lunedì 1 dicembre 2008

La ratifica del patto di sicurezza da parte del parlamento iracheno nasconde a stento la drammatica realtà del paese



La ratifica del patto di sicurezza da parte del parlamento iracheno nasconde a stento la drammatica realtà del paese, il quale, all’ombra della presenza militare americana, è sconvolto dai molteplici conflitti e che hanno luogo al suo interno. Al contrario, l’approvazione dell’accordo mette a nudo ulteriori divisioni, che non lasciano affatto presagire un futuro di riconciliazione per il paese

Prima di accettare il suo nuovo incarico presso lo US Central Command, il comando americano che copre l’area del Medio Oriente e dell’Asia Centrale, il generale David Petraeus aveva trascorso 15 mesi a capo delle truppe americane in Iraq. Nel corso di questi mesi egli si era fatto notare per i suoi metodi di gestione del conflitto, di fronte ai diversi gruppi armati che si oppongono all’occupazione.

Dal momento dell’invasione dell’Iraq, cinque anni fa, fino a quello della sua partenza, alla fine dell’aprile scorso, questo conflitto aveva causato perdite, tra le file americane, pari a 4.150 caduti e ad oltre 30.000 feriti. La tattica di Petraeus era basata sulla cosiddetta ‘surge’, un sensibile aumento nella media delle operazioni militari delle forze americane in corrispondenza dei focolai più caldi, l’arrivo di altri 20.000 soldati americani, ed il dispiegamento di 5 nuove brigate a Baghdad. Il presidente americano George W. Bush si era detto d’accordo su questo piano, e lo aveva annunciato in un discorso televisivo all’inizio del 2007.

Il successo evidente di queste operazioni attirò su Petraeus le lodi sia dei leader del partito repubblicano che di quelli del partito democratico. Bush ed il candidato repubblicano John McCain parlarono di conseguimento della “vittoria”, ed il candidato democratico – ed ora presidente eletto – Barack Obama parlò di un successo “al di là dei nostri sogni più audaci”. Dal canto suo, la rivista americana ‘Time’ non esitò a classificare Petraeus al 33° posto fra le 100 personalità internazionali più importanti del 2007.

Tuttavia Petraeus stesso era consapevole, forse meglio di chiunque altro, della falsità di questa “vittoria” e dei limiti del “successo” che egli aveva ottenuto, soprattutto alla luce di un dato specifico: le operazioni avevano avuto inizio in un periodo di tregua senza precedenti fra sunniti e sciiti, derivante essenzialmente dal fatto che gli sciiti erano usciti vincitori dalla guerra di Baghdad, e controllavano ormai tre quarti della capitale. Un’altra ragione era data dal fatto che l’Iran – la seconda forza più influente in Iraq dopo gli Stati Uniti – voleva questa tregua per far emergere il suo alleato, il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, come l’uomo di stato che aveva il controllo del paese.

Per queste ragioni, Petraeus era stato chiaro in occasione del suo discorso di addio, quando si trattò di lasciare l’incarico al suo successore, il generale Ray Odierno. Egli disse che la guerra in Iraq “non è di quei conflitti che ti permettono di salire su una collina, di piantarci la bandiera, e di tornare in patria per prendere parte alle celebrazioni della vittoria”. Ed aggiunse che, quando prese il comando nel febbraio del 2007, aveva descritto la situazione come “difficile, ma non senza speranza”. Oggi, essa è “difficile, ma invita alla speranza”, concluse Petraeus. E’ degno di nota il fatto che il suo successore abbia replicato dicendo: “faremmo bene a renderci conto che i risultati ottenuti sono tuttora fragili e possono essere sovvertiti” in qualsiasi momento.

Tanto per fare un esempio a proposito del tipo di vittorie realizzate dalla ‘surge’ americana, il passaggio di consegne all’esercito iracheno della gestione della sicurezza nella provincia di al-Anbar fu un evento di cui il presidente americano si vantò molto, ritenendo di aver salvato la provincia a maggioranza sunnita dalle grinfie di al-Qaeda. Ma in realtà, le forze di occupazione americane fecero questo passaggio di consegne solo davanti agli obiettivi delle telecamere, continuando a mantenere oltre 25.000 soldati americani dispiegati ad al-Anbar, in assetto da combattimento ed equipaggiati con armi pesanti e con materiale bellico per una permanenza di lungo periodo. All’inizio del mese di novembre, hanno avuto luogo una serie di azioni suicide a Baghdad, Baquba, e Diyala, che hanno provocato 31 morti e circa 70 feriti, riportando alla memoria le sanguinose realtà a cui si diceva che la ‘surge’ avesse posto fine per sempre.

Dunque Petraeus se n’è andato, ma l’Iraq rimane il paese più pericoloso al mondo, un paese sul cui territorio si combattono tre guerre contemporaneamente, come ha spiegato Patrick Cockburn, uno dei migliori giornalisti che oggi si trovano in Iraq: la guerra dei gruppi e dei clan sunniti contro l’occupazione militare americana; la guerra dei gruppi sciiti per ottenere il controllo dell’Iraq, strappando definitivamente il paese ai sunniti; e la guerra nascosta fra gli Stati Uniti e l’Iran, nella quale sono impegnati protagonisti interni ed elementi stranieri. In mezzo a queste tre guerre vi è poi una serie di complicati conflitti collegati fra loro, che gettano ulteriore benzina sul fuoco.

Vi è il confronto fra i “Consigli del Risveglio” ed il governo iracheno, o, in altri termini, il confronto fra le milizie armate affiliate ad alcuni clan sunniti (che dispongono di circa 103.000 combattenti, finanziati dalle forze di occupazione americane, le quali pagano ai volontari di queste milizie uno stipendio che oscilla fra i 300 ed i 400 dollari al mese) ed il governo al-Maliki a maggioranza sciita. Quest’ultimo considera i “Consigli del Risveglio” una minaccia militare sunnita per i gruppi armati sciiti, più che per al-Qaeda – l’obiettivo per cui ufficialmente il comando militare americano ha dichiarato di sostenere i “Consigli”. La soluzione proposta da al-Maliki, ovvero lo scioglimento dei “Consigli del Risveglio” e l’inserimento di appena il 20% dei suoi effettivi all’interno della polizia irachena, non è soltanto caricaturale, ma molto semplicemente spingerebbe il restante 80% a cercare altre milizie che garantiscano loro una compensazione per la perdita del salario americano.

Oltre alla possibilità che decine di questi combattenti aderiscano nuovamente ad al-Qaeda, Robert Dreyfuss sulla rivista americana ‘The Nation’ ha aperto un nuovo inquietante scenario, nell’ambito di un’intervista ad ‘Abu Azzam’, il leader dei “Consigli del Risveglio” a Baghdad. Un nuovo – e sorprendente – “contraente” potrebbe assumersi l’onere di dar lavoro ai combattenti disoccupati dei “Consigli”: la Russia! Abu Azzam ha affermato che ufficiali dei servizi segreti russi hanno tenuto una serie di incontri, a Damasco, ad Amman, e addirittura nella stessa Baghdad, con alcuni responsabili dei “Consigli”, ma anche con baathisti, sia civili che militari, che risiedono fuori dall’Iraq. Nel corso di questi incontri, essi hanno posto l’accento sull’intenzione della Russia di fare ritorno in forze in Iraq, ed hanno dato indicazioni sufficienti sulla disponibilità di Mosca a sostenere i combattenti dei “Consigli” qualora l’America intendesse sbarazzarsene!

Il secondo confronto verte sulla natura dell’accordo di sicurezza approvato dal consiglio dei ministri iracheno e poi ratificato dal parlamento con 144 voti a favore e 38 contrari, con aspre divisioni registratesi anche all’interno dei singoli schieramenti e delle singole coalizioni. In attesa del referendum popolare su questo accordo, resta da sapere quali forme di resistenza politica e di protesta popolare deciderà di adottare la corrente di Muqtada al-Sadr per far fallire l’accordo. Oltre ai complessi dettagli riguardanti il ritiro delle truppe americane dalle città e dai villaggi iracheni entro il giugno 2009, e dall’intero paese entro il 2011 (come chiede il primo ministro iracheno, ovvero oltre il termine del 2010 fissato dal presidente americano eletto!), vi sono aspri contrasti che riguardano altri dettagli di estrema importanza: il numero delle basi militari americane permanenti, il tipo di immunità giuridica di cui Washington continua a pretendere che gli americani debbano godere (non solo i soldati, ma anche i circa 35.000 ‘contractors’ delle società di sicurezza americane), la libertà di utilizzare il territorio iracheno per lanciare attacchi contro i paesi vicini (come è accaduto ultimamente con l’incursione nella regione di Abu Kamal in Siria, e come potrebbe accadere contro l’Iran in qualsiasi momento), ed altri dettagli fondamentali.

Sulla questione del ritiro, Mike Mullen – il capo degli Stati Maggiori Riuniti dell’esercito americano, e l’uomo che Obama vorrebbe chiamare senza indugio all’ufficio della Casa Bianca – aveva preceduto i desideri del nuovo presidente americano affermando: “Attualmente abbiamo 150.000 soldati in Iraq. Abbiamo molte basi. Abbiamo enormi quantitativi di materiale bellico dispiegati sul terreno. Perciò dobbiamo considerare tutto questo come legato alle condizioni esistenti laggiù, ovvero alla situazione della sicurezza. E’ chiaro che vogliamo portare a termine la cosa in piena sicurezza!”. In altre parole, il desiderio di Obama di un ritiro americano dall’Iraq entro 16 mesi non è assolutamente realistico, secondo Mullen – e questo da un punto di vista legato esclusivamente alla logistica ed alla sicurezza, mettendo da parte tutte le complicazioni legate alla situazione politica all’interno dell’Iraq e nella regione limitrofa.

Il Wall Street Journal è stato ancora più chiaro sul reale punto di vista del Pentagono. Esso ha riportato le affermazioni di due alti ufficiali dell’esercito, secondo cui sarebbe impossibile smantellare decine di basi e ritirare 150.000 soldati in un intervallo di tempo inferiore a tre anni. E tutto questo, presupponendo che i combattimenti fra iracheni non riprendano nuovamente, e che non si intensifichino nuovamente le operazioni contro l’esercito americano durante le fasi del ritiro. Il Washington Post si è invece spinto a parlare della possibilità che esploda uno ‘scontro’ fra civili e militari all’interno del Pentagono, se Obama dovesse continuare ad insistere su un ritiro al ritmo di due brigate al mese.

Lo stesso Robert Dreyfuss parla della possibilità che esplodano contrasti fra Obama ed i più alti generali degli Stati Maggiori americani, a partire dallo stesso Mullen, per finire con gente come Petraeus e Odierno. I generali si rendono ben conto dell’entità delle pressioni di cui potrebbe essere oggetto Obama, schiacciato fra i due schieramenti – quello democratico e liberale che porrà l’accento sulla promessa di un ritiro anticipato e sull’impegno a concentrarsi sulle questioni interne e sulla crisi economica, e quello repubblicano conservatore che chiederà di rinviare il ritiro, o di prolungare l’occupazione. Non è difficile prevedere che i generali si rallegreranno di una simile contrapposizione.

In questo panorama si innestano le polemiche e gli scontri dei politici iracheni, molti dei quali sembrano dimenticare che l’Iraq è soggetto ad un’occupazione militare, e che non è affatto indipendente. Dietro l’inferno che ogni giorno viene creato – con i suoi sanguinosi scenari – dai combattenti schierati sui fronti contrapposti delle tre guerre che, come abbiamo spiegato sopra, si combattono nel paese, vi sono le schiere dei politici del nuovo Iraq; vi è la palude politica e militare che Barack Obama si illude di poter ricomporre in 16 mesi, non senza tradurre in realtà molte delle fantasie che erano state messe in giro dalla precedente amministrazione, riguardo alla vittoria del bene sul male, all’esportazione della democrazia, ed alla nascita del nuovo Iraq.

di Subhi Hadidi

Subhi Hadidi è un giornalista, critico letterario, e traduttore siriano; scrive regolarmente su al-Quds al-Arabi; risiede a Parigi

Titolo originale:

عراق ما بعد الإتفاقية الامنية: جحيم المتحاربين ومهازل الساسة

Traduzione: arabnews

Link: http://www.arabnews.it/2008/12/01/l’iraq-dopo-l’accordo-di-sicurezza-l’inferno-dei-combattenti-la-farsa-dei-politici/

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