mercoledì 19 novembre 2008

Chi pagherà la crisi? per la Lega gli immigrati, per la Sinistra "rossa" gli arricchiti sulla pelle dei lavoratori



Il ministro Roberto Maroni si è fatto fama, nella sua carriera politica, di essere quello della Lega più disponibile al dialogo con la sinistra. Viste le posizioni che la cosiddetta sinistra ha preso da circa venti anni a questa parte la cosa potrebbe anche non stupire. Ma questa diceria ha sempre sottovalutato una realtà ben più solida e pregnante e cioè che Maroni è soprattutto un leghista. E della Lega dovrebbe essere il prossimo leader se sono vere le parole pronunciate in tal senso dal capo assoluto, Umberto Bossi, qualche settimana fa. Un leghista, dunque, che si esprime e rappresenta al massimo livello gli umori, il pensiero e le strategia di questo partito, probabilmente il più a destra sullo scacchiere politico. Solo se si inquadra in questa cornice la sua volontà di bloccare per due anni il decreto flussi per gli immigrati, chiudendo di fatto le frontiere, si coglie la portata politica della proposta e se ne percepisce per intera tutta la pericolosità. Solo se si coglie la sequenza logica che lega l'uscita di Maroni alle parole pronunciate ieri l'altro da Bossi - "gli immigrati sono una risorsa negativa" - chiara replica polemica agli auspici del presidente Napolitano - "gli immigrati sono una risorsa positiva per il paese" - si può ragionare sul fatto che alla crisi economica e finanziaria in Italia si cerca di dare, con compiutezza, sapienza e rigore politico una riposta reazionaria, di destra, di destra viscerale.
Bossi e Maroni, cioè la Lega, fanno il loro lavoro con dedizione: cogliendo quello che sta per accadere, percependo le ansie che popolano ampi settori popolari e di piccola borghesia, il proprio elettorato di riferimento, mettono le mani avanti e offrono una risposta, per nulla risolutiva, altamente demagogica, pericolosamente populista, ma chiara e semplice come sa essere il linguaggio politico della destra.
Da partito che ha un radicamento sociale e che sa coniugare questo con una strategia politica, la Lega ha capito che la crisi sarà dura. Non è difficile capirlo, in realtà, e nelle segrete stanze dei vari poteri - di governo, di partito, di istituzioni finanziarie - lo hanno capito tutti. Basta guardare ai dati che arrivano dagli Usa, alle notizie che già fanno inquietare Obama sulla crisi dell'auto a Detroit e che si riverberano direttamente in Germania dove il governo Merkel è alle prese con la richiesta di un salvataggio urgente della Opel, filiale europea della General Motors per il cui salvataggio il neo-presidente statunitense vorrebbe stanziati dal Congresso Usa almeno 25 miliardi di dollari (negati da Bush). Stiamo parlano di crisi che potrebbero far ballare milioni di posti di lavoro, negli Stati Uniti come in Europa. Del resto non è certo per caso che i dirigenti dei principali 47 gruppi industriali europei riuniti nell'Eurpean Round Table (per l'Italia presente la Fiat, con John Elkan, Telecom, st-Microelectronics, Cir e Eni) abbiano lanciato un appello da Instanbul ai governi europei per avere un piano di interventi pubblici urgenti. Tutti sono consapevoli che la recessione - le cui stime non fanno che aumentare con il passare delle settimane - colpirà a fondo i profitti e dunque si riverberà negativamente sui posti di lavoro. Il peggio deve ancora arrivare, si comincia a dire in ambienti autorevoli per quanto ancora poco visibili mediaticamente. E' quanto è successo al convegno organizzato dal Pd sulla "crisi finanziaria e i suoi riflessi" in cui è intervenuto lo stesso Veltroni e a cui hanno partecipato nomi come Mario Monti, Luigi Spaventa, Sergio Romano, Tito Boeri, e altri. Unanime la diagnosi: il peggio deve ancora venire, quasi unanime la constatazione che le misure adottate finora, in tutto il mondo, sono solo dei palliativi.

La scenografia del G-20
E le cose in effetti stanno così. Al recente vertice dei G-20, i 20 paesi più industrializzati o emergenti del pianeta, non si è deciso sostanzialmente nulla. Si è preso atto, anzi, che i meccanismi della globalizzazione, che pure operano e si diffondo su scala planetaria, sono ancora associati a poteri reali e interessi corposi dei singoli stati nazionali. Non si spiega altrimenti la ritrosia della Germania a farsi capofila di un piano europeo di risanamento e di uscita dalla crisi privilegiando invece la difesa e la tutela dei suoi ottimi surplus commerciali e finanziari (la Germania è praticamente l'unico paese Ue con un attivo della bilancia commerciale - +288 miliardi di dollari -ha un bilancio in attivo, un rapporto debito/Pil al 65% e riserve valutarie per 40 miliardi di dollari) e quindi dei suoi equilibri interni e delle sue priorità commerciali verso l'est europeo. 
In effetti, a livello internazionale i "guardiani della crisi" - che poi sono gli stessi che l'hanno provocata, si pensi alla Fed e al Tesoro Usa, alla Bce - brancolano nel buio, a prescindere dal segno politico dei rispettivi governi. L'unico paese che finora ha reagito con misure concrete è la Cina il cui pacchetto di "stimoli" all'economia da 600 miliardi di dollari - ma che in termini reali è quattro volte il pacchetto di stimoli lanciato dagli Usa - viene visto come un paracadute efficace visto che è diretto a reggere la domanda di beni di investimento, a sostenere i salari tramite investimenti pubblici, a promuovere un miglioramento del welfare state e a ridurre la pressione fiscale. Tanto che l'Economist gli dedica tre pagine dal titolo "la Cina può salvare il mondo?". Dal canto loro, l'Europa e, soprattutto, gli Stati Uniti si sono dedicati finora a proteggere il sistema bancario, entrando con capitale pubblico dentro l'azionariato - ma senza nazionalizzare - offrendo certezze ai banchieri e ai loro azionisti di riferimento, cercando di ripulire il mercato da titoli tossici che però sono ancora massicciamente in circolazione. Che le misure non siano affidabili lo dimostra l'andamento dei mercati finanziari ma soprattutto la reale percezione che milioni di lavoratori e di "classe media" cominciano avere della propria condizione e delle proprie aspettative. Del resto, il movimento studentesco è stato particolarmente efficace nel segnalare questo scarto con il suo slogan ormai affermato "noi la crisi non la paghiamo". 

Chi paga la crisi?
Ma chi la paga, allora? All'affermazione, meritevole, degli studenti non può che seguire una risposta puntuale a questa precisa domanda. La Lega una riposta chiara ce l'ha: la crisi la paghino intanto gli immigrati. Chiudiamogli le porte - come se si potesse veramente…potenza della demagogia - difendiamo i posti di lavoro italiani, attiviamo "ronde cittadine" al servizio dei sindaci. Tutto l'armamentario xenofobo è attivato per distogliere gli occhi dai veri obiettivi e impedire che il consenso elettorale alla Lega venga travolto dalla crisi economica. 
Altre risposte efficaci finora non sono venute. Berlusconi non fa che puntare sull'effetto salvifico della propria semplice esistenza in vita ma senza trovare misure davvero risolutive - a meno di pensare che un rapido avvio di opere infrastrutturali come il Ponte sullo Stretto possano risolvere qualcosa; An è in piena crisi ideologica, il Pd si affanna a difendere il libero mercato dagli assalti dello "statalismo" di ritorno mentre a sinistra si risente la fascinazione per il mitico "neokeynesismo" che dovrebbe costituire una risposta attiva. 
Una riposta più efficace, invece, urge non solo per offrire una sponda di idee, oltre che politica, alle mobilitazioni ma anche per arginare la facilità di presa sociale della Lega e della destra xenofoba. E una riposta non può che partire dalla constatazione minima che se la crisi non la pagano coloro che hanno guadagnato moltissimo nel corso degli ultimi venti anni, cioè nel periodo della più grande redistribuzione al contrario di risorse pubbliche, allora saranno i lavoratori a pagarla e quindi si rafforzeranno le proposte della Lega. Insomma, alla crisi del capitalismo si risponde con una radicalità anticapitalista e con un pacchetto di interventi che spezzi la logica che ha finora dominato l'economia mondiale.
Il punto, allora, è intervenire sulla montagna di profitti privati che hanno ingrassato non solo le grandi imprese capitalistiche e le banche ma anche una casta sociale che ha beneficiato della distribuzione dei dividendi azionari e della crescita della rendita finanziaria. Così come non può esistere un salvataggio delle banche in affanno che non sia l'effettiva nazionalizzazione sotto controllo sociale (mentre invece, dietro a un presunto intervento pubblico, il governo mette a disposizione del capitale privato le ingenti risorse della Cassa Depositi e Prestiti, con il supporto di uomini Pd come Bassanini appena nominato presidente). Un modo di utilizzare i dividendi azionari è, ancora, quello di istituire un vero salario sociale che protegga dalla perdita del posto di lavoro, anche se si dovrebbe prendere in considerazione l'interdizione dei licenziamenti, magari a fronte di sussidi pubblici. Così come non può essere accantonata la vecchia idea del movimento altermondialista - che purtroppo è assente dalla scena essendosi chiuso il suo ciclo - di tassare e regolare i movimenti internazionale di capitale. Fino alla rimessa in discussione di tutto l'armamentario "tecno-europeista" che fa della Bce il sovrano assoluto - ma, paradossalmente, senza veri poteri - dell'Unione europea e i famigerati parametri di Maastricht la corda che si stringe attorno a un'economia in agonia.
Non abbiamo la pretesa di stilare un elenco esaustivo. Ma è chiaro che una sinistra anticapitalista ha senso se si rende evidente ed efficace in presenza di una crisi profonda del capitalismo che oggi ne riattualizza le ragioni. Tra i modi efficaci per reagire e prendere parola uno potrebbe essere importato dalla Francia dove le forze della sinistra radicale stanno dando vita ai Crac, "Comitati di resistenza alternativa alla crisi", organismi unitari per elaborare analisi, stilare risposte, organizzare mobilitazioni. Forse potrebbe essere questo un primo passo per sbarrare la strada alla destra populista e xenofoba prima che sia troppo tardi. O almeno per uscire dal dibattito stantio sui giornali e provare a misurarsi sul campo.
di Salvatore Cannavò

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