mercoledì 3 dicembre 2008

La RELIGIONE, «la più gigantesca utopia»-A. Gramsci


Gramsci nel Quaderno 11 ha definito la religione «la più gigantesca utopia, cioè la più gigantesca "metafisica", apparsa nella storia, poiché essa è il tentativo più grandioso di conciliare in forma mitologica le contraddizioni reali della vita storica». In questa prospettiva, l'attenzione di Gramsci alla religione è costante e centrale nel suo pensiero, tutto rivolto alla promozione di un nuovo senso comune, fonte di cultura democratica, laica, modernamente umanistica. Egli ha riconosciuto fin da giovane a Croce la convinzione, essenziale per l'uomo moderno, di poter vivere senza bisogno di aderire a una religione rivelata. Si è poi spinto sino a concepire la "filosofia della prassi" come una "eresia nata sul terreno" della crociana "religione della libertà". Ma ha messo il dito nella piaga del crocianesimo, quello di promuovere una modernità fatta per le aristocrazie culturali, non già come lotta egemonica per «un progresso intellettuale di massa», che stava a lui a cuore ed era una delle componenti fondamentali del progetto di nuovo senso comune/comunismo.
Il cattolicesimo rappresentava per Gramsci una potenza materiale e spirituale di enorme portata che, con la sua vocazione universalistica, ha condizionato fortemente l'intero sviluppo della società italiana, combinandosi con il cosmopolitismo rinascimentale nel frenare la formazione di una coscienza nazionale. 
La considerazione profonda che Gramsci ha avuto per il fenomeno religioso è espressa in modo mirabile dalla lettera alla madre del 15 giugno 1931, ove le dice che «poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già da allora, nell'unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli. Vedi cosa ti ho scritto? Del resto non devi pensare che io voglia offendere le tue opinioni religiose e poi penso che tu sei d'accordo con me più di quanto non pare». Varrebbe la pena confrontare questa lettera con la "Nota 54" del Quaderno 10/II , dove Gramsci afferma con insolita perentorietà che «occorre riformare il concetto di uomo», rispetto al quale «tutte le filosofie finora esistite può dirsi che riproducano questa posizione del cattolicesimo, cioè concepiscono l'uomo come individuo limitato alla sua individualità e lo spirito come tale individualità». Gramsci aspirava a una concezione transindividuale, relazionale, pluralistica dell'uomo. 
Per l'analisi della religione, ma a ben guardare per tutte le categorie-chiave del suo pensiero, si deve sottolineare l'energia con cui Gramsci propugnava la transizione da una «mummificata cultura popolare» a una «cultura mondiale» ove si sarebbe dovuta esprimere la grande novità di un «uomo-massa» o «uomo-collettivo» capace di rivalutare, nel senso di una «riforma morale e intellettuale» nazionale/internazionale, le acquisizioni positive dell'individualismo rinascimentale. E' questa convinzione che anima Gramsci nel dare massimo rilievo alla religione, al folclore, al linguaggio proprio delle masse popolari, per un processo critico che "dal basso" elabori le forme di una modernità socialista e democratica.
Si spiega in questa dimensione la fortuna davvero straordinaria che il pensiero di Gramsci ha avuto e ha nelle grandi stagioni della religione popolare "dal basso" sia in America latina (teologia della liberazione) che nell'America del Nord (movimenti religiosi afro-americani).
Vent'anni orsono ebbi modo di filmare, a Brooklin, nella House of the Lord Church, assieme a Gianni Amico, regista, un happening assolutamente inconcepibile da noi o in un qualsiasi paese europeo. Si preparava la campagna elettorale per le presidenziali americane che sarebbero state vinte da Reagan. Un candidato democratico era il famoso reverendo nero Jesse Jackson. Suoi assistenti erano Herbert Daughtry e Cornel West, filosofo e teologo nero, tutt'oggi un leader indiscusso, come Jackson, della sinistra americana. In quella chiesa, dove ero giunto grazie a Joseph Buttigieg, nel corso di prediche, spiritual, danze con molti bambini, sentii parlare dello "spirito popolare creativo" di Antonio Gramsci come alimento di quello che si chiamava la "Rainbow coalition", in alternativa allo spirito conservativo repubblicano. Cornel West, in un'intervista sul sagrato della chiesa, che vedremo mercoledì pomeriggio a Napoli, descrisse la grande contraddizione (da rendere produttiva) tra un paese di modernità avanzata come gli Usa e la presenza in questo stesso paese di una religiosità enormemente diffusa (oltre il 90° della popolazione, disse West, crede in qualche modo in Cristo), divisa però tra componenti aggressivamente reazionarie e movimenti anche radicali di emancipazione, come quelli afro-americani.
Potrei raccontare di episodi analoghi in Brasile, ove, ad esempio, in una università vicina a San Paolo (Marília), fu messa in scena con musiche di Villa Lobos la rappresentazione di un "Dialogo di Gramsci con una sua ombra", ove Gramsci Negra veniva splendidamente recitato da una donna di origine africana.
Veniamo in Italia. Come si spiega in un paese potentemente cattolico (in senso materiale e spirituale), come l'Italia, l'abbandono - da più di vent'anni - di tensione culturale e politica della sinistra (tutta) verso il pensiero di Gramsci? Nascono da qui i recenti appetiti di appropriazione da parte della destra al potere. Sono essi ad aver favorito processi mediatici di bassa lega, e tuttavia espressione appropriata di una religiosità popolare "dall'alto", come l'utopia - antifilologica - della "conversione" di Gramsci morente: lui che aveva descritto minuziosamente le possibili insorgenze di "catastrofi del carattere", e che però, come documentano i colloqui alla clinica Quisisana con il parroco Furrer (descritti nel 1967 da Nesti), era ben interessato a conversare su alti temi filosofici e teologici con lui, sottolineando tuttavia un "difetto di umanità" dei cristiani; e che, soprattutto, aveva concepito spinozianamente la filosofia come preparazione alla vita, non già come meditazione della morte.
Giorgio Baratta

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