lunedì 24 novembre 2008

Kosovo, un potenziale "scenario da Afghanistan", secondo la CIA


La Central Intelligence Agency rende pubblico un rapporto e lancia l'allarme. Secondo i servizi segreti americani, gli estremisti del Kosovo sono pronti ad innalzare il livello dello scontro e a sferrare attacchi terroristici non solo contro Belgrado e le autorità serbe (i nemici di sempre), ma il loro "sguardo si è esteso più ad Ovest, su Washington e Bruxelles", ovvero contro i funzionari dell'amministrazione internazionale (UNMIK) che mantiene il compito della gestione amministrativa sulla provincia dalla fine della guerra nel 1999.
Il rapporto rivela ancora che gruppi terroristici, "cellule dormienti", si stanno attivando. "Appartengono a un gruppo di fondamentalisti islamici e, in quanto tali, hanno come unico scopo quello di attaccare tutti i 'non credenti'. Ci sono le prove che i componenti facevano parte dell'UCK, che a sua volta aveva contatti con Al Qaeda". Ma non basta. Le autorità kosovare, le stesse che hanno proclamato unilateralmente l'indipendenza della provincia lo scorso febbraio, e che nel corso degli anni hanno protetto tali frange, da cui esse stesse provengono, potrebbero aver perso il polso della situazione tanto che "la situazione potrebbe essere fuori dal loro controllo", al punto da prospettarsi un inquietante "scenario da Afghanistan" (1).
Il rapporto non giunge in un momento qualunque, ma proprio nel mezzo dei negoziati che stanno riconfigurando la missione internazionale dell'UNMIK ed il passaggio di poteri dalle Nazioni Unite all'Unione Europea con la nuova missione denominata Eulex. Se la Ue e la Serbia hanno trovato l'accordo sullo status giuridico della nuova amministrazione civile che, pur con alcune ambiguità, si muoverà nel solco della Risoluzione 1244-ONU che cristalizzò una situazione di fatto e che non prevede la possibilità di una secessione indipendentista del Kosovo, Pristina ha da subito rigettato gli accordi e dichiarato che su tali basi la missione Eulex non verrà mai accettata (per un approfondimento di questo aspetto si veda l'articolo sottostante "Kosovo: accordo fatto su Eulex ma Pristina non ci sta"). 
Il rapporto americano potrebbe dunque avere connotazioni politiche piuttosto che di intelligence, tanto più che la presenza di estremisti islamici nei Balcani legati ad Al Qaeda è risalente nel tempo ed affonda le radici, ancor prima che in Kosovo, in Bosnia dall'inizio degli anni '90, con implicazioni di cui i servizi americani sono ben a conoscenza.
Il giornalista investigativo tedesco Jurgen Elsasser nel suo volume "Come la Jihad è arrivata in Europa" illustra in maniera esemplare i rapporti tra i guerriglieri islamici e i servizi di intelligence occidentali e fornisce le prove del loro utilizzo nella ex Jugoslavia. Nel corso di una intervista, a proposito del suo lavoro Elsasser dice: "Faccio nuova luce sulle manipolazioni dei servizi segreti. Altri libri avevano già sottolineato la presenza nei Balcani di Osama Bin Laden, ma gli autori avevano presentato i combattenti musulmani come nemici dell'occidente. Le informazioni che ho raccolto da molteplici fonti dimostrano che questi jihadisti sono marionette nelle mani dell'Occidente, e non, come si pretende, nemici. […] Ho studiato la figura di Al Zawahiri, il braccio destro di Bin Laden, che era il capo delle operazioni nei Balcani. Agl'inizi degli anni '90 aveva percorso in lungo e in largo gli Stati Uniti in compagnia di un agente dell'US Special Command per raccogliere fondi destinati alla Jihad; l'uomo sapeva perfettamente che la raccolta di fondi era un'attività sostenuta dagli Stati Uniti. […] La rete terroristica creata dai servizi segreti americano e britannico durante la guerra civile in Bosnia, e più tardi in Kosovo, ha rappresentato un serbatoio di militanti, che troviamo poi implicati negli attacchi di New York, Madrid e Londra. […] Dopo la fine della guerra in Afghanistan, Osama Bin Laden ha reclutato questi jihadisti militanti. Era il suo lavoro: è stato lui che li ha addestrati, con il parziale sostegno della CIA, e li ha mandati in Bosnia. Gli americani hanno tollerato il legame tra il presidente Izetbegovic e Bin Laden. Due anni più tardi, nel 1994, gli americani hanno cominciato a inviare armi, in un'operazione clandestina comune con l'Iran. Dopo il trattato di Dayton, nel novembre 1995, CIA e Pentagono hanno reclutato i migliori jihadisti che avevano combattuto in Bosnia" (2).
Qualunque giornalista investigativo che gratti appena sulla superficie, scopre in Kosovo i palesi legami tra infiltrazioni terroristiche islamiche, l'UCK (L'Esercito di Liberazione del Kosovo) - che dopo la vittoria della Nato nel '99 ha preso il controllo politico della regione, ed ogni tipo di traffico criminale, in primo luogo droga ed armi. È il caso di Riccardo Iacona che nel suo reportage "La guerra infinita" trasmesso a settembre su Rai3, ha illustrato i meccanismi attraverso cui la Jihad è entrata in Kosovo portando un integralismo fino ad allora sconosciuto ai kosovaro-albanesi e sfruttando la protezione (in stile mafioso) delle strutture già dell'Uck, e con i soldi degli "enti caritatevoli" islamici, in particolare sauditi. Il parallelismo con l'Afghanistan negli anni '80 è evidente: un crogiuolo di interessi illeciti ed un modus operandi che è pressoché identico a quello che originò la guerriglia che combatté l'invasione sovietica: finanziamenti sauditi, fondamentalismo religioso, coordinamento ed addestramento da parte dei servizi occidentali (in particolare, all'epoca, la Cia, in collaborazione con l'Isi, i servizi pakistani), traffico di stupefacenti. E quel parallelismo continua a fornire oggi i suoi frutti avvelenati. Il boom della produzione di oppio dopo l'invasione della Nato in Afghanistan, attraversando l'Asia centrale, ha il suo naturale sbocco proprio in Kosovo prima di invadere i mercati occidentali. E, se l'eroina, nel suo tragitto, trova qualche minimo ostacolo alle frontiere turche, ha la strada spianata una volta giunta nei Balcani, in cui il Kosovo rappresenta appunto lo snodo principale.
Di questi scenari è ben consapevole il generale italiano Fabio Mini, già comandante della missione Nato-KFOR in Kosovo nel periodo 2002-2003. Il generale ha dichiarato nel corso di una intervista al Corriere della Sera all'indomani della dichiarazione di indipendenza del Kosovo: "Il nuovo Stato conviene solo ai clan. Sarà un porto franco per il denaro che arriva dall'Est. L'indipendenza conviene a chi comanda: a Thaci [primo ministro kosovaro, ex comandante dell'UCK] che fa affari col petrolio, a Bexhet Pacolli [noto uomo d'affari] che ha bisogno d' un buco dove ficcare i soldi del suo mezzo impero, a Ramush Haradinaj [ex premier e comandante UCK] che è sotto processo all' Aja [in seguito assolto per insufficienza di prove dopo la morte in circostanze misteriose di alcuni testimoni chiave], ad Agim Ceku [altro ex premier e comandante UCK] che vuole diventare il generalissimo di se stesso... Del Kosovo indipendente, a questi non gliene frega niente. Come non gliene frega ai serbi. Quel che serve ai clan, d' una parte e dell' altra, è un posto in Europa che apra nuove banche. Un porto franco per il denaro che arriva dall' Est" (3). 
Un simile scenario è la conseguenza diretta della guerra portata dalla Nato nei Balcani. Aldilà delle responsabilità e degli errori di uomini di Stato come Slobodan Milosevic, oggi possiamo ammettere che le sue affermazioni di lottare in Kosovo contro la penetrazione terroristica erano del tutto fondate. Anche un uomo sicuramente non sospettabile di complottismo come Paolo Mieli ha scritto: "Il presidente-fondatore del Tribunale dell' Aja, Antonio Cassese, a sorpresa ha duramente criticato la conduzione del processo a Milosevic da parte di Carla Del Ponte. La quale ha dovuto complimentarsi con lo stesso Milosevic per il modo pugnace con cui si difende. L' ex despota di Belgrado ha già messo in difficoltà molti testimoni. Ed è riuscito ad esibire un documento dell' Fbi (del dicembre 2001, cioè successivo all' attentato alle torri gemelle) in cui si parla di rapporti tra l' Uck, l' organizzazione di resistenza del Kosovo, e Al Qaeda, il gruppo terrorista che fa capo a Osama bin Laden" (4).
Ma è tutta la stampa internazionale, ed in particolare americana, ad essere perfettamente a conoscenza della situazione in Kosovo. Riporteremo, tra gli altri, solo un esempio tratto da un articolo di Michel Chossudovsky (5). Fin dal maggio 1999 il Washington Times scriveva: "Alcuni membri dell'Esercito di Liberazione del Kosovo che ha finanziato il suo sforzo bellico attraverso la vendita di eroina, sono stati addestrati in campi terroristi diretti dal fuggitivo internazionale Osama bin Laden, che è anche ricercato per gli attentati del 1998 a due ambasciate degli USA in Africa nei quali rimasero uccise 224 persone, inclusi 12 americani. Secondo rapporti dell'intelligence ottenuti di recente, i membri del UCK, adottati dall'amministrazione Clinton nei 41 giorni della campagna di bombardamenti della NATO per portare al tavolo delle trattative il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, sono stati addestrati in campi segreti in Afghanistan, Bosnia-Herzegovina ed altrove. I rapporti dimostrano anche che  l'UCK ha arruolato terroristi islamici, membri dei Mujahideen, come soldati nel suo continuo conflitto contro la Serbia e che molti sono già stati portati di nascosto in Kosovo per unirsi alla lotta. […] I rapporti dell'intelligence documentano quello che viene descritto come un "collegamento" tra bin Laden, il milionario fuggitivo saudita, e l'UCK, compresa un'area comune di organizzazione a Tropoje, Albania, un centro per terroristi islamici. I rapporti dicono che l'organizzazione di bin Laden, nota come al-Qaeda, ha addestrato e sostenuto finanziariamente l'UCK".
Alla luce di questi elementi appare evidente come i servizi segreti americani non solo fossero perfettamente a conoscenza da almeno quindici anni di cosa stesse avvenendo nei Balcani, ma hanno attivamente e scientificamente agito affinché tale situazione si determinasse, ovvero la creazione di una entità fantoccio, un narco-stato strutturato a vari livelli su elementi utilizzabili per ogni genere di lavoro sporco, oggi già centro nevralgico di traffici criminali a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane, e domani possibile paradiso finanziario per il riciclaggio di denaro delle mafie di mezzo mondo. Allora come interpretare il rapporto CIA sull'allarme terrorismo in Kosovo? Probabilmente è da annoverare nella specie degli avvertimenti o dei messaggi in codice, ma indirizzati verso chi e con quali obiettivi? Forse nei confronti dei negoziatori europei per influenzare le trattative o dell'ONU che tali accordi dovrà ratificare; forse verso le opposte fazioni di Pristina, dato che è in corso una sorta di lotta di potere interna ai vecchi comandanti dell'UCK, e qui gli obiettivi si perdono nell'inestricabile intreccio politico-affaristico-criminale che comanda a Pristina; oppure si vuole preparare il terreno per una ulteriore militarizzazione dell'area. 
In ogni caso, nei giorni scorsi un attentato dimostrativo ha già colpito la presenza internazionale in Kosovo. Una bomba è scoppiata contro l'Ufficio Civile Internazionale della Ue a Pristina, mandando in frantumi le vetrate del palazzo ma senza provocare vittime (6). Nella già citata intervista al Corriere, il generale Mini, con illuminante lungimiranza, aveva avuto modo di dichiarare: "Le bombe non sono tipiche dei Balcani. Le hanno sempre messe personaggi venuti da fuori. Quando scoppiano, è il segnale che qualcuno sta ficcando il naso".

 di Simone Santini

Link: http://clarissa.it/editoriale_int.php?id=234&tema=Divulgazione
 


(1) da Rinascita Balcanica, 19/11/2008
(2) da Red Voltaire, 15/06/2006
(3) da il Corriere della Sera, 16/02/2008
(4) da il Corriere della Sera, 15/04/2002
(5) Michel Chossudovsky, Kosovo: Usa e Ue appoggiano un processo politico legato al crimine organizzato, Global Research, 12/02/2008
(6) Rinascita Balcanica, 18/11/2008

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