domenica 28 settembre 2008

McCain, il "veterano testa" matta adesso fa paura

L'America di fronte alle bizze di McCain: «Agisce d'istinto, come in Vietnam»
MAURIZIO MOLINARI
«Agisce d’istinto», «un irresponsabile», «vuole distruggere il proprio partito», «è sempre stato così», «una testa matta». Politologi, analisti elettorali e mezzi di informazione fanno a gara nel descrivere il candidato repubblicano John McCain adoperando molteplici definizioni che ne sottolineano la totale imprevedibilità, ribadita da quanto fatto negli ultimi giorni: ha sospeso la campagna per andare a Washington a lavorare al varo del maxifondo ma una volta a Capitol Hill ha contribuito a far slittare l’accordo quasi fatto; ha detto che avrebbe partecipato al dibattito di Oxford solo in presenza di un forte accordo sul piano di Henry Paulson ma poi ha fatto l’esatto contrario. 

«McCain non risponde a niente e nessuno, agisce d’istinto» spiega David Gergen, politologo di Harvard, ricordando come «nel 2004 prese sul serio di fare il vice del democratico John Kerry per poi rinunciare senza un chiaro motivo» mentre «la scelta di Sarah Palin come vice è maturata nel corso di due brevi incontri, durati in tutto meno di quattro ore». David Frum, nome di punta dei neocon, definisce quella di Palin una designazione «irresponsabile per la carenza di esperienza internazionale» ma precisa che «McCain non è nuovo a simili improvvisi colpi di testa». A dimostrarlo è l’altalenante rapporto con Arnold Schwarzenegger: subito dopo la rielezione di Bush nel 2004 McCain si schierò in fretta con il governatore della California sulla riduzione dei gas inquinanti creando un fronte repubblicano pro-ambiente e anti-Casa Bianca ma lo scorso agosto non ha esitato a tenere lo stesso Schwarzenegger fuori dalla porta della Convention di St Paul perché contrario a trivellare le coste per estrarre petrolio e gas naturale a volontà, come invece ha intenzione di fare Sarah Palin.

Il proliferare della definizione di «maverick» (indipendente di pensiero, ribelle) per McCain si spiega con «il fatto che lo è sempre stato», come spiega Dan Balz del «Washington Post», forse a seguito della lunga prigionia in Vietnam, dove imparò a sopravvivere a situazione di immane difficoltà facendo di testa propria. L’ultimo in ordine di tempo a rimanere scottato dall’imprevedibilità del senatore dell’Arizona è stato Barack Obama, che lo ha raccontato in diretta tv, tradendo un certo sgomento: «Mercoledì l’ho chiamato e abbiamo concordato un testo bipartisan sulla crisi finanziaria ma pochi minuti dopo la fine della telefonata venivo a sapere che aveva sospeso la campagna e il dibattito rischiava di saltare» mandando all’aria la linea bipartisan che anche la Casa Bianca invocava. Il presidente George W. Bush, che non ha mai amato McCain oltre ad averlo sconfitto nelle primarie del 2000, ieri mattina era molto irritato per le manovre notturne del senatore dell’Arizona che avevano ritardato l’accordo sul maxifondo facendo leva sui leader repubblicani della Camera. «McCain cambia in continuazione direzione di marcia seguendo cosa pensa in un singolo momento e così facendo alla fine distruggerà il suo partito, come forse vuole» osserva E. J. Dionne, editorialista del magazine «New Republic». Che si tratti di genio politico o di follia autolesionista «il comportamento degli ultimi giorni ha pietrificato Washington», aggiunge Dionne, mentre Steve Clemons dell’ultraliberal sito «Huffington post» si spinge fino a concludere che «in questa maniera il presidente McCain potrebbe facilmente arrivare a sostenere l’inevitabilità di bombardare l’Iran» senza doversi soffermare in troppe spiegazioni.

D’altra parte se la campagna da outsider finora ha avuto successo lo si deve proprio ai colpi di scena a ripetizione: il rimpasto dello staff nel settembre 2007, il patto con l’evangelico Mike Huckabee , la designazione in giugno del trentenne Steve Schmidt a capo della strategia elettorale e infine la scelta estiva di Palin. «McCain appare ondivago, poco razionale e spesso in contraddizione con se stesso oltre che in forte contrasto con Bush» osserva George Will, editorialista del «Washington Post», ma tutto questo «lo fa assomigliare molto ai liberal» e in un anno in cui il vento soffia a favore dei democratici potrebbe anche finire per aiutarlo nelle urne.

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