lunedì 29 settembre 2008

«Aldo Moro padre del Pd? "SAPPIAMO TUTTO" E' solo propaganda»

Se ne è parlato tanto, se ne parlerà ancora a lungo. Per parafrasare Pasolini, sappiamo tutto. Eppure ci manca ancora qualcosa. Aldo Moro trenta anni fa - il 16 marzo 1978, per la precisione - veniva rapito in via Fani dalle Br nel corso di un agguato alla sua scorta che allora apparve a qualcuno di geometrica potenza. Lo avrebbero ucciso dopo 55 giorni di prigionia.
Quella mattina stava andando a presentare alla Camera il nuovo governo. Quello di solidarietà nazionale, con l'appoggio dei comunisti. Forse. Ma questa è storia. Da allora ci sono stati processi, commissioni parlamentari d'inchiesta, rivelazioni, mezze ammissioni, ritrattazioni. Sono spuntati colonnelli di Gladio, uomini dei servizi segreti, loggisti della P2, personaggi dell'intelligence Usa. Dettagli? Sì, certo. Ma comunque troppi per non pensare a un blocco eversore di interessi pregiudizialmente avversi all'ingresso dei comunisti nell'area di governo. All'epoca Aldo Tortorella era responsabile delle politiche culturali del Pci, uno degli esponenti del gruppo dirigente più vicini a Enrico Berlinguer.

C'è chi ritiene che a star dietro ai dettagli del caso Moro si finisca col diventare paranoici del complottismo. Possibile?
Ma sì, prima di fare il governo di solidarietà nazionale Moro aveva avuto delle avvisaglie, ci sono testimonianze al riguardo, come quella di Giovanni Galloni. Gli Usa o, perlomeno, la parte preponderante del governo americano, non ammettevano che i comunisti entrassero nell'area di governo. Sono stato vicepresidente della Commissione dei servizi segreti in parlamento. Il presidente era sempre un democristiano, allora era Segni. Il capo dei servizi era l'ammiraglio Martini e non si asteneva certo dal ritenere che i comunisti fossero il nemico. E lo sostenne apertamente. Lui come altri. C'era un blocco di poteri interni e internazionali avversi al disegno politico di Moro di portare il Pci nell'area di governo. E' il punto sul quale mi trovo in dissenso con chi rimprovera ai vecchi comunisti come me di vedere complotti dappertutto. Certo, la storia non si fa sulla base delle ipotesi di complotto. Ma Moro l'hanno rapito il giorno in cui per la prima volta i comunisti sarebbero entrati in una maggioranza di governo, non dimentichiamolo. Detto in parentesi, non era scontato che quel giorno avremmo votato la fiducia se non avessero rapito Moro. C'era malessere nel nostro gruppo dirigente. Nel governo c'erano personaggi che era difficile accettare, che erano stati inseriti lì per timore delle reazioni degli Stati Uniti, dell'Inghilterra, della Francia e della Germania. Il complottismo non è la storia, ma esiste un lato oscuro delle vicende storiche. E' sufficiente che i servizi di intelligence girino la testa dall'altra parte al momento opportuno per fare in modo che certe cose accadano oppure no.

E' inverosimile che il Pci non avesse sentore di un disegno eversivo di destra. Ma allora la linea della fermezza non fu un controsenso, non sarebbe stato meglio far di tutto per salvare Moro?
Il senno di poi non è mai un giusto criterio di valutazione storica. Nel contesto dato, la preoccupazione fondamentale del gruppo dirigente del Pci era che ci fosse un regresso negli orientamenti del partito. Certi settori non erano impermeabili a simpatie verso i brigatisti. Lo sconvolgimento era tale che, nell'idea dominante, un qualsiasi segnale di cedimento alle richieste delle Br avrebbe aperto pericoli gravi per la Repubblica e per il Pci stesso. Altri potevano invece avere un certo interesse che la forza organizzata e legalitaria del Pci venisse sconvolta. Il gruppo dirigente era stato cresciuto da Togliatti in un clima di assoluta lealtà alle regole democratiche della Repubblica. Questo viene ignorato per meschine cause polemiche. Non dimenticavamo che era in gioco la vita di un uomo. Ma questa preoccupazione fu travolta dal timore di conseguenze gravi per il Paese e il partito. L'impresa compiuta dalle Br a via Fani contro una scorta ben organizzata appariva allora, come fu detto, di una "geometrica perfezione". Ebbe un impatto enorme, per alcuni di paura, ma in certe zone contigue al sentimento di sinistra, per quanto marginali, l'effetto fu del tutto opposto. I comunisti si mobilitarono per creare piena solidarietà con la legalità democratica, ma per quanto marginali fossero, zone di coinvolgimento emotivo esistevano. E poi si dovevano fare i conti con un sentimento di avversione verso la politica del compromesso storico che il partito comunista stava allora conducendo. C'era una tesi politica dietro le azioni brigatiste. Alcuni nelle Br si sono poi resi conto d'aver bloccato lo sviluppo della democrazia italiana e innescato un processo di segno contrario. Ma altri, gli irriducibili, non cessavano di pensare che le condizioni per la rivoluzione fossero mature e che bastasse arrestare la politica del Pci per metterla in movimento. Che poi potessero venire strumentalizzati non entrava ovviamente nei loro convincimenti. Il modo in cui si percepisce la propria identità non sempre corrisponde a realtà, come si sa. 

Anche di questo si è discusso a lungo. Le Br erano autonome o eterodirette?
Certo, non c'è dubbio che queste persone fossero profondamente convinte di quel che facevano. Il che non vuol dire che non ci fossero infiltrazioni. Nessuno può smentirlo. In qualsiasi organizzazione clandestina l'infiltrazione è di norma. E non bisogna essere complottisti per riconoscerlo. La lotta di Resistenza italiana ha potuto vivere non perché era un'organizzazione clandestina, ma perché era paradossalmente un'organizzazione clandestina di massa. Le spie c'erano anche allora ma non potevano produrre effetti devastanti come in un gruppo piccolo e isolato. E poi è irrilevante che ci sia la eterodirezione. L'importante è l'informazione. A quel punto basta girare la testa e lasciar fare.

Aldo Moro è un personaggio simbolo. C'è anche chi lo considera un padre spirituale del neonato Partito democratico. Come se il compromesso storico fosse stato la cellula embrionale del Pd. Regge il raffronto?
Non c'è nessuna assonanza. E' propagandismo spicciolo per portare dentro il progetto politico del Pd qualcuno fra quelli che allora erano ammiratori della figura di Moro o di Berlinguer. E' una maniera di utilizzare queste figure per scopi impropri, persino offensivi per la loro memoria. Berlinguer è un dirigente politico che è morto dichiarando la fedeltà assoluta alle proprie idee, impegnato a rifondare dalle basi il partito comunista in una società capitalistica avanzata. Ed era stato, prima, un interprete fermissimo della linea togliattiana, del progetto di far uscire l'Italia dall'arretratezza. Questa è la piattaforma, giusta o sbagliata che fosse, che portò Berlinguer all'intesa con la Dc. Così come Moro, dall'altra parte, era convinto che bisognasse farla finita con la convenzione a escludere nei confronti dei comunisti e dare piena legittimazione democratica al Pci. Ma fra i due c'era comunque una distinzione assoluta. Moro era figlio della dottrina sociale cristiana, di un pensiero della cooperazione di classe, mentre Berlinguer era figlio di una visione classista della società. Erano partecipi di visioni alternative del mondo e della società, anche se consapevoli che in taluni momenti si possono raggiungere dei compromessi per evitare, come scriveva Marx nel Manifesto , la comune rovina delle classi in lotta. Ma né nell'uno né nell'altro c'è mai stata l'idea del partito unico.

Non sarà per la mancanza di profilo ideale della politica di oggi e anche per l'improvvisazione culturale di parte della sua classe dirigente che ci si vuole appropriare di figure del passato di così grande spessore?
Non mi scandalizzo che si tenti di salire sulle spalle degli antenati. Ma quando si falsifica un'eredità storica, si dimostra la fragilità di un'impostazione. Il Partito democratico si sta definendo con chiarezza come un partito centrista, ipermoderato. Ora c'è un moderatismo che esprime una visione interclassista che si riassume nel motto "chi più lavora, più guadagna". Questa frase cancella un secolo di movimento dei lavoratori. La lotta per le otto ore prevedeva "otto ore di lavoro, otto ore per dormire, otto ore per me". Nel programma del Pd la impostazione è quella della equiparazione tra capitalista e lavoratore. La detassazione degli straordinari significa che le ore di lavoro straordinarie costano meno delle ore di lavoro regolari. I riferimenti a Moro, fedelissimo alla dottrina sociale cristiana, e tanto più quelli a Berlinguer che mai aveva smesso di pensare alla liberazione del lavoro, sono del tutto fuori luogo. Il Partito democratico si definisce per la rottura a sinistra. Andare da soli vuol dire accettare Di Pietro ma non i socialisti, vantare esclusivamente il rifiuto della sinistra, colpevolizzata perché, figurarsi, si richiamava continuamente al programma concordato. Altro che riferimento a Moro e Berlinguer. Tutt'al più sono nomi da ricordare per prendere qualche voto in più.

Non solo. Moro la pensava in termini più avanzati anche riguardo al rapporto tra laici e cattolici rispetto a quanto non avvenga nelle file del Pd. Era un figlio della Chiesa conciliare. O no?
La Dc era una grande forza d'ispirazione cristiana che rivendicava la propria autonomia dalle gerarchie vaticane. Vale per De Gasperi. E vale per lo stesso Moro, per quanto intimo fosse di Montini. Ma anche nella Chiesa il pensiero era diverso. A quei tempi era una Chiesa ancora post-conciliare. Oggi la lotta contro la visione conciliare ha assunto quasi toni da crociata. Non sanno più cosa fare per dimostrare che quel Concilio va cancellato nelle sue espressioni più profonde. L'idea più radicale del Concilio, soprattutto se raffrontata con la situazione attuale, è che le idealità cristiane si diffondono non per la forza delle leggi dello Stato ma per la forza della fede e della testimonianza. E' un problema che, in termini del tutto diversi, vale anche per i comunisti. Gli stalinisti erano convinti che le idee comuniste potessero affermarsi con la violenza statale. Fu un errore tragico. Esso porta alla negazione della funzione politica e morale di un partito. Non si possono diffondere le convinzioni con le leggi. Perché prevalgano i principi che si ritengono giusti sui principi sbagliati è necessaria la tua capacità di argomentazione e di coerenza morale. Solo così si promuovono sentimenti, passioni e convincimenti. E si può organizzare, nella democrazia, la volontà di cambiamento.
Fonte: Tonino Bucci

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