mercoledì 26 novembre 2008

La caccia ai pirati e il controllo delle vitali rotte commerciali dell'Oceano Indiano


Ai sempre più frequenti atti di pirateria nel braccio di mare che si insinua tra il Corno d’Africa e la penisola araba – manifestazioni di un fenomeno che di per sé costituisce un “effetto collaterale” delle drammatiche condizioni in cui versa la Somalia – la comunità internazionale non sembra intenzionata a rispondere con una strategia politica comune, ma con una serie di misure unilaterali che lasciano presagire il prossimo svilupparsi di una competizione globale per il controllo delle vitali rotte commerciali dell’Oceano Indiano

“Signore, lei ha riempito l’India di orgoglio”. E’ in questo modo che il presentatore di un canale televisivo a Delhi si è rivolto al comandante della marina indiana, l’ammiraglio Sureesh Mehta, a proposito della vittoriosa battaglia navale che la nave da guerra indiana ISN Tabar ha condotto contro alcuni aspiranti sequestratori mentre scendeva il crepuscolo martedì scorso nel Golfo di Aden.

Queste parole avrebbero reso Sir Francis Drake – il navigatore, politico e mercante di schiavi britannico del XVI secolo – realmente invidioso. Sir Francis aveva pretese di gloria anche maggiori, nella sua vita spezzata dalla dissenteria, quando attaccò San Juan, a Porto Rico, nel 1595.

Poco sorprendentemente, i patriottici media indiani hanno coscienziosamente espresso la loro gratitudine, ed ancora una volta la loro fiducia, alle forze armate. Queste ultime hanno così guadagnato un’opportunità per distogliere l’attenzione da un’aspra polemica a proposito del presunto coinvolgimento di alcuni militari in attività terroristiche dei fondamentalisti indù. La marina militare indiana è tornata “all’azione” dopo un lungo intervallo di 37 anni, iniziato al termine della guerra con il Bangladesh.

Una dichiarazione attentamente ponderata della marina ha sostenuto che i pirati hanno attaccato la Tabar, e che quest’ultima ha “risposto per autodifesa” aprendo il fuoco contro la “nave madre”. I pirati “sono riusciti a fuggire nell’oscurità” mentre la nave da guerra indiana affondava un’imbarcazione dei pirati. L’incidente ha attirato grande attenzione a livello internazionale. Ma ha anche sollevato alcuni interrogativi.

La pirateria a largo delle coste della Somalia si sta profilando in maniera preoccupante sul “radar” dell’opinione pubblica mondiale. Il recente sequestro della Sirius Star – una superpetroliera sufficientemente grande da contenere un quarto della produzione giornaliera dell’Arabia Saudita (2 milioni di barili)  – ha drammaticamente messo in luce le dimensioni crescenti del problema. Il governo a mala pena funzionante della Somalia è incapace di tenere a freno i pirati che salpano dai suoi porti e catturano le navi mercantili di passaggio.

I pirati a bordo della Sirius Star hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di dollari, ammonendo sulle “disastrose” conseguenze nel caso in cui il denaro non dovesse essere consegnato.

Un flagello che si credeva ormai confinato nei film e nei fumetti è tornato ad essere un’ossessione. Ma a differenza dei bucanieri del passato, i pirati somali sono ben armati ed organizzati in due o tre “cartelli”. Essi potrebbero paralizzare l’attività marittima dall’Oceano Indiano al Mar Rosso ed al Golfo Persico. I premi assicurativi per le navi che fanno rotta tra il Corno d’Africa e la penisola araba sono schizzati alle stelle, aumentando di circa 10 volte. I costi aggiuntivi potrebbero raggiungere i 400 milioni di dollari l’anno.

Giovedì scorso, Maersk, la compagnia di navigazione più grande del mondo, ha annunciato che non avrebbe più esposto le sue navi cisterna alla minaccia dei pirati al largo della Somalia. La società ha annunciato che cambierà la rotta della sua flotta di 50 petroliere, che seguiranno la via del Capo di Buona Speranza, a sud del continente africano – una rotta molto più lunga e costosa.

La presenza di navi militari delle potenze straniere non può risolvere il problema. Vi sono circa 14 navi da guerra di vari paesi, inclusa la NATO, che incrociano al largo della costa somala, mentre si stima che oltre 20.000 navi passino annualmente per il Golfo Persico. Inoltre, vi sono interrogativi circa la legalità delle operazioni compiute da queste navi da guerra. Se la NATO si è assicurata una richiesta da parte del segretario generale dell’ONU per compiere un lavoro di interdizione nelle acque internazionali al largo della Somalia, non si può dire lo stesso per la Russia e l’India. La Russia sostiene che il governo somalo ha richiesto la sua assistenza, ma non vi è nessuno che sia realmente al potere a Mogadiscio. E’ degno di nota il fatto che la marina militare indiana nella sua dichiarazione ha ritenuto importante sottolineare che la sua nave da guerra aveva “risposto per autodifesa”.

La cosa più ovvia da fare sarebbe di agire sotto un mandato delle Nazioni Unite, preferibilmente coinvolgendo l’Unione Africana ed i paesi costieri, che potrebbero avere una loro capacità di intervento o essere aiutati a svilupparne una. Ma ciò non è accaduto, suscitando il forte sospetto che stia nascendo un “Grande Gioco” per il controllo delle rotte marittime nell’Oceano Indiano fra lo Stretto di Malacca ed il Golfo Persico. Queste rotte rappresentano indubbiamente alcune fra le vie d’acqua più delicate per il commercio navale, come quello del petrolio, delle armi e dei prodotti industriali che transitano fra l’Europa e l’Asia. In realtà, l’efficace cooperazione regionale nel limitare la pirateria e la pratica dei sequestri nel “collo di bottiglia” rappresentato dallo Stretto di Malacca dovrebbe fornire un utile modello.

Alcuni parlano del fatto che i pirati potrebbero fornire una copertura a gruppi terroristici internazionali. Gli esperti di “terrorismo” sono già “partiti in quarta”, ed hanno cominciato a far congetture sulla possibilità che al-Qaeda copi il modo di operare dei pirati somali. Ci stiamo forse lentamente dirigendo verso l’inclusione della pirateria marittima nella “guerra al terrore”?

Ciò sarebbe un peccato, visto che le condizioni di anarchia che prevalgono in Somalia sono facili da comprendere. La Somalia è uno “stato fallito” come l’Afghanistan, che non è mai stato un faro di stabilità o di democrazia. Ma le cose cambiarono nettamente in meglio quando l’Unione delle Corti Islamiche (UCI) prese il controllo all’inizio del 2006. L’UCI riuscì a ristabilire la legge e l’ordine in quel paese lacerato dai clan rivali e dalla violenza.

Ma l’amministrazione di George W. Bush considerò tutto questo inaccettabile. In base alla perversa logica dell’11 settembre 2001, come si poteva permettere ad un governo islamico di essere un pioniere del buon governo? Il risultato fu l’invasione condotta dalla cristiana Etiopia nel 2007, con l’appoggio degli Stati Uniti. L’invasione non riuscì a produrre risultati decisivi ed invece contribuì soltanto alla frammentazione dell’UCI – con gli elementi radicali, noti come “shabab” (giovani), che hanno avuto la meglio.

I risultati sono visibili a tutti. Dunque, che il problema della pirateria vada affrontato anche sulla terraferma, in Somalia, è indiscutibile. Ma, i problemi molto spesso giungerebbero da soli ad una soluzione, se solo i soldati e gli strateghi si facessero da parte per un attimo. Questa, almeno, è la competente opinione di Katie Stuhldreher. Scrivendo recentemente sul Christian Science Monitor, la Stuhldreher ha proposto un approccio tripartito al problema somalo. In primo luogo, la comunità internazionale dovrebbe riconoscere che la pirateria in Somalia ha origine fra i pescatori scontenti che devono competere con la pesca sleale ed illegale delle navi commerciali straniere nelle acque costiere ricche di tonno della Somalia.

Questa lotta impari ha determinato un impoverimento della popolazione locale. Il risentimento è spesso nato fra la popolazione della costa a causa del fatto che le navi straniere scaricano spudoratamente i loro rifiuti nelle acque somale. Gli amareggiati pescatori locali, che ci hanno rimesso pesantemente, si sono rapidamente organizzati per attaccare i pescherecci stranieri e chiedere una ricompensa. La loro campagna ha avuto successo, ed ha spinto molti giovani ad “appendere al chiodo le loro reti da pesca e ad imbracciare i Kalashnikov”.

La Stuhldreher ha suggerito che “rendere le aree costiere nuovamente redditizie per i pescatori locali potrebbe incoraggiare i pirati a tornare ad uno stile di vita legale”. Di conseguenza, “una forza di protezione della pesca eliminerebbe la fonte di legittimazione dei pirati”. Ciò potrebbe essere fatto sotto gli auspici dell’ONU, dell’Unione Africana, o di una “coalizione di volonterosi”.

Cosa ancora più importante, “una forza internazionale inviata per proteggere l’industria locale otterrebbe lo stesso obiettivo delle navi da guerra, ma in una maniera più accettabile. La principale ragione per cui la pirateria prospera lungo le coste della Somalia è che non vi è alcuna autorità costiera che controlla queste acque. Le navi militari straniere sarebbero ancora necessarie per colmare questo vuoto e scoraggiare gli attacchi, ma avrebbero l’esplicita missione di servire il popolo somalo – lo stesso popolo che ha accumulato sufficienti ragioni per non gradire l’intervento militare straniero, e che probabilmente vedrebbe la presenza di navi da guerra straniere come un’intimidazione”.

Ma sarà possibile trovare sostenitori del “nation-building” in Africa fra paesi come gli stati Uniti, i membri della NATO e dell’Unione Europea, la Russia e l’India? E’ altamente improbabile. L’ideale sarebbe che la comunità internazionale desse anche inizio ad un processo di riconciliazione che coinvolga gli elementi residui dell’UCI. In retrospettiva, come in Afghanistan nel caso dei Talebani, una comprensione adeguata dei movimenti islamici aiuterebbe ad apprezzare il valore dell’UCI nella stabilizzazione della Somalia.

Invece, sotto l’ampio programma della lotta contro la pirateria, ciò a cui stiamo assistendo è un modello completamente differente di attività marittima da parte delle potenze interventiste. Gli Stati Uniti hanno stabilito un comando separato (AFRICOM) del Pentagono in Africa. La NATO e l’UE sono usciti dal teatro europeo entrando nell’area dell’Oceano Indiano. La Russia punta alla riapertura della sua base navale di Aden risalente all’era sovietica. L’India ha cercato ed ottenuto strutture di attracco per le proprie navi da guerra nell’Oman – una mossa senza precedenti per stabilire una presenza navale permanente nel Golfo Persico. L’Oceano Indiano sta diventando un nuovo teatro del “Grande Gioco”. Sembra solo questione di tempo prima che anche la Cina faccia la sua comparsa.

La Cina non è certamente un nuovo arrivato nell’Oceano Indiano. Nel 1405, durante il regno dell’imperatore Yung-Io della dinastia Ming, il famoso comandante navale cinese Ching-Ho giunse in visita a Ceylon (attualmente noto come Sri Lanka) portando incenso da offrire al rinomato tempio del Buddha nella città collinare di Kandy. Ma il re cingalese Wijayo Bahu VI gli tese un’imboscata ed egli fu costretto a fuggire alle sue navi. Per vendetta, la Cina inviò nuovamente Ching-Ho pochi anni più tardi. Egli catturò il re cingalese e la sua famiglia, e li portò via come prigionieri. Tuttavia, alla vista dei prigionieri l’imperatore cinese fu mosso a compassione ed ordinò di rimandarli a casa, a condizione che “il più saggio della famiglia sia scelto come re”. Il nuovo re, Sri Prakrama Bahu, ricevette un sigillo di investitura e divenne un vassallo dell’imperatore cinese. Ceylon rimase in questa condizione fino al 1448, pagando un tributo annuale alla Cina.

L’ammiraglio indiano Sureesh Mehta ha un degno esempio davanti a sé, qualora egli dovesse riuscire a persuadere il suo riluttante paese a mostrare i muscoli in Africa per la prima volta nella sua lunga storia. La sua migliore argomentazione potrebbe essere che, se non fosse per la sua previdente iniziativa, un nuovo Ching-Ho potrebbe presto fare la sua comparsa nell’Oceano Indiano. Ma vi è un rischio in tutto questo, poiché i pirati che sono scomparsi nella nebbia la sera di martedì scorso potrebbero tornare, questa volta cercando la INS Tabar.

di M. K. Bhadrakumar

M. K. Bhadrakumar ha servito come diplomatico presso l’Indian Foreign Service per più di 29 anni; è stato ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) ed in Turchia (1998-2001)

Titolo originale:

The great game of hunting pirates

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/25/golfo-di-aden-il-grande-gioco-della-caccia-ai-pirati/

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