lunedì 17 novembre 2008

“Paradigma Bil’in”




Il villaggio di Bil’in, nella Cisgiordania martoriata dalle colonie e devastata dai blocchi dei check point israeliani, sopravvive. Respira a fatica e lotta, piccolo e oppresso, contro la costruzione di un muro che è solo una delle tante facce crudeli dell’occupazione israeliana. La sua gente, e tutto il movimento di solidarietà internazionale che gli si è stretto attorno con il passare del tempo, ogni venerdì da quattro anni scende per strada, cammina sulla terra e arriva laddove il muro non consente più di vedere l’orizzonte. Storie di quotidiana amministrazione in Palestina, contenute tutte nel “paradigma Bil’in” che è insieme un simbolo di resistenza pacifica e creativa alla violenza e all’aggressione, oltre che un monumento alla tenacia di chi a quella violenza non si arrende. 



LA STORIA - È durante gli anni ’80 che a Bil’in - villaggio situato nella West Bank a ovest di Ramallah - arrivano i primi coloni israeliani che si insediano, come di consueto, su una parte della terra confiscandone oltre 200 ettari. Nasce così, come tante altre, la colonia di  Kiryat Sefer, espansa gradualmente come una macchia che si ricongiunge, lentamente, al più vasto complesso coloniale di Modi'in Illit. Che negli ultimi anni, dal 1996 ad oggi, si è allargato sempre di più attraverso la confisca delle terre di villaggi palestinesi come Nil’in, Bil’in, Kharbata, Saffa e Dir Qadis. Funziona così, laggiù. Arrivano i coloni spinti dal governo, noncuranti di decisioni e risoluzioni internazionali, con piccole roulotte prefabbricate che ricordano vacanze alternative d’altri tempi, per conquistare con la politica “del fatto compiuto” porzioni sempre maggiori di terra palestinese. Fin quando nasce, silenziosamente, un piccolo borgo, che lentamente diverrà una cittadella perfettamente funzionale (e illegale) nella quale per il palestinese non c’è posto. E che andrà ad aggiungersi in blocco ad altre colonie, costruite ad hoc per dare una spallata alla Green Line. Da lì alla costruzione della “barriera difensiva” sarà un attimo, e altri ettari di terra necessari per edificarla saranno mangiati. L’attimo in questione, a Bil’in, arriva alla fine del 2004, quando l’esercito ordina la confisca di ulteriori terre palestinesi per l’edificazione del muro di separazione. Le “security reasons” vanno forte in Israele, e ogni scusa è buona per tirare su un altro pezzo di cemento capace di rendere la vita impossibile ai cittadini palestinesi. Il mostro di cemento, che corre lungo tutta la Palestina tagliandola in due, rubandone lo spazio vitale - monumento alla vergogna di un mondo che lì di fronte guarda e tace - arriva anche a Bil’in, e lo squarcia. Ma lì, come in molti altri luoghi della Palestina, si forma immediato un Comitato popolare di resistenza non violenta, che attraverso una lotta tenace e creativa riuscirà a far sopravvivere il paese, e ottenere piccoli ma significativi risultati. Manifestazioni pacifiche scendono per le strade di Bil’in, affiancate da azioni dimostrative e proteste contro il muro: quello che accade laggiù, nella terra dimenticata da tutti, è il miracolo di chi resiste, e lo fa senza ricorrere alla violenza. 

POLITICA, ECONOMIA –  Una lenta ma inesorabile colonizzazione politica e territoriale quella di Israele, ma che ha anche notevoli risvolti economici, come ogni politica annessionista che si rispetti. Sulla quale c’è chi investe politicamente, e chi specula. È un esempio, quello delle colonie costruite sulle terre di Bil’in, di insediamenti che per gli investitori privati sostenuti dallo Stato significano profitto: edificazioni che godono di trattamenti di favore, sgravi fiscali, esoneri dalle normative che regolano le costruzioni. Alloggi che a migliaia vengono costruiti in violazione della legge, poi approvati modificando i piani regolatori, con guadagni che entrano dritti nelle tasche degli imprenditori. Ne sa qualcosa il sig. Lev Leviev, multimiliardario newyorkese israeliano arricchitosi con il commercio di diamanti e proprietario, tra le altre cose, dell’”Africa Israel Investments Groups”. Uno degli uomini d’affari più influenti e potenti di Israele, che spesso e volentieri investe nelle colonie israeliane in Cisgiordania, tra cui quelle che sorgono sul territorio di Bil’in. Costruendo un impero economico dai fatturati esorbitanti. È per queste ragioni che, nel giugno scorso, l’Unicef ha annunciato l’interruzione di ogni rapporto con Leviev e le sue imprese, strada di recente seguita anche da un gruppo svedese, la “Assa Abloy”, che ha deciso di spostare i propri impianti produttivi situati nei Territori occupati, in seguito alla campagna di boicottaggio lanciata dall’associazione “Adalah – NY”. 

LA VICENDA GIURIDICA – Si è trovato a combattere contro questi mostri, il Comitato di Bil’in. Ma li ha affrontati andando oltre le manifestazioni: è l’ottobre del 2005 quando gli uomini e le donne del villaggio, assistiti dall’avvocato Michael Sfard,  riescono a depositare una denuncia alla Corte Penale Israeliana, in cui si chiede di fermare la costruzione del muro e delle abitazioni nelle colonie, entrambe non approvate dall’amministrazione civile israeliana. Due mesi dopo l’illegalità viene confermata dagli accertamenti, e a gennaio 2006 la Corte ordina lo stop ai cantieri negli insediamenti illegali, pur riconoscendo quelli già esistenti. Dopo un iter lungo e burrascoso, la Corte Suprema Israeliana decide inoltre, nel settembre 2007, che il tracciato del muro previsto dal governo nell’area di Bil’in danneggia gravemente il villaggio, e pertanto deve essere modificato. È un fatto storico e inedito insieme, sia per il fatto che i palestinesi abbiano scelto di adire la Corte dello Stato occupante, sia per la decisione di quest’ultima, a loro favorevole. Una sentenza che avrebbe dovuto permettere ai palestinesi di riacquisire il 50% dei territori confiscati, circa 100 acri di terra portati via nel 2004. Avrebbe dovuto, perché dopo 10 mesi dalla decisione sul territorio niente era cambiato. Presentato da Israele il nuovo tracciato del muro dopo insistenti richieste da parte della Corte, di fatto a Bil’in la situazione è immutata. Sfard ha fatto notare, di recente, che il Israele dovrebbe essere denunciato per violazione dell’autorità giudiziaria, e le trattative con il governo sono tuttora in corso. 

LA RESISTENZA CREATIVA – Ma i coloni, e l’esercito che sta lì a “proteggerli”, non hanno accettato di buon grado le iniziative palestinesi, capaci di attirare su di sé un consenso e una solidarietà internazionali fortissimi, con una manifestazione che ormai da quasi 4 anni, ogni venerdì si ripete uguale a se stessa, per chiedere sempre la stessa cosa. Libertà e giustizia, perché nella Cisgiordania palestinese le colonie israeliane non dovrebbero esistere, così come non dovrebbe vedere la luce il muro della vergogna. Tre conferenze internazionali, svoltesi in giugno dal 2006 ad oggi, che hanno visto la partecipazione di numerosi attivisti da tutto il mondo, arrivati per sostenere una lotta che è di Bil’in, e di tutta la Palestina insieme. La repressione da parte dell’esercito israeliano è stata con il tempo sempre più dura. Lacrimogeni lanciati a pioggia o sparati ad altezza uomo, aggressioni armate, proiettili di gomma (letali, perché sparati a pochi metri di distanza), ma non solo. Tantissimi palestinesi sono rimasti feriti in questi anni, l’ultima escalation di violenza lo scorso 1° novembre, quando 5 palestinesi e 2 internazionali sono stati gravemente feriti e picchiati. Tra loro anche Luisa Morgantini, Vicepresidente del Parlamento Europeo, presenza fissa alle manifestazioni di Bil’in, e l’europarlamentare Chris Davies. Dimostrazioni tranquille, in cui i manifestanti palestinesi, internazionali, e israeliani pacifisti a braccia alzate marciano silenziosi verso il muro con le proprie bandiere, ma che puntualmente vengono represse con la forza. Così come le azioni che in questi anni il Comitato popolare ha escogitato per attirare l’attenzione dei media: dalla costruzione – in piena conformità con le regole edilizie israeliane – della prima “Colonia palestinese”, fino all’annuncio della costruzione dell’”Hotel Palestina”, nelle terre confiscate oltre il muro. Espedienti creativi, per inventare un nuovo modo di resistere all’occupazione, con quello spirito che solo i palestinesi sono capaci di conservare, nonostante il dramma. 
LA REPRESSIONE - A gennaio 2009 saranno 4 anni che Bil’in resiste. Resiste alla sua cancellazione, alla privazione dei diritti umani, al furto delle sue terre. Quello che accade laggiù, in una manciata di ettari che sono la vita stessa per moltissimi, è ciò che accade in tutti i Territori Occupati. Un paradigma anche per il mondo, di sopruso e violenza, di vittoria del forte sul debole, di uso della forza contro una resistenza legittima e pacifica. L’occupazione di Bil’in, come di tutte le altre zone della Cisgiordania, è condannata dalla Risoluzione 242 delle Nazioni Unite, e dalla Corte Internazionale di Giustizia, così come lo sono l’edificazione delle colonie e del Muro. La presenza armata di soldati Israeliani in territorio straniero, come quello rappresentato da Bil’in, è ritenuta illecita dall’Onu, e punibile con l’intervento armato internazionale. Le repressioni armate che Bil’in subisce ogni venerdì sono vietate da tutte le procedure internazionali, perché violano i diritti umani e la IV Convenzione di Ginevra. Queste sono parole, pronunciate a chiare lettere contro il silenzio dei governi mondiali. Quello che ogni giorno fa il popolo di Bil’in, e con esso tutto il popolo palestinese, per resistere e rivendicare il proprio diritto a vivere in pace, invece, sono fatti. Dimenticati dal mondo, ma che esistono, nonostante tutto. 
di Cecilia della Negra

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