democratici nelle principali commissioni finanziarie).

Una classe sociale cleptocratica si è impadronita dell’economia per sostituire il capitalismo industriale. Il termine “bankster” coniato da Franklin Roosevelt la dice tutta. L’economia è stata catturata – da una forza aliena, non dai soliti sospetti. Non dal socialismo, dai lavoratori o dallo “statalismo”, né dagli industriali monopolisti o addirittura dalle grandi famiglie di banchieri. Sicuramente non dai massoni o dagli Illuminati. (Sarebbe splendido se ci fosse veramente qualche gruppo di persone che agisse con qualche secolo di saggezza alle spalle, così almeno qualcuno almeno avrebbe un piano). Invece, i bankster hanno siglato un patto con una forza aliena – non i comunisti, i russi, gli asiatici o gli arabi. Nemmeno un essere umano. I componenti di questo gruppo di persone sono una nuova stirpe di macchine. Potrebbe sembrare un film di Terminator, ma le macchine computerizzate si sono davvero impadronite del mondo – perlomeno, il mondo della Casa Bianca.

Ed ecco come hanno fatto. A.I.G. ha stipulato polizze assicurative di tutti i tipi: assicurazioni sulla casa e sulla proprietà, assicurazioni sul bestiame, persino leasing su aeromobili. Questi affari altamente redditizi non erano un problema (quindi probabilmente saranno liquidati per ripagare le scommesse andate storte della società). Il crollo di A.I.G. è arrivato dai 450 miliardi di dollari che si era obbligata a pagare come risultato della garanzia assicurativa degli hedge fund della controparte. In altre parole, se le due parti contraenti avessero giocato al gioco a somma zero di scommettere l’una contro l’altra se il dollaro sarebbe aumentato o diminuito nei confronti della sterlina o dell’euro, o se avessero assicurato un portafoglio di mutui spazzatura per essere sicuri che sarebbero stati pagati, avrebbero corrisposto una piccolissima commissione alla A.I.G. per una polizza nella quale si prometteva di pagare se, diciamo, gli 11.000 miliardi del mercato americano dei mutui avessero fatto “un passo falso” o se i perdenti che avevano scommesso miliardi di dollari nelle puntate sullo scambio di derivati stranieri, nei derivati sulle obbligazioni e sulle azioni si fossero dovuti trovare, in qualche modo, nella situazione in cui si ritrovano numerosi clienti abituali di Las Vegas, e non essere in grado di sborsare i quattrini per coprire le perdite.

A.I.G. ha raccolto miliardi di dollari in tali polizze. E grazie al fatto che le società di assicurazioni sono un paradiso di Milton Friedman – non regolamentate né dalla Federal Reserve né da altre agenzie nazionali – e quindi in grado di ottenere il proverbiale “giro gratis” senza la sorveglianza del governo – la stipula di queste polizze è stata fatta da tabulati al computer, e la società ha raccolto enormi quote e commissioni senza impiegare troppo capitale proprio. Questo è quella che viene definita “auto-regolamentazione” ed è come si suppone che funzioni la Mano Invisibile. Inevitabilmente si è scoperto che alcune delle istituzioni finanziarie che avevano effettuato scommesse per miliardi di dollari – di solito sotto forma di puntate del valore di centinaia di milioni di dollari nel corso di pochi minuti, per essere precisi – non potevano pagare. Queste scommesse vengono effettuate nel giro di millisecondi, colpi su una tastiera senza quasi alcuna interazione umana. In quel senso non è improbabile l’acquisizione da parte di individui alieni a forma di baccello. Ma in questo caso si tratta di macchine simili a robot, da qui l’analogia di prima con i Terminator. La loro improvvisa ascesa verso la dominazione è imprevista come un’invasione da Marte. L’esempio più vicino a noi è l’invasione dei ragazzi di Harvard, della Banca Mondiale e della U.S.A.I.D.2 in Russia e nelle altre economie post-sovietiche dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, premendo per la distribuzione del libero mercato per creare cleptocrazie nazionali. Dovrebbe costituire un segno di preoccupazione per gli americani il fatto che questi cleptocrati sono diventati le Ricchezze Fondatrici dei loro rispettivi paesi. Dovremmo tenere a mente l’aforisma di Aristotele secondo cui la democrazia è la fase politica immediatamente precedente all’oligarchia.

Le macchine finanziarie che hanno messo in campo le trattative che hanno fatto fallire A.I.G. erano state programmate dai direttori finanziari per agire alla velocità della luce nel condurre contrattazioni elettroniche che duravano ognuna solo una manciata di secondi, milioni di volte al giorno. Solo una macchina potrebbe calcolare delle probabilità matematiche fattorizzate in relazione agli svolazzi verso l’alto e verso il basso dei tassi di interesse, dei tassi di cambio e dei prezzi di azioni e obbligazioni – e dei prezzi dei mutui impacchettati. E questi ultimi hanno assunto sempre più la forma di mutui spazzatura, facendo finta di essere debiti pagabili ma che erano in realtà materiale pubblicitario senza valore. Le macchine impiegate negli hedge fund, in particolare, hanno dato un nuovo significato al Capitalismo da Casinò, da tempo applicato dagli speculatori che giocavano al mercato azionario. Significava fare puntate incrociate, perderne alcune e vincerne altre – con il governo che mette in salvo chi non paga. La svolta nel fermento delle ultime due settimane è stata che i vincitori non potevano raccogliere le proprie puntate a meno che il governo avesse pagato i debiti che i debitori non erano in grado di coprire con il proprio denaro.

Si sarebbe portati a pensare che questo avrebbe richiesto un certo livello di controllo sul governo. L’attività forse non sarebbe dovuta mai essere autorizzata. In effetti, non è mai stata auorizzata, e dunque mai regolamentata. Ma sembra sia stato fatto per una buona ragione: gli investitori negli hedge fund dovevano firmare un documento nel quale si dichiarava di essere sufficientemente benestanti per permettersi di perdere il loro denaro in questo gioco d’azzardo finanziario. Ai piccoli investitori non era consentito partecipare. Nonostantele gli elevati guadagni che milioni di piccole contrattazioni generavano, erano considerati troppo rischiosi per i novellini che non avevano fondi fiduciari con cui giocare.

Un hedge fund non fa soldi producendo beni e servizi. Non avanza fondi per acquistare beni reali o addirittura per prestare denaro. Un hedge fund prende a prestito somme enormi per alzare la propria puntata con quasi credito gratuito. I suoi dirigenti non sono degli ingegneri industriali ma dei matematici che programmano computer per effettuare delle puntate incrociate su quale direzione potrebbero prendere i tassi di interesse, i tassi di cambio delle valute, i prezzi di azioni e obbligazioni – oppure i prezzi dei mutui bancari impacchettati. I prestiti impacchettati potrebbero essere puliti oppure potrebbero essere spazzatura. Non ha importanza. Tutto quello che importa è fare soldi in un mercato dove la maggior parte delle trattative dura solamente pochi secondi. Quello che crea il guadagno è la fibrillazione del prezzo – la volatilità.

Questo tipo di transazioni potrebbe rendere una fortuna, ma non è una “creazione di ricchezza” nella forma che riconoscono la maggior parte delle persone. Prima della formula matematica di Black-Scholes per calcolare il valore delle scommesse sugli hedge, questo tipo di opzioni put e call era troppo oneroso per garantire più utili a tutti, tranne che alle agenzie di brokeraggio. Ma la combinazione di potenti computer e l’”innovazione” dell’accesso quasi del tutto libero ai tavoli da gioco della finanza ha reso possibile frenetiche manovre da mordi-e-fuggi.

E allora perché il Tesoro ha ritenuto necessario entrare in questo quadretto? Perché questi speculatori dovevano essere salvati se avevano abbastanza soldi da perdere senza dover entrare sotto la tutela dello Stato? La contrattazione degli hedge fund era limitata a personaggi ricchissimi, alle banche d’investimento ed altri investitori istituzionali. Ma è diventato uno dei modi più semplici per far soldi, prestando fondi ad interesse alla gente per ripagare le loro trattative incrociate fatte al computer. E quasi in tempo reale, questi guadagni erano pagati in commissioni, stipendi e bonus annuali che richiamano alla mente l’epoca d’oro americana degli anni antecedenti la Prima Guerra Mondiale – parecchio tempo prima che fosse introdotta l’imposta sui redditi del 1913. La cosa straordinaria riguardo a tutto questo denaro è che i suoi beneficiari non dovevano neppure sottostare alla normale imposta. Il governo aveva permesso loro di definirlo “capital gain”, ossia guadagno in conto capitale, vale a dire che il denaro era tassato solamente una parte di quanto venissero tassati i normali redditi.


Il pretesto, ovviamente, è quello che queste trattative frenetiche creano vero “capitale” ma di sicuro non è così, secondo la concezione classica del capitale del XIX secolo. Il termine è stato scollegato dalla produzione di beni e servizi, dall’assunzione di forza lavoro o dalla innovazione finanziaria. E’ più “capitale” il diritto a gestire una lotteria e raccogliere le vincite dalle speranze di chi ha perso. D’altra parte, i casinò di Las Vegas passando ai casinò sulle barche sui fiumi sono diventati un’importante “industria in crescita”, intorbidendo i concetti stessi di capitale, crescita e ricchezza.

Per chiudere i tavoli da gioco e ripagare il denaro, chi ha perso deve essere salvato – Fannie Mae, Freddie Mac, A.I.G. e chi sa chi altri arriverà? Questo è l’unico modo per risolvere il problema di come le aziende che hanno già corrisposto i propri utili ai dirigenti e agli azionisti invece di accantonarli raccoglieranno le loro vincite dai debitori insolventi e dalle compagnie di assicurazione. Questi perdenti hanno anche corrisposto gli utili ai loro direttori finanziari e agli addetti ai lavori (insieme ai soliti contributi patriottici per i candidati politici delle commissioni più importanti che hanno la responsabilità delle decisioni sulla struttura finanziaria del paese).

Tutto questo deve essere orchestrato con largo anticipo. E’ necessario comprare i politici e dar loro una storia di copertura plausibile (o almeno una serie ben congegnata di eufemismi preconfezionati) per spiegare agli elettori perché era nell’interesse pubblico salvare gli speculatori. E’ necessaria una buona retorica per spiegare perché il governo dovrebbe permettere loro di andare al casinò e tenersi tutte le vincite mentre si utilizzano finanziamenti pubblici per ripagare le perdite delle loro controparti.

Quello che è avvento il 18 e 19 settembre ha richiesto anni di preparazione, coronato da una falsa ideologia intagliata dagli esperti di pubbliche relazioni per essere trasmessa come una situazione di emergenza per gettare nel panico il Congresso – e gli elettori – poco prima delle elezioni presidenziali. Sembra essere la nostra sorpresa elettorale di settembre. In una situazione di crisi programmata, il Presidente Bush e il Segretario al Tesoro Paulson fanno ora appello al paese per unirsi in una Guerra ai proprietari di casa in bancarotta. Si dice che sia l’unica speranza per “salvare il sistema” (E di quale sistema stiamo parlando? Non è capitalismo industriale, né bancario, per quanto ne sappiamo). La più grande trasformazione del sistema finanziario americano dai tempi della Grande Depressione è stata compressa in appena due settimane, iniziando con il raddoppio del debito del paese con la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac il 7 settembre.

La teoria economica era solita spiegare che gli utili e l’interesse erano un guadagno per un rischio calcolato. Ma oggi il gioco si chiama capital gain e gioco d’azzardo computerizzato nella direzione dei tassi di interesse, delle valute straniere e dei prezzi delle azioni – e quando si fanno cattive puntate, i salvataggi sono il guadagno economico calcolato per i contributi elettorali. Ma non è il momento di parlare di queste cose. “Ora dobbiamo agire per proteggere la salute economica della nazione da un grave rischio”, ha intonato il presidente Bush il 19 settembre. Quello che intendeva dire è che la Casa Bianca deve garantire l’incolumità del più grande gruppo di contributori del Partito Repubblicano – cioè Wall Street – mettendo in salvo le loro pessime puntate. “Ci saranno ampie opportunità di discutere le origini di questo problema. Ora è il momento di risolverlo”. In altri termini, non facciamone una questione elettorale. “Nella storia della nostra nazione ci sono stati momenti che ci hanno richiesto di unirci e andare oltre le linee di partito per fronteggiare le sfide più importanti. Questo è uno di quei momenti”. Proprio prima delle elezioni presidenziali! Le stesse frottole erano state sentite in precedenza, venerdì mattina, dal Segretario al Tesoro Paulson: “La salute della nostra economia ci richiede di lavorare insieme per una rapida azione bipartisan”. Gli annunciatori avevano detto che erano stati discussi 500 miliardi di dollari per le manovre di oggi.

Buona parte della colpa dovrebbe andare all’amministrazione Clinton per aver portato all’abrogazione della legge Glas-Stegall nel 1999, consentendo alle banche di fondersi nei casinò. O piuttosto, i casinò hanno assorbito le banche. Ed è questo che ha messo a rischio i risparmi degli americani.

Ma questo significa che davvero l’unica soluzione è quella di far risalire il mercato immobiliare? Il piano Paulson-Bernanke è quello di consentire alle banche di svendere le case di cinque milioni di debitori di mutui che quest’anno stanno affrontando un’insolvenza o il pignoramento! I proprietari di casa con “mutui a tasso variabile in procinto di esplodere” perderanno la loro abitazione ma la Fed pomperà abbastanza credito alle agenzie di prestiti di mutui per consentire ai nuovi acquirenti di indebitarsi quanto basta per impossessarsi dei mutui spazzatura che sono attualmente nelle mani degli speculatori. E’ giunto il momento per un’altra bolla finanziaria e immobiliare che salvi i prestatori e gli impacchettatori di mutui spazzatura.

Gli Stati Uniti sono entrati in una nuova guerra – una Guerra per salvare i trader dei derivati computerizzati. Come la guerra in Iraq, anche questa si basa sulle menzogne e vi si è preso parte in un’apparente situazione di emergenza – verso cui la soluzione ha poco a che vedere con la causa sottostante dei problemi. Sul piano delle sicurezza finanziaria, il governo pagherà le obbligazioni di debito collaterizzate (CDO) che Warren Buffett ha definito “armi di distruzione di massa finanziaria”.

Non c’è da stupirsi che questa distribuzione di denaro pubblico sia gestita dallo stesso gruppo di persone che metteva in guardia così religiosamente il paese sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Il Presidente Bush e il Segretario al Tesoro Paulson hanno annunciato che questo non è il momento per dissapori bipartisan per il cambiamento della politica pubblica a favore dei creditori piuttosto che dei debitori. Non c’è tempo per ridurre il più grande salvataggio della storia una questione elettorale. Non è il momento adatto per discutere se è una buona cosa quella di far salire di nuovo i prezzi del mercato immobiliare ad un livello tale che obbligherà i nuovi acquirenti ad indebitarsi sempre di più ed impiegare all’incirca il 40 per cento della loro busta paga.

Ricordate quando il Presidente Bush e Alan Greenspan comunicavano agli americani che non c’erano abbastanza soldi per pagare la Previdenza Sociale (per non parlare di Medicare3) perché in futuro (tra 10 anni? 20 anni? 40 anni?) il sistema potrebbe avere un disavanzo di quello che ora sembrano delle insignificanti centinaia di miliardi di dollari spalmati su molti molti anni. In sostanza, se non riusciamo a capire come pagare, affossiamo subito il progetto. Bush e Greenspan avevano ovviamente un’utile soluzione. Il Tesoro poteva trasferire il denaro proveniente dalle Previdenza Sociale e dall’assicurazione sanitaria verso Bear Sterns, Lehman Brothers e i loro confratelli per essere investito con la “magia dell’interesse composto”.

Che cosa sarebbe accaduto alla Previdenza Sociale se fosse stato fatto? Forse dovremmo considerare gli avvenimenti delle ultime due settimane come la cessione agli speculatori di Wall Street di tutto il denaro che era stato messo da parte da quando la Commissione Greenspan nel 1983 aveva spostato il peso fiscale sulle trattenute in busta paga per il Federal Insurance Contributions Act4. Non sono i pensionati a venire salvati, ma gli investitori di Wall Street che hanno firmato documenti nei quali si affermava che potevano permettersi di perdere i loro soldi. Lo slogan dei Repubblicani per novembre dovrebbe essere “Viva l’assicurazione sul gioco d’azzardo, abbasso l’assicurazione sanitaria”. La tanto glorificata Strada verso la Schiavitù non è stata progettata in questo modo. Frederick Hayek e i suoi ragazzi di Chicago hanno insistatito sul fatto che la schiavitù arriverebbe dalla pianificazione e della regolamentazione del governo. Questa visione ha ribaltato le idee dei riformatori dell’era classica e progressista che dipingevano il governo come la mente della società, il suo timone per regolare i mercati – e liberarli dal profitto senza giocare un ruolo essenziale nella produzione.

La teoria della democrazia fa affidamento sul presupposto che gli elettori agirebbero nel proprio interesse. I riformatori del mercato elaborarono un’ipotesi simile affermando i consumatori, i risparmiatori e gli investitori promuoverebbero la crescita economica agendo con piena conoscenza e consapevolenzza delle dinamiche in gioco. Purtroppo la Mano Invisibile si è rivelata un inganno contabile, prestiti di mutui spazzatura, insider trading e il fatto di non riuscire di collegare l’aumento vertiginoso del debito con la possibilità di pagare da parte dei debitori – uno scompiglio apparentemente legittimato da modelli commerciali computerizzati, ed ora benedetti dal tesoro.

Michael Hudson è il presidente dell’ Institute for the Study of Long-Term Economic Trends (ISLET), un analista finanziario di Wall Street, professore emerito di economia all’Università del Missouri ed autore di “Super Imperialism: The Economic Strategy of American Empire” (1972 e 2003) e di “The Myth of Aid” (1971). 

Fonte: www.globalresearch.ca
Link originale: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=viewArticle&code=HUD20080920&articleId=10279 
20.09.98

Scelto e tradotto da JJULES per www.comedonchisciotte.org

Note del traduttore

1 Gioco di parole che unisce i termini “banchieri + gangster”
2 La U.S.A.I.D. (United States Agency for International Development) è un’organizzazione governativa americana responsabile degli aiuti all’estero di carattere umanitario.
3 Medicare è un programma di assicurazione sociale istituito nel 1965 (e amministrato dal governo degli Stati Uniti) per fornire una copertura sanitaria ai cittadini di oltre 65 anni di età oppure a coloro che soffrono di gravi patologie o infermità.
4 La trattenuta per il Federal Insurance Contributions Act è un’imposta presente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti americani per finanziare sia la Previdenza Sociale che Medicare. Corrisponde sostanzialmente alla voce del contributo al Servizio Sanitario Nazionale presente nelle busta paga dei lavoratori dipendenti italiani.

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