mercoledì 31 dicembre 2008

Bagnasco segue i dettami di Fiore e dei suoi "camerati" e sfratta la moschea dal presepe

A luglio il cardinal Bagnasco li aveva sfrattati dalla chiesa di Santa Zita, ma sabato per i neofascisti di Forza Nuova, è arrivata la rivincita: via il modellino di moschea dalla terra consacrata del presepe della parrocchia di Nostra Signora della Provvidenza di via Vesuvio. Per ordine, meglio su consiglio dell´arcivescovo e presidente della Cei. Esulta anche la Lega Nord. «Questa è stata una vittoria non solo della Lega ma di tutti quei fedeli che nei giorni scorsi hanno manifestato il loro disappunto» ha commentato il segretario provinciale del partito, Edoardo ixi. La piccola moschea dal presepe era sparita sabato sera. L´aveva tolta don Prospero, ma proprio a malincuore, «però anch´io ho dei superiori, cui debbo ubbidire». Il prete si è però tolto una piccola soddisfazione: nel suo presepe i nemici del dialogo li ha collocati "simbolicamente" all´inferno.

Ecco il racconto del sacerdote di Oregina: «La Digos ci ha avvertito che il 31 dicembre alle ore 16 sarebbe arrivata Forza Nuova, a vedere il nostro presepe, con alcuni "regali" e allora mi sono preoccupato e ho chiamato la Curia arcivescovile, ho chiesto loro che cosa consigliavano di fare». Don Prospero dice che in Curia gli hanno risposto di aspettare, «la cosa si complica», hanno sussurrato al di là della cornetta. Dopo mezz´ora, don Prospero ha ricevuto la telefonata da via dell´Arcivescovado: « "Meglio toglierla quella moschea, dal vostro presepe" mi hanno spiegato al telefono - dice ancora don Prospero - e allora ho radunato i parrocchiani per comunicare loro la decisione, la maggior parte però volevano che la moschea rimanesse al suo posto. A me è dispiaciuto, io l´avrei lasciata, ma anche io ho dei superiori, devo ubbidire». Don Prospero però si è tolto la soddisfazione, al posto della moschea, nel presepe, tra il muschio e i sentieri di ghiaia bianca, ha messo il Vangelo aperto, «e ho sottolineato una frase con il pennarello giallo "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato"». 

Don Prospero sorride: «Li ho mandati all´inferno, con il Vangelo, quelli che non vogliono la moschea».

Erano tre anni che nel presepe della parrocchia di via Vesuvio c´era la piccola moschea con minareto ma solo quest´anno è esploso "il caso": «Sarà perché si sta discutendo dove costruirne una grande, in città», riflette don Prospero che aggiunge «per me potevano venire anche con le bombe e non mi avrebbero smosso, ma avevo il dovere di avvertire la curia e di obbedire».

Ma se il parroco ha dovuto obbedire alla Curia di Angelo Bagnasco, i parrocchiani e tutti gli abitanti di Oregina proprio non ci stanno e ieri sera Angelo Chiapparo, presidente dell´Associazione quartiere in piazza, con don Prospero, ha deciso di fare di quelle strade il centro della riflessione sulla tolleranza a Genova: «A metà gennaio organizziamo qui un incontro pubblico della Consulta delle Religioni di Genova - spiega Chiapparo - e con tutte le istituzioni nella casetta proprio di fronte alla parrocchia, un incontro laico e in cui tutti facciano atto di responsabilità su un principio che qui vogliamo ribadire forte, nel quartiere, e nella città: la tolleranza».

Anche se l´addetto stampa della Curia Carlo Arcolao dice che non c´è stata nessuna comunicazione ufficiale sulla vicenda e che monsignor Bagnasco è assente da Genova da Natale, pare che a consigliare il parroco sia stato l´ufficio di monsignor Luigi Palletti, vescovo ausiliare che è sempre in diretto contatto con il cardinale.

di Michela Bompani e Marco Preve

Medveded, l'esattore di Gazprom


Gazprom finora non ha ricevuto alcun pagamento del debito pregresso sul gas da parte dell'Ucraina. Lo ha detto l'amministratore delegato di Gazprom Alexander Medvedev, aggiungendo di augurarsi che venga trovato un accordo entro domani. Il braccio di ferro tra Russia e Ucraina, che domani potrebbe portare Mosca a chiudere i rubinetti del gas per Kiev mettendo a rischio, di conseguenza, le forniture per l'Europa, ha radici lontane. La stessa 'empasse' si e' verificata esattamente tre anni fa: il 1 gennaio 2006 Gazprom chiuse le forniture di gas naturale all'Ucraina a seguito di un mancato accordo sui prezzi del gas. Kiev si era detta disposta infatti a pagare dal 1 gennaio il prezzo di mercato e non quello virtuale, definito troppo caro, e aveva rifiutato la proposta del Cremlino di pagare per i primi tre mesi dell'anno a un prezzo di favore per poi, da aprile 2006, passare al prezzo di mercato (230 dollari per 1.000 metri cubi). Lo scontro risale ancora piu' indietro nel tempo, precisamente nell'estate del 2005, quando la Russia chiese un pesante aumento del prezzo del gas fornito all'Ucraina. Mosca, in base ai contratti stipulati col Governo ucraino filo russo, offriva gas a Kiev al prezzo politico di 50 dollari per 1000 metri cubi. Improvvisamente, l'8 giugno, dopo l'annuncio del presidente ucraino di aderire alla Nato, la Russia chiese di rinegoziare le forniture di gas a prezzi di mercato, aumentando il prezzo a 160 dollari e, dopo il rifiuto ucraino, rincarandolo fino a 230 dollari. Mentre le parti trattavano, peraltro con scarsi risultati, sul prezzo del gas, la Russia annuncio' l'intenzione di realizzare nuovi gasdotti in alternativa alle pipilines ucraine che convogliano l'80% delle esportazioni di gas naturale russo verso gli acquirenti europei dell'est e dell'ovest. L'annuncio ebbe su Kiev un effetto molto duro visto che il trasporto di gas naturale russo rappresenta una risorsa determinante per l'Ucraina.
Fonte: peacereporter

«Annus orribilis» se ne va, l'incompetenza del Governo "criminale" italiano resta. L'unica speranza? L'arrivo di Obama


Pare che l'espressione «annus orribilis» non fu affatto coniata dai latini ma dagli inglesi. Chiunque l'abbia inventata, mi pare che si adatti molto all'anno che si chiude stanotte. E' stato tra i peggiori che io ricordi. Soprattutto per noi italiani. Eppure, se lo si guarda da un altro punto di vista, e cioè dall'America, si trovano anche delle cose per le quali rallegrarsi. Una soprattutto: l'elezione, per la prima volta da quando esiste il mondo, di una persona di origine africana al vertice del pianeta. La vittoria di Obama alle presidenziali americane è un fatto politico così importante da oscurare tanti altri aspetti assai negativi di questi dodici mesi, compresa la feroce crisi economica.
Proviamo ad analizzare senza retorica i fatti principali avvenuti nella politica italiana e nella politica mondiale. Per quel che riguarda noi italiani, gli avvenimenti fondamentali sono stati due: il ritorno al potere di Silvio Berlusconi - dopo una brevissima e non molto felice parentesi, biennale, di governo Prodi - e la scomparsa dalla scena della sinistra politica, vittima di una legge elettorale gaglioffa e un po' truffa, vittima di un'opinione pubblica in precipitosa corsa a destra, e poi vittima di se stessa e della sua incapacità di rinnovarsi.
La vittoria di Berlusconi e la sconfitta drammatica della sinistra non sono due fatti collegati da un rapporto di causa ed effetto, ma sono collegati da un filo politico - lo spostamento a destra delle idee e dei valori, a livello di massa - e si intrecciano tra loro perché uno (la sconfitta della sinistra) amplifica l'altro (il ritorno al potere di Berlusconi) e lo rende devastante. La scomparsa della sinistra politica - fatto assolutamente inedito in Europa - ha prodotto sia l'aggravarsi della crisi del Pd sia la fine di ogni azione di contrasto - sul piano politico, ma soprattutto sul piano delle culture - al trionfo dell'ideologia della destra. Alcuni capisaldi della civiltà politica nata dalla Resistenza e dalla caduta del fascismo, sono stati spazzati via con un soffio. Valori assodati - come la solidarietà, il diritto uguale per tutti, la dignità delle persone che prevale sulla necessità del profitto, il garantismo, e molti altri - sono stati cancellati e sostituiti da un sistema di idee basato sulla convenienza economica, sul profitto, sulla meritocrazia, sulla rigida gerarchia sociale.
L'«interesse generale del «popolo» è stato sostituito dall'«interesse generale dell'impresa». Non sarebbe stato possibile questo, probabilmente, se la vittoria - seppur travolgente - di Berlusconi fosse stata accompagnata da una affermazione della sinistra radicale.
Da dove si riparte? Dalla pura e semplice riproposizione dei nostri schemi e delle nostre idee? Una strategia di questo genere può avere successo? 
Penso di no. E qui entra in ballo la grande novità politica del 2008, sul piano internazionale, e cioè la vittoria di Obama alle elezioni americane. Nonostante tutto se ne è parlato poco, finora. E naturalmente è difficile prevedere in qual modo il nuovo capo dell'impero saprà affrontare le grandi crisi che ha di fronte. Che sono tre: la crisi economica, la quale segna una svolta nella storia del capitalismo; la crisi della politica internazionale, evidentissima in queste ore di stragi in Medioriente; e infine la crisi della democrazia, che avvolge tutto l'occidente, dove la politica è sempre di più messa in un angolo e sostituita dall'economia e dalla «potenza» dei grandi poteri.
Possiamo dire però che Obama, comunque, rappresenta una grande speranza. Arriva al vertice del mondo sulla scia della sconfitta del bushismo, che oggi diventa - con l'esplodere della crisi - il simbolo della crisi definitiva del capitalismo reaganiano. E arriva al vertice, sulla spinta di una fortissimo carisma, che rilancia il ruolo della politica, e di un programma «sociale» che si conficca come una spina nel fianco del neoliberismo che ha dominato gli ultimi 25 anni della storia dell'occidente.
L'operazione che dovremmo provare ad avviare è quella di «trasferire» Obama in Italia. Cioè di sfruttare la spinta innovativa che la sua ascesa al potere comunque comporterà, in Occidente, e riprendere da lì il cammino di una sinistra, che non potrà mai essere uguale a quella degli ultimi 25 anni, e che dovrà trovare la forza di scomporsi e ricomporsi sul terreno delle idee, coniugando la propria radicalità con i nuovi strumenti della politica organizzata. Non è molto saggio continuare a sognare e inseguire le vecchie forme partito, ad assicurarsi che le divisioni tracciate negli anni 80 e 90 restino intatte, che non ci siano contaminazioni, infiltrazioni americane. Chiudersi in se stessi, perdendo ogni possibilità di contare nella società, non è una vittoria di posizioni e idee radicali. E' una resa. Aprirsi, inventare politica, dialogare col nuovo, cercare nuovi spazi, senza pregiudizi, è la scelta più radicale possibile. Battersi perché le nostre idee e i nostri valori non scompaiano insieme alla vecchia sinistra travolta dalla storia.

di Piero Sansonetti

martedì 30 dicembre 2008

I RUSSI ALLE PORTE



La Russia ha effettuato negli ultimi mesi e settimane un'importante offensiva diplomatica in America Latina, stringendo accordi con diverse nazioni che vanno dalla pura e semplice intesa commerciale fino ad arrivare ad alleanze militari (si sono già tenute delle manovre congiunte tra le flotte russa e venezuelana).
Per un po' gli Usa sono rimasti a guardare ma nei giorni scorsi hanno inviato a Mosca il più importante diplomatico per l'America Latina, Thomas Shannon, a discutere della nuova politica nei confronti della regione.
Pur consci che la dottrina Monroe ("L'America agli americani") sia ormai passata di moda, gli Stati Uniti volevano rassicurazioni che l'interesse del governo Medvedev fosse solo di natura commerciale e che non volesse essere minaccioso nei loro confronti.
Al termine dei colloqui da parte russa è stato dichiarato che i colloqui erano tesi al "coinvolgimento dei paesi latino americani nei processi economici globali" e che si è discusso anche "dell'intensificazione dei processi di integrazione della regione".
Da parte americana Shannon ha dichiarato di aver avuto ampie rassicurazioni che l'interesse russo nella regione è puramente commerciale e non ideologico (si temevano soprattutto i legami politici con Venezuela e Cuba) citando gli importanti accordi avviati anche con il Brasile che non fa parte di quel blocco di paesi che si sono progressivamente distaccati dall'influenza americana.
Queste sono le dichiarazioni ufficiali, probabilmente non troppo lontane dalla verità.
Secondo alcuni analisti non è comunque escluso che l'ingerenza americana nel cortile di casa russo (Georgia e Polonia per esempio) abbia portato alla decisione di Medvedev di andare ad infastidire gli Usa nella loro tradizionale sfera di influenza.
di Paolo Menchi

IL MURO DEL RIFIUTO ISRAELIANO


«Hamas e le forze palestinesi hanno offerto un’occasione d’oro per arrivare a una soluzione ragionevole nel conflitto israelo-palestinese. Sfortunatamente nessuno ha accolto questa opportunità, né l'amministrazione americana, tantomeno l'Europa o il “Quartetto”. La nostra buona volontà si è infranta contro il muro del rifiuto israeliano, che nessuno ha avuto la capacità o la determinazione di superare. 

Nel documento d'intesa nazionale del 2006, firmato con tutte le forze palestinesi (fatta eccezione per la Jihad islamica), si affermava la nostra accettazione di uno Stato palestinese all’interno delle frontiere del 4 giugno 1967, con Gerusalemme capitale, senza colonie e la questione (mawdou’) del diritto al ritorno. Era il programma comune a tutte le forze palestinesi, alcuni pretendevano di più, altri di meno. Tale programma risale a tre anni fa. Gli Arabi vorrebbero qualcosa di simile, ma il problema è Israele. Gli Stati Uniti hanno giocato il ruolo di spettatori nei negoziati e appoggiato le reticenze degli israeliani. Il problema, dunque, non è Hamas e nemmeno i Paesi arabi: il problema è Israele.»

In una villa a Damasco, Khaled Mechaal, il capo dell’Ufficio politico di Hamas, rilascia numerose interviste alla stampa, mentre il cessate il fuoco con Israele a Gaza è scaduto il 19 dicembre scorso e il mandato del Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) giungerà al termine all'inizio di gennaio. La televisione di Hamas ha indicato il numero "19" sotto il ritratto del presidente: il momento a partire dal quale l’organizzazione non riconoscerà più la sua legittimità.

Mechaal gode di una fama particolare da quando era sfuggito alla morte nel settembre 1997. Al tempo viveva ad Amman. Su ordine di Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro israeliano di allora, un commando dei servizi segreti israeliani aveva tentato di avvelenarlo. Ma l'operazione era fallita quando i membri del commando erano stati arrestati dai giordani. Re Hussein di Giordania in quell’occasione si fece consegnare l’antidoto dagli israeliani. Come aggiunta volenterosa Israele aveva anche accettato di rilasciare lo sceicco Ahmed Yassin, leader spirituale di Hamas (poi assassinato il 22 marzo 2004).

Hamas nega di essere un ostacolo alla pace. «Abbiamo una posizione di riserva in relazione al riconoscimento di Israele. Ciononostante abbiamo detto che non saremo un ostacolo alle azioni arabe per la riuscita dell’iniziativa del 2002.  Gli arabi hanno moltiplicato le iniziative e hanno ribadito la loro proposta nel 2007. Nonostante ciò la leadership israeliana continua a respinger i piani di pace arabi, li divide in diverse parti, giocando sulle parole e aumenta le proprie mosse.»

Il precedente del riconoscimento incondizionato dello Stato di Israele da parte dell’OLP non spingerà certamente Hamas a seguire quell'esempio. Già alla fine degli anni Ottanta gli Stati Uniti avevano fatto pressioni sull’OLP affinché questi riconoscesse ufficialmente Israele (senza mai specificare in quali frontiere). Nel dicembre 1988 in effetti, Arafat ottemperava a quelle richieste. Vent’anni più tardi lo Stato palestinese non esiste ancora. Secondo Mechaal, come per molti altri palestinesi, a poco servirebbero ulteriori concessioni. D’altra parte Mahmud Abbas ha già fatto molte concessioni e i negoziati condotti  negli anni non hanno portato a nulla …

Le affermazioni di Khaled Mechaal ostentano una certa sicurezza. Dal momento della sua vittoria nelle elezioni legislative nel gennaio 2006 e nonostante tutte le pressioni, Hamas resta un attore imprescindibile, soprattutto dopo aver acquisito il controllo della Striscia di Gaza nel giugno 2007 e a maggior ragione da quando è riuscito a infliggere uno sconfitta militare a Israele, costringendo quest’ultimo a un cessate il fuoco.

Questo cessate il fuoco (o piuttosto  tahdi'a "ritorno alla calma", secondo l’espressione araba), negoziato sotto l'egida dell’Egitto, è scaduto il 19 dicembre. Perché?

«Il cessate il fuoco non è stato deciso. Sarebbe dovuto terminare dopo sei mesi e questo è ciò che è accaduto. Non c'è bisogno che qualcuno ne annunci la fine. L'accordo comprendeva tre punti: il cessate il fuoco tra le parti, l’estensione del cessate-il-fuoco alla Cisgiordania dopo qualche mese e la revoca del blocco di Gaza. D'altro canto vi è stato un impegno da parte dell’Egitto per aprire il valico di Rafah.»
«Questi impegni sono stati rispettati solo in parte da Israele. È vero che il livello di violenza è diminuito, così come gli attacchi contro Gaza, ma le aggressioni non si sono arrestate del tutto (venticinque palestinesi sono stati uccisi dopo la firma dell’accordo). Per il resto nulla è stato concluso. I punti di attraversamento che avrebbero dovuto riaprire entro i dieci giorni successivi al 19 giugno sono stati solo parzialmente riaperti. E nell’ultimo periodo la situazione a Gaza è decisamente peggiorata rispetto ai momenti che hanno preceduto l’accordo. Tale bilancio l’abbiamo fatto da molto tempo, ma per rispetto nei confronti dell'Egitto, che ha negoziato l'accordo, siamo rimasti vincolati.»
«Nel mese di giugno il 94% della popolazione di Gaza era favorevole all'accordo. Oggi molte persone sono contrarie, in quanto esso non ha saputo realizzare ciò che era essenziale per loro: la revoca del blocco. Il mancato rinnovo dell'accordo è stato naturale e conforme ai sentimenti della popolazione.»

Mechaal aggiunge: 

«In ogni caso, la tahdi'a potrebbe essere solo provvisoria. La causa di tale situazione è l’occupazione, che continua ad alimentare la resistenza. Stiamo conducendo una guerra difensiva, non di aggressione.»

Sul campo la guerra è ricominciata. Ai raid israeliani rispondono i razzi palestinesi. I media israeliani parlano di un’operazione di grande portata contro la Striscia di Gaza. Tzipi Livni, il ministro israeliano degli Affari Esteri, ha detto che è necessario sbarazzarsi di Hamas con tutti i mezzi. Ma cosa altro si può tentare, se non un ritorno all’occupazione diretta di Gaza?

Hamas gode di sostegno nella regione, in primo luogo dalla Siria e dall'Iran e diversi altri Paesi del Golfo hanno mantenuto rapporti con il movimento. La Giordania, dopo un lungo periodo di boicottaggio, ha avviato il dialogo con l'organizzazione. Il re Abdullah, pragmaticamente, ha dovuto tener conto del fallimento dei tentativi di eliminare Hamas, che ha un sostegno significativo anche nel suo regno, soprattutto presso l’organizzazione dei “Fratelli musulmani”. D'altro canto, essendo i negoziati israelo-palestinesi bloccati e non esistendo alcuna soluzione al problema dei profughi - ci sono ancora diversi milioni di palestinesi in Giordania – il sovrano teme il rilancio dell'idea che la Giordania debba essere lo Stato palestinese, un'ipotesi più volte riproposta anche da parte della destra israeliana. Tuttavia Hamas si oppone sia a questa idea che a quella di un insediamento permanente di rifugiati nei paesi di accoglienza.
Il problema per Hamas rimane l'atteggiamento dell’Egitto. Il Cairo ha amministrato la Striscia di Gaza tra il 1949 e il 1967 e gode di una reale influenza nella regione. L'Egitto è stato lo sponsor dell’accordo del tahdi'a tra Israele e Hamas, pur non considerando Hamas, che ha vinto le elezioni del 2006, come autorità legittima bensì come una semplice estensione dell’organizzazione dei “Fratelli musulmani”, la principale forza di opposizione – tra l’altro spesso oggetto di repressione - al regime del Presidente Mubarak. Infine l'Egitto, che ha firmato un accordo di pace con Israele, preferisce la "morbidezza" della linea politica di Mahmud Abbas all’"intransigenza" di Hamas. Ciò consente forse di comprendere il motivo per cui Il Cairo si rifiuta di aprire valico di Rafah con Gaza, che porterebbe a una rottura del blocco, ma che pur verrebbe interpretata come una vittoria di Hamas?

«Noi vogliamo mantenere buone relazioni con i Paesi arabi, ha detto Mechaal. Non siamo mai noi la causa della rottura con questo o con quel Paese. Abbiamo sempre trattato con qualsiasi governo, mai con le forze di opposizione, non ci intromettiamo mai negli affari interni altrui.»

Un ritorno alla unità palestinese è possibile? 

In seguito alla presa del potere da parte di Hamas nella striscia di Gaza, i ponti sono stati rotti tra il Presidente Abbas e gli islamisti. L’accordo della Mecca è stato sepolto. «Ci sono state due fasi durante i tentativi di riconciliazione tra noi e il potere di Ramallah. Inizialmente il potere non voleva l'accordo a causa del veto degli Stati Uniti e di Israele, o perché era convinto che saremmo crollati in seguito all’effetto del blocco di Gaza, o ancora perché era certo che il vertice di Annapolis avrebbe portato ad una svolta. Nonostante gli sforzi di molti Stati arabi e di altri Paesi come il Senegal, la riconciliazione non è potuta avvenire.»
«Poi, a causa del fallimento di quelle speranze - e dell'arrivo di un nuovo presidente al potere negli Stati Uniti, e anche in previsione dell’elezione (in febbraio) di un nuovo Primo Ministro israeliano - la presidenza palestinese ha cambiato posizione. Gli sembrava necessario cercare di raggiungere un accordo che avrebbe permesso di presentare, sotto la leadership di Mahmud Abbas, un progetto palestinese unificato. E, ad essere sinceri, qualcuno spera che un accordo possa consentire lo svolgimento delle elezioni e, così, di allontanare Hamas dal potere per la via elettorale. Ciò dimostra che il desiderio di riconciliazione si basa su basi false e questo spiega il motivo per cui essa non sia riuscita.»

La regione vive un periodo di attesa. Elezioni generali sono previste in Israele il prossimo  10 febbraio 2009. In meno di un mese, inoltre, Barack Obama sarà ufficialmente investito del le sue funzioni di presidente. Stiamo andando nella direzione di un cambiamento?

«In linea di principio, il nuovo presidente dovrebbe modificare la politica degli Stati Uniti per due ragioni. In primo luogo perché l'amministrazione Bush ha fallito, è arrivata a uno stallo nella regione, sarebbe naturale che la nuova amministrazione cambiasse linea. In secondo luogo, perché la non conclusione del conflitto arabo-israeliano e la non risoluzione della questione palestinese su una base equa continuerebbe a portare non solo instabilità nella regione, ma in tutto il mondo. È quindi nell' interesse degli Stati Uniti rimuovere le cause di ostilità nei confronti degli americani nella regione e nel mondo musulmano.»

Mechaal ci pensa su per un attimo e poi aggiunge: 

«Vi è una terza ragione. Se Obama vuole ripristinare un ruolo più efficace per gli Stati Uniti nel mondo, deve trattare il Vicino Oriente in modo diverso. Su molte questioni essi si sono troppo allineati a Israele e alla lobby sionista.»
«E questo cambiamento avverrà? Certo dipende dalla volontà e dalla disponibilità dell’amministrazione Obama nel prendere le misure necessarie. In questa fase è difficile rispondere in un modo anziché nell'altro. Per quanto ci riguarda manterremo un atteggiamento positivo e risponderemo in modo responsabile a qualsiasi iniziativa americana che tenga conto dei diritti dei palestinesi. Quello che vogliamo è l’auto-determinazione. Soprattutto dopo che abbiamo concesso una base che ci chiedeva la comunità internazionale, una soluzione fondata sui confini del 1967.»

L'Europa non occuperà un posto molto importante nei colloqui, tanto il suo ruolo è apparso marginale e allineato a quello degli Stati Uniti. 
Per concludere, che fine ha fatto il caso del soldato franco- israeliano Gilad Shalit, considerato da alcuni come un ostaggio? 

«Ci dispiace che il mondo si preoccupi solo per il soldato Shalit, catturato durante i combattimenti, e non per i 12mila prigionieri politici palestinesi, tra cui anche deputati eletti. Tuttavia abbiamo accettato la richiesta del Presidente Sarkozy, durante la sua visita in Siria, di trasmettere una lettera da parte della famiglia al soldato Shalit, per rispetto nei confronti della Francia e per la scelta che essa ha fatto di riavvicinarsi al mondo arabo. Per la sua liberazione abbiamo indirettamente negoziato con Israele, per due anni, sotto l’egida dell'Egitto. Ma Israele è tornato indietro sugli impegni presi (soprattutto per quanto riguarda il numero di prigionieri palestinesi rilasciati). Vogliamo che Gilad Shalit ritrovi la sua famiglia, ma vorremmo che anche i prigionieri palestinesi ritrovassero le loro.»
di Alain Gresh - «Le Monde Diplomatique» 
Traduzione di Dafni Ruscetta - 
Megachip
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8468
articolo originale del 22 dicembre 2008, prima della strage di Gaza, ndr

Ricostruire i fatti e il contesto dell'atroce strage di Gaza


Nei giorni dell’atroce strage di Gaza l’orrore si condensa inevitabilmente sulle immagini e le voci delle vittime. Tanti piccoli tasselli che non riescono a ricomporre ancora il quadro della tragedia. Capire e riflettere in mezzo a tanta sciagura è difficile. Ma dobbiamo farlo, per ricostruire i fatti e il contesto.
Dopo anni di occupazione, l’11 settembre 2005, l’esercito israeliano ammainò la bandiera a Gaza, non appena fu completato il rapido sgombero delle colonie ebraiche sulla Striscia, troppo costose da tenere. Lunghe colonne di mezzi militari si allontanavano. Era il disimpegno unilaterale di Ariel Sharon: nessun riconoscimento politico che mettesse alla pari gli interlocutori palestinesi. Gli israeliani salutavano, ma non se ne andavano. Il mare e il cielo erano interamente sotto controllo israeliano. E che controllo. 
In mare, la misera marineria palestinese non aveva più diritto a pescare nemmeno sulla battigia. Nessun molo funzionante, nemmeno per commerciare un po’ di derrate alimentari fresche. 
In cielo, nel corso degli ultimi tre anni non si contano le azioni di bombardamento. In cielo, soprattutto, i jet con la stella di David hanno volato di proposito e di continuo a velocità supersonica, specie di notte, per creare insopportabili rumori. Un trauma senza posa che non ha risparmiato i bambini.
In terra, tutto il confine con Israele era una barriera chiusa e impenetrabile. Non bastava lo sfiato esiguo del confine con l’Egitto a trasformare questo territorio in qualcosa di diverso da una prigione. Serrato in via definitiva il passaggio di Karni, da cui potevano entrare le importazioni palestinesi sbarcate nel vicinissimo porto israeliano di Ashdod, pochi chilometri a nord, i palestinesi dovevano affidarsi ai porti egiziani di Port Said o Alessandria, a 200 chilometri l’uno, a 400 l’altro, con costi insostenibili per una popolazione già stremata. Questa era Gaza resa libera. La più grande prigione del mondo, un popolo intero, un milione e mezzo di persone. E più di ogni altra prigione, piena di innocenti.
Quando nel 2005 ci fu il “ritiro” unilaterale, uno sguardo spassionato alle circostanze avrebbe permesso di capire al volo che quello non era un refolo di speranza, ma la base per un aggravarsi della situazione. Sarebbe bastato rileggersi l’intervista concessa il 6 ottobre 2004 al quotidiano «Haaretz» da Dov Weisglass, braccio destro di Sharon, quando dichiarò che il cosiddetto piano di disimpegno da Gaza (che prevedeva anche la costruzione del muro in Cisgiordania) era solo una manovra diversiva intesa a fornire a Israele «una quantità di formaldeide sufficiente affinché non ci sia un processo politico con i palestinesi». 
Un mese dopo, moriva Yasser Arafat, il padre della patria, presidente dell’Anp, l’Autorità nazionale palestinese. Gli esponenti della classe dirigente laica di al-Fatah, fino ad allora tenuta insieme dal carisma di Arafat, apparivano ormai nudi nei loro terribili difetti. Avevano rubato a man bassa e si costruivano ville palladiane in mezzo alla miseria dei Territori occupati, mentre non avevano risultati tangibili da offrire come frutto della loro negoziazione continuamente soverchiata dal pugno di ferro del governo israeliano e mestamente instradata verso un percepito collaborazionismo. Per contro cresceva nella popolazione il prestigio del "Movimento di Resistenza Islamico". Il suo acronimo arabo, Hamas, significa “zelo, entusiasmo”. I dirigenti di Hamas conducevano una vita frugale, intanto che in mezzo alle rovine tessevano reti di solidarietà materiale, una sorta di welfare residuale, ma infinitamente più credibile del disastro in cui sprofondava l’Anp.
Fu così che nel gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni parlamentari palestinesi, con 76 seggi della camera su 132, mentre al-Fatah ne prese 43. Una vittoria autentica ed elettoralmente pulita, ma anche una variabile che nei calcoli delle potenze coinvolte non si considerava accettabile. Quando la democrazia ha due pesi e due misure. 
Ancora Dov Weisglass, stavolta in veste di coordinatore di una squadra di governo che comprendeva anche i capoccioni delle forze armate e incaricata delle azioni anti-Hamas, commentò così subito dopo le elezioni l’intento di avviare una crudele stretta economica all’Autorità palestinese:  «è come andare dal dietista: i palestinesi dimagriranno un bel po’, ma non moriranno mica». I presenti, tra cui Tzipi Livni, scoppiarono a ridere (vedi Gideon Levy, “As the Hamas team laughs”, «Haaretz», 19 febbraio 2006). 
Weissglass in fondo è uno spiritoso. Nella famosa intervista ad «Haaretz» del 2004 aveva ben rimarcato quanta formaldeide servisse per imbalsamare le velleità di un accordo di pace: «noi abbiamo istruito il mondo, affinché capisca che non c’è nessuno con cui trattare. E abbiamo ricevuto un attestato... [che non c’è nessuno con cui trattare]. L’attestato sarà revocato solamente quando la Palestina diventerà come la Finlandia». La versione moderna delle calende greche, per chi osasse ancora vagheggiare due popoli in due stati.
I palestinesi della grande prigione non sono diventati finlandesi. Hanno subito fino in fondo la dieta, giorno dopo giorno. Nonostante la difficile tregua, la vite si stringeva sempre di più, venivano fatti passare sempre meno camion di aiuti, e nulla usciva dal campo della disperazione concentrata. 
Gaza è il caso più disgraziato. Ma anche in Cisgiordania non si scherza. Il governo israeliano ha disposto la chiusura di decine di organizzazioni caritatevoli. La scusa è tagliare qualsiasi flusso che possa favorire Hamas. Quel che accade in realtà è la desertificazione di tutti i corpi intermedi, di tutte le formazioni sociali in seno alla popolazione palestinese, per lasciare spazio solo all’emergenza umanitaria in mano altrui. Magari in mano all’Onu, purché non rompa le scatole come faceva con 
Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, un ebreo cui è ormai vietato entrare in Terra Santa per aver espresso forti critiche sulla politica di occupazione israeliana. 
Al solito, di fronte a vicende di guerra, i media occidentali più importanti manipolano pesantemente le notizie. Sono complici di quelle classi dirigenti che – dopo l’11 settembre  - hanno fatto di tutto per distruggere un ordinamento giuridico internazionale che ammetteva norme non basate sul solo diritto di potenza, inquinare i punti di riferimento concettuali per la definizione di ciò che è aggressione o tirannia o resistenza, mentre potenti interessi imperialistici condizionano l’economia – vicina a un baratro finanziario – entro la gabbia delle priorità militari. Gli Stati Uniti non stanno sollevando alcuna obiezione, rispetto all’ennesima azione scellerata del governo israeliano. Ma anche le voci europee sono flebilissime. 
Ernesto Balducci, quando nel 1991 scorreva il bollettino delle vittime nella Guerra del Golfo notava che a fronte di qualche centinaio di americani, c’erano centinaia di migliaia di morti iracheni: non più una guerra codificata dalla ragione e dal diritto, ma una strage. Credo che anche oggi la parola strage sia la più adatta a descrivere la scena di Gaza. Un’immane strage.
Fra i responsabili dell’eccidio c’è il ministro della difesa israeliano, l’ex premier Ehud Barak. Giustifica anche lui tutta questa ferocia pianificata in nome della lotta al terrorismo.
Pur essendo la parola ‘terrorismo’ una delle più usate nella politica degli ultimi anni, la sua definizione non ha affatto interpretazioni univoche. In molte occasioni i vertici di capi di stato e di governo hanno trovato difficoltà quasi insormontabili quando hanno cercato una definizione minima comune. Se si ragiona un po’ sulla questione, si scoprono tante sfumature che sottostanno alle definizioni polimorfe di un fenomeno sfuggente. A stento troverete fattispecie ben delineate, mentre vi imbatterete più spesso in parole che si adatterebbero tranquillamente alla descrizione di certi atti di guerra e di spionaggio che invece sono coperti da una qualche vernice di legalità. 
Dimenticate per un minuto i bersagli di solito segnalati da politici e mass media, scordate l’iconografia di un gruppo di kamikaze che si auto-organizza. Troppo facile. 
Provate invece a pensare a certe azioni fatte con la copertura di eserciti, Stati, organizzazioni non governative, servizi, multinazionali della security imparentate con il mondo dello spionaggio. Saranno diversi i gradi di visibilità della copertura dei governi, ma vedrete che quelle definizioni tornano indietro come un boomerang.
La prima grande ondata di attacchi aerei in Iraq nel 2003 venne chiamata «Shock and Awe». Non è facile tradurre questa espressione in due parole, per la densità di richiami che contiene. Normalmente i giornali italiani tradussero “colpisci e terrorizza”, “colpisci e sgomenta”, per mantenere la forza icastica dell’espressione e approssimarsi comunque al significato. Ma è interessante perdere un po’ dell’effetto per cogliere i significati di un’altra possibile traduzione: “sconvolgi e induci in soggezione”. Si coglie così non tanto la furia cieca del fanatico rozzo, quanto la risolutezza metallica del fanatico freddo, che distilla la ‘strategia della tensione’ in un blitzkrieg. Quante volte ritorna l’espressione ‘Terrorismo di Stato’ e di ‘Stato terrorista’, nella Grozny annientata dai carri armati russi, nel Libano devastato dall’aviazione israeliana, nelle lotte di potere in Pakistan, nella memoria degli anni di piombo italiani? A ogni buon conto, l’organo neocon italiano, «Il Foglio», ha plaudito anche stavolta in prima pagina alla rivendicata “strategia shock and awe”.
Cos’è dunque il terrorismo? Il terrorismo non è solo una questione di terroristi. In un certo senso ce lo dicono anche le Convenzioni di Ginevra. Anche se non definiscono la nozione di “terrorismo”, le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 si riferiscono a “misure di terrorismo” e ad “atti di terrorismo”. L’articolo 33 della IV Convenzione di Ginevra in modo esplicito vieta che la popolazione civile venga fatta oggetto di «pene collettive, come pure [di] qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo». La vicenda di Gaza è un caso lampante di pena collettiva inflitta alla popolazione. E gli ultimatum che dicono “stiamo per bombardarvi”, lungi dal significare “vogliamo salvarvi la vita, spostatevi” sono atti d’intimidazione e induzione del terrore. Come stupirsi delle parole non prevenute di Richard Falk, pronunciate nel 2007, quando ancora l’assedio di Gaza non era giunto alle punte di crudeltà più recenti? Falk dichiarava: «È forse un’esagerazione irresponsabile associare il trattamento dei palestinesi alle pratiche di atrocità collettiva dei nazisti? Non credo. I recenti sviluppi a Gaza sono particolarmente inquietanti perché esprimono in modo sconvolgente un’intenzione deliberata da parte di Israele e dei suoi alleati di sottoporre una comunità umana nella sua interezza a condizioni di massima crudeltà che ne mettono in pericolo la vita. La suggestione che questo modello di comportamento sia un olocausto in erba rappresenta un appello disperatissimo ai governi del mondo e all’opinione pubblica internazionale affinché agiscano d’urgenza per impedire che queste attuali tendenze al genocidio finiscano in una tragedia collettiva».
L’articolo 4 del Secondo Protocollo Aggiuntivo delle Convenzioni di Ginevra stabilisce che contro tutte «le persone che non partecipano direttamente o non partecipano più alle ostilità […] siano proibiti in ogni tempo e in ogni luogo […] atti di terrorismo». Ancora una volta, senza arrivare alle definizioni “teologiche” di terrorismo, quelle della Guerra al Terrorismo per intenderci, il diritto internazionale ha cercato di codificare fattispecie precise. In entrambi i disposti delle Convenzioni di Ginevra si enfatizza che né singoli individui né la popolazione civile in quanto tale possono essere fatti oggetto di punizioni collettive che, fra l’altro, indurrebbero in essa una condizione di terrore.
Questo concetto si rafforza nel Primo Protocollo Aggiuntivo, laddove, all’articolo 51, è stabilito che «sia la popolazione civile che le persone civili non dovranno essere oggetto di attacchi» e che «sono vietati gli atti o minacce di violenza, il cui scopo principale sia di diffondere il terrore fra la popolazione civile.» 
gaza1Qualche azzeccagarbugli del diritto umanitario proverà a confondere le acque, giocando fra le definizioni di politica interna e internazionale degli interventi militari. Ma il disposto ricompare quasi alla lettera nel Secondo Protocollo Aggiuntivo: la qualificazione del conflitto come internazionale o interno non ha grande rilevanza.
La strage di Gaza è una misura di terrorismo. Un atto di terrorismo. Affermare che si volevano colpire i soldati di Hamas è una giustificazione sottile come la carta velina. I poveri poliziotti massacrati nel giorno del loro giuramento non erano certo persone che “partecipano direttamente alle ostilità”. Erano parte di una fragile infrastruttura di sicurezza interna del territorio. Fragile come il miraggio del misero stipendio– cosa rara in un luogo in cui ormai tutti sono disoccupati - che forse li allontanava dallo spettro della denutrizione toccata in sorte ai loro connazionali. In tutto e per tutto vittime civili anche i poliziotti morti, come i bambini morti nelle macerie delle scuole. 
Che l’obiettivo fosse distruggere qualsiasi dimensione civile dei territori, lo dimostra in modo flagrante la disintegrazione dell’Università. Che si aggiunge alle devastazioni inflitte anni addietro a tutte le infrastrutture palestinesi. Sono rimasti i forni, senza elettricità e senza pane.
Nelle indecenti corrispondenze di molti giornali e telegiornali si asseconda il concetto che l’incursione delle forze armate israeliane servirà a distruggere la percezione di utilità di Hamas nella popolazione civile. Ridurre tutti alla disperazione per rovesciare Hamas, insomma. Di fronte a questo intendimento, ci basta rispolverare la definizione ufficiale di “terrorismo” adottata dal Dipartimento della Difesa Usa: «Il terrorismo è l’uso calcolato della violenza o della minaccia di violenza per indurre paura, intesa a coartare o intimidire stati o società nonché al perseguimento di obiettivi che sono generalmente politici, religiosi e ideologici».Non vi piace? Volete quella dell’Fbi? Eccola: «Il terrorismo è l’uso illegale della forza o della violenza a danno di persone o proprietà per intimidire o coartare un governo, la popolazione civile o un loro segmento, seguendo obiettivi politici o sociali».
Definizioni troppo americane? Torniamo in Europa, allora. La Decisione quadro sulla lotta contro il terrorismo, adottata dal Consiglio Europeo il 13 giugno 2002 lo definiva come «ogni atto terroristico commesso, da uno o più individui, contro uno o più Stati, intenzionalmente, o tale da arrecare pregiudizio a un’organizzazione internazionale o a uno Stato. Deve trattarsi di atti terroristici commessi con l’intenzione di minacciare la popolazione e di ledere gravemente o distruggere le strutture politiche, economiche o sociali di uno Stato (omicidi, lesioni personali, cattura di ostaggi, ricatti, fabbricazione d’armi, attentati fatti eseguire da terzi, minaccia di porre in atto simili azioni …).».
Ecco, sfumiamo i termini statuali dei soggetti, andiamo agli atti concreti. Siamo lì. Siamo nell’ambito di fattispecie che definiscono forme di azione violenta e illegale, tali da mettere in pericolo la popolazione civile, e quindi indurre una condizione di “terrore” diffuso così da ottenere alcuni risultati di tipo politico. 
Possiamo certo riconoscere questa definizione anche a carico di chi lancia i razzi Kassam, che lo spudorato corrispondente del Tg1 definisce missili, ma che sono poco più che delle catapulte, dagli effetti drammatici ma strategicamente trascurabili. Ma perché non riconoscerla a carico di chi invece – tranne le sue bombe atomiche – ha usato sinora  tutto il resto di un armamentario spaventoso e senza proporzione?

Questa critica dura e senza sconti alle classi dirigenti israeliane e ai loro alleati significa avere la volontà o la velleità di distruggere Israele? No, è la semplice opposizione alla ‘normale’ e spregiudicata politica di potenza di uno Stato guerresco contemporaneo. Uno Stato che – al pari degli altri Stati – non deve essere considerato in odore di santità né pervaso da fumi demoniaci, ma semplicemente valutato con tutto l’arsenale della critica razionale, per quello che fa e che progetta, per il potere che ha e per lo scontro che il suo potere genera. 
Relativizziamo, anche in questo caso. 
Il processo di costruzione di Israele come nazione non si è risparmiato indicibili crudeltà e ingiustizie, ma è stato così anche per gli Stati-nazione più forti che conosciamo. La Francia che passa per guerre civili e religiose e accresce la sua economia a spese delle colonie, la Spagna della "limpieza de la sangre" e della Conquista, gli Stati Uniti con la Nuova Frontiera che schiaccia i nativi, la Russia che edifica un impero con impressionanti democidi, la Germania che prende le misure del mondo con enormi massacri e genocidi, la Cina che calpesta le minoranze, la stessa nostra Italia che si unifica con grandi tributi di sangue e dove Cristo è più o meno sempre fermo a Eboli. Dietro tante epopee nazionali c’è un terribile bagno di sangue, che dovrebbe spingere a non demonizzare, ma semplicemente a riconoscere il crimine quando esso si manifesta con tanta capacità di devastazione. In questo caso, oltre al diritto alla vita delle persone, oltre al diritto del popolo palestinese, oltre al diritto internazionale, è in gioco la pace a livello globale, per l’insieme di relazioni che si disputano nello scenario mediorientale. Cui si aggiunge la pericolosissima tradizionale unilateralità del governo israeliano, ancora una volta “pares non recognoscens”, ora in una polveriera più sconvolta. 
E, per come si stanno comportando i mass media, è in gioco la possibilità di raccontare ancora delle verità sulla barbarie. 
Denunciare la strage di Gaza con una capacità di esecrazione equivalente a quella consumata per la strage di Mumbai. Si può? 
Contrastare subito le aggressioni, adesso, non con invisibili autocritiche “a babbo morto”, come è avvenuto per l’aggressione della Georgia all’Ossetia del Sud. Si può? 
Non lasciar passare in cavalleria terrificanti crimini di guerra, come si è fatto per Bush che candidamente ha ammesso che la devastazione dell’Iraq è nata da falsi pretesti. Si può? Si può farlo ora? 
Raccontare che i razzi Kassam di questi giorni non c’entrano nulla, perché anche «Haaretz» riferisce che l’attacco era pianificato da mesi e mesi. Si può? 
Se non si fa disinformazione, si può.
di Pino Cabras - Megachip

lunedì 29 dicembre 2008

L'IMPOTENZA DEI REGIMI ARABI DI FRONTE ALLO SPAVENTOSO MASSACRO DI GAZA

L’attacco militare israeliano, che in soli due giorni ha causato centinaia di vittime a Gaza, ha suscitato l’indignata reazione dell’opinione pubblica in tutto il mondo arabo. Imponenti manifestazioni hanno invaso le strade di numerose città, in segno di protesta contro l’aggressione israeliana ma anche contro i regimi arabi, accusati di impotenza se non addirittura di complicità con lo stato ebraico. La tensione è altissima anche all’interno dei cosiddetti “paesi arabi moderati”, come la Giordania, dove da più parti è stato chiesto che venga espulso l’ambasciatore israeliano. Di seguito vi proponiamo il commento dell’analista giordano Muhammad Abu Rumman, apparso ieri sul quotidiano ‘al-Ghad’

Ciò che sta accadendo a Gaza – uno spaventoso massacro, ed un olocausto di proporzioni storiche – va al di là del solo aspetto umanitario e morale. Il sangue dei morti e dei feriti nel quale stanno affogando le strade di Gaza è il simbolo storico – per eccellenza – del crollo di ciò che resta della legittimità degli impotenti regimi arabi.

Lo stato d’animo generale della piazza araba ormai non può più nasconderlo, o ignorarlo: i governi arabi assomigliano ai fratelli di Giuseppe, che gettarono quest’ultimo in fondo a un pozzo (allusione alla storia biblica e coranica di Giuseppe, figlio di Giacobbe, tradito e gettato in un pozzo dai suoi stessi fratelli (N.d.T.)).

In particolare, ciò che arreca danno all’Egitto, alla sua storia ed al suo prestigio, è il fatto che l’aggressione israeliana sia avvenuta poche ore dopo che il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni aveva minacciato di cambiare la situazione a Gaza nientemeno che dal Cairo! Come se la Livni avesse voluto mostrare al mondo la complicità araba, mentre il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit non si rendeva conto della gravità del messaggio, rimanendo in silenzio in maniera a dir poco vergognosa.

Ma ancora peggiore è la posizione della debole, dissestata e traballante autorità di Ramallah. Non sarebbe stato meglio per Mahmoud Abbas, in qualità di presidente del popolo palestinese, esercitare il proprio ruolo nazionale tornando immediatamente a Gaza in mezzo al suo popolo ferito e disgraziato, proclamando in maniera netta la propria condanna dell’aggressione israeliana e riaffermando il carattere unitario della questione palestinese e il destino comune che unisce la Cisgiordania a Gaza, invece di farci ascoltare le “timide dichiarazioni” rilasciate dagli esponenti dell’ANP ieri?

La posizione giordana è stata tra le più ferme a livello arabo, sia sotto il profilo ufficiale sia dal punto di vista della reazione popolare. Il re giordano ha proclamato in maniera netta il proprio rifiuto dell’aggressione, ed ha chiesto al mondo di intervenire per fermarla, invitando allo stesso tempo il governo a prendere tutti i provvedimenti necessari per aiutare la gente di Gaza a livello medico e umanitario. Dal canto suo, la piazza giordana è stata la più rapida ed efficace nel reagire all’aggressione.

Per altro verso, la prossima fase pone il governo giordano di fronte ad un appuntamento grave e delicato – quello di trarre le dovute conclusioni dal crimine perpetrato da Israele, sia sotto il profilo umanitario che sul piano delle indicazioni politiche che ne derivano.

Il crimine israeliano rappresenta infatti una minaccia diretta e grave alla sicurezza nazionale giordana, innanzitutto perché inasprisce la collera e la tensione popolare nei confronti del governo, il quale intrattiene rapporti diplomatici – per quanto privi di sostanza – con Israele.

Ma c’è di più: il crimine israeliano incentiva l’estremismo e le organizzazioni radicali, le quali approfitteranno della situazione attuale per arruolare nuovi adepti allo scopo di portare a termine operazioni contro gli interessi e gli obiettivi occidentali, e per mobilitare la gente al seguito delle loro posizioni politiche. Il discorso politico portato avanti da questi gruppi va a nozze con la debolezza attuale dei regimi arabi.

Certamente l’attuale massacro israeliano va ben al di là dei “crimini abituali” dello stato ebraico, ed ha messo duramente alla prova i governi arabi nel loro complesso, mentre l’informazione israeliana si è vantata del fatto che questo crimine venga commesso con la “benedizione ufficiale” degli arabi, affinché ci si sbarazzi del governo Hamas! Tutti questi elementi impongono al governo giordano di assumere una posizione ferma e decisa, che vada al di là della semplice condanna di ciò che sta accadendo.

La posizione che viene richiesta al governo giordano è essenzialmente quella di espellere l’ambasciatore israeliano ad Amman, chiudere l’ambasciata israeliana e richiamare l’ambasciatore giordano, interrompendo i rapporti con Israele alla luce della situazione politica attuale.

E’ anche necessario che il governo giordano dichiari che l’aggressione israeliana è un “crimine di guerra contro civili e persone innocenti”, ed un crimine anche nei confronti della polizia palestinese, che non è un esercito armato in grado di impegnarsi in un conflitto militare diretto contro le forze israeliane. Allo stesso modo è doveroso che il governo giordano solleciti la comunità internazionale affinché chieda conto ad Israele delle sue azioni sulla base di questi principi della legalità internazionale.

Il popolo giordano è fatto di carne e sangue, ed ha una propria dignità. Esso non è insensibile alle sofferenze della gente di Gaza, e non può immaginare alcuna forma di rapporto politico con Israele alla luce di questo scenario sanguinoso nelle strade di Gaza. A conferma del rapporto storico che a livello umano lega i giordani ai fratelli palestinesi vi sono le imponenti manifestazioni che ieri hanno percorso le strade di tutta la Giordania.

Il rapporto con Israele è ormai diventato un “peso politico”, che per la Giordania ha anche un prezzo molto alto sul piano della sicurezza. Esso è fonte di imbarazzo e di continua preoccupazione di fronte all’opinione pubblica locale, e macchia l’immagine della Giordania a livello arabo.

D’altra parte l’arroganza sionista non attribuisce alcun valore alle intese ed agli accordi, e nemmeno alle relazioni pacifiche con i paesi arabi. Sarebbe assolutamente sconsiderato non compiere dei passi chiari e decisi di fronte a tutto questo.

di Muhammad Abu Rumman

Muhammad Abu Rumman è un analista giordano, esperto di Islam politico e movimenti islamici; scrive abitualmente sul quotidiano ‘al-Ghad’

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/29/l’aggressione-a-gaza-l’impotenza-dei-regimi-arabi-e-la-collera-della-piazza/

Titolo originale:

طرد السفير الإسرائلي فوراً

I "conati" dell'estrema destra tedesca



Impennata in Germania dei reati di estrema destra e degli atti di antisemitismo. Il quotidiano 'Frankfurter Rundschau' rivela oggi i dati raccolti dal ministero federale dell'Interno, secondo il quale nei primi dieci mesi di quest'anno sono stati registrati 11.928 reati a sfondo politico di estrema destra, con un aumento del 30 per cento rispetto ai 9.206 del 2007.
Un allarmante incremento e' stato registrato anche nei reati a carattere antisemita, passati dai 716 del 2007 ai 797 verificatisi tra gennaio e settembre di quest'anno. La vice presidente del Bundestag, Petra Pau (Linke), ha invocato una nuova strategia a livello federale e locale per combattere piu' efficacemente il crescente fenomeno dell'estremismo di destra e dell'antisemitismo. L'episodio piu' grave e' avvenuto due settimane fa in Baviera, dove un neonazista non ancora individuato ha ferito gravemente con una coltellata il capo della polizia di Passau, Alois Mannichl, colpito dopo aver aperto la porta di casa per la sua linea dura nei confronti dei naziskin.
Fonte: Rca news (MS)

Angela Merkel e la "settimana corta"


Se in piena era del turbocapitalismo sarebbe stata una eresia parlare di riduzione dell'orario di lavoro, oggi una eventualità di questo tipo  farebbe arricciare il naso a molte persone in meno. Certo, ciò di cui si sta parlando non è un principio applicabile all'universalità dei lavoratori. Del tema si è iniziato a discutere quando in Germania la Cancelliera Angela Merkel ha fatto una proposta "sensata" alle aziende in difficoltà. Anziché ridurre il numero dei dipendenti,  questi potrebbero ridurre la loro produzione (a causa della caduta della domanda)  ricorrendo alla riduzione dell'orario di lavoro (con conseguente decurtazione dello stipendio). In altre parole si sta pensando alla settimana corta: quattro giorni anziché cinque.
Ciò significherebbe  assicurare a tutti i lavoratori la stabilità del lavoro anche se con uno stipendio ridotto. La cosa potrebbe sembrare quasi banale; si potrebbe dire che è l'ennesima scoperta dell'acqua calda, ma così non è. 
Secondo la cultura  economica anglosassone che tende a considerare  il lavoro alla stregua di una qualsiasi merce, quando si riduce la produzione si tagliano i costi "variabili" e tra questi è compresa anche la forza lavoro.
La proposta della Merkel potrebbe creare un importante spartiacque  tra chi ragiona secondo la visione anglosassone e chi ritiene il lavoro qualche cosa di più di una merce, quella risorsa che si pone come la protagonista della vita dell'uomo e, pertanto,  meritevole di maggiore rispetto e attenzione.
Se al principio della stabilità del lavoro si aggiungesse quello di una più equa e corretta distribuzione del reddito e della ricchezza, allora si potrebbe affermare, quasi quasi, che  questa crisi ha prodotto pure cose buone.
Passando dalla terminologia economicista a quella più concreta "dell'uomo della strada", il secondo punto si può esprimere anche così: mai più stipendi milionari (e addirittura plurimilionari), ma anche molti lauti compensi di tanti "consulenti", "dirigenti", "analisti" meriterebbero una consistente sforbiciata. Di questo potrebbero giovarsi  gli stipendi da 900/1000 euro al mese  che sono al limite della sussistenza.
La strada è lunga, gli ostacoli sono molti. Cambiare questo sistema non sarà facile. Ma forse il 2008 ci ha portato la gradita sorpresa che, dopotutto, i primi passi  sono stati fatti.
di Lovanio Belardinelli

Le due facce della crisi

La crisi economica che sta colpendo gli Stati Uniti sta imponendo ai datori di lavori scelte obbligate: licenziare o inventare ogni stratagemma possibile per evitare di mandare a casa i propri dipendenti.

Tagliare il costo del lavoro. Se i colossi dell'auto hanno ricevuto la settimana scorsa fondi federali di 17 miliardi di dollari per scongiurare una bancarotta che avrebbe portato a decine di migliaia di licenziamenti, un numero crescente di datori di lavoro sta ricorrendo a tutti gli strumenti utili non licenziare: settimana corta, ferie forzate o non pagate, tagli ai contributi pensionistici, congelamento delle buste paga: l'obiettivo è ridurre il costo del lavoro senza tagliare l'organico. In alcuni casi, ma si tratta di vere e proprie eccezioni, i lavoratori fanno anche sacrifici per consentire che altri possano mantenere il loro posto di lavoro: alla Brandeis University, per esempio, il presidente del Senato accademico, William Flesch, ha proposto ai 300 docenti di donare l'un per cento della loro paga ai lavoratori che rischiano il posto. "Si tratta per noi di un gesto simbolico ma che ha reali conseguenze: salvare posti di lavoro", riferisce Flesch.

Il 'male minore'. Alcune di queste tattiche di abbatimento dei costi aziendali riflettono la misura della recessione e il suo aggravamento. Se Obama ha promesso di creare 3 milioni di posti di lavoro, da qui al 2009 gli economisti prevedono che i nuovi disoccupati saranno 4 milioni (portando il tasso di disoccupazione al 9 percento). Il maglio della crisi ha colpito talmente forte l'economia Usa che i dipendenti accettano di buon grado tali soluzioni, considerando migliori tagli di questa entità che misure draconiane. Tra le compagnie che adottano il sistema del 'male minore' vi sono la Dell (vacanze più lunghe e non retribuite), la Cisco (quattro giorni di chiusura per fine-anno), Motorola (tagli ai salari), Neveada Casino (settimana di quattro giorni lavorativi), Honda (permessi volontari non retribuiti), The Seattle Times (risparmio di un milione di dollari in una settimana permessi non pagati per 500 lavoratori).

Conseguenze a lungo termine. Secondo molti, tattiche simili costruiscono un senso di fedeltà del lavoratore verso l'azienda che non lo licenzia, risparmiando alla stessa azienda la fase del tirocinio di eventuali nuovi dipendenti. Altri sostengono che tali comportamenti 'magnanimi' passeranno presto. Se i lavoratori verranno messi di fronte a lunghi periodi di sacrifici, la loro frustrazione crescerà, vorranno vedere adeguamente ricompensate le loro rinunce e a lungo andare preferiranno essere licenziati per poter essere liberi di cercare una nuova sistemazione. 

La crisi colpisce gli immigrati. Tra le innumerevoli conseguenze della crisi economica che ha investito gli Usa c'è anche la drastica riduzione del numero di immigrati latino-americani in grado di tornare nel loro paese di origine per le vacanze natalizie: secondo le agenzie di viaggi, i biglietti per il rientro venduti quest'anno sarebbero un terzo di quelli dell'anno scorso. Le comunità di latino-americani sono le più colpite dalla crisi, con il settore delle costruzioni e quello dei servizi devastati dal collasso della finanza. Come risultato, gli immigrati rinunciano ai pacchi regalo da mandare nei loro Paesi d'origine, ai viaggi o addirittura comprano biglietti di sola andata, prevedendo che, in caso di ritorno, la situazione potrebbe essere ancora peggiore.
di Luca Galassi

La fame nel mondo, ignorata dai dirigenti nordamericani


Davanti una situazione che colpisce un così grande numero di individui, soprattutto nelle aree urbane, si resta annichiliti. Beni di uso comune come il telefono, l'alimentazione , le vacanze, la televisione, le cure mediche e dentarie, sono inaccessibili per miliardi di persone.
 
Starvation.net registra il crescente impatto della carestia mondiale e della totale privazione di alimentazione. Ogni giorno, 30.000 persone, per l'85% bambini con meno di 5 anni, muoiono per malnutrizione, malattie guaribili e fame. Il numero di decessi che si sarebbe potuto evitare negli ultimi 40 anni, supera i 300 milioni.
 
Sono le persone che David Rothkopf, nel suo libro intitolato Superclass, chiama "sfortunati": "Se siete nati nel posto sbagliato, come nell'Africa sub-sahariana ... non avrete possibilità". Rothkopf descrive come il 10% delle persone in cima alla scala mondiale detenga l'84% della ricchezza e come la metà delle persone più povere ne possegga solo l'1%.
 
Ma questa disparità finanziaria è "sfortuna" o non è piuttosto il risultato di politiche adottate dall'élite politica per garantire una minoranza a scapito di tutti gli altri?
 
La produzione agricola mondiale sarebbe sufficiente per nutrire adeguatamente l'intera popolazione del pianeta, per esempio il grano ha raggiunto il record di 2,3 miliardi di tonnellate nel 2007, con un aumento del 4% rispetto all'anno precedente. Ciononostante miliardi di persone soffrono la fame ogni giorno.
 
Grain.org descrive, in un recente articolo titolato Making a Killing from Hunger (La carestia che uccide), le ragioni fondamentali di questa infinita carestia: mentre gli agricoltori coltivano a sufficienza per nutrire il pianeta, gli speculatori e i grandi commercianti come Cargill controllano i prezzi mondiali dei prodotti alimentari e la loro distribuzione.
 
La domanda fa salire i prezzi e la carestia è vantaggiosa per le imprese: Cargill ha annunciato che gli utili, nel primo trimestre del 2008, sono superiori dell'86% a quelli del 2007. Tra il giugno 2007 e il giugno 2008, i prezzi mondiali sono aumentati del 22% e gran parte della crescita è determinata da speculazioni (circa 175 miliardi di dollari). Gli aumenti e i ribassi vertiginosi dei prezzi che conseguono alla speculazione, generano condizioni di insicurezza alimentare diffusa e persistente.
 
Per una famiglia molto povera, un piccolo aumento dei prezzi diventa una questione di vita o di morte. Ciononostante i candidati alle presidenziali degli Stati Uniti d'America non hanno dichiarato guerra alla fame, hanno invece posto l'accento sulla sicurezza nazionale e sulla guerra al terrore, come se questo fosse il problema prioritario: l'11 settembre 2001 sono morte dieci volte più persone per la fame che tra le vittime del World Trade Center.
 
Dov'è il Progetto Manhattan contro la fame nel mondo? Dove l'impegno unilaterale per la sicurezza nazionale in materia di aiuti contro la carestia? Dove l'indignazione dei mezzi di comunicazione che tuttavia mostrano le foto di bambini agonizzanti? Dove la rivolta contro chi trae profitto dalla carestia?
 
Il popolo statunitense vorrebbe stornare lo sguardo dai bambini affamati pensando che, a parte la beneficenza che solleva dal senso di colpa, non si possa fare altro per loro. Ma la carità non è sufficiente, dobbiamo chiedere che gli aiuti alimentari diventino parte della politica nazionale nel prossimo mandato presidenziale. Per chi, come noi, appartiene alla nazione più ricca del mondo, è un dovere sacrosanto dar vita a un movimento politico per il miglioramento delle sorti dell'umanità e per la lotta alla fame che colpisce miliardi di persone . La fame nel mondo e le disuguaglianze sono determinate da politiche che si possiamo cambiare. Non ci sarà sicurezza nazionale negli Stati Uniti, se non si risponde al fabbisogno alimentare mondiale.
di Peter Phillips*
 
* Peter Phillips è professore di Sociologia e direttore del gruppo di ricerca alla Sonoma State University, ed è direttore del gruppo di ricerca sui Media "Project Censored". Il suo nuovo libro Censored 2009 è ora disponibile da Seven Stories Press

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