sabato 6 dicembre 2008

Critica delle teorie economiche che hanno generato il grande crack


1941. Dal saluto di commiato di Donato Menichella ad Alberto Beneduce che si ritira dalla presidenza dell'Iri. «Voi siete colui che più che ogni altro ha convogliato al servizio dello Stato e al servizio dell'economia industriale del paese il risparmio nazionale in cifre che si misurano a decine di miliardi, ma nello stesso tempo siete colui che ha tutelato il risparmio e ha messo ordine in molti organismi che ne fanno raccolta, per cui può finalmente dirsi chiusa l'epoca delle frodi contro gli inermi paria della classe borghese e della classe lavoratrice. Voi avete spezzato le catene che legavano le banche all'industria, connubio innaturale, specialmente in una nazione e in un regime che pongono alla base dell'azione dello stato non le astruserie di teorie individualistiche liberali, bensì la tutela del patrimonio dei cittadini indifesi contro gli assalti agguerriti di privilegiati pronti a sfruttare le raffinatezze della tecnica capitalistica per convogliare a loro profitto il sudore e il risparmio della povera gente».
1936. Al Madison Square Garden Roosevelt diceva della stessa gente: «Avevano cominciato a considerare il governo degli Usa come una mera appendice dei loro affari. Ora sappiamo che il governo esercitato dalla finanza organizzata è altrettanto pericoloso del governo della malavita organizzata».
1971. Federico Caffè scrive sul Giornale degli economisti: «Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi. Esiste una evidente incoerenza tra i condizionamenti di ogni genere che vincolano l'attività produttiva reale dei vari settori agricoli industriali, di intermediazione commerciale e la concreta licenza di espropriare l'altrui risparmio che esiste per i mercati finanziari".
1976. Guido Carli scrive su Bancaria: «Mi propongo di esaminare le cause dell'atteggiamento di critica verso i banchieri e le banche in alcuni paesi. In altri tempi gli assetti bancari stimolarono interessi intorno al comportamento delle banche. Una delle cause del sospetto nei confronti dei banchieri credo debba attribuirsi all'estensione assunta dall'intermediazione finanziaria sia nei regolamenti tra paesi sia all'interno di ciascuno di essi. La diffidenza (nei confronti dei banchieri) trae origine dalla convinzione che le banche commerciali si sono appropriate di una porzione troppo ampia della sovranità monetaria».
Con queste quattro citazioni, a mo' di cappello, Marcello De Cecco ha aperto a Roma un'affollata lezione su «La liberalizzazione finanziaria: teoria e storia». Un discorso in due puntate, a cui è stato chiamato nell'ambito delle Lezioni Caffè, che ogni anno il Dipartimento di Economia Pubblica della Sapienza organizza per ricordare il suo famoso docente scomparso. Lezioni particolarmente vive e attese quest'anno, dato il tema e dato lo stato delle cose. Sul quale le quattro citazioni iniziali a raffica hanno gettato subito una luce impietosa: adattandosi alla perfezione ai guai finanziari e reali dei giorni nostri, ma - come ha detto lo stesso De Cecco - non trovandosi al momento alcuna voce autorevole e potente come quelle appena citate disposta a dire cose dello stesso tenore e con la stessa verve. Mettendo sul banco degli imputati non questo o quel personaggio (e già sarebbe tanto), non questo o quell'eccesso, ma l'intero sistema che da 30-40 anni governa la finanza. Portando a quello che viene mostrato in un grafico impressionante: l'impennata del debito mondiale sul prodotto mondiale, dai '70 a oggi. E precipitando nell'attuale crisi.
«Come facciamo sempre noi economisti», De Cecco ha presentato prima le teorie, poi i fatti della liberalizzazione finanziaria: raccontando il momento clou, che si colloca tra la svolta degli anni '70 con l'abbandono della convertibilità del dollaro e le scelte di Reagan dell'80, con l'introduzione della concorrenza tra le banche sui tassi di deposito; e spiegandone gli antefatti, teorici e storici. I primi - l'apparato teorico di sostegno alla liberalizzazione della finanza, che detto in breve si basa sul caposaldo per cui la libertà dei capitali di muoversi alla ricerca del massimo rendimento, dentro e fuori i confini nazionali - vengono spolpati e smontati analiticamente, sulla base di diversi apporti teorici (da Schumpeter a Pasinetti, a Hellman-Murdock-Stiglitz). Più complicato capire come mai, quasi all'improvviso, quei paradigmi abbiamo preso il sopravvento fino a conquistarsi la palma del «pensiero unico»; perché quel «dirigismo finanziario» che aveva accompagnato gli anni d'oro della crescita negli Stati Uniti e in Europa sia stato così rapidamente gettato alle ortiche. Perché si sia scelto un modello che riduce la stabilità del sistema (riducendo quella delle sue banche). E qui soccorre la seconda parte della lezione di De Cecco, dedicata alla storia della liberalizzazione. Alle forze sociali ed economiche, agli intrecci e ai conflitti, e alle conseguenti leggi e istituzioni, che dalla formazione del capitalismo americano hanno modellato il suo sistema bancario e finanziario. E dunque quello del resto del mondo ricco. 
Si parla dei pionieri e dei farmers americani dell'800, ma si pensa agli hedge fund e ai supermanager di oggi. E su questi si concentrano domande e sollecitazioni. Quali sono i nessi tra la liberalizzazione finanziaria e quelle «reali»? In che misura le banche hanno finanziato la speculazione su tutti i mercati? E soprattutto, quali sono gli interessi e le coalizioni che si muovono adesso, mentre il «bailout» di Bush ci consegna dagli Usa addirittura il ritorno della banca pubblica? «Attenzione alla coalizione gattopardesca, per far restare tutto come prima», avverte De Cecco. Che appunta il suo pessimismo su un personaggio chiave, quel Larry Summers che nel 2000, da segretario al Tesoro di Clinton, cambiò radicalmente idea rispetto alle sue teorie e sposò la liberalizzazione del conto capitale della bilancia dei pagamenti. E che ora è tornato con Obama, a capo del Consiglio nazionale economico.
di ROBERTA CARLINI

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