mercoledì 26 novembre 2008

Siamo alla resa dei conti


Il governo italiano elargisce un po' di carità ai più poveri, quello americano offre il suo obolo alle banche. Ognuno rispetta, anche nelle dimensioni, la propria natura intrinseca: un paio di miliardi di euro per i miserabili, trecento miliardi di dollari per Citigroup. Da entrambe le sponde dell'Atlantico i liberisti non rinnegano il proprio credo e vanno avanti: in America aspettando che farà Obama e se sarà capace di affrontare la recessione con qualcosa che assomigli al New Deal; in Europa convinti di piegare in chiave nazional-populista lo tsunami economico, in piena «libertà» perché privi dalla pressione di una qualsiasi alternativa politica. 
Le cronache di casa nostra ci segnalano un paese che in vent'anni e più di libero mercato imperante è precipitato nella classifica della competitività mondiale e un presidente del consiglio - incarnazione della versione italiana di quel ventennio - che si appella ai consumatori perché si immolino a sostegno del Pil. Mentre ogni giorno aumenta il numero di cassintegrati e disoccupati, la crisi colpisce il cuore del sistema industriale, i precari che erano cresciuti di numero nel mito della flessibilità «virtuosa» vengono semplicemente ridotti a rango di senza lavoro. Potranno eventualmente rivolgersi al candidato abruzzese del Pdl che promette lavoro in cambio di voti con curriculum.
E, ci dicono - le cronache nostrane - di una politica muta o impazzita, di un Pd che esorcizza il conflitto sociale, di una sinistra ex-parlamentare più concentrata sul proprio futuro elettorale che attenta a cercare risposte condivisibili alla crisi del modello capitalistico. Da cui - in assenza di ricette alternative - si uscirà non con improbabili crolli di sistema, quanto con una sua feroce ridefinizione, selettiva in termini sociali e reazionaria in termini politici.
In un simile panorama lo scontro ormai più che annunciato - a partire dal mondo della scuola e dagli scioperi generali in arrivo - sarà difficile e decisivo. Può frenare l'ondata berlusconian-tremontiana - che ora si appella agli «uomini liberi e forti» - ma può anche risolversi in un redde rationem autoritario e violento. Sarebbe bene se le residue energie politiche della sinistra si concentrassero lì: per evitare che la spesa pubblica sia ridotta a carità o speculazione, che la scuola sia «tutta un taglio» e che il lavoro si disperda in disoccupazione di massa (per fare solo alcuni esempi). Ritrovando la parola nel misurarsi sulle «cose» del conflitto in corso. Se ne ricaverebbero, probabilmente, le soluzioni da perseguire e persino una visibile e comprensibile concezione del mondo. Premesse indispensabili per qualunque sinistra, con o senza aggettivi.
di GABRIELE POLO

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