venerdì 14 novembre 2008

Le mire commerciali di Pechino dietro la guerra in Congo


Lo scorso agosto il signore della guerra Laurent Nkunda, generale delle milizie tutsi del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp), aveva denunciato gli accordi di pace stipulati appena qualche mese prima che mettevano fine alla guerriglia di confine nel nord del Congo tra varie fazioni avversarie che fanno riferimento a Congo, Ruanda e Uganda.
La guerra nella regione di Kivu esplodeva di nuovo. Tra il 1998 e il 2003 Ruanda e Uganda avevano invaso il territorio congolese. Stabilita una tregua, sul campo rimanevano varie milizie in perenne stato di tensione. A queste si interponeva la missione dei caschi blu del 
MONUC.


Nel novembre 2007 Congo e Ruanda firmano l'accordo di pace che prevede lo smantellamento delle rispettive milizie ed il loro inglobamento nell'esercito congolese. A gennaio questo accordo è ratificato da tutte le milizie sul campo, ma ad agosto Nkunda (filo-Ruanda) riprende le armi. In pochi mesi è la catastrofe umanitaria: milioni di profughi e migliaia di morti.

Si può ben dire che il Congo sia il paese potenzialmente più ricco del continente africano. Le sue risorse, in particolare minerarie, hanno un'importanza strategica a livello planetario. Rame, uranio, oro, diamanti. E minerali rari quanto preziosi come il 
coltan, componente essenziale per la produzione dei telefonini, di cui il Congo è praticamente l'unico giacimento mondiale.
Durante la guerra del 1998-2003, l'esportazione di coltan, ma anche quella di diamanti, aveva preso la via illegale attraverso il Ruanda, sotto il controllo delle compagnie multinazionali del settore ed arricchendo incredibilmente il clan di Paul Kagame, l'uomo forte ruandese, che può così finanziare e proteggere le milizie che a lui fanno riferimento. Gli accordi di pace potevano minare tale sistema. Tanto più che nel 2007 il governo congolese del giovane presidente Kabila ha firmato importanti accordi commerciali con la Cina, lasciando ai margini le potenze occidentali, Stati Uniti in testa.
Pechino sta utilizzando efficacissime strategie commerciali/diplomatiche per la sua penetrazione in Africa. In cambio delle tanto agognate materie prime (in Congo cerca soprattutto rame), la Cina porta in contropartita grandi programmi di infrastrutture: aeroporti, autostrade, scuole ed ospedali. E paga bene. Se le compagnie occidentali lasciano al Congo tra il 5 ed il 12% del valore prodotto con le esportazioni, il cinesi lasciano ben il 30%.
I paesi occidentali hanno fatto pressione su Kabila affinché ritorni sui suoi passi per quanto riguarda questi accordi. Ma ad agosto il presidente congolese li ha confermati (del resto in questo momento di crisi finanziaria nessuno può competere con i cinesi sulle strategie commerciali) ma subito dopo, con impressionante tempismo, è tornata la guerra.
Non è un caso che gli altri paesi africani che hanno, a loro volta, stretto importanti accordi con la Cina sostengano pienamente il Congo contro la guerriglia. Addirittura l'Angola ha inviato le proprie truppe in sostegno a Kinshasa. La guerra regionale si sta trasformando dunque in una sorta di scontro tra grandi potenze per procura: gli occidentali (ed in particolare gli Stati Uniti) dietro il Ruanda e le milizie ribelli; la Cina dietro il governo del Congo.

Particolarmente ambiguo appare il ruolo della missione delle Nazioni Unite (Monuc: Missione ONU per il Congo). Da un lato c'è chi rimprovera Kabila, dall'interno dell'establishment governativo, di avere intessuto rapporti troppo stretti con la spedizione. Dall'altro, c'è chi accusa apertamente i caschi blu di favorire i ribelli. La forza di interposizione agirebbe infatti a corrente alternata: assente quando ad attaccare sono le milizie; si frapporrebbe quando sembrano prevalere i governativi. Insomma, più che una missione di pace, quella del Monuc sembra una efficace metodologia per lasciare sempre acceso, sul campo, il fuoco del conflitto.
di Simone Santini
 

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