domenica 16 novembre 2008

A cuore più il denaro che gli uomini


«Noi la crisi non la paghiamo» hanno gridato ieri decine di migliaia di studenti contro contro i tagli. Una speranza che rischia di rimanere tale. E non solo in Italia: i governi di tutto il mondo finora hanno dimostrato di avere a cuore più il denaro che gli uomini. Per il sistema finanziario le risorse sono arrivare a pioggia, mentre per chi perderà il lavoro e per rilanciare la crescita - possibilmente con un modello di sviluppo differente - nulla è stato fatto. Ma ora il ministro Scajola ha fatto una promessa: entro Natale il governo varerà un pacchetto per il sostegno delle imprese e dei redditi, ma solo quelli molto bassi. Non trattandosi di buttare soldi in aeroporti liguri, il ministro non ha fretta: se la prende comoda. Purtroppo Natale è già fuori tempo massimo. Ma la colpa non è solo di questo governo: la crisi che avanzava era evidente da mesi. Già nell'ultimo periodo del governo Prodi i segnali di scricchiolii si avvertivano, ma nessuno li ha sentiti. 
Ora la crisi è esplosa e rimettere l'economia italiana sul sentiero di crescita sarà durissimo. Ieri l'Istat ci ha detto che nel terzo trimestre il Pil è diminuito dello 0,5% rispetto al secondo trimestre che già aveva segnato una caduta dello 0,4%. Siamo in recessione «tecnica» dicono gli esperti con riferimento ai due trimestri consecutivi di declino del prodotto lordo. Di tecnico, però, non c'è nulla: la recessione è «reale». Lo dimostra un dato: rispetto allo stesso periodo dello scorso anno il Pil segna una caduta dello 0,9%: non solo non si è creata ricchezza, ma siamo diventati più poveri.
I dati indicano che sarà una recessione lunga e dura. Il ricordo va a quella del '92-'92 quando il Pil per sei trimestri consecutivi registra cadute. Da quella recessione l'Italia uscì solo «grazie» alla feroce svalutazione della lira che rilanciò la competitività delle merci italiane. Ma il risultato per il lavoro fu drammatico: un milione di posti di lavoro furono distrutti e il reddito di milioni di persone cadde pesantemente. Negli anni successivi - a partire dal '93 - i conti con l'estero dell'Italia segnarono enormi attivi, anche 50 mila miliardi di lire. Quell'enorme tesoretto non fu sfruttato dalle imprese per investire e innovare, ma per buttarsi nella finanza, pretendendo (e ottenendo) dai vari giorni di allora una riforma del mercato del lavoro. Ovvero flessibilità per contenere non solo i salari, ma anche per iniziare a frantumare le organizzazioni sindacali.
Oggi siamo allo stesso punto. Con l'aggravante delle «raccomandazioni» della Bce che invita i governi a frenare le richieste salariali. Cioè a far pagare la crisi al reddito fisso. E rispetto a 15 anni fa c'è una differenza non da poco: non c'è più la lira, capace con le continue svalutazioni a ridare «droga» alle imprese. E la crisi sarà pesante soprattutto nel tessuto più industrializzato del paese: il Nord Est che soffrirà pesantemente della recessione che coinvolge anche la Germania del quale è un fornitore di semilavorati, un terzista collettivvo.
Fonte: GALAPAGOS

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