sabato 25 ottobre 2008

Siamo sull'orlo del fallimento


Il continuo crollo delle borse anticipa il blocco dell'economia reale
Aumentano gli stati sull'orlo del fallimento; Fmi sotto pressione


L'epicentro della tempesta globale si va spostando rapidamente verso l'economia reale, mentre si approfondisce il patatrac di quella virtuale (la finanza, con le sue mille scartoffie collegate fra loro che oggi vanno in fumo tutte insieme). 
Ma c'è una terza dimensione della crisi che comincia a mostrarsi in tutta la sua serietà: si allunga la lista degli stati a rischio-fallimento. Si tratta di un fenomeno fin qui assai raro (tutti ricordiamo solo il caso dell'Argentina, nel 2000), ma potenzialmente più distruttivo del crack delle banche. Tutti i piani di salvataggio fin qui concepiti, infatti, assegnano agli stati nazionali un ruolo di «garante di ultima istanza» della circolazione e del credito. Ma niente vieta, come si sta vedendo in questi giorni, che gli stessi Stati possano alzare bandiera bianca. Un ammonimento per quanti, con troppa faciloneria o impassibile fiducia nella credulità altrui, hanno finora «tranquillizzato» il popolo garantendo che «lo stato non può fallire». Tremonti e Berlusconi su tutti, naturalmente.
Ieri anche la Bielorussia si è rivolta al Fondo monetario internazionale (Fmi) per chiedere aiuto. Era stata preceduta da Islanda, Ungheria, Ucraina e Pakistan. Paesi differenti per importanza, popolazione, storia politica, religione, insediamenti industriali, ma accomunati da uno svuotamento delle casse pubbliche ormai insostenibile. L'Ungheria, per «consolidare» la propria moneta, ha ieri alzato i tassi di interesse dall'8,5 all'11,5%. E' un paese dell'Europa a 27, che fa così per attirare capitali esteri; anche a costo di bruciare qualsiasi prospettiva di crescita economica nei prossimi anni. 
Il «premio» che gli investitori chiedono per comprare obbligazioni governative - quelle «ultrasicure», nel linguaggio dei promoter finanziari - è arrivato ieri all'8,27%. Dietro di loro avanza già una folla inquietante, guidata da un colosso manifatturiero come la Corea del Sud. Non basta. La recessione incipiente ha abbattuto il costo delle materie prime. Buon per noi, potremmo dire, che possiamo dimenticare l'incubo del petrolio a 147 dollari (ieri è sceso fino a 66). Sì, ma il lato sbagliato della medaglia è che i paesi produttori entrano a loro volta in crisi. Il costo di un credit default swap per proteggersi dal fallimento della Russia è salito dall'1,3 al 10,8%. Se vi sembra normale...
Si sta progressivamente sfarinando, insomma, quella che era stata immaginata come la linea Maginot contro l'vanzare della crisi finanziaria. E l'economia reale ha un bisogno disperato di un'ancora per non andare alla deriva. Pochi dati per farsi un'idea. I pignoramenti delle case, a valle del tracollo dei mutui subprime, sono cresciuti negli Usa del 71% in un solo anno. Anche scontando un certo rallenatmento dovuto alle misure di «protezione dei proprietari di case» decisi da alcuni stati. Contemporaneamente, i sussidi di disoccupazione statunitensi sono saliti di 15.000 unità nell'ultima settimana; quasi mezzo milioni di americani, in sette giorni, ha perso il posto di lavoro.
Andrà probabilmente peggio nei prossimi mesi, vaticina il guru (pentito) della finanza facile, Alan Greenspan. In effetti, General Motors sta per varare un piano di licenziamenti più drastico di quelli presentati finora (comprende anche la possibilità di chiudere la Opel, la controllata in Germania). La Chryscler ha messo in preventivo 2.000 licenziamenti, mentre Merrill Lynch, potente banca di investimento salvata per i capelli da Bank of America, subirà una ristrutturazione che lascerà a casa almeno 10.000 persone. Non va meglio per il cosiddetto «immateriale». Il New York Times ha registrato un calo del fatturato dell'8,9%, accompagnato da una riduzione della raccolta pubblicitari anche più ampio: -16%. Nei giorni precedenti anche giganti del «capitalismo informatico» come Microsoft, Yahoo! e Google, hanno annunciato piani di ridimensionamento.
L'Italia - dice il governo - «non presenta rischi». Sarà, ma l'Isae registra un tracollo della «fiducia» di consumatori e imprese nel mese di settembre. L'indice dell'istituto scende da 96,2 a 86,5, tornando ai livelli minimi raggiunti nel finire del 1993. Un dato omogeneo, anche quantitativamentte, su tutto il territorio nazionale. Ciò nonostante, il presidente dell'Isae, Alberto Majocchi, non ravvisa «segnali di elementi restrittivi nell'erogazione del credito». Eppure i crediti internazionali, nei soli ultimi tre mesi, si sono ridotti di 1.100 miliardi di dollari (-3%).
Tutto bene? Dipende, ma non saremmo così drastici. Proprio ieri Eurostat (l'istituto di statistica comunitario) ha reso noto che gli ordinativi all'industria - l'input che muove le imprese a produrre, da qui ai prossimi mesi - sono calati nel mese di agosto dell'1,2% nella zona euro (i 15 paesi che hanno la moneta unica), dello 0,8 in Italia e dell'1,7 nell'Europa a 27 (compresi gli squinternati paesi dell'Est, quelli che si oppongono per disperazione al protocollo di Kyoto). Rispetto a un anno fa, però, questo scivolamento diventa del 6% nell'eurozona e del 6,7 nell'area a 27. Addirittura, se si fa astrazione da costruzioni navali, attrezzature ferroviarie e aerospaziali (tutte commesse a carico degli stati), il calo arriva a -7,5%.
In questo quadro, vi pare strano che le mitiche borse abbiano perso punti a grapoli anche ieri? Wall Street, dopo un'altalena da infarto (da +2 a -3), a un'ora dalla chiusura segnalava un Dow Jones a -3 e un Nasdaq a -4,4%.
di FRANCESCO PICCIONI

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