giovedì 13 novembre 2008

Il ‘Grande Gioco’ non è più divertente. In Afghanistan si passa al grande accordo



Uno dei fronti più caldi che il neoeletto presidente americano dovrà affrontare è quello afghano-pakistano. La crisi afghana ha ormai assunto proporzioni regionali, coinvolgendo direttamente paesi come l’India ed il Pakistan, ed andando a toccare gli interessi di potenze come l’Iran, la Cina e la Russia. Soltanto un’iniziativa diplomatica internazionale che coinvolga tutti i paesi della regione, offrendo a tutte le parti in causa ragionevoli garanzie, può avere speranza di riportare la stabilità in quest’area

Il ‘Grande Gioco’ non è più divertente, ormai. Gli imperialisti del XIX secolo usarono questa  espressione per descrivere la lotta russo-britannica per il dominio dell’Afghanistan e dell’Asia centrale. Più di un secolo dopo, il gioco continua. Adesso, però, il numero dei giocatori è aumentato vertiginosamente, coloro che rappresentavano soltanto i pezzi sulla scacchiera sono divenuti essi stessi giocatori, e l’intensità della violenza, e le minacce che questa partita comporta, coinvolgono il mondo intero.

L’Afghanistan è stato in guerra per tre decenni, e questa guerra si sta espandendo al Pakistan ed oltre. E’ necessario imporre una pausa, in modo che i giocatori, incluso il neoeletto presidente Barack Obama, possano negoziare un nuovo accordo per la regione.

Rendere sicuri l’Afghanistan e la regione circostante richiederà una presenza internazionale per molti anni. Rafforzare le forze di sicurezza afghane rappresenta tutt’al più un palliativo, dato che il paese non è in grado di sostenere il peso di forze che abbiano dimensioni tali da soddisfare le sue attuali esigenze di sicurezza. Soltanto un accordo a livello regionale e globale, che ponga la stabilità dell’Afghanistan al di sopra di altri obiettivi, può rendere possibile una stabilità a lungo termine, mettendo l’Afghanistan in condizioni di sopravvivere con forze di sicurezza che abbiano un peso sostenibile per il paese. Un tale accordo, tuttavia, richiederà iniziative politiche e diplomatiche sia all’interno del paese che all’estero.

In Afghanistan, gli Stati Uniti e la NATO devono mettere in chiaro che sono in guerra con al-Qaeda e con coloro che ne sostengono gli obiettivi globali, ma che non hanno obiezioni qualora il governo afghano o quello pakistano entrino in trattativa con gli insorti che siano disposti a rinnegare i legami con Osama bin Laden. In cambio di tali garanzie, le forze internazionali potrebbero procedere ad un ampio ritiro, lasciando un contingente per garantire la sicurezza di un accordo politico, e per addestrare le forze di sicurezza afghane.

Ma un accordo politico all’interno dell’Afghanistan non può riuscire senza un grande patto a livello regionale. Il primo ‘Grande Gioco’ fu risolto un secolo fa, facendo dell’Afghanistan uno stato cuscinetto in cui le forze esterne non potevano interferire. Oggi, tuttavia, l’Afghanistan è il teatro non soltanto della “guerra al terrore”, ma anche di storiche controversie afghano-pakistane, del conflitto tra India e Pakistan, di lotte interne al Pakistan, dell’antagonismo USA-Iran, delle preoccupazioni della Russia riguardo alla NATO, della rivalità tra sunniti e sciiti, e delle lotte per il controllo  delle infrastrutture legate allo sfruttamento delle risorse energetiche nella regione.

Questi conflitti proseguiranno fino a quando gli USA considereranno la stabilizzazione dell’Afghanistan come una questione subordinata ad altri obiettivi – insieme a tutti i rischi connessi alla ripresa del terrorismo ed alla crisi della sicurezza regionale. Questo è il motivo per cui Obama deve adottare una coraggiosa iniziativa diplomatica, che comprenda l’intera regione ed aiuti a risolvere le annose controversie tra i paesi vicini dell’Afghanistan. Una iniziativa di questo genere deve includere un insieme di aiuti estesi a livello regionale, ed un pacchetto di misure per sostenere lo sviluppo.

Inoltre, gli USA devono riequilibrare la loro posizione nella regione, riducendo la loro dipendenza dall’esercito pakistano. Obama dovrà appoggiare in modo deciso il fragile governo eletto in Pakistan nel suo tentativo di ottenere il controllo sull’esercito e sull’apparato dei servizi di intelligence, ponendo così fine a decenni di sostegno ai miliziani. Il dialogo con l’Iran e con la Russia sugli interessi comuni in Afghanistan – entrambi i paesi aiutarono gli Stati Uniti nel 2001 – aumenterebbe la pressione sul Pakistan. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti e le altre potenze che hanno interessi in Afghanistan devono cercare di ridurre le attività dell’India in questo paese, attività che il Pakistan percepisce come una minaccia; in alternativa, se le politiche indiane non costituiscono una reale minaccia, gli USA e le altre potenze devono assicurare una loro maggiore trasparenza.

Questo obiettivo richiede qualcosa di più che semplicemente “esercitare pressioni” sul Pakistan. I vertici dell’establishment militare pakistano ritengono di trovarsi di fronte ad un’alleanza USA-India-Afghanistan, intesa ad indebolire l’influenza pakistana in Afghanistan, e persino a smembrare lo stato pakistano. I leader civili del governo valutano in modo diverso gli interessi nazionali del Pakistan, ma anch’essi non possono rimanere indifferenti di fronte al cronico senso di insicurezza del paese.

Il Pakistan non ha accordi sulla definizione dei confini né con l’India, con la quale si contende l’annessione del Kashmir, né con l’Afghanistan, che non ha mai riconosciuto esplicitamente la ‘linea Durand’, l’attuale frontiera tra Pakistan e Afghanistan. Il Pakistan sostiene anche che l’Alleanza del Nord, che fa parte della resistenza anti-talebana in Afghanistan, stia collaborando con l’India all’interno dei servizi di sicurezza afghani. Inoltre, l’accordo tra USA e India sul nucleare riconosce di fatto il diritto dell’India ad essere una potenza nucleare, mentre tratta il Pakistan, con la sua storia di proliferazione atomica, come uno ‘stato pariah’.

La politica delle pressioni non funzionerà, se i leader del Pakistan dovessero credere che la sopravvivenza del loro paese è a rischio. Al contrario, la nuova amministrazione USA dovrebbe collaborare alla creazione di un’ampia struttura multilaterale per la regione, intesa a costruire un consenso sincero attorno all’obiettivo di raggiungere la stabilità in Afghanistan, dando una risposta alle ragioni legittime dell’insicurezza pakistana, ed allo stesso tempo rafforzando l’opposizione alle tendenze distruttive e disgregatrici presenti in questo paese.

Un primo passo potrebbe essere quello di stabilire un gruppo di contatto per la regione, autorizzato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo gruppo di contatto potrebbe promuovere il dialogo tra India e Pakistan a proposito dei loro rispettivi interessi in Afghanistan, e la ricerca di una soluzione alla controversia sul Kashmir; stimolare una strategia politica a lungo termine del governo pakistano riguardo al futuro delle agenzie tribali (che compongono la regione autonoma al confine con l’Afghanistan denominata con l’appellativo di Federal Administered Tribal Areas (FATA) (N.d.T.) ); portare l’Afghanistan e il Pakistan ad una serie di confronti sulle questioni delle frontiere, e promuovere un piano regionale per lo sviluppo economico e l’integrazione. La Cina, il più grande investitore sia in Pakistan che in Afghanistan, potrebbe sostenere progetti di interesse comune in campo finanziario.

Un’iniziativa di successo richiederà colloqui esplorativi, ed uno schema di percorso in continua evoluzione. Oggi, proposte di questo genere possono apparire audaci, ingenue o impossibili, ma, senza una tale audacia, rimane poca speranza per l’Afghanistan, il Pakistan, e la regione nel suo complesso.

Barnett R. Rubin è direttore degli studi dell’Asia Society ed è membro del Centro per la Cooperazione Internazionale della New York University, dove dirige il programma per la ricostruzione dell’Afghanistan Ahmed Rashid è un giornalista e scrittore pakistano, esperto di movimenti islamici dell’Asia Centrale; scrive abitualmente sul Daily Telegraph; è autore del libro “Descent Into Chaos: The United States and the Failure of Nation Building in Pakistan, Afghanistan, and Central Asia”

Titolo originale:

From ‘Great Game’ to Grand Bargain in Afghanistan

di Barnett R. Rubin

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/13/dal-‘grande-gioco’-al-grande-accordo-in-afghanistan/

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