domenica 28 settembre 2008

"Derivati": falliranno 600 Enti locali

Claudio Jampaglia
Le banche ci hanno guadagnato 2 miliardi, ma per centinaia di Comuni, Province e Regioni sono
operazioni in perdita. Stiamo parlando dei «derivati», sottoscritti col miraggio di avere soldi facili


La crisi finanziaria, il crunch da insolvibilità ce l'abbiamo in casa per almeno 8 miliardi di euro nelle casse degli enti locali, con rischi di dissesto e bancarotta. Forse nelle casse dello Stato (anche se Tremonti smentisce e Bankitalia smorza l'allarme). Non è una denuncia. E' una certezza che emerge da dati ufficiali e da elaborazioni di un ex-banchiere che da tempo denuncia il rischio default da derivati per Comuni, Regioni e Province e che per la seconda volta si è spinto a denunciare alla magistratura banche internazionali per truffa aggravata. L'uomo si chiama Davide Corritore e oggi è consigliere comunale a Milano (per il Pd). E fino a pochi anni fa è stato un brillante manager di Citibank - il cuore della finanza Usa dove si sono fatti le ossa gran parte di quelli che contano nel mercato - e poi amministratore delegato dei fondi di gestione del risparmio di Deutsche Bank. E' stato anche consulente economico di Prodi nel primo governo dell'Ulivo. Uno che sa di cosa parla e lo fa con calma, dati, cifre, cautela. Ma l'effetto è devastante.
«Il dato ufficiale del Tesoro a fine 2007 parla di 36 miliardi di euro di derivati in essere per poco meno di 600 enti locali». Con precisione: 18 regioni su 20, la metà delle province e 500 comuni da piccolissimi a 50 capoluoghi. Praticamente tutta Italia. «Una stima attendibile, su un'indagine campionaria che ho condotto con l'ausilio di dati verificati in decine di Comuni e qualche Provincia, mi fanno stimare con una certa sicurezza un valore negativo dei contratti market to market per l'insieme delle amministrazioni tra gli 8 e i 10 miliardi di euro». Quasi una finanziaria che grava come una minaccia sul funzionamento di città, regioni, province che se volessero uscire dalla trappola dei derivati dovrebbero vendere sul mercato i contratti registrando nei bilanci la perdita fin qui accumulato. E la stima è probabilmente datata, perché intanto precipita la crisi finanziaria globale. Rapidamente. Ogni paio d'ore una novità. Ma il momento della verità sui conti delle amministrazioni locali arriverà presto. A dicembre. Con l'obbligo sancito dall'ultima finanziaria Prodi di presentare una nota integrativa ai bilanci dei Comuni per rendere pubbliche le operazioni in essere e la loro valutazione di mercato: «Allora emergeranno le perdite e ci saranno gli obblighi di accantonamenti». Gli impatti finanziari saranno grandi. Ne va del funzionamento di molte amministrazioni. 
Così a Milano, Corritore insieme agli altri consiglieri comunali del Pd, ha bussato più volte alle porte della Procura per denunciare il suo ex-datore di lavoro, Deutsche Bank, insieme a JP Morgan, Depfa Bank e Ubs e chiede l'impugnazione dei contratti (vedremo come), ma l'ex-finanziere sta seguendo molti altri casi. Lo cercano dalla Toscana alla Puglia per valutare le perdite, studiare i contratti e trovare una soluzione. D'altronde, non esiste ancora un pronto intervento crisi, anzi, fanno tutti finta di niente. Nonostante le denunce giornalistiche (Report su tutti) e vari esposti di Comuni. Si minimizza. «Con le elezioni amministrative nel 2009 per 70 province e una valanga di comuni, capisco anche un certo interesse bipartisan a tenere bassa la stima e il tema. Ma il rischio è davvero serio». E si perde tempo preziosissimo per intervenire. Ma come? Anche perché hai voglia a dire, vendiamo il contratto, registriamo la perdita e non pensiamoci più. Uscire da questi contratti è quasi impossibile, «si è come ingabbiati, vorrebbe dire ripianare tutte le perdite (tanto per fare un esempio, fanno 400 milioni di euro per un grande Comune come Milano, centinaia di migliaia per piccoli Comuni come Baschi, 2700 anime vicino a Perugia che pochi mesi fa denunciava a Report una perdita di 250mila euro). «Si parla giustamente molto dell'insolvibilità del Comune di Catania, ma qui siamo al rischio bancarotta per molte realtà, un dissesto silente, e anche per chi potesse pagare significherebbe spesso il blocco delle attività, delle decisioni di spesa». E quindi che fare? «Noi abbiamo scelto la strada di denunciare le commissioni occulte delle banche, un sovrapprezzo non chiaramente determinabile dai contratti, che vale secondo una stima prudenziale tra i 2 e 3 miliardi di euro, in buona parte realizzati all'estero». Cioè lei mi sta dicendo che le banche che hanno proposto questi derivati alle amministrazioni locali italiane, se gli è andata male, hanno guadagnato due miliardi di euro? «Esattamente».
«Quindi una delle prime cose da fare è un esposto per truffa aggravata alle procure. Ed è quello che abbiamo fatto a Milano che è un caso di scuola e creerebbe in sede di giudizio un precedente importante».
A Milano, il Comune ha sottoscritto il più grande contratto di interest rate swap d'Europa, 1,7 miliardi di euro, contraenti le cinque banche internazionali di cui sopra. Un'operazione davvero speciale. Talmente speciale che alla firma del contratto, il 27 giugno del 2005, le banche avevano già incassato 100 miliardi delle vecchie lire di plusvalenza, «una profittabilità mostruosa anche per il mondo della finanza, un caso incredibile». Come? «L'operazione era venduta al Comune più cara rispetto al prezzo di mercato». E in tre anni hanno raddoppiato. E il Comune cosa ha ricevuto? 100 milioni di euro di liquidità di cui l'ex sindaco Albertini si è vantato per anni. Solo che ora i suoi successori si ritrovano con 400 milioni di euro di perdita. Una bella eredità tutta interna al centrodestra. Con qualcosa di malefico e probabilmente di rilevanza giudiziaria. Nel bando di gara, infatti, erano specificati i costi evidenti ovvero i guadagni delle banche a priori, quelli indipendenti dalla variabilità dei tassi: 170 mila euro. Ma secondo le stime presentate nell'esposto in Procura da Corritore, sarebbero invece oltre 100 milioni di euro. Una bella differenza, già pagata dai cittadini milanesi. «Direi, dei profitti ingiusti che evidenziano un danno per il Comune di Milano». Tanto per chiarire, la battaglia di Corritore non è solo d'opposizione, perché ci sono pezzi della maggioranza di centrodestra che vogliono vederci chiaro, che non vogliono caricarsi un indebitamento insostenibile. «Siccome giuridicamente il danno deve essere certo, non potevamo imputare le perdite su mercato ancora non registrate dalla chiusura del contratto, perché il contratto è aperto. Quindi abbiamo denunciato un danno certificabile e verificabile, il sovraprezzo». E il Comune ha fatto qualcosa per evitarlo? Ha nominato un terzo ente per verificare e garantirsi sulle condizioni contrattuali? Risponderà il giudice Robledo sul cui tavolo è deposto il dossier. E a tutti gli altri ci penserà la Corte dei Conti se si evidenzierà un danno erariale». Alla fine a chi verrà chiesto il conto? Ad amministratori, sindaci, assessori, funzionari... «Rischia di essere un'onda giudiziaria se non si interviene in tempo...».
Ma dopo le denunce di Report e altri media, dopo le verifiche di molti consigli comunali che nemmeno sapevano di aver sottoscritto questi strumenti finanziari, alcune amministrazioni dicevano solo pochi mesi di averci gadagnato? «Credono di averci guadaganto perché hanno avuto a disposizione nei primi anni della liquidità, l'anticipo che viene scalato nel tempo. Ora sono quasi tutti in grande sofferenza per l'esposizione sui tassi d'interesse, perché all'interno di questi contratti ci sono tipologie estremamente complesse di meccanismi di leva, effetti che fanno moltiplicare per due o per tre il danno, strumenti incomprensibili per operatori non più che professionali». E quindi? «Le operazioni dei comuni sono per più dell'80% in perdita». E infatti molti, per fortuna non tutti, alle prime avvisaglie sono corsi ai ripari con un altro strumento finanziario al centro della crisi mondiale: i Credit Default Swap . Dalla padella nella brace. In sostanza, hanno stipulato un'assicurazione con le banche sull'insolvenza della Repubblica italiana. Si, avete capito bene. Le perdite nominali se le accolla la banca e il Comune assicura che lo Stato non fallirà. Ha un costo ovviamente. Ma soprattutto ha una sua completa illogicità. Corritore lo spiega con un esempio: «L'Argentina è uno dei casi più celebri di default di un paese», lo sanno bene i detentori dei famosi tango-bond, le obbligazioni di Stato per anni al centro di un contenzioso internazionale, «ecco, immaginate se ci fossero stati i Credit Default Swap sarebbero falliti pure i comuni, uno dietro l'altro. E' chiaro che gli enti locali usano strumenti impropri, non consoni e che non c'entrano con la loro missione istituzionale». Sarà un caso ma in Germania e in Austria, esistono problemi simili che saranno proprio risolti così: vietando. Per prima l'ha fatto l'ultraliberista Gran Bretagna e non da oggi. E' del 1991 la sentenza della Camera dei Lord 1991 che recita "gli swap sono essenzialmente metodi speculativi per finanziarsi pertanto queste transazioni sono nulle". Vietato speculare per gli enti locali. Non è il loro mestiere, non è eticamente consono. Peccato che si è sempre e solo liberisti quando convenga. E qui non è convenuto per nulla.
A meno che i tassi d'interesse comincino a scendere e allora i Comuni tornerebbero a guadagnare. E qui entra in ballo la crisi americana, quella del sistema. Corritore mostra una tabellina ritagliata dal Finacial Times dell'altroieri, due grafici uno che sale, l'altro che scende. «Guarda cosa è successo in soli quindici giorni, il tasso interbanciario americano sale di quasi un punto, quello dell'offerta di liquidità della Fed scende oltre il muro dell'1% di tasso d'interesse. Sai cosa vuol dire? Che le banche hanno paura di prestarsi soldi, non si fidano le une delle altre, mentre le banche centrali provano a tranquillizzare il mercato con iniezioni di credito pubblico sempre più favorevole». Morale: chi ha scommesso sulla variabilità dei tassi ha sbagliato scommessa (è il caso dei nostri Comuni). Perché la crisi morde proprio il credito, la disponibilità di denaro, di cui i tassi d'interesse sono l'espressione. Le banche centrali continuano a immettere liquidità. Ma la sfiducia, la paura sale. E soprattutto si è impadronita dell'architrave del sistema economico: le banche. Figurarsi i mercati. Gli ultimi ad accorgersene sono i risparmiatori che poi corrono agli sportelli... «Ma la crisi la stiamo già pagando, proprio così. Perché i rischi sono stati trasferiti sulle famiglie, sui servizi e sulla società tutta. In Italia succede con l'iperfinanziamento dei Comuni sui derivati, mentre negli Usa la crisi è da ipeerfinanziamento delle famiglie». C'è differenza? Notevole. «Negli Usa le banche sotto la spinta delle autorità monetarie e di governo hanno cominciato a prestare mucchi di soldi a cittadini al di sotto della soglia di rischio. Questo significa subprime . Al di sotto della graduatoria a cui si concedono normalmente i premi assicurativi. Hanno finanziato la fascia più bassa della popolazione. E siccome in America i mutui sono sul 100% del prezzo immobiliare, crescevano i valori, che venivano rifinanziati per la parte rivalutata e così via. Intanto si costruivano case, l'economia era su di giri, ma in realtà cresceva l'indebitamento delle famiglie. Le banche d'affari, intanto, dividevano i mutui rischiosi mescolandoli ad altri prodotti finanziari, splittandoli in tante proposte di investimento diverse e miste. Per questo è difficile trovarli, il rischio è stato diluito grazie a una sofistificazione dei desk operativi delle banche d'affari difficile da capire anche per chi doveva controllare. Quando è cominciato il default, è partito il contagio». Anche in Italia, dove aspettiamo ancora di sapere gli effetti reali della crisi subprime. Così come quelli dei Credit Default Swap o anche degli stessi derviati dei comuni, quelli sugli interessi. Il Tesoro ha contratto interest rate swap ? Ci sono sofferenze dirette anche per le casse dello Stato? Il dubbio non è peregrino.
E comunque la responsabilità politica di chi è? «Prima di tutto del governo in carica dal 2001 al 2005 che ha autorizzato questo scempio» (anche se non dovremmo mai tacere della comune identità di vedute di chi ha governato Ulivo e ora Pd, sulle sorti progressivi del liberismo temperato). Robin Hood Tremonti allora era l'uomo della finanza creativa e varò una normativa che concedeva ai comuni di sottoscrivere derivati, senza limiti. Non solo per operazioni di copertura dei rischi finanziari, ma piena libertà. Le banche, soprattutto quelle internazionali, ringraziano e sguinzagliano in giro centinaia di promotori che hanno cominciato a battere gli enti, dai più piccoli alle Regioni, per offrire liquidità e possibilità di guadagno nel tempo. Una bella proposta no? Ancor più quando le risorse per gli enti locali vengono ridotte ad ogni finanziaria, quando si va verso "l'autonomia" delle amministrazioni. Meno Stato più mercato. E via libera a contratti che davano liquidità immediata in cambio di un rischio spirale che puntualmente è arrivato. Provate a immaginare un Comune in crisi di spesa, che usa questa liquidità per ripianare i suoi debiti. Cioè usa debiti nuovi per chiudere i vecchi. Ecco. Ci siete. Pensate poi a un nuovo debito che galoppa, si moltiplica per effetto della sua "ingegneria", costruita per moltiplicare l'effetto leva a ogni rialzo del tasso d'interesse di riferimento. Immaginate poi che i tassi realmente salgano. Patatrac. Rischio insolvenza, ciò che non era previsto.
«Ho vissuto nel mondo della finanza, come manager di Citibank ho portato in Italia i derivati e la nuova finanza, ma all'epoca la finanza creativa serviva per proteggersi dai rischi, peccato che si scoprì presto che si poteva utilizzare anche a breve per la liquidità e la leva dei profitti....». Da lì è partita l'orgia. Quella denunciata in mille forum no-global dal '99 ad oggi. E intanto i profitti delle banche per dieci anni salivano, incuranti di qualsiasi crisi, su, su, e i manager venivano pagati dai profitt, in stock options. Un sistema collusivo dal banchiere al piazzista di derivati in provincia, tutti loro avevano da guadagnarci. E' la nascita de l'homo speculans, un particolare ominide che ha gestito le sorti dell'universo con tastiera, palmare, e adrenalina, comprando e vendendo cose che non esistono: promesse, scommesse, assicurazione sul nulla... Tutto ciò che producevano denaro a mezzo di denaro. «La follia - racconta Corritore - è cominciata da quando i rischi sono stati valutati in termini finanziari, di valuta, di interessi... Il rischio creditizio ovvero quello reale del non rimborso dell'insolvilbilità era escluso da tutte le previsioni, non calcolato. Il mondo diventava così una variabile finanziaria che si moltiplicava in ogni dove. Ma se qualcuno non avesse restituito i soldi? Se si fosse inceppata la macchina da qualche parte? E' successo e sbarella tutto quanto: cultura, leadership ed economia. Perché la crisi è creditizia, è azzera la fiducia, fa paura a tutti. L'America è in recessione anche psicologica, perché la paura è la cosa che l'America non si può permettere, il paese della frontiera non può aver paura, pena non sapere più chi è». Il debito Usa è arrivato al 120% di rapporto tra debito e pil. Non entrerebbero in Europa. Il mondo è al rovescio. «C'è grande incazzatura negli Usa, c'è la caccia al finanziere, il profitto di alcuni ha tirato nel gorgo tutti, la recessione è vicina... Ma soprattutto c'è la percezione di un cambiamento epocale. E' la fine della leadership americana nel mondo economico e finanziario mondiale. Le prime prove ci sono già. Oggi la stabilità arriva dai fondi sovrani, soprattutto da quelli alimentati dalla rendita del petrolio, quelli arabi. Hanno liquidità enormi senza impegni e girano il mondo a comprare». Una squadra di calcio in Inghilterra, Telecom o l'area Falck in Italia... «La creazione di ricchezza ormai è dei paesi emergenti, la liquidità in mano ai fondi sovrani... alla fine di questa vicenda l'America sarà un paese in libertà finanziaria vigilata». E i nostri Comuni e noi, cittadini, in quale libertà vigilata saremo?

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