giovedì 27 novembre 2008

Venezuela, l'onda lunga bolivariana continua


Come accade da dieci anni in Venezuela, e a dispetto di starnazzanti predicatori di sventura, si è votato in pace e in democrazia. E dopo centinaia di articoli che parlavano di fine dell’Onda lunga bolivariana, l’Onda, con 17 stati al PSUV di Hugo Chávez contro 5 all’opposizione, sembra ancora fortissima.

A 48 ore dalle elezioni amministrative venezuelane, conclusesi con l’ennesima dimostrazione che la Costituzione bolivariana in 10 anni ha garantito l’inclusione nei processi elettorali di milioni di persone prima di allora completamente escluse, e con un sostanziale mantenimento di posizioni (ovvero un trionfo in tempo di crisi economica) del governo chi fa la peggior figura è come sempre la stampa internazionale. 

Basta un titolo tra tutti per evidenziarne la pretestuosità. Su “El País” di Madrid si legge: “Il chavismo perde tra i poveri. Un candidato dell’opposizione, sbaraglia il regime nel quartiere più violento del paese”. Quello sbaraglia è una vittoria di misura in un solo quartiere, sia pure importante, e ovviamente riconosciuta dal candidato chavista. Di quale regime si parli lo sa solo il quotidiano madrileno. Il titolo quindi non è autoironico, è solo pretestuoso e proprio vuole ingannare gli elettori facendo credere che in Venezuela ci sia un regime ma che questo, stranamente perda proprio tra i suoi pretoriani i poveri fino a presentare il candidato dell’opposizione come un Obama alla rovescia: bianchissimo ma che vince in un quartiere abitato da neri e mulatti. “El País” fa finta di non ricordarlo ma che un bianco fosse votato da neri e successo per decenni prima di Chávez.
Senza mettere la parola “regime” cade il castello di carte. Oltretutto un regime può vincere solo con maggioranze bulgare e di conseguenza se solo sfiora il 60% dei voti vuol dire che ha straperso e se vince in 17 stati su 22 (in due dei quali la differenza la fa un terzo candidato “chavista dissidente”) allora –per “El País” e i suoi molti epigoni- vuol dire che è a fine corsa.

Il voto di domenica ci restituisce invece una mappa chiara del Venezuela. I cinque stati dove si afferma l’opposizione sono gli stati ricchi e popolosi, quelli dove in questi dieci anni di governo bolivariano è cresciuta più facilmente una nuova piccola e meno piccola classe media uscita dalla povertà che adesso comincia a privilegiare altri valori, sicurezza contro giustizia sociale, benessere proprio contro redistribuzione e che adesso vuole differenziarsi e sentirsi differente dalla plebe chavista. 

Sono segnali da non sottovalutare. Ma non sono da sottovalutare neanche quelli positivi come la continuità del processo bolivariano, i risultati che comunque vedono un’opposizione lontana e che tornerà divisa all’ora di scegliere un candidato presidenziale e la fiducia che continua a circondare l’operato del presidente. Questa ha portato alla vittoria in una battaglia difficile, quella per il radicamento del PSUV (Partito Socialista Unitario del Venezuela), fondato appena due anni fa e che non solo oggi è di gran lunga il primo partito del paese ma comincia –e non era scontato- a non essere più solo un cartello chavista ma ad avere forma, unità, profilo, programma, radicamento.

di Gennaro Carotenuto

Link: www.gennarocarotenuto.it

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