domenica 30 novembre 2008

Vogliamo i Pescatori al potere


Io, per esempio, chiedo: secondo voi è più meritevole un alto dirigente della Fiat, che fa bene tutti i conti, o è più meritevole un tipo che in piena notte prende la sua barca, affronta il mare forza nove, affianca una «bagnarola» alla deriva con 250 naufraghi, riesce a trascinarla per 10 miglia, fino a portarla al ridosso di una isola, e poi riesce a trasbordare nel suo peschereccio i naufraghi, e li salva, e fa quello che la guardia costiera non era in grado di fare, perché con quel mare lì le lance della guardia costiera non reggono? E' più bravo, e più meritevole, e più professionista quel pescatore o il dirigente della Fiat? Se invertissimo i ruoli, e il pescatore passasse dietro la scrivania, farebbe molti danni? Ne dubito. E se il dirigente della Fiat fosse mandato a governare il peschereccio, quanti naufraghi riuscirebbe a salvare? Temo nessuno, dorse enanche se stesso.
Secondo il mio modo di vedere, in una società meritocratica seria, bisognerebbe porre al vertice il pescatore, e in fondo in fondo il dirigente della Fiat...
Del coraggio non c'è molto da dire. E' così evidente in questa storia. Non credo che riceverà gli onori che in genere vengono riservati al coraggio dei militari, però, sempre coraggio è. Per altro i pescatori di Mazara non avevano nessun dovere di mettere in gioco la loro vita per salvare quei loro fratelli africani. Però, quando il tenente della Finanza, disperato, glielo ha chiesto, non ci hanno pensato un minuto. Si sono messi in mare con 50 nodi di vento e le onde alte così.
E infine c'è la questione della sicurezza e della differenza di idee tra i pescatori e il grosso dell'opinione pubblica. Quante volte avete sentito dire - non solo dai leghisti - che il problema dell'immigrazione è un problema di sicurezza - di sicurezza di noi italiani, di noi occidentali, di noi brava gente - e che va affrontato in questo modo, con la polizia,col rigore, con il «respingimento» alla frontiera. Avete mai sentito questa parola oscena? «Respingimento».
I pescatori di Mazara non se la sono fatta nemmeno passare per il cervello la parola respingimento. Per loro il problema dell'immigrazione clandestina è un drammaticissimo problema di sopravvivenza di un gran numero di esseri umani, che vengono dall'orizzonte del mare, e che rischiano spesso di morire. E per loro il problema dell'immigrazione è come salvare queste persone.

Non vi fa una certa impressione leggere queste storie e poi pensare ai nostri governanti, a tanti politici, ai giornalisti, ai discorsi cretini che fanno?

di Piero Sansonetti

La sfida dei Pescatori del canale di Sicilia al mare forza9 e alla "cultura milanese" imperante


Ventotto ore in balìa del mare in burrasca per salvare seicentocinquanta immigrati che rischiavano di naufragare nel Canale di Sicilia. Una operazione rischiosissima portata a termine con successo dai pescatori di Mazara del Vallo, che hanno messo a disposizione cinque motopesca per soccorrere due barconi in grosse difficoltà, il primo a 15 miglia da Lampedusa e il secondo in acque maltesi e, come spesso accade, ignorato da La Valletta. 
L'allarme viene dato giovedì pomeriggio dagli stessi migranti, con un telefono satellitare lanciano un disperato sos. Il mare infuria a forza nove, le imbarcazioni rischiano di spezzarsi. 
Il responsabile della Capitaneria di porto di Lampedusa, il tenente di vascello Achille Selleri, guarda con preoccupazione le onde: le motovedette della Guardia costiera non possono lasciare l'isola. Così chiama i pescatori della flotta mazarese, che spesso ormeggiano a Lampedusa per riposarsi e che proprio giovedì avevano deciso di non salpare per le pessime condizioni metereologiche. I pescatori annuiscono: non è la prima volta che mettono a disposizione i motopesca per salvare dei migranti disperati, i pescherecci sono più grandi delle motovedette e consentono più facilmente il trasbordo dei migranti dalle carrette.
Sciolgono gli ormeggi cinque imbarcazioni: Ariete, Monastir, Twenty Two, Ghibli e Giulia P.G. E' quasi sera, l'operazione parte anche con la coordinazione della Capitaneria di porto di Palermo, gli uomini di Selleri si imbarcano con i pescatori alla ricerca del primo barcone. Lo rintracciano quando è buio, onde alte dieci metri impediscono di avvicinarsi, la carretta viene portata a ridosso di Lampedusa e qui, sottocosta, al riparo del vento, i trecentotré migranti vengono fatti salire sul Twenty Two. Sono sfiniti dalla paura: partiti martedì dalla Libia, hanno perso quattro compagni in mare. Tra loro ci sono 21 donne e alcuni bambini. In trecento su una imbarcazione di appena 15 metri: un miracolo che si siano salvati, dicono gli uomini della Guardia Costiera. Un miracolo davvero, visto che la traversata marittima è l'ultimo tassello di un lungo viaggio dall'Africa subsahariana attraverso le maglie spinose e strette della Libia, dove le forze di polizia non usano scrupoli nei confronti dei cosiddetti "illegali" - Tripoli non ha firmato la Convenzione di Ginevra e dunque non riconosce i richiedenti asilo, e Gheddafi utilizza la moneta "clandestini" nelle trattative con i Paesi europei e specialmente con l'Italia. 
I trecento vengono portati al centro di accoglienza all'alba, ma non è finita: i cinque pescherecci ripartono per recuperare il secondo barcone che nel frattempo si trova a nove miglia dalla costa. Il mare non accenna a placarsi, il Ghibli ripete la stessa operazione riportando la carretta a Lampedusa presso la cala Grecale dove avviene il trasbordo e finalmente, a mezzanotte di venerdì, i trecentoventi migranti possono mettere piede sull'isola. Con loro un bimbo di appena 4 mesi, 15 donne e una incinta di nove mesi. Alla Capitaneria di porto di Lampedusa sanno che poteva finire in tragedia e che «forse lassù qualcuno ci ha dato una mano». 
Prima flotta peschereccia italiana con 30mila tonnellate di pesce pescato l'anno, un migliaio di pescherecci e 20 industrie di trasoformazione, i marinai di Mazara del Vallo sono abituati ad imbattersi nei barconi dei migranti che provengono dalla Libia o dalla Tunisia. Se nei primi tempi venivano invitati dalla Guardia Costiera a restare accanto alle imbarcazioni in attesa delle motovedette, negli ultimi tempi vengono autorizzati a portare a bordo i migranti poiché pare che i pescherecci siano della grandezza idonea per questo tipo di operazioni. Lo sfruttamento intensivo del mare di Sicilia ha portato all'impoverimento delle risorse ittiche, c'è poco pesce e alcuni mazaresi si avventurano nella acque libiche provocando l'ira di Tripoli. «Ci criticano sempre, eppure siamo capaci di questi gesti» commenta da terra uno dei proprietari dei motopesca. I marinai sono già in alto mare per pescare.
Con l'arrivo dei seicentocinquanta migranti, il cpa di Lampedusa strabocca come se fosse piena estate: 1400 gli stranieri, per una capienza di mille posti. Sono già partiti i primi trasferimenti al cpt di Crotone, dove trovano posto anche molti possibili richiedenti asilo.

di Lura Eduati

sabato 29 novembre 2008

Texaco (oggi Chevron), la multinazionale petrolifera causa di crimini per 27 miliardi di dollari in ECUADOR





Dal 1964 al 1992 la multinazionale petrolifera statunitense Texaco (oggi Chevron) ha causato danni all’ambiente e alla salute, che hanno provocato il genocidio di intere popolazioni native dell’Ecuador. Nel corso degli anni ha sistematicamente sversato 80 miliardi di litri di rifiuti tossici, prodotti chimici velenosi e residui della produzione petrolifera nei fiumi che alimentano l’intera Amazzonia distruggendo flora e fauna, vite umane e intere culture senza fermarsi di fronte a nulla. Oggi potrebbe essere condannata a pagare 27 miliardi di dollari di risarcimento per i propri crimini.
In Ecuador 30.000 persone, soprattutto indigeni e contadini delle regioni sfruttate e distrutte dalla Texaco, riunite in un’associazione in difesa dell’Amazzonia, sono in attesa di una sentenza per l’azione collettiva (class action in italiano corrente) da loro presentata contro la multinazionale per danni all’ecosistema, alla salute e per aver favorito la sparizione di intere popolazioni ancestrali dei quali oltre la metà si concentrano nella sola provincia di Sucumbíos, alla frontiera con la Colombia.
La Chevron si difende e contrattacca, sostiene che non vi sia alcuna prova della sua colpevolezza, che la responsabilità sarebbe del governo ecuadoriano e di Petroecuador e che comunque il calcolo dei danni sarebbe stato fatto lievitare dalle parti civili in maniera scandalosa e che il processo è sarebbe già segnato da parzialità in favore delle vittime. Invece secondo uno degli avvocati della parte civile, Pablo Fajardo, 27 miliardi di dollari coprirebbero solo i danni materiali ma non le vite perdute e le intere culture fatte sparire dalla multinazionale statunitense.
La storia della richiesta di giustizia per i crimini del neoliberismo reale in Ecuador è lunga e sono cinque anni che le popolazioni danneggiate dalla Texaco stanno raccogliendo testimonianze e prove dei danni. Un mese e mezzo fa si è compiuto il passo più importante quando la Corte federale di Nuova York, negli Stati Uniti, decise che solo la giustizia ecuadoriana è competente in materia e non quella statunitense come pretendeva la multinazionale. 
La sentenza fu un ribaltamento dei paradigmi del neoliberismo che pretendeva che le multinazionali potessero rispondere dei loro crimini solo nel nord del mondo e sulla base delle leggi di questi paesi beneficiando, soprattutto negli Stati Uniti, di normative favorevolissime in materia di distruzione dell’ambiente. Nonostante la Chevron abbia provato in tutti i modi ad essere giudicata negli Stati Uniti sarà quindi la giustizia ecuadoriana, il paese che si considera il più danneggiato al mondo in materia di distruzione neoliberale dell’ambiente, e per la precisione la Corte Superiore di Nueva Loja, proprio nella provincia di Sucumbíos, che nei prossimi mesi emetterà una sentenza. 

di Gennaro Carotenuto

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/

Il GOVERNO (Gabriella Carlucci, e scusate se è poco) usa metodi mafiosi per imporre l'idea che "la cultura è un peso insostenibile"


Sale sempre più forte la protesta delle Associazioni per la tutela e dei sindacati dei Beni Culturali (Uil e Cgil) contro le intimidazioni rivolte dall'on. Gabriella Carlucci nei confronti del presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, Salvatore Settis, di cui ha reclamato le dimissioni, e ancor più nei confronti di soprintendenti e direttori di musei, cioè di dipendenti del Ministero, già sottoposti a pressioni di ogni genere ed ora invitati ad andarsene per aver alcuni di essi firmato, del tutto legittimamente, un appello delle associazioni. Essi hanno espresso così una forma motivata di dissenso che evidentemente non è più tollerata. L'unica "tolleranza zero" riguarda nel nostro Paese le idee e la libertà di professarle. 

Si vuole con ciò zittire e allineare il personale tecnico-scientifico all'idea che "la cultura è un peso insostenibile" (on.Carlucci, come la capiamo), che "i beni culturali devono rendere", che essi "sono il nostro petrolio". Idea vecchia, sballata e provinciale che fa ridere di noi il mondo internazionale della cultura e dell'arte il quale considera i musei istituti per la diffusione della cultura, per l'educazione di massa alla storia e all'arte, tant'è che, nel caso dei grandi musei britannici, li mantiene da secoli gratuiti. In realtà si vuole creare il clima giusto per nuove "epurazioni", dopo quelle già avvenute, del resto, durante i precedenti governi Berlusconi. Valga per tutti la rimozione di Giuseppe Chiarante dalla presidenza dell'allora Consiglio Nazionale e dal CN stesso, richiesta dal sottosegretario Sgarbi ed operata dal ministro Urbani. Avvenuta poco dopo la rielezione del sen. Chiarante, in pratica alla unanimità, in sede di Consiglio Nazionale. La "imputazione" era quella di aver pubblicamente plaudito, assieme al sottoscritto, all'appello lanciato dai direttori dei maggiori musei del mondo contro la privatizzazione dei musei italiani dei quali essi, a cominciare da Pierre Rosenberg, allora direttore del Louvre, sottolineavano bellezza e funzionalità. Venimmo entrambi estromessi, senza un rigo di spiegazione, dal CN dei Beni culturali. Che poi Urbani, di fatto, non convocò più.

Tale clima di "caccia alle streghe" viene creato, oggi come ieri, per poter poi allentare i vincoli e le regole della tutela, per fare di questo prezioso patrimonio ciò che si vuole a livello di partiti e di governo, con un ingresso pesante della politica, di personale estraneo ai Beni culturali (vedi il Supermanager ai Musei), in un ambito che richiede, al contrario, massima autonomia dalla politica e massima competenza specifica. Ci si prepara probabilmente a ripetere i provvedimenti di trasferimento, declassamento o rimozione già attuati fra 2001 e 2006 contro quanti non seguivano quelle direttive politiche.

Soprintendenti, direttori di musei e di scavi, ispettori non hanno le protezioni di cui godono i docenti universitari. Pochi di loro, troppo pochi si espongono. Per questo chiediamo alle massime istituzioni del Paese, alle confederazioni sindacali, alle forze politiche più illuminate di intervenire prontamente per sventare questo attacco gravissimo, ormai quotidiano, all'autonomia della cultura e della tutela dei beni storici e artistici e del paesaggio, per difendere una libertà costituzionale fondamentale: la libertà della cultura.

di Vittorio Emiliani

Link: http://www.articolo21.info/7740/notizia/allarme-beni-culturali.html

ALITALIA: Berlusconi ci ha tagliato le ali. Brindisi e Parma private di ogni rotta, tratte interne depotenziate del 70%


Parma e Brindisi private di ogni rotta. Un depotenziamento dei voli per la Sicilia tanto consistente da creare imbarazzo persino al fedelissimo presidente del Senato Renato Schifani. Riduzioni spropositate che sfiorano in alcuni casi il 70% delle tratte interne tra la capitale e i diversi aereoporti italiani.  
Lufthansa, ritenuto il primo grande potenziale partner commerciale, che fonda una propria filiale italiana e da principale alleato si trasforma in rivale insormontabile pronto a invadere il mercato italiano con un pacchetto industriale serio e concorrenziale. L'Enac che deve constatare l'impossibilità per Cai di rispettare i contratti d'avvio delle attività (fissate per  il primo dicembre 2008) e ne annuncia il rinvio a data da destinarsi. Piccoli investitori rovinati, piloti e dipendenti pagati in azioni praticamente volatilizzate. Una compravendita che grava sulle casse dello Stato, e quindi su noi cittadini, per cifre angoscianti: negli ultimi dieci anni Alitalia avrebbe spremuto i bilanci del ministero dell'Economia per più di 5 miliardi di euro, mentre le stime per il futuro parlerebbero di cassa integrazione e meccanismi straordinari di tutela per gli esuberi al costo aggiuntivo variabile tra i quattro e i sei miliardi. L'Antitrust italiano pronto, non si sa come, a dare l'ok all'acquisto da parte di Cai (fondata nel 1999 e iscritta alla camera di commercio dal 2004, come verificato da Report, in qualità di produttore e rivenditore di filati, merceria e passamaneria)  in un'operazione in cui Banca Intesa-San Paolo è contemporaneamente socio di Cai e arbitro della vendita di Alitalia. Come se non bastasse tutto questo, nel parossismo più totale, si attende con estrema ansia la decisione dell'Antitrust dell'Unione Europea che sta valutando la validità e la correttezza del prestito ponte offerto dallo Stato italiano ad Alitalia per pagare i carburanti e giustificato come provvedimento a salvaguardia dell'ordine pubblico. In caso di niet europeo, si completerebbe una commedia che tale non è, perchè riguarda senza scrupoli le decine di migliaia di famiglie dei lavoratori: Cai infatti si troverebbe obbligata a pagare di tasca sua la somma che si avvicina di molto al prezzo irrisorio con il quale la cordata berlusconiana si è aggiudicata l'intera azienda valutata da IlSole24ore nell'ordine di 700 milioni, circa la metà. Diverrebbe ipotizzabile a quel punto persino un tragicomico ritiro definitivo.
Siamo in Italia e quello che in casa nostra è definito imprenditoria e alta finanza nel mondo globale civilizzato ha nomi e volti poliedrici: rimarcato autoritarismo economico, finto capitalismo di Stato, mafia, massoneria e monopolismo totalizzante del privato. Tutto in un unico brodo. Tutto in un unico scambio. Tu mi entri in Cai (Compagnia aerea italiana) con una quota irrisoria, tanto scarichiamo tutto sulle tasche dei contribuenti, e io ti garantisco concessioni statali straordinarie. Come è avvenuto per Benetton, che ha ottenuto carta bianca nella gestione tariffaria delle nostre autostrade per un tempo valutabile intorno ai trent'anni. Un ulteriore chicca? Chi si occuperà di effettuare la perizia economica che stabilirà il prezzo definitivo degli slot di Alitalia? Banca Leonardo, un soggetto che comprende tra i suoi soci di minoranza Mr Tronchetti Provera, in Cai con Pirelli e C. S.p.a., Mr Salvatore Ligresti, in Cai con Fondiaria-Sai, e niente popò di meno del Gruppo Benetton, in Cai con le mani in pasta ovunque. Praticamente un perito che decide quanto deve sborsare di tasca propria. “Siccome sono gli imprenditori diciotto tra i più grandi – ha dichiarato Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo Economico del governo Berlusconi, ai microfoni di Report, la trasmissione di Milena Gabanelli che ha sviscerato in modo straordinario l'affaire Alitalia – i più grandi sono presenti in tutto lo scacchiere del nostro paese e devo dire che dentro Banca Leonardo ci sono quote minimali di due partecipanti (di tre in verità, ndr) a questa cordata quindi in modo assolutamente minimale”. Tutto normale, quindi, per Scajola che ha incaricato personalmente Banca Leonardo.
Lungo una parete esterna tra il Terminal A e B degli Arrivi dell'Aereoporto di Fiumicino,  campeggiano una serie di manifesti, fogli scarabocchiati e ritagli di giornali. Si può trovare la lunga lista dei partecipanti a Cai (Atlantia S.p.a., Immsi S.p.a., Heliopolis S.r.l., Macca S.r.l., Fingen S.p.a., Toto S.pa., Finanziaria di partecipazioni e investimenti S.p.a., Acqua Marcia S.p.a., Marcegaglia S.p.a., Riva Fre S.p.a., due società del Lussemburgo come Findim Group S.a. e Equinox Two S.c.a.,  Marinvest S.r.l., Fondiaria-Sai S.p.a., Intesa-San Paolo S.p.a, e per concludere Pirelli e C. S.p.a.) e le fiches iniziali di soli 10mila euro che - ci rivelano le informatissime bacheche dell'aeroporto - ogni socio avrebbe investito per cominciare la traversata. Lo sdegno corre lungo queste mura a volte con rabbia, a volte con umorismo: “Siamo nelle CaiMani!” recita un scritta a matita. Quello che è certo   è che in un paese serio la compagnia aerea di bandiera e con essa il lavoro di decine di migliaia di persone non può essere sacrificato per una  stupida e strumentale cavalcata elettorale che non sembra trovare fine.  
di Alessio Marri

Cisgiordania: i coloni che vorrebbero andarsene


Molti considerano gli insediamenti in Cisgiordania come uno fra i maggiori ostacoli alla pace in Palestina. Eppure, se è vero che la maggior parte dei coloni è determinata a rimanere, esiste una elevata percentuale che sarebbe disposta ad andarsene, se il governo israeliano desse loro la possibilità di ricominciare da capo, all’interno dei confini di Israele

Rimonim, Cisgiordania - Circondati dall’ostilità, vivendo su una terra che la maggior parte del mondo vuole restituire ai palestinesi affinché vi creino un loro stato, si incontrano silenziosamente in insediamenti ebraici come questo, pianificando il futuro. Ma questi coloni assediati della Cisgiordania, ampiamente considerati come un ostacolo alla pace, sorprendentemente vogliono solo una cosa: andar via.

Mentre la stragrande maggioranza dei coloni dichiara di non voler assolutamente abbandonare il cuore della storica patria ebraica - queste antiche colline di una desolata bellezza i cui nomi biblici sono Giudea e Samaria - migliaia di altri coloni affermano di voler tornare entro i confini di Israele antecedenti al 1967.

Dicono che il progetto di colonizzazione della Cisgiordania - almeno nella parte che si trova al di là della barriera di separazione che Israele sta costruendo - è destinato al fallimento, e che le loro vite sono in pericolo. Molti dicono anche qualcos’altro: l’occupazione israeliana delle terre rivendicate dai palestinesi è sbagliata, e loro non vogliono avere alcun ruolo in essa. Ma le loro case non hanno alcun valore, e dunque si trovano bloccati. Vogliono aiuto.

”Sono venuto qui 25 anni fa, a vivere in campagna ed a crescere la mia famiglia”, ha detto David Avidan mentre sedeva  nel soggiorno di un vicino, una sera di pochi giorni fa, per discutere una strategia per andarsene. “Volevamo colonizzare di nuovo tutta la terra di Israele”, ha aggiunto. “Ma ora, quando vedo come i nostri soldati trattano i palestinesi ai checkpoint, mi vergogno. Voglio che ce ne andiamo di qui. Voglio due Stati per due popoli. Ma non posso ottenere denaro in cambio della mia casa, e non posso andarmene”.

Ci sono 280.000 coloni in Cisgiordania (oltre ai più di 200.000 ebrei israeliani che vivono a Gerusalemme Est, anch’essa presa nel 1967), e la stragrande maggioranza è fermamente determinata a rimanere, e ad opporsi ad uno Stato palestinese in queste terre. Ma 80.000 di essi vivono al di là della barriera, e i sondaggi indicano che molti vorrebbero andarsene. Se lo facessero, altri potrebbero seguirli volontariamente.

“Abbiamo fatto un sondaggio tre anni fa, e di nuovo uno lo scorso anno, ed i risultati sono stati gli stessi”, ha detto Avshalom Vilan, un parlamentare del partito di sinistra Meretz. “La metà dei coloni al di là della barriera è motivata ideologicamente, e non vuole andarsene. Ma circa il 40% di essi è pronto ad andar via ad un prezzo ragionevole”.

Vilan è uno dei leader di un movimento chiamato ‘Bayit Ehad’, o ‘One Home’, che vuole una legge che stanzi 6 miliardi di dollari per acquistare le case di 20.000 famiglie, in modo da permettere loro di ricominciare da capo all’interno dei confini di Israele. Gran parte della dirigenza di Kadima - il partito centrista al governo – insieme al Partito Laburista, più orientato a sinistra, sostiene la legge in linea di principio, e il governo ha ascoltato diverse presentazioni di questa legge.

Ma la leadership al potere ha smesso bruscamente di appoggiarne l’approvazione, per paura di creare una spaccatura esplosiva nella società israeliana. Vi è anche la preoccupazione che un passo del genere equivalga a dar via una risorsa senza ottenere nulla in cambio dai palestinesi - un atto unilaterale simile al ritiro da Gaza di tre anni fa, che ha rafforzato il gruppo militante islamico di Hamas, e che è considerato in Israele come un fallimento.

I sostenitori della legge dicono che quella del ritiro da Gaza è una falsa analogia, perché un ritiro dei coloni dalla Cisgiordania rafforzerebbe l’Autorità Palestinese (ANP) sotto la guida del Presidente Mahmoud Abbas. L’ANP sta cercando di convincere l’opinione pubblica palestinese che due Stati sono possibili.

I sostenitori della legge aggiungono che il punto principale è quello di avviare il trasferimento rapidamente, al fine di incoraggiare altri a fare altrettanto, dando inizio ad un processo ordinato per compiere un’impresa che è politicamente ed emotivamente complessa.

Non succederà nulla prima delle elezioni di febbraio, ma i sostenitori della legge sperano che, se il ministro degli Esteri Tzipi Livni, di Kadima, otterrà un numero di voti abbastanza consistente per formare il prossimo governo, deciderà di andare avanti con rapidità. La Livni ha dichiarato che non appena vi saranno le condizioni per una soluzione a due Stati, sarà disposta a prendere maggiormente in considerazione l’idea di far passare la legge.

I coloni che hanno preso posizione a favore di un tale passo dicono che la vita è ormai difficile.

Benny Raz, 55 anni, che ha vissuto con la sua famiglia nell’insediamento di Karnei Shomron a partire dalla metà degli anni ‘90, negli ultimi anni ha cominciato a chiedere una via d’uscita, invitando il governo ad acquistare la sua casa e quelle dei coloni suoi compagni.

“I miei vicini di casa mi guardavano come se fossi un traditore, o come se venissi da un altro pianeta”, ha raccontato. Ha detto di essere stato licenziato dal suo posto di lavoro come responsabile dei conducenti di autobus dell’insediamento, e che il chiosco di panini di sua moglie è stato boicottato e fatto fallire.

”Ho ricevuto telefonate minacciose in cui mi dicevano che mi avrebbero ammazzato”, ha detto. “Oggi, porto con me una pistola, perché ho paura degli ebrei, non degli arabi”.

Herzl Ben Ari, sindaco di Karnei Shomron, ha detto che il signor Raz è stato licenziato per incompetenza, e che il chiosco di panini ha avuto problemi igienici, due questioni estranee alla sua attività politica. Dani Dayan, presidente del Consiglio dei coloni, ha detto che, se gli immobili di alcune comunità hanno perso valore, la maggior parte delle case negli insediamenti in Cisgiordania  ha ancora prezzi elevati.

”Questa legge è psicologica”, ha detto in riferimento alla proposta di legge. “Vogliono far pressione su di noi e sull’opinione pubblica israeliana per dare l’illusione che il nostro destino sia già segnato. A loro piace dire che tutti sanno che, alla fine, queste comunità non esisteranno più. Io dico il contrario. Sempre più persone, qui e all’estero, stanno iniziando a capire che non ci sarà nessuno Stato palestinese su queste terre”. 

Alcune case, abbandonate dai coloni che non erano disposti a rimanere, sono state occupate da giovani famiglie religiose che pagano un affitto minimo, e che sono state indirizzate in questi luoghi dalla leadership dei coloni. Vilan, il parlamentare di sinistra, ha detto che, con la sua legge, traslocare nelle case degli insediamenti acquistate dal governo sarebbe un reato punibile con una pena fino a cinque anni di reclusione.

‘One Home’ ha tenuto decine di incontri in giro per gli insediamenti in Cisgiordania, invitando coloro che vogliono andarsene a diventare attivi nel movimento.

Nel corso di un incontro qui a Rimonim, molte persone hanno detto di aver paura che ciò che è accaduto a Benny Raz possa accadere anche a loro.

Una fra coloro che Benny Raz ha contribuito a convincere, durante una precedente riunione, è Monika Yzchaki dell’insediamento di Mevo Dotan che, come l’insediamento del signor Raz, è nella metà settentrionale della Cisgiordania, e si trova dall’altra parte della barriera. Vi si è trasferita 16 anni fa con suo marito e i bambini piccoli.

”Siamo venuti qui per avere una casa che potessimo mantenere, in una buona situazione”, ha detto per telefono. “Molti non capiscono che ci sono molti di noi che non sono né estremisti né pazzi. Ora devo mostrare il passaporto alla barriera per poter tornare a casa. Ora vivo in Palestina. Era normale che io pensassi che questo fosse il mio paese, e che loro pensassero che fosse il loro. Oggi è evidente che questo è il loro paese.” Poi ha aggiunto: ”Sono in grado di elencare 40 famiglie che vogliono andarsene, ma hanno paura di dirlo ad alta voce.”

Interpellata su quale fosse il suo punto di vista riguardo ad uno Stato palestinese, ha detto: “Credo che dovrebbe esserci una soluzione a due Stati. Non si può vivere con persone che non hanno l’indipendenza. Devono imparare la loro lingua, insegnare ai loro figli il loro patrimonio culturale. Ma questo è il loro problema. Il mio problema è che il mio governo mi ha abbandonato”.

di Ethan Bronner 

Ethan Bronner è direttore degli uffici di Gerusalemme del New York Times; in precedenza ha lavorato nell’unità investigativa del giornale, occupandosi degli attacchi dell’11 settembre; tra il 1985 ed il 1997 aveva lavorato per il Boston Globe, del quale era stato a lungo corrispondente per il Medio Oriente, da Gerusalemme; questo reportage è apparso sul New York Times il 14/11/2008

Titolo originale

Settlers Who Long to Leave the West Bank

Link: http://www.nytimes.com/

Traduzione di arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/28/i-coloni-che-vorrebbero-lasciare-la-cisgiordania/

venerdì 28 novembre 2008

Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale: "la Democrazia senza uguaglianza è un regime"



Riproduciamo qui un magnifico articolo del grande giurista Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, pubblicato su «la Repubblica» del 26 novembre 2008. Pur lasciando del tutto inalterato questo testo di chiarezza esemplare, lo abbiamo collegato a un percorso di approfondimento con numerosi link. La bella riflessione di Zagrebelsky sulla «Costituzione in bilico» merita la massima attenzione dei lettori.
Poiché tra i cinque punti del documento d’intenti del progetto televisivo Pandora troviamo la «difesa della Costituzione e della legalità democratica» e la «difesa dei diritti sociali e civili dei cittadini», la combinazione Costituzione-Uguaglianza esplicitata da Zagrebelsky ci appare il tasto più importante del nostro telecomando. 

Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur così tanto determinante rispetto al dovere morale che tutti riguarda, ora come sempre, qui come ovunque, di prendere posizione circa la conduzione politica del paese di cui si è cittadini, non è neppure incominciato. La ragione sta, probabilmente, in un’associazione di idee. Se il "regime", inevitabilmente, è quello del ventennio fascista, allora la domanda se in Italia c’è un regime significa se c’è "il" o "un" fascismo; oppure, più in generale, se c'è qualcosa che gli assomigli in autoritarismo, arbitrio, provincialismo, demagogia, manipolazione del consenso, intolleranza, violenza, ecc. 
Così, una questione seria, anzi cruciale, viene attratta sul terreno, che non si presta all’analisi, della demonizzazione politica, funzionale all’isteria e allo scontro. 
Ma "
regime" è un termine totalmente neutro, che significa semplicemente modo di reggere le società umane. Parliamo di "Ancien Régime", di regimi repubblicani e democratici, monarchici, parlamentari, presidenziali, liberali, totalitari e, tra gli altri, per l’appunto, di regime fascista. 
Senza qualificazione, regime non ci dice nulla su cui ci sia da prendere posizione, perché l’essenziale sta nell’aggettivo. Così, assumendo la parola nel suo significato proprio, isolato dalle reminiscenze, la domanda iniziale cambia di senso: da "esiste attualmente un regime" in "il regime attuale è qualcosa di nuovo, rispetto al precedente"? Che l'Italia viva un’esperienza costituzionale, forse ancora in divenire e dall’esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l’ha preceduta: almeno di questo non c’è da dubitare. Lo pensano, e talora lo dicono, tanto i favorevoli, quanto i contrari, cioè lo pensiamo e lo diciamo tutti, con definizioni ora passatiste ora futuriste. 
Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perché il momento è, o sembra, ancora quello dell’incubazione. La covata è a mezzo. L’esito non è scritto. La 
Costituzione del ‘48 non è abolita e, perciò, accredita l’impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l’esito. 
Forze potenti sono all’opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico. Che cosa significa "costituzione in bilico"? 
Innanzitutto, che non si vive in una legittimità costituzionale generalmente accettata, cioè in una sola concezione della giusta costituzione, ma in (almeno) due che si confrontano. Ogni forma di reggimento politico si basa su un principio essenziale, una molla etica, il ressort di cui parla 
Montesquieu, trattando delle forme di governo nell’Esprit des lois. Quando questo principio essenziale è in consonanza con l’esprit général di un popolo, allora possiamo dire che la costituzione è legittima e, perciò, solida e accettata. Quando è dissonante, la costituzione è destinata crollare, a essere detronizzata. Se invece lo spirito pubblico è diviso, e dunque non esiste un esprit che possa dirsi général, questo è il momento dell’incertezza costituzionale, il momento della costituzione in bilico e della bilancia che prima o poi dovrà pendere da una parte. È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. 
I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. 
Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia. 
Non voler vedere, significa scambiare per accidentali deviazioni quelli che sono segni di un mutamento di rotta; significa sbagliare, prendendo per lucciole, cioè per piccole alterazioni che saranno presto dimenticate come momentanee illegalità, quelle che sono invece lanterne, cioè segni premonitori e preparazioni di una diversa legittimità. Così, si resta inerti. L’accumulo progressivo di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi. 

* * * 

Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura più profonda e che segna il passaggio dall’uno all’altro, è l’atteggiamento di fronte all’
uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra tutti però, oggi il più negletto, perfino talora deriso, a destra e a sinistra. Perché il più importante? Perché dall’uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario. 
Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli.
Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia. 
Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carità. 
Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i primi è ingiustizia per i secondi. 
Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia sociale. 
Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione. 
Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la dignità dalla prostituzione. 
Nell’essenziale: senza uguaglianza, la democrazia è 
oligarchia, un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest’ultima (il voto, i partiti, l’informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è consapevoli. 
Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole invariate (libertà, società, diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verità di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da sotto della scala sociale. Ciò vale a iniziare dalla parola "politica": forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di convivenza, come suggerisce l’etimo di 
politéia. Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi l’integrità della comunicazione politica sono possibili solo nella comune tensione all’uguaglianza. 

* * * 
Ritorniamo alla questione iniziale, se sia in corso, o se si sia già realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista decisivo dell’uguaglianza. 
In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere oligarchico, cioè il contrario dell’uguaglianza. Anzi, più i numeri sono grandi, più questa è una 
legge "ferrea"
E’la constatazione di un paradosso, o di una contraddizione della democrazia. Ma è molto diverso se l’uguaglianza è accantonata, tra i ferri vecchi della politica o le pie illusioni, oppure se è (ancora) valore dell’azione politica. 
La costituzione - questa costituzione che assume l’uguaglianza come suo principio essenziale - è in bilico proprio su questo punto. 
Noi non possiamo non vedere che la società è ormai divisa in strati e che questi strati non sono comunicanti. Più in basso di tutti stanno gli invisibili, i senza diritti che noi, con la nostra legge, definiamo "clandestini", quelli per i quali, obbligati a tutto subire, non c’è legge; al vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d’interesse, per i quali, anche, non c’è legge, ma nel senso opposto, perché è tutto permesso e, se la legge è d’ostacolo, la si cambia, la si piega o non la si applica affatto. In mezzo, una società stratificata e sclerotizzata, tipo Ancien Régime, dove la mobilità è sempre più scarsa e la condizione sociale di nascita sempre più determina il destino. 
Se si accetta tutto ciò, il resto viene per conseguenza. Viene per conseguenza che la coercizione dello Stato sia inegualmente distribuita: maggiore quanto più si scende nella scala sociale, minore quanto più si sale; che il diritto penale, di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo penale non esista più; che nel campo dei diritti sociali la garanzia pubblica sia progressivamente sostituita dall’intervento privato, dove chi più ha, più può. 
Né sorprende che quello che la costituzione considera il primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui fare mercato. 
Analogamente, anche l’organizzazione del potere si sposta e si chiude in alto. L’oligarchia partitica non è che un riflesso della struttura sociale. La vigente legge elettorale, che attribuisce interamente ai loro organi dirigenti la scelta dei rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non è che una conseguenza. Così come è una conseguenza l’allergia nei confronti dei pesi e contrappesi costituzionali e della separazione dei poteri, e nei confronti della complessità e della lunghezza delle procedure democratiche, parlamentari. Decidere bisogna, e dall’alto; il consenso, semmai, salirà poi dal basso. E’una conseguenza, infine, non la causa, la concentrazione di potere non solo politico ma anche economico-finanziario e cultural-mediatico. L’indipendenza relativa delle cosiddette tre funzioni sociali, da millenni considerata garanzia di equilibrio, buon governo delle società, è minacciata. 
Ma il tema delle incompatibilità, cioè del 
conflitto di interessi, a destra come a sinistra, è stato accantonato. La causa è sempre e solo una: l’appannamento, per non dire di più, dell’uguaglianza e la rete di gerarchie che ne deriva. Qui si gioca la partita decisiva del "regime". Tutto il resto è conseguenza e pensare di rimettere le cose a posto, nelle tante ingiustizie e nelle tante forzature istituzionali senza affrontare la causa, significa girare a vuoto, anzi farsene complici. 
Nessun regime politico si riduce a un uomo solo, nemmeno i "
dispotismi asiatici", dove tutto sembrava dipendere dall’arbitrio di uno solo, khan, califfo, satrapo, sultano, o imperatore cinese. 
Sempre si tratta di potere organizzato in sistemi di relazioni. 
Alessandro Magno, il più "orientale" dei signori dell’Occidente, perse il suo impero perché (dice Plutarco), mentre trattava i Greci come un capo, cioè come fossero parenti e amici, «si comportava con i barbari come con animali o piante», cioè meri oggetti di dominio, «così riempiendo il suo regno di esìli, destinati a produrre guerre e sedizioni». 
Sarà pur vero che comportamenti di quest’ultimo genere non mancano, ma non vedere il sistema su cui si innestano e li producono significa trascurarne le cause per restare alla superficie, spesso solo al folklore. - 
di Gustavo Zagrebelsky

Deriva bestiale


Che cavolo è successo quella sera? Erano tutti impasticcati, sovraeccitati artificialmente? Pur nella gravità del caso Bonsu c'è quasi da augurarselo...

Continuiamo nelle notizie che non avremmo mai voluto scrivere. Nel narrare di una deriva bestiale. Ma come si può parlare di fatti isolati, quando l'humus, la cultura dominante, l'idem sentire di un corpo di polizia municipale porta a farsi una foto con un trofeo fatto di carne umana?  E' quella dunque la normalità, visto che nessuno dei presenti nemmeno si è alzato per fermare quel gesto e, cosa ancora più grave, nemmeno ha aiutato il magistrato nella sua azione di ricerca della verità giudiziaria? Via del Taglio piccola caserma Diaz? Ogni giorno che passa emergono particolari sempre più inquietanti. Bestiali, appunto. Quando l'uomo dimentica se stesso si avvicina alla bestia, quando tratta gli altri come prede come fiere, da ostentare ed umiliare, è nullaltro che una bestia. Che cavolo è successo quella sera? Erano tutti impasticcati, sovraeccitati artificialmente? Pur nella gravità del caso Bonsu c'è quasi da augurarselo... Perchè se tutto questo - botte , umiliazioni, sequestro di persona, foto-trofeo, omertà conseguente e tentativi di cancellazione prove - è avvenuto... normalmente, c'è da avere davvero paura e tanta. "Macchine da guerra " in tempo di pace ? E' questa la cultura collettiva dominante? Da marines frustrati? E ancora, se è successo, chissà quante altre volte potrebbe essere successo e magari coinvolto persone meno "forti" di Bonsu. Non è un caso che la legge preveda pene più dure per i pubblici ufficiali, perchè non devono cadere nella tentazione di approfittarne, di farsi giustizia da soli, perchè loro devono vigiliare sui limiti e non travalicarli. Se così è andata si sono travalicati non solo i confini del codice e anche della morale. Dio non voglia che si siano fatti belli anche coi loro superiori (sempre più difficile pensare che nessuno in alto sapesse, in questo Corpo allo sbando , senza comando fisso da anni). E i politicamente responsabili di questi fatti, restano incredibilmente al loro posto, come nulla fosse successo . "Scimmia", prostitute, dignità: solo polvere da buttare sotto il tappeto della "città bella"? 
di Antonio Mascolo

Una "bestia" per Vigile


La procura ha trovato sul computer di un agente la foto, cancellata, di un vigile che abbraccia Emmanuel mostrandolo come un ricordo di caccia. 

Come Abu Ghraib. Un vigile della polizia municipale di Parma si fa fotografare mentre abbraccia la "scimmia" Emanuel Bonsu, indicando il suo occhio tumefatto come trofeo. Come nella prigione irachena dove i carcerieri mostravano i detenuti nudi, feriti, maltrattati e senza più dignità.  E' scioccante quello che ha scoperto la procura della Repubblica di Parma: una immagine riemersa dalla memoria resettata di un computer del Comando dei vigili urbani. Lo hanno scambiato per un pusher, inseguito, picchiato, insultato - "confessa scimmia" -, lasciato andare con una busta con la scritta "Emanuel negro", tenendosi come ricordo della caccia una fotografia, un vero pezzo da collezione. Un vigile se l'era salvata sul pc e solamente dopo ha provato a cancellarla, senza sapere che i file eliminati possono anche essere recuperati. Gli inquirenti ci sono riusciti: proprio oggi, il procuratore capo Gerardo Laguardia, senza mai citare l'esistenza della foto, ha infatti parlato di "ulteriori risvolti anche dai computer che i carabinieri hanno sequestrato al comando di via del Taglio" riferendosi a file che potrebbero essere stati cancellati o modificati.  Emmanuel, il giovane studente che ha denunciato gli agenti della polizia municipale di Parma per averlo aggredito, pestato e insultato senza un perché, quel momento non poteva scordarlo. Davanti alla pm Roberta Licci, che cura le indagini sul caso, nel primo interrogatorio raccontò di essere stato costretto da un agente a fare quella foto con lui. Gli inquirenti, pochi giorni dopo, sono andati nel Comando della polizia municipale: con la "scusa" di cercare atti e documenti hanno sequestrato alcuni computer dalle scrivanie. Uno di questi era quello giusto: nel pc erano stati cancellati diversi file, pochi giorni dopo l'arresto di Emmanuel, cestinate delle immagini e resi inutilizzabili dei documenti. I periti informatici della Procura però sono riusciti a recuperare alcuni dati: fra questi, c'era anche quella foto, trofeo dell' operazione antidroga effettuata al parco Ex Eridania il 29 settembre. Quella che era valsa ai vigili i complimenti per la loro professionalità dell'assessore alla sicurezza urbana Costantino Monteverdi.
Adesso la procura avrebbe ormai acquisito i dati necessari per chiudere le indagini preliminari. Il rinvio a giudizio dei dieci vigili indagati e accusati in concorso di percosse aggravate, calunnia, ingiuria, falso ideologico e materiale, violazione dei doveri d'ufficio, abuso di potere e sequestro di persona, è ormai imminente. Finora Mirko Cremonini, Andrea Sinisi, Ferdinando Villani, Marcello Frattini, Graziano Cicinato, Giorgio Albertini, Pasquale Fratantuono, Marco De Blasi, Stefania Spotti e Simona Fabbri non hanno aperto bocca davanti ai magistrati. Oltre ai fatti di quella sera adesso c'è anche da spiegare quella foto che mostra un vigile ben riconoscibile mentre viene immortalato con il simbolo della sua "virilità". Ma che trofeo non è: oggi Emmanuel Bonsu Foster, 22 anni, studente dell'Itis, è traumatizzato, bloccato. Parla poco, non esce di casa, sta ancora male fisicamente ed è in terapia da uno psicologo.  Sono passati due mesi da quello scatto e da quella notte. Non si è ancora ripreso: ci ha provato, oggi pomeriggio, ad andare a Betania, il centro di recupero per tossicodipendenti dove doveva iniziare a lavorare come volontario. Ci ha provato "ma adesso non è ancora il momento – dice il padre Alex – sta troppo male e non ci sono le condizioni per iniziare. Forse lo farà da gennaio". Lo stesso periodo in cui potrebbe arrivare il rinvio a giudizio per i dieci vigili indagati.
di Giacomo Talignani

giovedì 27 novembre 2008

Un Dio costoso ed immune ai tagli della Gelmini


Zona protetta, qui non si taglia. E neanche si riordina. I 25.694 insegnanti di religione nella scuola pubblica italiana sono al riparo dallo tsunami di tagli e proteste che l'ha investita. Anzi, sono destinati ad assumere un peso crescente, essendo le loro ore intoccabili nella generale riduzione dell'orario delle lezioni in classe. Lo dice anche la Gelmini: macché maestro unico, c'è anche l'insegnante di religione. Che alle elementari e alle materne fa due ore a settimana per classe. Solo che adesso sono due su 30 (o 40, se c'è il tempo pieno), dall'anno prossimo saranno 2 su 24: l'8,3 per cento dell'orario curricolare. 

Quadro orario a parte, a fare i conti in tasca alla spesa della scuola pubblica per gli insegnanti di religione si trova qualche sorpresa. A partire dal numero complessivo: in aumento costante, per le massicce immissioni in ruolo fatte negli ultimi anni. Tra il 2004 e il 2007 sono stati assunti oltre 15mila tra maestri e professori di religione. Adesso superano i 25mila, e cifra più cifra meno costano 800 milioni all'anno. Ottocento milioni pagati da tutti, incomprimibili e insindacabili. E non solo perché oggetto di un accordo sottoscritto con uno Stato estero: non è che nei patti col Vaticano siano stati scritti anche i dettagli organizzativi e burocratici, e spesso sono questi a fare la differenza. Un esempio: mentre da tutte le parti ci si affanna per razionalizzare, accorpare, risparmiare, l'insegnante di religione è attribuito rigidamente per classe. Questo vuol dire che c'è sempre, anche se solo uno studente di quella classe opta per l'insegnamento della religione. Ma anche senza arrivare al caso estremo, facciamo un'ipotesi vicina alla realtà di molti quartieri delle grandi città: se ci sono due classi con dieci studenti ciascuna che scelgono la religione, queste non si possono accorpare per quell'ora. Un meccanismo che moltiplica le ore e le cattedre. Diventa interessante, a questo punto, sapere quanti studenti scelgono l'ora di religione, per capire perché il numero degli insegnanti è cresciuto e se potrebbero essere utilizzati meglio: senonché la Pubblica istruzione questa informazione non la fornisce. È un dato che gli uffici statistici del ministero hanno, ma non è a disposizione del pubblico.

Allora bisogna andare alla fonte direttamente interessata, la Cei, per sapere qualcosa. E la Cei ci dice che nella media italiana il 91,2 per cento degli studenti si avvale dell'ora di religione: si va dal 94,6 delle elementari all'84,6 delle superiori. Sembrano tantissimi. E però sono in calo dal 2000 (allora erano sul 94 per cento). Il che segnala un primo paradosso: mentre diminuiva il numero degli studenti 'avvalentisi', aumentava quello dei maestri e prof di religione. I quali sono per la maggioranza donne, quasi sempre non ecclesiastici, mediamente un po' più giovani degli altri insegnanti. Quello che la Cei non dice (e il ministero si guarda bene dal far sapere) è come sono distribuiti: si sa che nelle scuole delle grandi città e nei quartieri con maggiore presenza di stranieri le percentuali scendono molto, ma nel dettaglio non si può andare. Anche perché, qualunque numero venga fuori, vale la rassicurazione del ministro Gelmini: "Gli insegnanti di religione non si toccano". Può toccarli solo la stessa Curia che ha dato loro l'idoneità all'insegnamento, revocandogliela, anche per motivi morali o personali, come una convivenza fuori dal matrimonio o cose simili. In quel caso, si è stabilito qualche anno fa, l'insegnante di religione immesso in ruolo non perde il posto, ma può far valere i suoi titoli per insegnare altre materie: scavalcando altri precari con meno santi in paradiso.
di Roberta Carlini

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