giovedì 30 ottobre 2008

SCUOLA POLITICA



«Né di destra, né di sinistra». Di questa definizione, da tempo utilizzata a piene mani dalla destra e dalla sinistra appunto, abbiamo imparato a diffidare. È infatti attraverso questa pretesa di oggettività indiscutibile, divinamente ispirata dall'«interesse generale» che sono stati imposti fino a oggi contenuti di natura restauratrice e repressiva: il controllo pervasivo delle nostre vite, la sicurezza come puro e semplice ordine pubblico, la repressione dei comportamenti giovanili, la discriminazione dei migranti.
Accade ora che questa stessa espressione venga impiegata dall'imponente movimento di studenti, insegnanti e cittadini, che da settimane attraversa tutto il paese, per descrivere se stesso. Ma rovesciandone interamente il senso. È soprattutto questa novità che ha fatto saltare i nervi a Silvio Berlusconi e al suo governo. Che, non a caso, si sono sforzati in ogni modo e contro ogni evidenza di ricondurre questa tumultuosa ripresa dei movimenti all'«estrema sinistra» (che sarà mai?) e al mondo dei centri sociali. Il conflitto «né di destra né di sinistra» che ha invaso scuole, università e piazze di tutta Italia comincia a trasformarsi in un incubo tanto per la maggioranza di governo quanto per le ombre dell'opposizione parlamentare. 
Dietro quell'espressione, fin qui tanto apprezzata dai moderati, si manifestano questa volta contenuti di libertà: non la delega all'autorità del potere, ma la volontà del mondo della formazione di autodeterminarsi, non il ridimensionamento securitario dei diritti democratici, ma la pretesa di estenderli, non l'accettazione delle priorità e delle forme delle rappresentanze parlamentari, ma il loro sconvolgimento. È un movimento tutto politico, non esistono movimenti che non lo siano. Non si tratta di un espressione di «disagio» che attende di essere raccolta da qualcuno e tradotta in programma, ma di un percorso di autonomia che intende costruire in proprio, che non opera al di sotto della dimensione politica (dal basso) ma alla sua altezza. Come potrebbero gli studenti universitari e medi richiamarsi a una sinistra che ha contribuito nel tempo, vuoi accodandosi all'ideologia aziendalista, vuoi nutrendo nostalgie stataliste o utilitarismi industrialisti, a ridurre la scuola e l'università alla condizione di miseria culturale in cui versano e alla devastazione di ogni socialità nella vita degli studenti? Le numerose frottole che hanno accompagnato per anni le cosiddette riforme (l'allineamento al mercato del lavoro, gli investimenti privati, il miglioramento dei servizi e delle strutture, le magnifiche virtù del 3+2) sono franate una dietro l'altra. Per non parlare del gergo bancario (crediti, debiti), adottato dal sistema della formazione, ridotto oggi al triste gergo della bancarotta. 
CONTINUA | PAGINA 5 «Né di destra, né di sinistra», così come il movimento si autopercepisce, significa innanzitutto una rottura radicale con questa storia, un rifiuto degli arroccamenti identitari e della prescrittività dei modelli politici tramandati. Ma non si parte da zero, da una ingenua spontaneità. Vi è ormai un cospicuo patrimonio di analisi, di riflessioni, di pratiche politiche che, nel corso degli ultimi anni, hanno smontato pezzo per pezzo, l'applicazione di una miserabile logica costi/benefici al mondo della formazione, della produzione e trasmissione del sapere. Vi è infine il vissuto della «miseria della condizione studentesca» nell'università riformata.
Può accadere allora che qualcuno desuma dall'assenza di bandiere rosse l'esistenza di uno spazio per sventolare quelle nere. Può anche accadere che un gruppo organizzato prenda la testa di un grosso corteo. Ma è un tentativo tutto strumentale e con le gambe corte. Lì dove il discorso razionale del movimento si sviluppa, l'ideologia della destra sarà costretta al silenzio. La diversità dei linguaggi, delle pratiche e degli obiettivi non tarderà a manifestarsi, al di là delle apparenze. Ma un pericolo reale c'è, sia pure vecchio e abusato. La carta degli «opposti estremismi», delle fazioni in lotta. Qui i gruppi della destra organizzata possono davvero dare una mano al governo, innescare la risposta repressiva. Da questo bisogna guardarsi.
MARCO BASCETTA

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