domenica 2 novembre 2008

In caso di vittoria repubblicana TRAGEDIA MONDIALE


È 7 febbraio, il Super-Martedi delle primarie è passato da poco. Mentre gli strateghi delle campagne di Hillary Clinton e Barack Obama pensano a come farsi lo sgambetto, Patricia Williams invita alla conciliazione. Dalle pagine di The Nation, firma l'intellettuale afro-americana, docente di legge alla Columbia University, sottolinea il significato storico delle candidature democratiche e finge di lasciarsi andare al sogno dell'America progressista del dopo Bush: "Ora che abbiamo raggiunto la cima della montagna, che siamo andati oltre la razza, oltre gli stereotipi di genere e sfondato il tetto di cristallo, mi chiedo che cosa altro ci sia da fare. Che cosa è rimasto da sognare? Schiacciamo un pisolino". Il sogno numero 1, per quanto carezzevole, richiama alla realtà: «La dottrina della guerra preventiva è superata da quella della pace preventiva. Pandora compare dal nulla, acchiappa per le gambe i due diabolici gemelli: Tortura e Guantanamo. Li rinfila nel vaso e la folla intorno impazzisce». Williams è nata a Boston all'inizio degli anni Cinquanta, quando ancora la città era divisa tra il privilegio dei bianchi e l'oppressione degli ex schiavi. La sua bis-bis nonna aveva appena undici anni quando il padrone, un rispettabile avvocato del Tennessee di nome Austin Miller, la mise incinta. Così, al momento di decidere se andare all'università, sua madre le suggerì che studiare legge era una buona idea perché, le disse «i Miller erano avvocati e (il diritto) ce l'hai nelle vene». Williams è cresciuta insieme al movimento per i diritti civili ed è l'autrice di The Alchemy of Race and Rights: Diary of a Law Professor , straordinario intreccio tra studio teorico e narrativa personale diventato un classico del femminismo di colore. All'indomani dell'11 settembre è stata una delle voci più lucide a commentare i rischi costituzionali della guerra al terrore. Alla vigilia delle elezioni le abbiamo chiesto di chiudere gli occhi. Questa volta per immaginare come sarebbe l'America di John McCain e Sarah Palin. 

Ci sarebbero differenze rilevanti tra l'amministrazione Bush e quella McCain?
Non ne vedo tante. Il 4 novembre è in ballo la reputazione internazionale degli Stati Uniti. Bush l'ha rovinata in modo criminale e McCain non sembra preoccuparsene. Scegliendo Sarah Palin come vice-presidente ha dimostrato di curarsi solo delle apparenze e poco alla competenza. Se fosse per John McCain l'intervento americano nelle zone calde del pianeta sarebbe deciso dai carri armati. In W. ( il ritratto di George Bush firmato da Oliver Stone, ndr ), si vede Dick Cheney illustrare il suo piano per il Medio Oriente nel corso di una riunione di gabinetto: l'exit strategy non esiste, l'obiettivo finale èl'Iran e il controllo permanente delle risorse. Ecco, lo scenario che più mi fa paura: McCain e Palin che dichiarano guerra all'Iran spalleggiati da un partito Repubblicano dove estremisti religiosi e lobbisty della compagnie petrolifere si uniscono nel coro "drill baby drill". Per Cheney sarebbe un sogno che diventa realtà.

Prima di candidarsi McCain aveva denunciato l'uso della tortura dei "nemici combattenti". Chiuderebbe Guantanamo?
John McCain è un veterano del Vietnam che ha sperimentato la tortura sulla propria pelle. Forse si, farebbe chiudere Guantanamo. Direbbe però che è stata necessaria nella guerra al terrore. E non si sognerebbe mai di chiedere scusa ai detenuti e alla comunità internazionale per aver calpestato l'habeas corpus. 

Parliamo di Palin, sotto un'amministrazione McCain, Sarah Palin potrebbe diventare presidente…
Non riesco a immaginare distopia peggiore. Pensavo che con Bush avessimo toccato il fondo, Palin mi costringerebbe a ricredermi. Lei è la donna simbolo della continuità della dottrina Bush, l'icona dell'ideologia repubblicana più retriva, della parte più reazionaria del partito con cui McCain ha flirtato e da cui nelle ultime settimane ha provato timidamente a distanziarsi. Il discorso di Palin alla convention repubblicana mi ha fatto rabbrividire: ha usato una retorica maschile cruda e guerriera camuffata da rossetto e tailleur. Palin è contraria all'educazione sessuale nelle scuole, alla contraccezione e al finanziamento alle scuole pubbliche. Si dice sensibile ai bisogni dei bambini handicappati, quelli nati con bisogni speciali ma è non ha mai parlato di sostegno pubblico alle madre che devono occuparsene. 

Negli ultimi giorni tra loro ci sono stati dei contrasti. Segno che nello Studio Ovale potrebbero esserci dei conflitti?
Litigheranno sul global warming. McCain, che al contrario di Palin forse ha frequentato qualche lezioni di biologia, non si azzarda a dire che l'emergenza climatica non dipende dall'attività umana. 

Dick Cheney ha esteso nei fatti i poteri del vice-presidente. Palin farebbe lo stesso? 
Palin corre per la vice-presidenza senza neppure sapere in che cosa, precisamente, consista questo ruolo. Ma tra le righe delle sue maldestre risposte alla stampa ho letto un sostegno alla teoria della "unitary executive" promossa da Dick Cheney e sostenuta dagli scritti legali di John Yoo. Cheney e Yoo hanno aperto le porte all'era dell'esecutivo imperiale e affermato l'idea, priva di qualcunque fondamento giuridico, che in quanto il vice-presidente presiede il Senato, ha competenze anche legislative che estendono il potere esecutivo. 

Come reagirebbero i mercati all'elezione di McCain?
Il 5 novembre le borse internazionali crollerebbero a picco. Fuori dagli Stati Uniti le aspettative verso Obama sono alte: la sua sconfitta peserebbe sull'economia globale, la materia che McCain ha confessato di capire meno. La depressione economica potrebbe aggravvare le tensioni sociali. Qualcuno potrebbe andare a caccia di capri espiatori. Ho sentito dire, ad esempio, che l'esplosione della crisi dei subprime è stata innescata dall'altro numero di afro-americani che chiedevano mutui. Temo che le conquiste del movimento per i diritti civili, quelle delle donne e dei afro-americani, verrebbero cancellate. Si tornerebbe all'America degli anni Cinquanta. 

Gli afro-americani come vivrebbero la vittoria di McCain?
Chi parla di folle di afro-americani inferociti per le strade non mi convince per niente. L'immagine della rabbia black spesso è frutto delle paure dei bianchi. Intorno a queste elezioni c'è un grado di tensione e ansia molto intenso che, sia chiaro, coinvolge tutti, non solo gli afro-americani, coinvolge tutti. Se ci fossero sospetti di frode elettorale forse questa volta anche i pensionati di Palm Beach con le camicie a fiori non starebbero a guardare. Nelle scorse settimane ci sono stati problemi consistenti in Ohio e decine di episodi inquietanti in diversi stati. In tre contee delle stato di New York sulle schede elettorali è comparso il nome Barack Osama. Anche questa volta i tentativi di influenzare le elezioni fanno paura.
di Miriam Tola

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