giovedì 6 novembre 2008

Il permanente conflitto etnico di Tel Aviv


L'impatto diretto con una terra in guerra con se stessa, una terra luogo di discriminazione, odio e orrore, avviene già all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Ancora prima di ritirare i propri bagagli. Una decina di postazioni vetrate ospita altrettante giovani poliziotte in divisa pronte a controllare i passaporti. Per lanciare un messaggio immediato ai nuovi arrivati, le file sono separate, cinque per gli ebrei, altrettante per i goyim, i non ebrei. Europei, americani o arabi non cambia. Se non sei ebreo devi inserirti in spazi differenti.

Le giovani donne che eseguono gli accertamenti sulla tua identità sono, oltre che appositamente avvenenti, istruite secondo modelli operativi precisi. Se le tue origini e le tue condizioni di viaggio possono anche solo indurre ad una parvenza di politicità o di sospetta relazione con il mondo arabo musulmano, partono le domande di routine. “Come mai sei giunto in Israele? Conosci qualcuno qui? Dove alloggerai? In quali luoghi vorrai recarti? Vorrai raggiungere i territori occupati?”. Tutti interrogativi che violano la tua privacy e le tue libertà più elementari.

Entrando in contatto con la galassia dei movimenti legati al volontariato in Palestina, la prima segnalazione che ti viene posta con una certa insistenza è la facilità con la quale in aeroporto gli addetti alla sicurezza sono pronti a fermarti per ore anche solo se lo credono conveniente, per il puro gusto di metterti in soggezione.

Serve quindi una storia convincente. Comunque. Anche se ci si reca realmente in Terra Santa per visitare i luoghi sacri della cristianità. Altrimenti può capitare di essere bloccati per due ore e mezza e più. Esattamente come capita al mio compagno di stanza Richard, un austriaco realmente interessato ai soli monumenti di culto. Il suo passaporto contiene il timbro giordano: di conseguenza, essendo già entrato in contatto con realtà islamiche, il viaggiatore deve essere fermato e posto sotto indagine conoscitiva per questioni di “sicurezza nazionale”.

Le attente istruzioni fornitemi da Ben, giovane attivista americano da tempo in contatto con la realtà palestinese, sembrano funzionare in prima istanza. Ho ripetuto più volte di essere un turista cattolico, mostrando in ogni possibile occasione il crocifisso prestatomi che porto al collo. L'agente di sicurezza timbra il passaporto e mi fa segno di passare rilasciandomi una carta di colore bianco. Andando incontro alla seconda coda, un soldato israeliano ritira i biglietti. Mi accorgo subito che ha un colore completamente differente e rimarca il mio lasciapassare rispetto agli altri. Vengo infatti invitato dal militare in direzione di un desk subito alla sua destra, dove giovani in abiti civili mi attendono con volti tra il compiacente e l'antipatico. Partono altre domande, le stesse ripetute in altre salse. “Che fai nella vita? Dove vivi? Qual é il tuo lavoro? Quanto tempo intendi fermarti in Israele? Perché sei venuto?”. Il segreto é rispondere sempre allo stesso modo, rispettando prima di tutto un certo grado di coerenza semantica. “Dovrebbero mollarci prima o poi” viene spontaneo pensare. A questo punto mi lasciano libero di prendere i bagagli ma dovrò tornare da loro. Quando rientro un altro giovane mi indica di seguirlo in una stanza. Più passano i minuti, più la mia falsa incredulità aumenta, sono un devoto credente, non devo dare l'impressione che la politica e tutto ciò che a essa si collega siano mio patrimonio culturale.

Nel frattempo il libro che porto in mano insieme alla giacca inizia a pesare: è “Storia della Palestina” di Ilan Pappe, uno storico israeliano dalla posizioni più che progressiste. Ho cambiato la copertina di carta facendo comparire un più rassicurante “Democrazia, Cosa è” di Giovanni Sartori. (Speriamo che almeno lui lo abbia capito veramente). Lo stanzino dove sono finito è inospitale. L'unico posto utile per sedersi è una panchina che mostra poco spazio libero; di fronte ha diverse decine di bagagli che io immagino abbandonati.

Sono invitato ad accomodarmi. Attendo qualche minuto e una ragazza di colore ci raggiunge e controlla il mio zaino da trekking. Il libro é ancora con me, non lo controllano se non per sapere il titolo proprio in copertina. Un rapido cenno tra i due. “Puoi andare” mi dice lui. Non sono trascorsi neanche venti minuti. Io prendo lo zaino e saluto timidamente. Proprio come amano fare i cattolici che incontro in giro per Gerusalemme. Gli agenti annuiscono indifferenti, tanto sanno che al ritorno non passerò altrettanto facilmente.

di Alessio Marri – Megachip

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8253

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