mercoledì 12 novembre 2008

Ghettizzati esattamente come l'esercito tedesco con gli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale



«Ci ghettizzano esattamente come l'esercito tedesco con gli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Ci umiliano impedendoci ogni libertà di movimento con il muro e i checkpoint interni ai nostri territori. Ci rendono costantemente oggetto e bersaglio di rappresaglie militari e arresti immotivati. Se non ci pensa l'esercito, ci sono i coloni israeliani che aggrediscono ogni giorno i nostri contadini e i nostri pastori. Quando siamo fortunati ci bruciano soltanto i raccolti».

Sono accuse pesantissime quelle che avanza uno tra i principali responsabili del'Ibdaa Cultural Centre situato al centro del campo profughi di Dheische. Sulla trentina, Shadi ti parla dritto negli occhi motivandoti abbondantemente ogni sua affermazione. Organizza visite guidate alternative: lungo il muro e all'interno dei tre campi di rifugiati presenti a Betlemme.

A differenza di quanto ci si possa attendere, non ci sono tende o baraccopoli ma veri e propri palazzi fatiscenti. Perché, come ci spiega il nostro interlocutore, questo campo è del 1948 e ospita rifugiati dai villaggi vicini, persone che credevano e speravano di poter tornare a casa prima o poi. «Ma le abitazioni sono state abbattute dai bulldozer dell'esercito e questa gente non ha potuto far altro che riorganizzarsi qua».

La situazione è drammatica. A Dheische vivono 11mila persone, di cui 6mila bambini. Ci sono solo due scuole, una per sesso. Solo 260 gli insegnanti. Ogni classe ha un parco alunni non inferiore ai 65 scolari. «Sì, ci sono le Nazioni Unite, ma la loro presenza funziona esclusivamente da deterrente nei confronti dell'esercito israeliano». Garantiscono infatti al campo un solo medico per sei ore al giorno. «che ha una mutua quotidiana da gestire di circa 280 pazienti al giorno». Con un rapido calcolo per seguire tutti gli ammalati dovrebbe dedicare a ognuno sei secondi netti. «Le dispense di medicine contengono solo aspirine e pastiglie contro il mal di testa». Durante la prima Intifada l'Onu garantiva a tutte le famiglie povere del campo un pacco di riso e qualche litro d'olio. Ora ogni sei mesi. «Sono ben accetti per tutelare i nostri diritti, ma sul piano umanitario l'apporto è pari a zero».

Per comprendere la realtà di questo grande quartiere periferico di Betlemme basta leggere i dati riguardanti la disoccupazione: oltre il 75% degli abitanti non ha un lavoro. «Si sopravvive dividendosi tutto, sia all'interno della famiglia che con il vicinato».

«La cosa che adoro di Israele è che in questi ultimi hanno portato avanti una campagna di sensibilizzazione a favore dei profughi del Darfur. Hanno versato a questo scopo diversi milioni di dollari. Ma io mi chiedo: e il disastro umanitario che hanno causato direttamente con la loro azione qui in Palestina chi lo paga?!”.

«Durante il nazismo abbiamo ospitato questa gente come nostri fratelli. La gente sembra non capire, ma vivere in una terra costantemente minacciata dalla presenza dei coloni senza reagire, è un atto di non violenza. Vedere sotto i tuoi occhi i tuoi figli arrestati senza motivo e non prendere in mano il fucile, è un atto di non violenza. Fare code di ore e ore lungo i checkpoint senza che nessuno tenti di superare o scavalcare i blocchi, è un atto di non violenza. Vivere ogni giorno in Palestina – conclude orgogliosamente Shadi - rappresenta per i palestinesi un puro atto di non violenza».
di Alessio Marri

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