sabato 6 dicembre 2008

TyssenKrupp: Antonio, Giuseppe, Rocco, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario: presenti! Più che mai!


Antonio, Giuseppe, Rocco, Roberto, Angelo, Bruno, Rosario: presenti! Più che mai, forse ora più di quanto lo fossero in vita, anche se i loro corpi se li è mangiati il fuoco nel corridoio 5 della Tyssen Krupp il 6 dicembre di un anno fa. 
La linea tecnico-chimica serve per trattare l'acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. È un bestione di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e lì dentro l'acciaio viaggia per poi andare nella vasca dell'acido solforico e cloridrico che gli toglie l'ossido creato dalla cottura nel forno. 
La squadra di 5 operai stava nella stanzetta col vetro e i comandi, gli operai la chiamavano pulpito. Il nastro scorreva a velocità bassa, a un certo punto sbanda, va contro la carpenteria, lancia scintille, l'olio e la carta fanno da innesco, c'è un principio di incendio. 
Gli uomini pensano sia controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d'olio esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte…   


Vi invitiamo ad andare su ‘Legami d’acciaio’  http://www.legamidacciaio.it/Home.htm , il sito delle sette stelle rosse. Da qui potrete leggere tutto di loro fin dal primo momento in cui il resto del mondo cominciò a imparare che qualcosa di tremendo stava squarciando una notte gelida ove i più già dormivano, ma le ferriere non l’hanno mai potuto fare ché gli impianti di laminazione a caldo e a freddo, quelli per il trattamento termico e linee di taglio non possono fermarsi e hanno sempre bisogno di carne umana che li accudisca, perché con la presenza di tutto quel materiale incandescente, acidi e fumi, se non è tutto perfetto può scatenarsi l’inferno, quello vero, e per quelle sette stelle così è stato e le pene di quella mostruosità continuano nella quotidianità dei loro cari, compreso un piccolino che aveva solo due mesi quando perse il suo papà e la sua mamma appariva come una piccola bambola di Biscuit abbandonata, senza vita, ma con gli occhi scuri che parlavano per lei. 

Che sta succedendo ora? Lo chiediamo a Ciro Argentino, operaio Tyssen, anche lui addetto alla linea 5, delegato sindacale Fiom. Fu tra i primi a pensare che solo il continuare ad essere uniti avrebbe potuto far resistere i vivi per mai dimenticare i morti e così insieme con alcuni compagni ha fondato la ‘Legami d’Acciaio’, nata dall’esempio fornito da un'altra tragedia che dopo anni di lotta ha avuto un po’ di giustizia, l’Eternit di Casale. 
Uno dei suoi avvocati,  Sergio Bonetto, fa ora parte dell’equipe dei legali che tutelano i familiari, gli operai e impiegati  costituitisi parte civile nel procedimento a carico dei sei imputati tra consiglieri e dirigenti Tyssen, tra questi l’amministratore delegato accusato di omicidio volontario con dolo eventuale, mentre gli altri di omicidio colposo aggravato. È la prima volta in Italia che lavoratori non direttamente coinvolti nell’episodio al centro del dibattimento possono costituirsi parte civile, così come è stato dato parere positivo a Medicina Democratica mentre è stata respinta la richiesta del Codacons. 
Ciro Argentino sta preparando con i suoi compagni la dolorosa ricorrenza del 6 dicembre e le sue risposte sono un misto di stanchezza, sconforto, delusione, amarezza, sorprese sgradite,  frammisti a toni dolorosi. Molti hanno avuto timore di perdere il lavoro, si sono via via defilati, i sindacati principali che domani non parteciperanno alla commemorazione, sono troppo ancorati all’azienda ternana e non vedono di buon occhio i trasferiti da Torino che là si sentono paria, uno di questi è stato licenziato perché accusato di essersi procurato infortunio e ora è in causa, altri sono stati dislocati in altre aziende, qualcuno è entrato in mobilità e al momento sono una quarantina quelli in cassa integrazione e 28 di questi sono stati scelti per partecipare a uno di quei corsi previsti dalla legge per l’impiego. Nel loro caso si tratta di un corso per tornitori raffazzonato in fretta e furia, a detta di Argentino senza rispettare i termini di preavviso e consultazione con gli operai; pare che la regola fissa per tutti ‘quelli’ di Torino sia ‘prendere o lasciare’ . Tra loro c’è anche Luigi Santino, fratello di Bruno, una delle sette stelle. Tutto il suo essere non ce la fa più a supportare il tutto, rifiuta di andare al corso e perciò è stato avvertito che perderà il contributo della cassa. 
Gli chiediamo di Boccuzzi, l’operaio superstite del 6 dicembre, ora deputato Pd. Ciro non l’ha più visto e molti suoi ex compagni chiedono come sia possibile che il loro compagno non riesca a fare di più dalla stanza dei bottoni. Perché? Sono tanti i perché senza risposta e la commemorazione chiamerà a raccolta tutti i compagni, gli amici, i sostenitori di buona volontà e in quel momento si conteranno. Argentino ci dice che «la manifestazione è per ricordare non solo le vittime della Tyssenkrupp, ma tutte le altre, da Casale Monferrato a Taranto, siccome questi morti sono emergenza nazionale, una situazione che grida vendetta», ma aggiunge che la sola speranza di giustizia è racchiusa nell’affetto profondo che in questo anno si è trovato tra la gente, brava, umile, forte e coraggiosa che ha portato, ciascuno secondo le proprie possibilità e il proprio sforzo, ricchezza immensa alla causa che ha fatto propria: è una luce importante. 
In proposito abbiamo intervistato il prof. Massimo Zucchetti, docente del Politecnico. Collaborerà quale consulente di parte con il collegio di difesa dei lavoratori TK e l’associazione ‘Legami d’Acciaio. 
Come gli altri metterà a disposizione i suoi interventi esclusivamente come volontario. Gli chiediamo cosa l’ha spinto a dare una mano così importante. 
«So che un giovane operaio  con il 95% di ustioni su tutto il corpo è arrivato al CTO cosciente, ma nonostante l’atroce sofferenza e la consapevolezza che stava per morire il suo dolore più grande era l’idea che non avrebbe più rivisto i suoi due figli piccoli. E’ dunque il minimo che io possa fare per lui e quindi per tutti gli altri». Ha ragione professore.
di Nadia Redoglia

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