giovedì 13 novembre 2008

Le tre anime inquiete della Bosnia-Erzegovina



Le elezioni amministrative mostrano un Paese sempre più diviso, tra un passato scomodo e un futuro che passa per Bruxelles

Domenica 5 ottobre si è votato in Bosnia - Erzegovina per le elezioni amministrative. Un voto che, ancora una volta, ha sancito la netta spaccatura del Paese su base etnica: la maggioranza dei seggi dei consigli comunali e dei sindaci, nei 142 comuni dove si votava, sono andati ai partiti nazionalisti, serbi, croati e musulmani. Le tre anime della Bosnia - Erzegovina.

Sempre più divisi. La vittoria, in particolare, è andata all'Unione dei Socialdemocratici Indipendenti (Snsd) di Milorad Dodik, leader dei serbi di Bosnia, e al Partito dell'Azione Democratica (Sda) di Sulejman Tihìc, che nel campo bosgnacco (i bosniaci musulmani) hanno superato il partito del presidente Haris Silajdzic. Nella componente croata si afferma l'Unione Democratica Croata (Hdz - BiH), che si vede riconosciuta la supremazia anche dagli avversari dello stesso campo.E il problema è proprio questo: i campi divisi e contrapposti, in un gioco di posizioni che dalla fine della guerra nel 1995 paralizza il Paese, bloccato nell'ingranaggio degli Accordi di Dayton i quali hanno posto fine alla guerra, ma hanno di fatto sancito che la divisione tra le anime della Bosnia - Erzegovina è un processo irrevocabile. Con tutti i rischi del caso. In primis quello del destino della Repubblica Srpska, la repubblica dei serbi. A Dayton venne sancita la nascita del Paese in forma di repubblica federale. Il territorio venne diviso per il 51 percento alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina e il restante 49 percento alla Repubblica Serba. Di fatto veniva riconosciuta autonomia alla creatura di Radovan Karadzic e Ratko Maldic, rispettivamente capo politico e comandante militare dei serbi di Bosnia, che dopo il collasso della Jugoslavia si macchiarono di crimini efferati, come il massacro di Srebrenica. Il principio sul quale si basano gli Accordi di Dayton, cioè la perfetta tripartizione del potere tra le anime del Paese, ha finito per rendere impraticabile la via del governo e dello sviluppo dello stesso. Milorad Dodik, leader dei serbi, usa la carta della secessione della Repubblica Srpska come un maglio politico che, a seconda della convenienza del momento, brandisce o ripone. L'indipendenza concessa al Kosovo dall'Unione europea e dagli Stati Uniti ha rafforzato la strategia di Dodik.

L'incognita mujahiddin. Ma non è solo la Repubblica Srpska a rappresentare un'incognita per il futuro della Bosnia. Il 6 ottobre il ministero della Sicurezza di Sarajevo ha diffuso una nota nella quale annunciava un arresto eccellente. ''Abu Hamza è stato arrestato nel corso di un'operazione congiunta delle diverse forze della sicurezza della Bosnia - Erzegovina ed è stato trasferito al Centro Immigrazione di Sarajevo'', ha dichiarato alla stampa Dragan Mektic, direttore del Dipartimento affari esteri del ministero. Immad El-Husin, detto Abu Hamza, siriano di nascita e naturalizzato bosniaco, non è un cittadino comune. Si tratta del leader di quella comunità internazionale di combattenti che, dal 1992 al 1995, accorsero da tutto il mondo islamico in difesa dei musulmani di Bosnia, sotto attacco e vittime dell'aggressione serba. I mujahiddin si unirono in vere e proprie brigate internazionali al servizio dell'allora presidente bosniaco, Alija Izetbegovic. Quest'ultimo, alla fine del conflitto, si sdebitò concedendo a tanti di loro il passaporto della neonata Bosnia - Erzegovina. Anche perché in tanti stati, per esempio la Siria per Abu Hamza, il loro ritorno era tutt'altro che gradito. Morto Izetbegovic le cose hanno, lentamente, cominciato a cambiare e il clima generale attorno a questi algerini, marocchini, yemeniti e siriani si è fatto più freddo. Portatori di un Islam più radicale, molto differente dalle tradizioni balcaniche, hanno faticato a integrarsi nella società civile bosniaca. Inoltre, almeno secondo le polizie di mezza Europa, hanno usato la Bosnia come base per altre missioni in giro per il mondo in difesa dei musulmani in guerra: Cecenia, in Afghanistan e in Iraq. Il governo bosniaco, sempre più, vede nell'adesione all'Unione europea l'unica via d'uscita per la crisi economica e politica del Paese. Ma Bruxelles non ha intenzione di restare indifferente rispetto alle 'naturalizzazioni' concesse dopo la guerra a personaggi che l'Ue ritiene discutibili come Abu Hamza. Negli ultimi anni ci sono state centinaia di persone che si sono viste revocare la nazionalità bosniaca, ma mai nessun pezzo da novanta come Hamza.

Voglia d'Europa. Questo potrebbe essere, alla lunga, un fattore destabilizzante, compensato dalla firma nel dicembre 2007 dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione con l'Ue, l'anticamera del processo di adesione all'Unione. Un processo che sarà duro e complesso, almeno quanto quello della Turchia. In Europa, negli ultimi anni, si è rafforzata una islamofobia strumentale della classe dirigente che, attraverso un'accurata operazione mediatica, fa breccia anche nell'opinione pubblica generale. Si può già immaginare la posizione di partiti come la Lega Nord rispetto all'ingresso della Bosnia - Erzegovina in Europa. Questo è un problema, perché forse l'unico elemento che, in questo momento, tiene unite le tre anime del Paese è la possibilità dell'ingresso nell'Ue con tutti i privilegi che esso comporta. Se questo processo dovesse incepparsi, non si può scommettere sul fatto che la Bosnia resti unita. Il 1 ottobre scorso, in Francia, si è tenuto il vertice dei ministri della Difesa dell'Ue. Nel corso del vertice è stata approvata l'ipotesi di ritirare i contingenti militari che dal 1996 sono presenti in Bosnia - Erzegovina, a guardia degli accordi di pace e con compiti di polizia sovranazionale. ''C'è un consenso più che ampio sul fatto che la missione militare possa dichiararsi conclusa'', è emerso dalla nota che chiudeva il vertice, ''ora si tratta di trovare il nuovo contorno della missione: la trasformazione in missione civile è un'opzione, come lo è la forza di reazione rapida''. La prossima puntata della vicenda è fissata per il 10 novembre prossimo, a Bruxelles, dove i ministri della Difesa decideranno come procedere su questo argomento. C'è da augurarsi che il ritiro dei militari lasci spazio, sempre più, al coinvolgimento di Sarajevo nel processo d'integrazione europea. Altrimenti, come è accaduto in passato, l'Europa potrebbe pentirsi di non aver voluto, con un atteggiamento miope, rendersi conto che la Bosnia è in Europa e che la soluzione dei problemi dei Balcani non è mai stata quella di creare nuovi confini, ma nella convivenza tra le mille anime che abitano quelle terre.

di Christian Elia

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