giovedì 6 novembre 2008

Obama ha abbattuto il muro costruito dai mercanti di schiavi prima e dai "vaccari" d'America poi



Il 16 giugno del 1966, Stokely Carmichael - uno dei leader del movimento dei neri d'America - prese di petto i poliziotti che lo arrestavano, durante una protesta per l'attentato dei razzisti contro James Meredith (studente nero escluso dall'Università del Mississippi). Stokely gridò loro una frase che fece storia: «E' la ventisettesima volta che mi mettete in prigione. Ebbene, io non andrò più in prigione. Io penso che ci sia un solo modo per impedire che i bianchi continuino a frustare noi neri: prendere il sopravvento sui bianchi. Da oggi in poi, vi avverto, noi ci batteremo per un obiettivo semplice: il potere nero». 
Nacque quel giorno l'espressione politica Black power.
Stokely a quell'epoca era un ragazzo di 25 anni. Qualche mese dopo, insieme a Bobby Seale, a Huey Newton, ad Eldridge Cleaver, fondò il «Black panther», cioè la più radicale e combattiva tra le tante organizzazioni afroamericane che lottarono contro il razzismo. Fu un maestro, Carmichael, per una intera generazione di ragazzi ribelli, in tutto l'occidente. Molti di noi giovanotti del '68 diventammo di sinistra leggendo Carmichael e Malcolm X, molto prima di leggere Marx e Lenin. Dopo la fine del Black panther, sbaragliato dai complotti dell'Fbi e di Richard Nixon, Stockley decise di tornare a vivere in Africa, coi suoi fratelli africani. Cambiò nome, si fece chiamare Kwame Ture. E' morto lì in Africa, giovane, una decina d'anni fa.
E' una esagerazione, oggi, fare il titolo di «Liberazione» usando quelle vecchie e mitiche parole: «Black power»? Non credo. E' un modo, forse un filo ironico, per festeggiare questa grandiosa vittoria politica di Obama, e per ricordare le tante lotte, che appena quaranta e trenta anni fa, hanno iniziato a svellere dalla vita civile americana la pianta orrenda del razzismo, figlia del peccato originale - come lo ha definito su queste pagine, Massimo Cavallini - e cioè dello schiavismo che fino a ieri aveva impedito alla democrazia americana di diventare piena e grande democrazia.
Tanti anni fa, quando ero ragazzino, nel 1955, a Montgomery, Alabama, una giovinetta di 16 anni, che si chiamava Claudette Colvin, mentre andava a scuola in autobus, decise di mettersi a sedere in una fila di sedili riservati ai bianchi. Salirono sul bus dei liceali biondi e chiesero gentilmente a Claudette di alzarsi e farli sedere. Perché loro avevano diritto a sedere e Claudette, purtroppo, no, perché era «negra». Claudette però, con inaudita insolenza, non si alzò. Disse che preferiva restare seduta. Successe il finimondo, arrivò la polizia, l'arrestarono. Il movimento dei neri l'aiutò, ma decise di non farne il simbolo della rivolta, perché Claudette era incinta. Vi sembra difendibile una ragazza incinta a 16 anni? La morale, la morale...La rivolta di Montgomery contro il razzismo iniziò solo l'anno dopo, quando fu Rosa Parks, quarantenne con la «morale in regola», a compiere lo stesso gesto di ribellione di Claudette. Durò un anno, quella rivolta, col boicottaggio dei bus e la compagnia cittadina dei trasporti sull'orlo del fallimento. Fu vittoriosa: furono aboliti dagli autobus i sedili riservati ai bianchi. 
Capite quanta acqua è passata? Capite che in America, nel '55, a Montgomery, una bimba nera era spazzatura, era niente, e se non si inginocchiava ai bianchi la mettevano in prigione? Ieri Barack Obama ha vinto le elezioni a Montgomery. Proprio in quella città ha battuto McCain. E a gennaio andrà a sedersi su un sedile speciale, alla casa Bianca, che tutti pensavano sarebbe stato per sempre riservato ai bianchi. Nessuno gli chiederà di alzarsi.
Il razzismo in America è una bestia velenosa. Antica, feroce, perfida e brutta. E non è vero che è un male di tanto tempo fa. Il generale Colin Powell, per esempio, nella sua autobiografia racconta di quella volta che cercò di entrare in un ristorante del Texas - era già generale a 5 stelle, ma era vestito in borghese - e il proprietario lo invitò gentilmente ad uscire, a girare intorno al palazzo e a passare dalla porta di servizio per sistemarsi nella saletta per i negri. 
A metà degli anni '90 ho vissuto per tre anni negli Stati Uniti. Mi ricordo di quella volta, in New Hampshire, mentre seguivo la campagna elettorale del repubblicano Pat Buchanan, e un giornalista del Washington Post , nero - unico giornalista nero di tutto il seguito di Buchanan - chiese di poter mangiare al tavolo con noi italiani, perché gli americani bianchi non lo volevano al tavolo con loro. Si chiama la legge di Jim Crow, è una legge non scritta, invisibile, ma rigorosissima, che stabilisce l'ineguaglianza dei diritti e della dignità tra neri e bianchi. Jim Corw era il personaggio di una sketch razzista, inventato a Luisville, nell'ottocento. Un negro, grasso, brutto, che parlava mezzo africano.
Badate che la persecuzione dei neri è ancora all'ordine del giorno. La legge di Jim Crow vige. Nei fatti. Perché i neri, tutti i neri, sono più poveri dei bianchi. Perché un terzo della popolazione carceraria è nera (e i neri sono solo il 13 per cento della popolazione). Perché le statistiche dicono che se sei un nero giovane, tra i 13 e i 45 anni, hai una probabilità su tre di stare in prigione, o esserci stato o di finirci presto.
Ho scritto: la legge di Jim Crow vige. Vige o vigeva? Vige, o da ieri non esiste più? Io penso che da ieri la legge di Jim Crow sia fuori corso. Anche se ci vorrà tempo, molto tempo, per cancella rne i malefici effetti. 
Perché? Provate a capire cosa succederà adesso nell'immaginario di milioni di bianchi americani, i quali ogni giorno, al telegiornale, vedranno uno dei figli dei loro schiavi di una volta, che ora è il presidente, che ora ha il potere, comanda. Come cambieranno queste persone, come funzionerà sulla loro cultura, sulla loro etica, questa realizzazione del «Black power»? Come diventerà l'America, che idea si farà di se stessa?
Sta in queste domande la grandiosità di quello che è successo la scorsa notte. L'America non è più quella di prima. Il muro che teneva lontani i neri dalla pienezza del diritto e della democrazia, il muro vergognoso costruito duecento anni fa dai mercanti di schiavi - simbolo della sopraffazione, dell'ingiustizia, della violenza, della volgarità - è venuto giù, si è sgretolato, ed è un avvenimento importante come la caduta del muro di Berlino.
Ora Obama va alla prova. In quali condizioni politiche? La prima cosa che si può dire, che è evidente e davanti a tutti, è che non è un presidente prigioniero di un establishment o di un gruppo di potere. Questa è una novità grandissima. Obama non è la costruzione di una lobby, di un circolo di potere, di un pezzo di borghesia. Come per esempio fu Kennedy, come - seppure in misura minore e in forme diverse - fu Clinton. E come naturalmente sono sempre stati i presidenti repubblicani. Obama è se stesso. Ha vinto lui le elezioni, col suo carisma grandioso, con la sua intelligenza, con l'aiuto specialissimo di Michelle, di sua moglie. Gli apparati sono venuti dopo. Non sono loro ad averlo costruito, loro sono arrivati quando lui stava vincendo, hanno bussato alla sua porta, hanno chiesto: «possiamo diventare i tuoi apparati?». Obama, in quest'epoca di eclissi della politica, di asservimento della politica, o di ludibrio della politica, ha affermato - dopo anni - l'autonomia e la supremazia della politica. Questa è la sua grande forza. Formidabile punto di partenza. Si tratterà di vedere come la userà questa forza, quanto vorrà portare avanti l cambiamento, in che direzione. Cioè come affronterà, al momento di governare, la crisi del capitalismo reaganiano sulla quale ha costruito questa sua vittoria. Cercherà di resuscitare quel capitalismo o lavorerà per una alternativa?
Noi, cioè noi sinistra italiana ed europea, faremmo bene a non essere troppo schizzinosi. Liberazione una decina di mesi fa titolò: la speranza viene dall'America, riferendosi a Obama, dopo le sue prime vittorie alle primarie. Quel titolo provocò parecchie polemiche, perché a molti la nostra posizione sembrò un po' visionaria, ingenua. Non era visionaria. La realtà dei fatti, dalla quale partire, è questa: di fronte alla crisi, di fronte allo sballottolamento del liberismo, l'Europa sta reagendo senza fantasia, impaurita, e con la corsa a destra. Non solo con la corsa a destra, ma con il rifiuto della politica, il ricorso all'economia, all'Esercito, alla magistratura. Nelle Americhe - plurale: del sud e del nord - assistiamo a un movimento di segno opposto. In Brasile, in Bolivia, in quasi tutto il continente latino, e ora negli Usa, la politica torna prepotentemente, si rivolge al popolo, riesce a parlagli a coinvolgerlo, si muove verso sinistra. E, vedete, non sono più alla fine i sistemi politici o elettorali a determinare chi vince e chi perde. Sono le idee, le passioni, le capacità politiche.

di Piero Sansonetti

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