sabato 25 ottobre 2008

In Italia il lavoro è doppio e nero

"Doppio e nero"


Operaio e cameriere. Archeologo e assistente sociale. Negli ultimi tre anni è aumentato del 40 per cento il numero degli italiani che ha un secondo impiego. E molto spesso nel sommerso 
 
Precari del pubblico impiego protestano
contro il lavoro nero
La doppia vita, per necessità. Otto ore a tagliare lastre di metallo in un capannone, altre tre o quattro tra i tavoli di una pizzeria. Cinque giornate nella bottega di barbiere, due a raccogliere l'uva o le olive, nel weekend. Oppure: mezza vita da archeologo, l'altra metà da assistente sociale. O ancora: traduttrice di giorno e di notte, sotto contratto in ufficio e in nero al computer di casa. E dottori di ricerca che la sera arrotondano al pub, postini che appena smontano vanno a fare gli istruttori in palestra, il classico lavoretto dell'infermiera che fa le iniezioni a domicilio e quello moderno del webmaster che arrotonda in Rete il reddito mai sufficiente del lavoro principale. È il secondo lavoro oggi, ai tempi della crisi e della flessibilità. Che hanno fatto tornare a galla un fenomeno sommerso, da sempre presente nell'economia e nella società italiana, imprimendogli un ritmo galoppante. Ed estendendolo a tutti i settori del lavoro e dell'economia: vecchi e nuovi, manuali e intellettuali, obsoleti e trendy.

Meccanici a metà "Prima lo facevo per avere quei due soldi in più: per andare in vacanza, comprare qualcosa per me. Adesso no, adesso il secondo lavoro mi serve per arrivare alla fine del mese". Vincenzo ha 36 anni e lavora in una media azienda metalmeccanica, dalle parti di Parma: otto ore al giorno su cinque giorni, "una settimana ho il turno al mattino, un'altra al pomeriggio". Il suo secondo mestiere è quello di cameriere: "È quello che facevo da ragazzo a Napoli, prima di venire su a lavorare. Lo so fare bene, mi chiamano sempre". E quando lo chiamano, Vincenzo va: la sera se ha il turno in fabbrica al mattino, altrimenti nei fine settimana. "Pagano abbastanza bene, ovviamente in nero: sono 100 euro per servizio. A fine mese, mi trovo in tasca 6-700 euro in più". Non che ci sia da scialare, però almeno così arriva dignitosamente a fine mese, sfiorando i 2 mila euro netti e lavorando praticamente sempre: "Abbiamo il mutuo da pagare, anche la mia compagna lavora ma senza gli extra non ce la faremmo. Per ora niente figli".
Ugo, che ha qualche anno più di lui e un figlio all'università, ricorda una figura in auge nel passato: "Io sono un metalmezzadro". Sette ore e mezzo in fabbrica, nel pieno della Food Valley parmense, e tutto il resto del tempo a curare un campo che ha in affitto, dove tira su produzioni biologiche e dove ha anche la casa: "Anzi, a dire il vero il mio primo lavoro era quello dell'agricoltore. Ma non potevo viverci, da una quindicina di anni ho cominciato a 
fare lo stagionale in fabbrica, per periodi via via sempre più lunghi, fino a entrarci a tempo pieno". Ma ha conservato il suo campo. E la sua passione: "Per me quello dell'agricoltore è il lavoro più bello del mondo. Ma come si fa a viverci? Quando va bene, ne cavo 5 mila euro in un anno". Che vanno ad aggiungersi a quelli della fabbrica, del 'primo lavoro' che comunque non basta: "1.300 euro per 13 mensilità. Qui non bastano a nessuno, chi può ne fa un altro, quelli che non hanno altri lavori li vedi tutti lì il sabato, a fare gli straordinari, finché ci sono". Ugo preferisce la campagna: "È un lavoro duro, e non sai mai quello che avrai. Una grandinata fuori stagione, e tutto il guadagno se ne va. Però preferisco questo, a fare più ore là dentro".

Vincenzo e Ugo hanno un buon punto di osservazione su quel che succede nelle loro fabbriche, in quello che è stato e resta uno dei distretti più dinamici della media impresa italiana: "Si teme il peggio, si comincia a parlare di cassa integrazione e mobilità". Tra i tavoli della sua pizzeria, Vincenzo ha cominciato a vedere facce nuove: "L'altro giorno è venuto a lavorare uno che ha una sua attività commerciale qui vicino, sì, uno che ha un negozio suo e la sera deve arrotondare in pizzeria". Ugo azzarda una statistica: "Crisi o non crisi, il doppio lavoro è una realtà. Da quel che vedo io, da noi almeno il 30 per cento degli operai fa un secondo lavoro".

Numeri al galoppo La stima di Ugo è molto vicina a quella delle poche statistiche ufficiali che ci sono in materia di secondo lavoro. Qualche tempo fa l'Eurispes ha parlato di 6 milioni di doppiolavoristi, tra i soli lavoratori dipendenti: il 35 per cento. All'Istat, nella casa di tutti i numeri, ci vanno con i piedi di piombo. Però tutto conferma che siamo nell'ordine dei milioni e che in buona parte queste attività sono nascoste al fisco e sfuggono alle rilevazioni statistiche. Alcuni dati arrivano dalla Direzione centrale di Contabilità nazionale, che fornisce stime e analisi sull'economia sommersa e il lavoro irregolare. Un buon indicatore, spiega Antonella Baldassarini, che si occupa di tali tematiche all'Istat, è il rapporto tra posizioni lavorative e occupati: se in un settore ci sono più posizioni lavorative che occupati, è perché alcuni occupati svolgono doppio o triplo lavoro. Nella media italiana, nel 2007 a ogni 100 occupati corrispondevano 120 posizioni: in numeri assoluti, le doppie (o anche triple) posizioni sono più di cinque milioni, secondo i dati Istat. Che permettono anche di vedere dove è più diffuso il secondo lavoro. A partire dall'agricoltura, dove a 100 occupati corrispondono 188 'posti': un fenomeno antico, rivitalizzato però negli ultimi tempi con la partecipazione degli italiani alle campagne stagionali e anche con la diffusione degli orti per l'autoconsumo.

Manifestazione di lavoratori
Forte la presenza delle posizioni plurime anche negli alberghi e nei ristoranti, nei servizi domestici, e tra i padroncini dei trasporti e i nuovi lavori delle comunicazioni. Ma attenzione, precisano all'Istat: questi sono i settori dove si svolge il secondo lavoro, niente ci dicono sulla provenienza del lavoratore 'bioccupato' (per usare il termine coniato dal sociologo Luciano Gallino, che tempo fa mise sotto la lente il fenomeno): il quale può venire da tutti i settori, pubblici e privati. "In molti casi il secondo lavoro avviene solo un po' più in là, in un'altra azienda dello stesso comparto, in altri no", commenta Gallino. "E comunque, dai tempi di quelle antiche ricerche a oggi, una cosa è certa: il secondo lavoro continua a prosperare".

Ma altri indizi dai dati dell'Istat ci dicono qualcosa di più. Nei complicati calcoli sulla produzione e il lavoro effettivi (comprensivi dunque di tutto il sommerso) l'Istat ha calcolato anche un forte aumento delle ore lavorate nella seconda attività: passate dal 5,6 al 6,9 per cento del monte ore lavorato complessivo in quindici anni. Non solo. Negli ultimi mesi, pare che ci sia stata una vera e propria corsa al secondo lavoro. Passando dalle stime aggregate dei contabili nazionali alle risposte date dal campione sul quale l'Istat fa la sua Indagine trimestrale sulle Forze di lavoro, si possono tirare fuori numeri interessanti: dal 2005 a oggi, la percentuale di coloro che dichiarano di svolgere una seconda attività cresce costantemente. In tre anni, si calcola un aumento del 39 per cento, particolarmente sensibile nei primi sei mesi di quest'anno. 

Il doppio precariato Un effetto dell'aumento dei prezzi, dell'emergenza domestica della quarta (se non terza) settimana e della crisi finanziaria globale? O l'effetto di un cambiamento più profondo, quello che ha man mano ridimensionato la stessa idea del 'primo lavoro', il pianeta centrale attorno al quale come satelliti stanno i lavoretti in nero? Prendiamo il commercio, la grande distribuzione, dove regna il lavoro part time. "Qui il problema non è il secondo lavoro, è trovarsi un secondo part-time per mettere insieme almeno un salario", ti spiegano alla cassa di qualsiasi supermercato. Cosa non facile, perché gli orari sono spezzettati e flessibili, variano da una settimana all'altra. Così molti si riciclano in lavori serali e notturni, dal pub alle pulizie. Ancora più complicata è la definizione del secondo lavoro nel vasto mondo degli atipici. "Tra tutti i collaboratori a progetto e le partite Iva, solo il 10 per cento dichiara all'Inps di avere più di un committente durante l'anno", dice Patrizio Di Nicola, sociologo del lavoro, che cura il Rapporto sui parasubordinati per Nidil-Cgil. In teoria, gli atipici sarebbero più fedeli al primo lavoro del classico lavoratore dipendente a tempo indeterminato. Ma non è così, e anche qui il nero dilaga: "Basta guardare i redditi: se un collaboratore a progetto in media guadagna 12-13 mila euro l'anno, e ha un'età tra i 35 e i 40 anni, è chiaro che per vivere deve fare anche qualcos'altro".

È il caso di Francesco, archeologo romano di 33 anni. "A dire il vero quello da archeologo è il mio secondo lavoro. Perché il primo, quello che mi dà la sicurezza per vivere, è il mio lavoro da educatore in una casa famiglia". In una casa famiglia (le microstrutture che hanno sostituito i vecchi istituti per minori abbandonati o affidati ai servizi sociali) c'è da fare sempre: aiutare i ragazzi a fare i compiti, a preparare un esame, accompagnarli a scuola o da qualche altra parte, a volte dormire. "I colleghi mi aiutano con i turni, così posso combinarli con l'altro lavoro, quello per la Sovrintendenza". Da educatore, Francesco è pagato con uno stipendio fisso: 900 euro al mese, netti. Da archeologo, è un professionista con partita Iva, dai 120 ai 180 euro, pagato a giornata come gli edili. "Ma al contrario degli edili non abbiamo cassa integrazione né altro". Insomma, "ho due lavori tutti e due precari". Come la sua collega Antonella, che ha una laurea e un dottorato di ricerca già concluso, e che per due anni ha passato la mattina in cantiere a scavare e il pomeriggio presso una società che fa la ricostruzione tridimensionale di monumenti antichi: almeno lei lavorava in campi contigui. Adesso invece "il mio secondo lavoro è a scuola, insegno italiano tre ore a settimana".
Non che il doppio lavoro intellettuale riguardi solo i precari. Il problema, più che la stabilità del posto, è il livello del reddito. Anna per esempio ha un contratto a tempo indeterminato con una società per la quale traduce dall'inglese e dallo spagnolo: netto in busta paga, 1.250 euro al mese. La metà vanno in affitto. Dunque, "lavoro di notte e nei weekend, faccio traduzioni da free lance". Nel mondo delle traduzioni, la tariffa si calcola per parola: "Mi pagano anche meglio, fino al triplo per parola tradotta, ma il primo lavoro mi serve per avere un minimo di sicurezza". Il secondo per avere 4-500 euro in più al mese. E, in alcuni casi, anche qualche soddisfazione in più. Nicola, che fa il webmaster e dunque dovrebbe stare nella parte alta delle classifiche del lavoro, quelle del nuovo che avanza, la spiega così: "Ho un contratto a progetto con un ministero, lungo e abbastanza buono. Ma in ogni caso non supero i 1.500 euro al mese. E mi resta del tempo per lavorare in proprio, progettare siti, per esempio: lo faccio non solo perché mi serve, ma anche perché in questi lavori sono più libero, posso esprimere una visione grafica, un'idea mia". Non è un caso se, nella classifica dell'Istat, è proprio nel settore 'comunicazioni e trasporti' il record delle posizioni lavorative: quasi il doppio degli occupati.
di Roberta Carlini


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