mercoledì 26 novembre 2008

Il PD e il suo vicolo cieco


Rianimato dall'Onda e dalla manifestazione del 25 ottobre, smarrito e ansimante nel «caso Villari». Tutto sembra molto chiaro: da un lato, un Pd attraversato dal soffio vivificante delle piazze, in grado di strappare alla mobilitazione dei suoi militanti briciole di orgoglio e consapevolezza; dall'altro, l'atmosfera mefitica dei palazzi degli intrighi, negli studi tv dei «pizzini», con un Pd travolto dalle logiche del trasformismo, ostaggio di un ceto politico che ha alle spalle una storia cresciuta nelle reti clientelari e amicali delle fabbriche dei voti meridionali. 
Le conclusioni dovrebbero essere ovvie: sarebbe meglio guardare più al versante dove si attingono energie e risorse che a quello dal quale vengono solo delusioni e amarezze. Ma tutto appare meno ovvio se si guarda all'interno del partito di Veltroni. Qui si avverte ancora il peso di un processo di formazione asfittico, precipitoso, frutto più dell'affanno e del calcolo elettorale che della consapevolezza e della lucidità: non sono stati i «dieci minuti» che sono bastati a Forza Italia per decidere di confluire nel PdL, ma non c'è stato nemmeno quel grande dibattito costituente che sarebbe stato necessario per permettere alle tradizioni culturali e alle famiglie politiche che vi confluivano di ridefinirsi in un progetto unitario fondato su un autentica rottura con il loro rispettivo passato. Paradossalmente, i soli innesti riusciti sembrano quelli che hanno rilanciato una sorta di anacronistica riedizione di quel connubio togliattiano-moroteo nel cui ambito si sono formati molti degli attuali dirigenti dl Pd, a partire da Massimo D'Alema e dallo stesso Veltroni. Il fatto che il dibattito all'interno del Pd sia ancora polarizzato intorno ai due leader è significativo delle difficoltà che il nuovo partito trova nel disancorarsi dalle vecchie formule politiche con dei risvolti inquietanti proprio sul piano di quelle alleanze elettorali che sembrano tener banco nelle polemiche e negli schieramenti. Escluso per il momento un pateracchio con le forze dell'attuale maggioranza di governo il tema riguarda il rapporto con gli altri partiti dell'opposizione, cioè Casini, Di Pietro e quello che resta dei vari gruppi di ispirazione comunista.
Mentre questi ultimi sembrano incapaci di sottrarsi alla deriva di un cupo tramonto e Casini si propone nei panni immutabili della vecchia Dc, il solo Di Pietro si segnala per il dinamismo del suo movimento, con evidenti appetiti elettorali e esplicite mire egemoniche: si sente più un concorrente che un alleato del Pd, con l'ambizione di essere l'unica alternativa a Berlusconi, fuori dagli schemi destra/sinistra e con la capacità di erodere consensi alla destra lungo una strada che D'Alema e gli altri perseguono invano da tempo. Non me lo vedo, insomma, come un alleato affidabile e credibile anche perché su tutto il tema delle alleanze- sia nella versione D'Alema che in quella Veltroni- incombe lo spettro della scarsa autorevolezza del Pd, oggi sbeffeggiato da tutti gli ambienti del nostro sistema politico. Quello è il nodo decisivo; per ritrovare credibilità e risultare affidabili bisogna avere l'onestà di riconoscere che le «manovre» di D'Alema hanno il fiato corto dei maneggi della Prima Repubblica e che i progetti enunciati al Lingotto sono stati accantonati in un'operazione verticistica e improvvisata, riprendendo il cammino smarritosi nella sconfitta elettorale, fino al rilievo abnorme assunto da una disputa Villari-Zavoli che certamente non è di quelle che tolgono il sonno agli italiani.
di GIOVANNI DE LUNA

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