lunedì 10 novembre 2008

La frontiera della vergogna


Era il 1974, il culmine delle tensioni con Ankara, quando l'esercito turco sbarcò sull'isola di Cipro. Fu allora che la Grecia decise di proteggersi da una fantomatica invasione turca blindando la vallata del fiume Evros, non solo con fili spinati, ma anche con una quantità mai precisata di mine antiuomo. Nessun soldato turco ha in realtà mai pensato di varcare il confine. A farlo sono stati invece migliaia di migranti. E decine, probabilmente centinaia, vi hanno lasciato la pelle.

A denunciare la frontiera della vergogna era stato tra gli altri il fondatore dell'organizzazione Fortress Europe Gabriele Del Grande, col suo “Mamadou va a morire”, pubblicato l'anno scorso. Vi si raccontano dei ragazzi in fuga da lontanissimo, addirittura dalle guerre in Burundi e Rwanda, percorrendo mezzo continente africano e poi imbarcandosi per arrivare a Istanbul. Sembra fatta, con l'Europa quasi a un passo. Salvo che quel passo va fatto su quella famigerata “ fossa di erbacce ”. Le denunce sono proseguite, dalle associazioni e dalle organizzazioni internazionali, ma la strage non si ferma. I conflitti dai quali molti dei migranti scappano esplodono ovunque, e non solo in Africa o in Asia. Le ultime vittime arrivavano infatti dall'interno dell'Europa. Erano quattro georgiani – almeno così “ sembra ” da quel pochissimo che si sa e si rivela dell'identità di chi muore alla frontiera - avevano tra i venti e i venticinque anni, e un mese fa sono morti ancora là, nelle vicinanze del paesino greco-macedone da cinquecento anime e un paio di monasteri chiamato Kastania.

La presenza di mine è segnalata da appositi pannelli, si difende il governo greco. Ma è una giustificazione insussistente, visto che negli ultimi quindici anni sono morte in quella vallata oltre novanta persone. Le segnalazioni sono evidentemente poco visibili, tant'è che, come è scontato, i migranti si muovono sulla frontiera soprattutto di notte, per evitare i controlli. Atene spiega inoltre che l'opera di sminamento è intrapresa e ben avviata. E qui c'è del vero, giacché l'80% dell'esplosivo, stando almeno alle cifre ufficiali, è stato neutralizzato negli ultimi quattro anni, grazie a un impegno preso dalla Grecia sulla scia del Trattato di Ottawa del 1997. Trattato che, per inciso, valse il dicembre di quell'anno il conferimento del Nobel per la pace alla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo e alla sua portavoce Jodie Williams.

Le denunce e gli accordi internazionali hanno dunque avuto qualche esito – anche nella firma quest'anno di un altro Patto che bandisce la produzione di cluster bombs- ma evidentemente non basta, visto che si continua a morire. Nell'ultimo decennio sono stati almeno parzialmente sminati una quarantina di paesi, ma oltre ottanta risultano ancora attivi, e vi muoiono annualmente circa ventimila persone, quasi tutte civili, e per un quarto bambini. Le pressioni dal basso hanno indotto la maggior parte degli Stati del mondo – centocinquanta – a siglare il Trattato, ma mancano ancora all'appello – o quantomeno alla ratifica – una quarantina, e tra loro tre dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ovvero Stati Uniti, Cina e Russia, insieme ad altri paesi-chiave quali Egitto, Israele e India. Di questi una dozzina, incluse le Coree, l'Iran e il Pakistan, continuano a produrre decine di milioni di mine, piazzandone sul territorio almeno mezzo milione l'anno.

Quegli ordigni sono il simbolo concreto di uno stato globale di guerra, e di un tipo di guerra che colpisce soprattutto i civili. La loro incompleta rimozione è il mero frutto di una deliberata scelta. Il Burundi c'è riuscito nei quattro anni previsti dal Trattato, la Grecia no. Quel 20% di mine che permangono sull'Evros significa che l'immigrato fa non meno paura dell'ipotetico invasore turco. Ci sono governi europei che annunciano di voler sparare contro gli stranieri, altri – talora gli stessi – che si dichiarano in giudizio parte civile contro l'africana che denuncia pretese poliziesche di ispezione vaginale. Atene, più pacatamente, mantiene gli esplosivi al confine, e per coloro che riescono a varcarlo, respinge oltre il 99% delle richiesta di asilo.

di Alessandro Cisilin

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8270

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