lunedì 24 novembre 2008

Verso il Socialismo, passando per Keynes


Marx indicava che per la trasformazione economica, politica e sociale di una comunità, attraverso
un percorso democratico, bisogna partire da una analisi rigorosa e attenta di quella comunità per
quella che essa è ed è stata nella realtà.
Ebbene in questi giorni ci si interroga su come uscire dall’attuale crisi economica mondiale, di cui
non si vede ancora la fine, che è crisi di sistema non solo per fronteggiare le conseguenze di una
recessione che si aggraverà ancora nei prossimi mesi – se non verranno varati provvedimenti
adeguati con urgenza dopo mesi di inerzia – ma anche per evitare che la crisi ciclica del capitalismo
sia risolta con interventi tampone utili a rimettere in moto e perpetuare lo stesso sistema che tale
crisi ha prodotto.
Se si tiene in conto, quindi, che i cinesi nella loro scrittura illustrano la parola crisi con due
ideogrammi, paura e occasione, possiamo ben dire che la fase della paura è evidente ed incombente
ma che ne il Partito Democratico ne la sinistra, con le sue oscillazioni e con il ritorno ad una troppo
rigida ed effimera ricerca identitaria, sanno cogliere l’occasione.
Da una parte il PD, con le sue contraddizioni interne, arriva addirittura in modo subalterno ad
aderire alle impostazioni della destra, dall’altra la sinistra per mancanza di scelte di politiche
economiche concrete, alternative e possibili in rapporto alla fase non riesce a dare risposte alle
esigenze del mondo del lavoro per raccogliere una risposta di massa che contrasti le tattiche e
strategie liberiste.
Per uscire da questa situazione che danneggia la coesione sociale e favorisce movimenti, anche
eversivi, di destra Keynes parte da una considerazione che illustra il limite maggiore di cui soffre il
capitalismo e cioè che i redditi crescenti e diseguali a cui esso da vita non si trasformano in
domanda effettiva.
Una propensione al consumo che non cresce proporzionalmente al reddito genera un aumento del
risparmio che per i neoliberali verrebbe assorbito completamente dagli investimenti mentre per
Keynes questo non accade.
Per uscire dal ristagno ed ancor più dalla recessione Keynes indica due vie : una politica monetaria
accomodante, che stimoli l’investimento privato, abbassando i tassi di interesse. In alternativa,
qualora il primo intervento si rilevi inefficace, occorre che lo Stato intervenga con la politica fiscale
ed ampliando la spesa pubblica.
Una politica fiscale progressiva genererebbe la redistribuzione della ricchezza verso i redditi medio
– bassi innescando una propensione al consumo più elevato e dovrebbe penalizzare in particolare le
rendite di carattere finanziario per stimolare investimenti in capitale produttivo per avvantaggiare
l’imprenditoria innovatrice a scapito di una speculazione parassitaria e rischiosa per gli interessi
generali.
Inoltre un serio ed efficace intervento pubblico nell’economia, che il nostro Paese non vede e non
ha visto negli ultimi 40 anni per i condizionamenti di Partiti e Governi che hanno generato
corruzione, clientelismo e praticati spesso solo per convenienze elettorali, assicurerebbe l’utilizzo
dei risparmi eccedenti in investimenti.
La politica della “socializzazione” degli investimenti dovrebbe caratterizzarsi con un maggior
utilizzo delle risorse compreso il lavoro non occupato.
Due limiti Keynes individua nelle dinamiche e nelle contraddizioni dello sviluppo del sistema
capitalistico.
Il primo limite era quello di non garantire il pieno impiego il secondo, necessario, se non
indispensabile alla crescita, di non raggiungere una equilibrata ed equa distribuzione della
ricchezza. Crisi cicliche e disoccupazione sono le conseguenze quindi di automatismi dei mercati
lasciati liberi di operare in modo incontrastato.
Possiamo quindi anche non condividere il pensiero di Keynes per cui non necessariamente le
carenze del sistema capitalistico inducono al pessimismo ed alla soluzione antitetica del socialismo
perché si possono correggere le sue contraddizioni attraverso regole che non pregiudichino la
democrazia, la difesa della libertà di iniziativa individuale, la concorrenza.
Possiamo invece, in questa fase e su alcuni temi socialmente rilevanti, prendere la strada
dell’intervento pubblico nella economia.
Questa tattica è necessaria per uscire dalla crisi evitando di aprire, in assenza di alternative sullo
sviluppo e l’occupazione, un confronto con Confindustria e Banche con la pistola puntata alla
tempia.
Già da ora su temi come l’istruzione, la sanità, la casa, l’ambiente, l’infrastrutture è possibile aprire
una campagna di interventi pubblici – pur nei vincoli sul deficit pubblico – che diano occupazione,
produttività e ricchezza sottraendoci al ricatto padronale che perpetuerebbe un sistema dove i
deboli, i salariati, i pensionati saranno chiamati sempre a pagare.
Già da ora dobbiamo porci il problema di quale istituzione pubblica , autonoma ed efficiente debba
gestire la fase di sovvenzione ai progetti socialmente utili eliminando pressioni e condizionamenti
della bassa politica, dei partiti e dei governi a cui spetterebbe solo la programmazione concertata.
Il passaggio ad una fase keynesiana è necessaria anche alla sinistra per evitare che le bandiere rosse
sventolino solo nei loro cervelli e nei loro cuori senza aprirci alla speranza che esse siano accettate
democraticamente nella società reale.
di Ugo Onelli

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