sabato 22 novembre 2008

L'Iraq occupato dagli americani e dal "settarismo"


L’approvazione dell’accordo di sicurezza in Iraq – che dovrà essere ora ratificato dal parlamento – non apre la strada al recupero della sovranità da parte dello stato iracheno, ma sancisce definitivamente la nascita di un paese diviso all’ombra dell’occupazione americana. Un paese in cui i diversi gruppi etnici e confessionali continuano a nutrire le proprie ambizioni di parte, la cui realizzazione dipenderà dal loro essere più o meno in accordo con gli interessi americani – scrive l’editorialista Mostafa Zein

Il consiglio dei ministri iracheno ha approvato a maggioranza un ‘accordo di sicurezza’ che legittima l’occupazione militare americana e garantisce alle truppe americane l’immunità giudiziaria. Questa decisione ha coinciso con l’approvazione da parte della Commissione Elettorale di un referendum generale per la trasformazione di Bassora in regione autonoma, alla stregua del Kurdistan iracheno.

Le due decisioni rappresentano un chiaro segnale della forma che assumerà l’Iraq del futuro, creato dal presidente George W. Bush e dai leader delle fazioni irachene – con l’appoggio regionale e con l’atteggiamento sconsiderato degli arabi – in maniera tale da permettere al terrorismo ed all’occupazione di trasformare questo paese in un teatro di scontro per il petrolio: uno scontro dissimulato dietro una tenue copertura ideologica, privata di qualsiasi valore umano e di qualsiasi concetto nazionale e patriottico, uno scontro in cui la vittoria va a colui che è meglio armato e più capace di uccidere e di distruggere.

Nella fase di ricostruzione dell’Iraq distrutto dalla guerra, ogni cosa è permessa. Ogni cosa è giustificata in nome della ricostruzione, della necessità di investire, dei timori per gli introiti petroliferi depositati nei fondi di sviluppo che Washington minaccia di confiscare, o della paura che Washington possa chiamare Baghdad in giudizio nei tribunali per vecchi debiti o per i conti in sospeso di mediatori, commercianti e compagnie. Vi è anche la paura che Washington possa spingere molti paesi a congelare i propri rapporti diplomatici con Baghdad, lasciare via libera a fuorilegge e terroristi, e cancellare progetti per un valore di svariati miliardi di dollari (facciamo queste affermazioni sulla base di una lettera americana inviata al governo al-Maliki, che parlava di ciò che sarebbe potuto accadere se quest’ultimo avesse rifiutato di firmare l’accordo). E’ sotto la pressione di queste minacce che il governo di Baghdad ha approvato l’accordo, ma esso ha giustificato la sua posizione sostenendo che tale accordo soddisfa le ambizioni degli iracheni, accoglie le loro condizioni, fissa un calendario per il ritiro delle truppe straniere dal loro paese, e permette loro di porre fine al mandato del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.

Ma la verità è che né la paura né il soddisfacimento delle richieste irachene sono stati elementi determinanti nella firma dell’accordo. In realtà, i leader delle fazioni irachene rappresentate nel governo federale avevano essi stessi le loro ragioni per firmare. I curdi appoggiano qualsiasi accordo che garantisca i loro interessi e la loro indipendenza nel nord, come molti dei loro responsabili hanno affermato. E’ da Washington che Massoud Barzani (l’attuale presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno (N.d.T.) ) ha dato il proprio benvenuto alla creazione di basi militari in Kurdistan, con o senza il consenso del governo centrale. Egli ha anche garantito che il parlamento della regione del Kurdistan avrebbe ratificato l’accordo. Analogamente, gli sciiti si considerano vittoriosi fino a quando avranno il controllo del governo e delle decisioni del parlamento. Ogni deviazione dalla situazione attuale all’ombra dell’occupazione rappresenta una minaccia per la loro ritrovata influenza. I sunniti hanno accettato la loro porzione di benefici dopo una dura lotta con il governo, ed aspirano ad una porzione anche maggiore ora che gli americani si sono riconciliati con loro, hanno permesso la creazione di una loro milizia (i ‘Consigli del Risveglio’), e li hanno liberati da al-Qaeda e dalle accuse di terrorismo. Le minoranze, dal canto loro, non hanno alcun potere. Tutto ciò a cui ambiscono è mantenere la loro presenza fisica – che vadano pure all’inferno i loro diritti di cittadinanza, se ciò che è in ballo è la loro stessa esistenza (per approfondire la questione legata alle tensioni etniche e confessionali attualmente presenti in Iraq, si può consultare la rassegna del 5 novembre 2008: “Il patto di sicurezza ed il problema etnico in Iraq” (N.d.T.) ).

Questa è la realtà creata e controllata dall’occupazione, ed è improbabile tale realtà che possa cambiare nel prossimo futuro. Gli Stati Uniti avranno sempre qualcosa con cui minacciare, a prescindere dal fatto che essi siano governati dai repubblicani o dai democratici. Ogni gruppo etnico e confessionale manterrà le proprie ambizioni e le proprie richieste, la cui effettiva realizzazione dipenderà dagli interessi di Washington. Invece di creare una nazione, l’aver riunito i leader delle fazioni irachene in un governo getta le basi per le prossime controversie e per le guerre future. Coloro che non ci credono possono dare uno sguardo alla consolidata esperienza libanese per convincersene.

di Mostafa Zein

Mostafa Zein scrive abitualmente sul quotidiano “Dar al-Hayat”; è responsabile dell’area del Golfo e dell’Iraq

Link: http://www.arabnews.it/2008/11/22/iraq-le-ambizioni-settarie-contro-la-nazione/

Titolo originale:

طموحات الطوائف ضد الوطن

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