mercoledì 1 ottobre 2008

Vittoria integrazionista in Ecuador

Gennaro Carotenuto

Un altro presidente integrazionista, Rafael Correa in Ecuador, trionfa in America Latina ottenendo in maniera schiacciante, col 64% dei voti, l’approvazione di una delle Costituzioni partecipative più avanzate al mondo e che sanziona che nessuna base militare straniera potrà restare sul suolo ecuadoriano. Diranno che è populista e amico di Hugo Chávez, diranno che ha liquidato l’opposizione (liquidatasi da sola) e lo calunnieranno in mille modi, ma questo giovane democristiano con dottorato a Lovanio in Belgio sta cambiando la storia di uno dei paesi più depredati del mondo.

Il giorno dopo la schiacciante approvazione della nuova Costituzione la sensazione a Quito è che tutti i sogni siano diventati possibili. Perfino superare la triste perversione del neoliberismo, perfino smettere di pagare quello che il Presidente chiama “l’illegittimo debito estero”, perfino risolvere l’inestricabile groviglio della dollarizzazione del paese, che ha arricchito vergognosamente pochi e portato alla fame e costretto all’emigrazione mezzo paese.
I movimenti indigeni, sociali e popolari del paese, da sempre fortissimi, avevano più volte sbagliato al momento di scegliere il presidente, uno dei problemi più gravi del presidenzialismo. Con Lucio Gutiérrez, dopo averlo votato si erano addirittura ritrovati il nemico in casa, uno dei peggiori capi di Stato della Storia, che prendeva ordini dall’Ambasciata degli Stati Uniti come i più manovrati dittatori di questo paese e questo continente. Ma con Rafael Correa gli ecuadoriani non hanno sbagliato e il presidente esce dal voto per la Costituzione fortissimo. In un paese dalla cronica instabilità politica, per la prima volta in almeno 40 anni il presidente incarna un progetto politico di lunga durata, quello della costruzione di un nuovo paese partecipativo e che si appoggia sul consenso dei due terzi della popolazione.
Ed è fortissima quella che Correa ha battezzato la “rivoluzione della cittadinanza”, la scommessa di trasformare tutti gli ecuadoriani, e non solo le élite creole di sempre, in cittadini pieni in grado di partecipare alla vita democratica del paese. 
E sono proprio le élite creole l’ultimo ridotto del vecchio fondamentalismo neoliberale. La Confindustria, arroccata a Guayaquil, si lamenta della caduta degli investimenti stranieri che loro stessi manovrano per destabilizzare, temono che si smantelli la dollarizzazione, con la quale loro si sono arricchiti sulla perdita di sovranità del paese e la maggioranza del paese si è impoverita e sono ovviamente scandalizzati dalla crescita di spesa pubblica. Quella che per Correa e la maggioranza del paese serve a costruire quello che più che uno “stato sociale” è un embrione di “stato di diritto”
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Link: http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=174 

fonte www.gennarocarotenuto.it

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