mercoledì 12 novembre 2008

L'occupazione israeliana e la geografia creativa intorno al Checkpoint


“Sei italiano? – mi chiede un soldato piuttosto nervoso mentre agita il suo fucile – Ah, tu vieni dalla patria di Ahmadinejad e Bin Laden”. Alle mie spiegazioni su come un partito governativo quale la Lega Nord sparga urine di maiale sui terreni adibiti alla costruzione di moschee, il giovane si calma e sembra disposto a parlare. Hanno appena prelevato e fermato un giovane in coda al checkpoint, “faceva troppo rumore”. Alle mie sollecitazioni riguardanti l’umiliazione e la costrizione che queste postazioni militari impongono ai cittadini palestinesi un altro soldato risponde: “Da voi e’ anche peggio”. Lascio cadere la provocazione e chiedo: “Questo e’ territorio palestinese, perche’ siete qui, con che diritto?”. La domanda non piace ma la risposta a me ancora meno: “Vedi il colle qui a fianco, c’e’ una colonia israeliana. Vedi quell’altro, li c’e’ un’altra colonia. Qui siamo in Israele”. La geografia non e’ mai stato il mio forte, ma da qui a non sapere che Nablus e’ in territorio palestinese ce ne passa. A colpire e’ soprattutto una logica fondata esclusivamente sulla sua illogicita’. E’ come se un francese si recasse in Germania e a due passi da Berlino costruisse una casa e ponesse il cartello: “Per favore mostrare I documenti, qui siamo a Parigi”. E aggiungesse a uno dei tanti passanti tedeschi in coda: “Mmm, tu non puoi passare. Devi andare al lavoro? Che m’importa! A me oggi non va proprio che tu passi dalle strade mie”.
L’esercito israeliano ha inventato tre diverse situazioni per i checkpoint.  Il piu’ grande e’ definito Terminal, sono intorno a Gerusalemme e necessitano ore per superarlo. Le auto possono passare solo dopo accurati controlli su tutta la macchina. Baule posteriore in primis. Gli autobus possono passare ma a particolari condizioni. Gli uomini devono scendere e mostrare I documenti, le donne, gli anziani e gli stranieri possono rimanere seduti.  A piedi ci si mette in fila esattamente come in un qualsiasi check-in ad un aereoporto: c’e’ il controllo documenti e il metal detector. Se si hanno borse piu’ grandi vanno posti negli appositi sistemi di controllo. Tra filo spinato e soldati indisponenti armati di fucili di ultima generazione, i palestinesi hanno grosse difficolta’ in entrata.  Non per gli stranieri, che godono come di particolari vantaggi etnici e hanno una corsia preferenziale. Ci sono poi i checkpoint tradizionali, situati a ogni entrata di citta’. Entrare nelle citta’ palestinesi non e’ un problema, all’esercito israeliano interessa che I palestinesi non ne escano, trasformando le citta’ in enormi prigioni a cielo aperto. Ci sono infine I checkpoint mobile che possono essere picchettati in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo, a discrezione dell’esercito. Assomigliano ai nostri blocchi stradali, ma l’aggressivita’ dei soldati in queste ultime postazioni e’ ancora maggiore. Tutti I checkpoint sono dotati di gabbie in cemento armato dove rinchiudono i fermati giusto il tempo di chiamare la polizia per il prelevamento.
Il checkpoint segna l’incarnazione materiale della rozzezza militare dell’occupazione israeliana. Tutto puo’ avvenire a discrezione di chi al momento e’ addetto alla sicurezza. Non si tratta di controllare gli spostamenti, ma semplicemente di dare il permesso. Che  e’ anche peggio per un popolo orgoglioso come quello arabo. La loro costruzione ha un non so che di strategico. Nel momento in cui ci siede al tavolo delle trattative puo essere oggetto di baratto, ma con qualcosa che i palestinesi ritengono vitale. Come il ladro che ti rida’ indietro il portafoglio senza soldi, e si permette di chiedere persino un compenso. Intanto lui ti ha dato il portafoglio. Tu a lui che darai?
di Alessio Marri

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