lunedì 3 novembre 2008

Giovani contro "l'Italietta" ad uso e consumo dei "vecchi", "furbi" e IGNORANTI



Dalle scuole alle università dilaga la protesta. Di una generazione che non si fida dei partiti. Che non vuole una vita precaria e chiede il diritto a un futuro. Viaggio nell'Onda studentesca
 

Dove vogliono arrivare? A questo punto se lo chiedono anche loro, i ragazzi del 'No 133', 'No Gelmini', 'No Tremonti', voltandosi a guardare l'ottobre intenso e formidabile che ha capovolto agende, impegni e priorità. L'ottobre in cui in molti hanno perso l'innocenza, si sono fatti adulti uscendo dallo schema studio-fidanzata-amici nel quale avevano racchiuso l'esistenza. Fa quasi tenerezza Francesco D'Eugenio, 24 anni, da Roseto degli Abruzzi, studente di astronomia a Bologna, che mentre beve un caffè al bar di piazza Verdi, quasi chiede conforto quando esprime ad alta voce un disagio: "Io un mese ho retto. Posso continuare. Voglio. Anche se ritirano il decreto famigerato. Però non sto studiando, adesso. E se dura un anno? O più? E se mi perdo un'occasione in una società che non te ne offre molte?". Parla seduto a un tavolo dove ci sono sia i compagni di lotta di una facoltà scientifica che non aveva mai brillato per ribellismo sia due ricercatori, Filippo Fraternali e Carlo Nipoti, i quali, anche se hanno varcato la trentina, si sentono generazionalmente attratti all'indietro. 

Tutti accomunati da uno stesso destino di precarietà, tagli e portafogli semivuoti. Il dubbio confessato da Francesco sull'opportunità di un ritorno al privato, a una eventuale carriera, benché compreso, cade nel vuoto. Chi si estranea dalla lotta... E del resto c'è da fare, c'è da fare.
Martina Valleri, 24 anni, deve aggiornare il suo blog e poi incontri, riunioni, assemblee, volantini. E che non siano banali perché è inutile illustrare alla gente i massimi sistemi. Bisogna catturare l'attenzione, essere mediatici. "È inutile", esemplifica Marco Sirotti, "che io spieghi in termini astratti il valore della ricerca. Meglio raccontare in un manifesto che, grazie alla ricerca, oggi si vive in media 77 anni e un secolo fa erano solo 44. Questo la gente lo capisce".


Creatività. Messaggi chiari. Non c'è un'università dove un gruppo non sia impegnato nella "stampa e propaganda". Intesa nel duplice senso dell'analisi di come si stanno comportando giornali e tv rispetto al movimento, nome provvisorio "Onda", e di come promuoversi al meglio. Stando attenti agli errori. "Perché", fa eco 
Giuseppe Virzì del S. Anna di Pisa, "noi non c'eravamo né nel '68 né nel '77, però i libri li abbiamo letti e rispetto ai nostri padri siamo più furbi. Berlusconi non ci frega con le provocazioni sugli infiltrati e sui facinorosi. Cossiga tanto meno, sappiamo chi è. Parlino pure, nel tranello della violenza non ci cadiamo". 

Finora, uno sputo e qualche calcio fuoriluogo. Nella sostanza, una protesta moderata nei modi e radicale nei contenuti. Questi ventenni non si ribellano all'autorità in senso astratto, non ce l'hanno con i padri in quanto tali, semmai con l'eredità che si ritrovano: quella di un'Italia che non è per giovani. "La vostra crisi non la pagheremo noi", sta scritto sul cartellone appeso al cavallo di Vittorio Emanuele in piazza del Duomo a Milano. Ed è l'evidente preambolo di un programma politico adottato dovunque. 

Il decreto Gelmini è la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di tagli, ritagli e promesse non mantenute. Il governo salva le banche, aiuta le aziende in crisi e solo quando si arriva al "sapere" allarga le braccia e mostra la cassa vuota. "Ecco come ci stanno rubando il futuro", chiosa 
Tommaso Alpina, 22 anni, laurea con lode in filosofia medievale alla Normale di Pisa. "Mi spiegate cosa me ne faccio del mio pezzo di carta? Restare in università non se ne parla. Insegnare alle scuole medie da ora in poi neppure. Qui ci hanno tolto persino la speranza". Chi non ha una famiglia agiata alle spalle è così che se la passa negli anni belli fuori sede dell'università, come riassumono gli studenti del collettivo di Lettere e Filosofia nel cortile di Palazzo Nuovo a Torino: "Qualcuno dorme in una stanza con altri tre amici sul letto a castello. Giriamo con la mappa aggiornata degli happy hour per bere a buon mercato e cenare gratis. Frequentiamo il centro sociale perché ci crediamo ma anche perché un concerto costa poco.
 dvd li prendiamo in prestito in biblioteca, compriamo i vestiti al mercatino dell'usato del Balon. E ci muoviamo solo in bicicletta, il mezzo di trasporto più economico". Era già così. Poi hanno sentito di altri sacrifici, ancora per loro. Meno insegnanti, meno ricerca, meno, meno, meno. E sono esplosi. Non come furie, ma con ragionato metodo. Prima si sono messi a studiare le leggi, quando le hanno capite hanno organizzato delle assemblee informative, ogni ateneo per sé. La seconda fase ha riguardato la mobilitazione delle città. "E adesso", conclude Antonio Santoro, 27 anni, università di Pisa, "siamo al terzo stadio, quello in cui si sposta il baricentro e si cerca un coordinamento unico, nazionale". 

Antonio (110 e lode, come quasi tutti quelli che si espongono, tanto che viene voglia di chiamarla Rivolta dei Secchioni) milita in un'organizzazione che si chiama 'Sinistraper', ma rifiuta qualsiasi parentela partitica. Non con l'opposizione, tantomeno col governo. Spogliati del resto, che sia loro almeno la protesta. Ha superato la frustrazione di anni in cui venivano convocate le assemblee e c'erano i soliti quattro gatti. Gli altri? A casa, a studiare. Da come si descrivono dovevano essere delle monadi in università gli studenti, prima del caldo ottobre. Gli amici, fuori dalle aule, la vita altrove. E quell'individualismo della 'generazione X' così come la raccontavano i sociologi. Stereotipi? "Non proprio", ammette ancora Marco Sirotti astronomo, "così eravamo nella stragrande maggioranza". 

La cosa pubblica un problema lontano, l'avvenire una faccenda che riguardava chi decideva anche per te e la sopravvivenza legata all'adattabilità di chi ti vuole flessibile, prono, obbediente. 

Finché Tremonti-Gelmini, con le loro leggi, non sono andati oltre. E Antonio ne ha contati a centinaia nell'aula magna per un'assemblea convocata "di venerdì pomeriggio", quando di solito si annusava l'irresistibile aria del weekend. E poi 20 mila quando hanno coinvolto la città ("Non c'è mai stata una partecipazione del genere a Pisa", dice. Calma, anche di più in anni lontani). Pisa come Bologna, come Firenze, Roma, Milano, l'Italia intera dalle Alpi alla Sicilia. L'Onda, appunto, partita quando i ragazzi hanno capito di non avere più nulla da perdere e scoperto che per il vicino di banco era altrettanto. E potevano allearsi. Nell'aula 3 'occupata' di via Zamboni 38 a Bologna, dove è passato il '77, ad esempio, ci sono degli allievi di antropologia che parlano fitto fitto, si sciolgono, si ricompongono, discutono, e cosa ci fanno lì?
Elena Galli, 20 anni, di Gallarate: "Ci vengo e so di trovarci qualcuno. Adesso stiamo organizzando dei gruppi di studio autogestiti. 

Non avevo mai assistito a niente di simile ed è emozionante, esaltante". Al pianterreno una saletta dove i ragazzi sono così come ce li si immagina, capelli lunghi, jeans e maglietta, dove risuonano slogan che sembrano appartenere ad altri tempi, dove capisci che la politica è un esercizio di data più antica. E dove ci sono due studentesse a fotocopiare e piegare volantini, come una volta. "Ma non ci freghi, giornalista, con la vecchia storia delle donne angeli del ciclostile. Dicevate così una volta no? Quello che vedi è un caso, qui tutti fanno tutto", mette le mani avanti 
Leonardo Zannini arrivato da Trento a studiare sotto le due Torri. È il suo modo per mettere in guardia da paragoni col passato sempre zoppi, non ci sono ascendenze, nemmeno culturali. 

Che siano di sinistra, anche estrema, in quella sala fumosa e frenetica, non c'è dubbio. Però che distanza con gli spiriti di un altro movimento che aleggiano se lo stesso Leonardo avverte: "Guarda che noi siamo per la meritocrazia anche più della Gelmini. E la scuola la vorremmo riformare davvero ma perché sia più efficiente. Non si fanno le riforme con i tagli". A Bologna, in assemblea, hanno parlato rappresentanti di destra, come altrove. E c'è solo un velo di sarcasmo verso i "compagni" (?) delle facoltà scientifiche che un tempo si sarebbero detti riformisti. Ciascuno porta il suo contributo. Chi se la sente va a occupare i binari della stazione, gli altri organizzino pure la lezione all'aperto di Margherita Hack (è successo). Ogni forma è benvenuta se catalogabile come protesta. Persino i 'gruppettari' hanno capito che vale la pena di sciogliersi in un movimento più ampio perché questo dà energia e visibilità.
Accettano compromessi in nome dell'unità.Francesco Epifani, 24 anni, facoltà di matematica a Firenze: "Non so cosa mi riserva il futuro. Oggi credo nella forza del movimento. Non mi era mai capitato niente del genere e questo mi dà speranza". Suo fratello Andrea, futuro informatico: "Noi non siamo rappresentati, così come gli operai, i poveri. Non c'è la sinistra. Allora facciamo da soli. Noi siamo il cambiamento". Paola De Negris, 24 anni, facoltà di lettere a Roma: "Se il governo non dialoga con noi è come se proclamasse che non vuole dialogare con l'Italia di domani. Si aspetta un nostro errore, non lo faremo. Se non vinciamo non ci sarà più un'università pubblica, in molti non potranno più permettersela". 

Lodovica Formoso, 24 anni, giurisprudenza nella capitale: "Ogni mattina mia madre scherza: meglio la tesi o la legge 133? Oppure mi chiede perché non ha una figlia che fa la velina. In realtà mi appoggia". La cronaca fotografa il movimento allo stato nascente. I suoi buoni propositi. Il tempo dirà se i ragazzi non si spaccheranno nei sempiterni distinguo (probabile), se qualcuno sarà tentato da pericolose scorciatoie (possibile), se dureranno o si scioglieranno alla spicciolata. Sappiamo solo da dove vengono e qualcosa della loro visione del mondo. Francesco d'Eugenio: "Vogliamo sovvertire la scala dei valori che ci è stata trasmessa. Vogliamo rimettere il sapere in un posto d'eccellenza, come avviene negli altri paesi evoluti, e vogliamo sottrarci alla logica per cui tutto è mercato. Lo sappiamo, ma almeno ci siano dei correttori, dei freni". 

Il Virzì di Pisa: "A me non dispiace il modello scandivano. Un welfare che redistribuisca il reddito a favore dei bisognosi". Qualcuno cita Marx, naturalmente, tra i punti di riferimento. Altri il Serge Latouche della decrescita felice. Altri ancora addirittura l'aristocratico Bertrand Russell. Noam Chomsky copre l'area no global. Si azzarda persino (iperbole) che un pensiero nuovo può nascere qui e ora. La crisi finanziaria è qualcosa che li riguarda per ricaduta. Quanto ai politici italiani, nessuna menzione. Opposizione al centrodestra e diffidenza verso Veltroni e il Pd, "e non provino ancora a metterci il cappello sopra, non passa".

L'Onda in un certo senso ha travolto anche loro. Che si chiedono come continuare. Non vorrebbero leader ma qualcuno lo è già diventato per il ben noto meccanismo weberiano. Sono tali quelli che stanno facendo su e giù per la Penisola per "tenere contatti con gli altri atenei". Hanno scoperto che Internet va bene (è il luogo dove si informano e con cui si tengono in contatto), però la presenza fisica è talvolta indispensabile, perché ci si scambia emozioni oltre che notizie tecniche. Hanno già l'appuntamento per una "grande mobilitazione" fissata per il 14 novembre a Roma. Passano le serate a guardare i loro rappresentanti invitati nei vari talk-show televisivi e a berci poi una birra su. "Ci rendiamo perfettamente conto", avverte
Antonio Santoro di Pisa, "della responsabilità che deriva dal gran numero di persone che stiamo portando in piazza. Sappiamo che siamo una scossa sul corpo molle di un Paese arrivato alla frutta. Non ci sottraiamo. Lasciateci fare". 

Il ritiro dei provvedimenti del governo, lascia intendere, non è che l'inizio. Andranno oltre, promette, per arrivare a costruire un modello di società che gli assomigli un po' di più. Un modello in cui i giovani si possano riconoscere. 

Temono, tutti, di uscire dal cono di luce mediatico aperto su di loro. Stanno già studiando come darsi una prospettiva lunga. Come dividersi i compiti per conciliare i libri e il lavoro politico. Cosa allora, dopo il 14 novembre? Ancora Antonio: "Abbiamo in serbo molte sorprese per costringervi a occuparci di noi". Ad esempio? "Ad esempio qui c'è la Torre di Pisa... Faremo lavorare la fantasia". Il movimento dell'ottobre 2008 non vuole ascendenze, ma quella della fantasia al potere l'abbiamo già sentita.

di Mario Portanova, Gigi Riva e Barbara Schiavulli


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