giovedì 23 ottobre 2008

I problemi dell'ambiente li risolverà "la massaia di Abbiategrasso"



La cosiddetta "battaglia sul clima", esplosa nell'autunno all'interno dell'Europa, nel pieno della più grande crisi del capitalismo dell'ultimo secolo, ci racconta le enormi difficoltà dell'immediato futuro, nostro e del mondo. E non perchè l'Italia sia così importante da influire sul resto del pianeta, quanto piuttosto perchè l'Italia, in questo momento della sua storia, come già avvenne ai tempi del fascismo, sembra interpretare meglio di altri paesi le pulsioni belluine e regressive, gli umori violenti che caratterizzeranno il comportamento delle comunità umane negli anni a venire.

E', o dovrebbe essere evidente - in base perfino al buon senso comune di cui Giovanni Sartori ha recentemente pianto la scomparsa - che la questione dell'innalzamento della temperatura del pianeta non riguarda solo questo o quel paese, e che, quindi, è faccenda che deve essere affrontata collettivamente.

Collettivamente vuol dire planetariamente, con lo sforzo di tutti, poichè l'aria calda, l'effetto serra, non si ferma davanti a questa o quella frontiera, e i suoi effetti si riversano su ogni area della nostra Terra, senza riguardo per nessuno, e per giunta in forme, potenza, caratteristiche che nessuno è in grado di prevedere e tanto meno di prevenire.

Chiunque (parlo ovviamente delle persone che si trovano ai posti di comando) dovrebbe capire che il problema è grande, inedito, e attrezzarsi per affrontarlo al livello della sua, appunto inedita, complessità. Invece che accade? Che, in diversa misura paese per paese, ma con l'Italia in testa per ottusa improntitudine egoistica, ciascuno cerca di scaricare sugli altri il costo delle trasformazioni necessarie. Dietro i governi, e dei gruppi di potere in caccia di voti per la prossima rielezione, ovviamente, ci sono i potenti gruppi d'interesse, la cui lungimiranza è stata già ampiamente rivelata dalla crisi della finanza mondiale, che questi stessi gruppi, con le loro banche di riferimento, hanno prima creato e poi lasciato marcire fino all'esplosione del bubbone globale.

Nel caso specifico si tratta delle industrie automobilistiche, impegnate allo spasimo soltanto a ritardare l'inevitabile. Devono riconvertirsi per produrre altre vetture, meno inquinanti, emettenti meno grammi di CO2 per ogni chilometro di percorrenza, ma - non avendoci pensato per tempo (anzi avendo impedito, per decenni, la nascita di nuovi motori, per esempio a idrogeno) - adesso misurano i costi e i tempi dell'operazione, e scoprono che dovrebbero dedicare all'investimento per la ricerca e la progettazione dei nuovi modelli ben altre quantità di denaro. Il che, a sua volta, significa che dovrebbero spiegare ai loro azionisti (sempre le solite banche, e i soliti potentati incrociati che hanno guidato il pianeta) che la quota dei dividendi deve essere corrispondentemente ridotta.

Ed è questo che non sono in grado nemmeno di immaginare, meno che mai in tempi di crisi. E così i governi più deboli, o più proni agli interessi dei potenti, eccoli diventare i loro commessi viaggiatori nei consessi internazionali dove si cerca di decidere il da farsi collettivo. Eccoli calcolare l'ammontare della spesa, fare le pulci al vicino, cercare di strappare qualche percento in meno: i miei costruttori (leggi la Fiat) fanno auto più piccole dei tuoi, quindi io dovrei pagare di meno. Io sono più verde di te (falso naturalmente). Io non ho il carbone, mentre tu ce l'hai ancora (vero, ma quanta energia eolica produce l'Italia e quanta la Germania?). Quindi tu prima riduci il tuo carbone e poi discutiamo. Più o meno questo è il miserevole livello di queste discussioni, mentre la curva della produzione collettiva di anidride carbonica continua a salire. Ignorando il "dettaglio" che o riusciamo a invertire la curva di crescita delle emissioni di CO2 entro il 2017-2020, oppure dovremo dire addio a ogni prospettiva di contenere l'innalzamento climatico antro i 2 gradi centigradi da qui al 2050. E questo, a sua volta, significherà che le previsioni di una spesa (europea) di 70 miliardi di euro all'anno per fronteggiare gli effetti del riscaldamento, già previsti all'interno di un aumento di due gradi, dovranno essere ricalcolate al rialzo, moltiplicate per due o per tre ad ogni grado di "sforamento" di quel tetto.

La signora Prestigiacomo, il cui livello di informazione in materia - stando a quello che dice - non dev'essere di molto superiore a quello della famosa massaia di Abbiategrasso, annuncia fuoco e fiamme di fronte ai microfoni e alle telecamere che ne mostrano le gentili fattezze in edizione corrucciata: "noi non ci stiamo". E poichè questo tipo di decisioni, nell'Europa attuale, si possono prendere solo all'unanimità, tutto dovrebbe fermarsi fino al soddisfacimento degl'interessi elettorali di ognuna delle leadership europee.

Sarkozy risponde, a muso duro, che se l'Italia non ci sta si voterà lo stesso, e la decisione sarà presa a maggioranza. Ma è come sperare che l'effetto serra, per decisione politica, sia confinato sui paesi "cattivi", che non ci stanno.

E così il ministro Scajola, invece di capire che con la produzione delle auto non c'è futuro possibile e sostenibile (il che non vuol dire chiudere la Fiat domani, ma invitare la Fiat a progettare una vasta riconversione industriale, una diversificazione radicale, etc) annuncia incentivi alla rottamazione e all'acquisto di nuove automobili.

Sarebbe bastato che aspettasse il giorno dopo, e avrebbe potuto leggere sull'Herald Tribune che Kirk Kevorkian, il plurimiliardario Paperone americano stava vendendo una gran parte delle sue azioni della Ford. Vendendo in perdita, perchè si è reso conto che da quella parte non si faranno più profitti, e perchè, nel frattempo, le altre due rivali della Ford, General Motors, e Chrysler, stanno cercando affannosamente di fondersi perchè non riescono più a reggere, separatamente a un mercato in calo verticale.

Così, nella più grande confusione, in mezzo al panico, in un'atmosfera da fuggi-fuggi, le classi dirigenti dell'occidente globalizzato stanno affrontando una situazione che non avevano previsto e di cui non sanno prevedere gli sviluppi. Ciascuna per conto proprio, dimenticando quello che ci avevano detto nei decenni del neoliberismo più sfrenato: che ormai non sarebbe più esistita alcuna possibilità di decidere autonomamente. Avevano perfino inventato un acronimo per sintetizzare la filosofia globale: TINA, che stava per "There Is No Alternative", non c'è alternativa.

Dunque non c'era più alcuna possibilità di discutere, di decidere. C'era solo la soluzione di una efficiente " governance della necessità". Dunque, non c'era più alcun bisogno neanche della politica, ormai divenuta inutile. Cioè non c'era neppure bisogno della democrazia: una perdita di tempo, visto che la sopra ricordata massaia di Abbiategrasso non sarebbe mai stata in grado di capire la complessità della governance.

Quello che non vedono, le élites occidentali, è che siamo entrati tutti nell'anticamera di una "transizione". Verso dove? Verso una società radicalmente diversa da quella nella quale siamo nati e vissuti. Dobbiamo transitare, lo si voglia o non lo si voglia, lo si capisca o non lo si capisca, da un mondo senza limiti a un mondo che riconosce i suoi limiti. Abbiamo vissuto nell'idea che la quantità di energia disponibile fosse illimitata. Idea - sbagliata - che nasceva dalla apparente facilità con cui l'energia veniva estratta dalla terra. Idea che ci conduceva a pensare che sarebbe stato così per sempre.

Invece non solo non sarà così per sempre, ma non lo sarà più nel corso di questa e della prossima generazione. Il "picco" del petrolio avverrà una sola volta nella storia del genere umano, e non ce ne saranno altri.

Per cui l'alternativa reale che ci troviamo di fronte non è come creare nuove fonti di energia (cosa, per altro, ragionevole per affrontare, comunque, la transizione), ma pensare a una società in cui l'energia sarà un'altra cosa rispetto a quella attuale, e non necessariamente la si potrà infilare nel serbatoio di una automobile. Cioè che non tutte le energie sono intercambiabili, non tutte sono usabili nello stesso modo, non tutte sono ugualmente "democratiche", non tutte sono alla portata di tutti.

Ci vuole tanto a capire, per esempio, che l'energia atomica è faccenda che concerne solo gli stati? E che, se è vero che l'energia atomica può essere trasformata in energia elettrica, o in riscaldamento, è altrettanto vero che non ha molto in comune con un distributore di benzina? E che, quindi, il passaggio dall'energia concentrata all'energia di flusso, per giunta costante, comporta una riorganizzazione industriale dell'intera società?

Ecco perchè lo scontro tra Italia e Europa sulla battaglia climatica fa venire il latte alle ginocchia per la sua miseranda piccolezza (dell'Italia intendo dire). E' forse la prima volta che l'Europa diventa leader mondiale, sostituendosi agli Stati Uniti. E su una questione di portata epocale, che decide il futuro dell'Uomo. E il governo dell'Italietta, invece di cercare di collocarsi all'interno di questo progetto, lo ostacola, adducendo (demagogicamente) il proprio "particulare".

Leader degni di questo nome (ma non se ne vedono proprio, nemmeno all'opposizione) dovrebbero chiedersi con quale faccia l'Europa potrebbe presentarsi a Copenhagen, l'anno prossimo, a dire a Cina, e India, di ridurre le loro emissioni di gas-serra, se non sarà stata capace, essa stessa, di fare il primo passo nella giusta direzione.

E, quando le emissioni di CO2 saranno diventate tali da cambiare il corso della nostra vita, a prescindere dalle decisioni dei nostri imbelli governanti, cosa andranno a dire, costoro, ai lavoratori della Fiat? Avranno il coraggio, sempre che siano ancora ai loro posti, di dire che, mentre dicevano di voler difendere i posti di lavoro degli operai, si erano dimenticati di mettere a repentaglio le vite dei loro figli?

Non era meglio, per tempo, avviare una politica economica e sociale di adattamento alle nuove e inesorabili condizioni, sviluppare la ricerca, avviare un nuovo modo di vivere e di consumare (meno)?

Invece mobilitano drappelli di economisti pasticcioni e di propagandisti dell'esistente a spiegare alla gente che non bisogna credere ai "catastrofisti" (pensate, Angela Merkel, Nicholas Sarkozi, catastrofisti!) , che vogliono portarci via il frigorifero e farci andare a piedi, e che il riscaldamento è un effetto ciclico di cui non c'è da preoccuparsi,

Sarebbe da dire: che pena! Se non fosse che questa gente ha preso il timone del comando.

di Giulietto Chiesa, Megachip - in uscita sul prossimo numero di Galatea, European Magazine
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8134

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