martedì 11 novembre 2008

Adesso, ammazzateci pure tutti "Contra Legem"!



Lo Stato latita? Ok, si va avanti da soli. E' pronta la bozza della legge regionale pugliese per la riduzione delle emissioni industriali di diossina e altre sostanze inquinanti. Primo bersaglio: l'Ilva di Taranto, il colosso dell'acciaio più grande d'Europa, maggiore responsabile dei livelli altissimi di inquinamento dell'aria in città fin dagli anni '60, quando nacque come proprietà pubblica (Italsider) privatizzata a metà anni '90 con l'acquisto da parte di Emilio Riva. Secondo lo schema di legge - di cui Liberazione fornisce un'anticipazione - lo stabilimento siderurgico, che impiega circa 15mila dipendenti, dovrà ridurre le emissioni di diossina (policlorodibenzodiossina) e furani (policlorodibenzofurani) fino a un massimo di 2,5 nanogrammi (miliardesimo di grammo) a partire dal primo aprile del 2009. Un limite che dal 31 dicembre 2010 dovrà scendere ulteriormente fino a 0,4 nanogrammi. In caso di violazioni, Riva avrà 60 giorni di tempo per rientrare nei limiti previsti, pena la chiusura degli impianti. Il tetto di 0,4 nanogrammi è il massimo consentito dal protocollo di Arhus approvato dall'Unione Europea a febbraio 2004, recepito in Italia con la legge 125 del 2006, ma di fatto disatteso. Nel nostro paese è consentita una soglia massima di emissioni imbarazzante: 10mila nanogrammi.
Con un tetto così elevato, è chiaro che nessun industriale è fuori legge in Italia. La normativa messa a punto dall'amministrazione Vendola "forza" - su un ambito regionale - quell'avvicinamento italiano alle disposizioni europee che a livello centrale continua a mancare. Un passo simile è stato compiuto due anni fa dal Friuli Venezia Giulia che ha indotto lo stabilimento siderurgico di Servola (ora gruppo Lucchini) a Trieste al rispetto del protocollo di Arhus anche se non con legge regionale, bensì con due atti amministrativi della direzione centrale ambiente. 
«Abbiamo lavorato sulla base dell'esperienza friulana che ha sanato la situazione di uno stabilimento di gran lunga più piccolo del gigante Ilva», sottolinea il governatore Nichi Vendola che ieri ha presentato la bozza della nuova legge a enti locali, sindacati, Arpa e oggi porterà il testo in giunta. «Siamo di fronte a un salto di qualità politico e culturale - continua - Per la prima volta, una regione italiana compie l'azzardo di dotarsi di una legge che ignora i limiti altissimi di emissioni tossiche consentiti in Italia. Siamo consapevoli del rischio di scontrarci con il solito "apparente buon senso" che sconsiglia interventi di tipo ambientalista in tempi di crisi economica. Ma è ora che lavoro e ambiente diventino unico paradigma. Il diritto alla salute, i diritti dell'ambiente non possono più essere contrapposti con il diritto al lavoro. Ci troviamo di fronte a cambiamenti climatici senza tregua, la temperatura è di 4-5 gradi superiore alla media stagionale, in Puglia non piove negli invasi, avanza il deserto nel Mediterraneo, i rabbini in Israele pregano addirittura per la pioggia. Bisogna accelerare sulla riconversione ambientale. L'Italia è davvero un caso da manuale». 

Com'è all'estero?
Altrove in Europa, i dettami di Arhus sono una realtà da un pezzo. Un esempio su tutti: gli impianti "Airfine" di Linz in Austria, rigorosi nell'emissione di una quota di diossina non superiore allo 0,4 nanogrammi stabiliti dal protocollo europeo. Mentre il governo italiano persevera nell'errore, contrastando i recenti accordi comunitari sul clima e scegliendo di fatto di stare dalla parte degli imprenditori inadempienti sul rispetto delle norme anti-inquinamento, basta un rapido sguardo oltreconfine per capire che ovunque si sta meglio che da noi. In Belgio non si possono superare i 2,5 nanogrammi di emissioni per gli impianti costruiti prima del '93 e 0,5 per quelli realizzati dopo; in Germania e nei Paesi Bassi è come in Austria: 0,4 nanogrammi. In Giappone il limite consentito è 1 nanogrammo, in Canada 1,35.

I dati sull'Ilva
«Solo dalle rilevazioni dell'Arpa compiute da giugno 2007 a giugno di quest'anno si ha un quadro certo su quanto inquina l'Ilva. E' la prima volta, da quando lo stabilimento è in produzione, che un ente indipendente e con funzioni di terzietà misura il livello dei più pericolosi agenti inquinanti e fornisce i dati alla pubblica opinione», specifica l'assessore regionale all'Ecologia, Michele Losappio. Effettivamente, prima delle analisi dell'Arpa si disponeva dei soli dati Ines, l'Inventario nazionale delle emissioni e loro sorgenti che fornisce solo indicazioni di massima sugli agenti inquinanti, indicazioni non misurate scientificamente ma stimate in base alle tecnologie e alla produzione Ilva. Eppure già con i soli dati Ines, si sapeva il 92 per cento della diossina prodotta in Italia è di responsabilità dell'Ilva di Taranto (l'8,8 per cento di quella prodotta in Europa). L'Arpa Puglia ha effettuato analisi in tre fasi sui fumi di uno dei camini dello stabilimento siderurgico (l'E-312 dell'impianto di agglomerazione). I risultati parlano di emissioni di diossina che oscillano dai 2,4 agli 8,1 nanogrammi, valori più bassi sono stati ottenuti per i soli giorni dal 23 al 26 giugno 2008, cioè durante la sperimentazione della cosiddetta tecnica "urea" (sostanza alcalina che se aggiunta ai minerali inibisce la formazione di diossina).

Le denunce
Secondo una classifica elaborata di recente da Peacelink, Taranto è senza dubbio la provincia più inquinata d'Italia. Le responsabilità principali sono da addebitarsi all'Ilva che si è conquistato il primo posto nella graduatoria delle industrie inquinanti a Taranto stilata dalla procura qualche anno fa (al secondo posto l'Eni, segue la Cementir). Storia vecchia, quella dell'Ilva, pesante dei numerosi casi di malattie (anche mortali) contratte tra gli stessi operai e la popolazione. Eppure è solo negli ultimi due anni che in città si è sviluppata una certa coscienza civica sulla materia. Sono nate diverse realtà: l'Associazione "12 giugno", data che ricorda la morte, nel 2003, di un operaio dell'Ilva, Paolo Franco, 26 anni; quella dei "Bambini contro l'inquinamento"; l'associazione "Tamburi 9 luglio 1960", data in cui fu deposta la prima pietra dell'Italsider. 
C'è però un nuovo allarme degli ambientalisti sull'Ilva. Una delle ultime denunce riguarda il rischio che gli impianti siderurgici di Taranto emettano sostanze radioattive come altre acciaierie in Europa. Emissione di piombo 210 e polonio 210, recita l'atto d'accusa elaborato da Peacelink in collaborazione con l'Associazione Italiana Leucemie e il Comitato per Taranto (www.peacelink.it). Alla base della denuncia, diversi rapporti istituzionali stranieri incentrati su ricerche scientifiche condotte su alcune acciaierie nel Regno Unito. Dai "camini della diossina" può fuoriuscire radioattività, è il risultato degli studi. Colpa del minerale del ferro che viene trattato nei processi di sinterizzazione in ogni impianto di agglomerazione di qualunque acciaieria. Il minerale del ferro contiene infatti tracce di uranio e data l'enorme quantità trattata negli stabilimenti siderurgici, si può benissimo comprendere la portata dell'allarme.

Taranto e le sue vittime
Il rischio radioattività è una preoccupazione in più per Taranto. Il colosso dei Riva si trova proprio alle porte della città. Basta uno sguardo alle mappe satellitari di "Google Earth", su internet, per avere un'idea della distanza ravvicinata tra la cosiddetta "area a caldo" dello stabilimento (agglomerazione, parco minerali, cokeria), cioè quella più inquinante, e il centro urbano. L'Italsider infatti fu costruita al contrario: la parte più sporca della fabbrica vicina al porto e alle navi che trasportano la materia prima (per risparmiare sui nastrotrasportatori), quella più "pulita" paradossalmente più lontana dalla città. E così ancora oggi il rione periferico dei Tamburi boccheggia per via del vicino parco minerali dell'Ilva, situato a soli 50 metri di distanza. «Nei giorni di vento nord-nord/ovest veniamo sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas povenienti dalla zona industrale Ilva», avverte una ormai nota targa affissa dagli abitanti dei Tamburi su uno dei palazzi del quartiere nell'agosto del 2001. Va detto che da quando lo Stato ha aperto l'Italsider a Taranto, in città nemmeno i morti hanno pace: gli sbuffi delle ciminiere segnano lo skyline del cimitero, il marmo delle tombe da bianco è diventato rosso di polveri inquinanti. E' la vergogna più accettabile, in fondo: i morti non inalano, i vivi sì e si ammalano.
Cosimo Semeraro è un signore pacato e gentile che due anni fa ha detto basta. Stop al silenzio, stop alle battaglie individuali, è ora di mettere insieme le voci di chi, per un motivo e per l'altro, è stato colpito dall'Ilva. E' lui il presidente di "12 giugno", associazione dei familiari delle vittime del lavoro nata nel 2006. Ex operaio dello stabilimento di Riva, addetto alla manutenzione di palazzine e spogliatoi, Semeraro ha scoperto di essere ammalato di asbestosi (anticamera del mesotelioma pleurico, tumore ai polmoni) nel '99. Esposizione all'amianto, recitano i referti medici. Ma, nonostante ciò, la sua domanda di prepensionamento si è scontrata con le reticenze dell'Inail che all'inizio non gli ha riconosciuto un numero di anni di contributi sufficiente. Adesso che è riuscito ad andare in pensione, il signor Cosimo si pregia della sua battaglia: «Ho fatto causa all'Inail e sono l'unico che sia mai riuscito a far condannare un dirigente dell'istituto, nel mio caso l'ex capo dell'Inail di Taranto, Supplizio, accusato di occultamento e soppressione del mio fascicolo. Il pm aveva chiesto una pena di otto mesi, il giudice gliene ha dati dieci: una soddisfazione». Ed è con soddisfazione e tanta lena che il signor Cosimo manda avanti l'associazione, la quale prende il nome dalla data di una celebre morte sul lavoro all'Ilva di Taranto: Paolo Franco, 26 anni, morto il 12 giugno 2003 perchè travolto dal crollo del ponteggio sul quale stava lavorando. 
«Quello di mio figlio è un incidente simbolo dell'inefficienza organizzativa dell'Ilva», dice Angelo Franco, che ne sa di queste cose visto che lui stesso ha lavorato come operaio all'Ilva per 30 anni. «L'inefficienza è nel sistema, mio figlio era preparato e io lo so perchè la formazione gliel'ho data io da ex operaio, non quei ridicoli corsi sulla sicurezza sul lavoro che ti fanno frequentare prima di entrare in fabbrica...». Annuisce Patrizia Perduno, vedova di Silvio Murri, morto a 38 anni il 21 maggio del 2004 anche lui come Paolo: il ponteggio gli è crollato sotto i piedi. «"Non è caduto, te l'hanno ammazzato": me lo dice la psicologa che mi segue», spiega Patrizia che campa della pensione Inail da far bastare per lei e suo figlio. Il processo è ancora in corso, ma alla sbarra sono finiti solo capireparti e tecnici, come per il caso Franco. «E' assurdo, questi alla fine erano amici di mio marito! Dovrebbero pagare i dirigenti, i padroni dello stabilimento, i Riva: sono loro che investono poco sulla sicurezza come sulla questione ambientale». Dal '93 al 2007 sono almeno 40 gli operai morti sul lavoro all'Ilva. «Non morti bianche: omicidi. Il profitto: conta solo quello. Gli operai sono solo numeri...», si sgola Piero Mottolese, anche lui ex operaio, al centro di una lunga storia di mobbing in fabbrica (costretto a lavori pesanti pur avendo subito due interventi alla schiena) e ora attivissimo sulle questioni del lavoro e ambientali.

Le inchieste della magistratura
«Le sentenze non bastano, se la legge italiana resta ancora così permissiva sull'inquinamento industriale». Magari, ora che il governo regionale ha approntato la nuova legge per la riduzione delle emissioni tossiche, anche in procura a Taranto ci sarà maggiore fiducia. Un giro per i corridoi, una chiacchierata con i magistrati è sufficiente per cogliere le lamentele su come in passato sia stato difficile anche solo effettuare controlli negli impianti Ilva. Non era facile contare sulla collaborazione degli stessi operai: dotati di rilevatori, evitavano di avvicinarsi agli impianti, i rilevatori non rilevavano un bel niente. Paura di perdere il posto di lavoro, evidentemente. 
Eppure qualcosina si è mosso anche da parte della magistratura. Al palazzo di giustizia di Taranto esiste una sezione ambientale dal 1979, la prima sentenza di condanna nei confronti dell'allora Italsider di Stato per inquinamento del "Mar Grande" risale al 1980, all'82 quella per inquinamento da polveri. Franco Sebastio, che proprio in queste settimane ha assunto la carica di procuratore capo, c'era fin da allora. Si ricorda di come la prima sentenza di condanna per l'Italsider fu riformata dalla Cassazione. Una scelta, quella della Suprema corte, che agì da precedente quando, a distanza di pochi anni, un altro procedimento penale - questa volta contro l'Ilva - si concluse con l'assoluzione. La procura però presentò un ricorso che la Cassazione - stavolta - accolse. L'accusa per Riva: getto pericoloso di cose, unica ipotesi di reato configurabile secondo la legge italiana. Per lo stesso reato, a ottobre scorso, il patron dell'Ilva è stato condannato a due anni di reclusione dalla sezione distaccata di Taranto della corte d'Appello di Lecce (un anno e otto mesi per il direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso). Di recente, il Tar ha accolto la richiesta del comitato Taranto Futura per un referendum sulla chiusura dell'Ilva o almeno dell'area a caldo. «E' la risposta di una città stanca e disperata, ma rischia di essere un regalo a Riva. Il giorno in cui si perderà, avremo buttato all'aria tutti i passi compiuti negli ultimi anni», dice Vendola.

di Angela Mauro

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