venerdì 3 ottobre 2008

La storia dei Derivati del comune di Milano

Il peccato originale del caso-derivati risale al 2005. A un contratto con il gruppo Unicredit in perdita per 100 milioni di euro e alla necessità di tappare quel buco. L' occasione è offerta dalla ristrutturazione del debito del Comune con la Cassa depositi e prestiti e alcuni istituti bancari. Così per sanare una falla si è aperta una voragine gigantesca nei conti di Palazzo Marino, con il rischio, per ora solo teorico, di una perdita su derivati da 300 milioni di euro. Al timone, allora, c' erano il sindaco Albertini e il city manager Giorgio Porta. Ma la firma sui contratti derivati è del capo della ragioneria Elfo Butti, che ai tempi collaborava con Angela Casiraghi, l' unica rimasta ancora in Comune al fianco del sindaco Letizia Moratti, responsabile anche del Bilancio. Nel 2005 sul Comune gravavano mutui stipulati dopo il 1996 per un valore complessivo di 1,830 miliardi di euro. La legge permette agli enti locali di ristrutturarli purché lo si faccia a condizioni più vantaggiose. Quattro banche, Deutsche Bank, Ubs, Jp Morgan e Depfa, vincono la gara per l' operazione, proponendo un prestito dal costo complessivo di 1,775 miliardi, con una commissione per il Comune di soli 170 mila euro. La differenza con i prestiti precedenti è migliorativa per circa 55 milioni di euro. Tutto fila, quindi, secondo le regole, senonché ecco la necessità di ristrutturare anche un derivato legato a quei prestiti, sottoscritto nel 2002 con Unicredit per un importo complessivo di 739 milioni di euro, in perdita per circa 100 milioni. Così, a giugno 2005, contestualmente al lancio del prestito obbligazionario da 1,68 miliardi di euro, la più grande emissione europea di un ente locale al tasso fisso del 4%, le banche e il Comune decidono di stipulare un nuovo derivato. Ovvero un contratto che trasforma il tasso fisso in un tasso variabile: il Comune si impegna a pagare alle banche un tasso minimo (floor) pari al 3,5% e un tasso massimo (cap) pari al 6,2%. In pratica se l' Euribor scende sotto il 3,5% il Comune paga comunque alle banche il 3,5%, ma contemporaneamente si tutela al rialzo, concordando di non pagare più del 6,2%, qualora l' Euribor dovesse andare oltre quella soglia. In questo modo il Comune guadagna (al massimo lo 0,5%) finché l' Euribor è sotto il 4%, ovvero l' interesse promesso ai sottoscrittori del bond, e inizia a perdere (al massimo il 2,2%) quando l' Euribor oscilla tra il 4% e il 6,2% stabilito. L' operazione di cambio del tasso permette alle banche, secondo la procura, di incassare da subito "commissioni extra" e occulte, per almeno 35 milioni di euro. Nettamente superiori ai 170 mila pattuiti all' inizio. Il nuovo derivato, però, deve anche sistemare il buco da 100 milioni di euro del derivato Unicredit. Le perdite, inizialmente, se le accollano per 20 milioni il Comune attraverso un accantonamento di bilancio, per altri 48 milioni le quattro banche che curano l' operazione e per il restante importo la stessa Unicredit. Già l' accantonamento di bilancio da 20 milioni e i 35 milioni di "commissioni extra" versate alle banche, rendono nullo per il Comune il beneficio da 55 milioni di euro, che rendeva possibile la ristrutturazione del debito. Ma non si riesce poi a capire, perché le banche si debbano accollare 48 milioni di perdita del derivato Unicredit. Il motivo viene svelato dalle successive rinegoziazioni con le quattro banche. A settembre 2005 il peggioramento del tasso per il Comune (aumentato dello 0,22%), permette alle banche di incassare 48 milioni di "commissioni extra", ovvero quanto basta per saldare la parte del buco Unicredit che si erano accollate, più altri 15 milioni. Ma non basta. Le condizioni allora vengono modificate altre 5 volte (2 sotto la giunta Albertini e 3 sotto quella Moratti): il risultato è di trasferire anche la perdita rimasta in mano a Unicredit alle quattro banche, ricompensate con ulteriori "commissioni extra". Alla fine dei giochi, secondo le ipotesi della procura, queste si aggirerebbero complessivamente proprio intorno ai 100 milioni di euro. Il cerchio sembra chiuso, peccato però che sui nuovi derivati, ora gravino perdite potenziali per 300 milioni. 
Fonte: WALTER GALBIATI

La roulette dei derivati e i nuovi rapporti di forza

La roulette dei derivati sta ridisegnando i rapporti di forza nei cieli mondiali. Un anno di petrolio alle stelle, infatti, ha scavato voragini nei conti di tutte le compagnie aeree. La crisi però non è uguale per tutti. E a scremare i vinti dai vincitori non è solo la dinamica della domanda (quella tra l' altro rimane sostenuta) ma soprattutto la politica di ricopertura sui costi del carburante. Oggi il petrolio costa 125 dollari al barile. Ma le bollette sono molto differenti da aerolinea ad aerolinea. Chi ha "bloccato" negli anni scorsi il prezzo del greggio con l' uso di strumenti di hedging, oggi canta vittoria. Britsh Airways e Lufthansa, ad esempio, pagano adesso grazie a questi strumenti circa 70 dollari al barile. Air France poco di più. Piangono invece lacrime amare i vettori Usa che non solo hanno in flotta aerei più vecchi ed energivori, ma che soprattutto non si sono mai protetti sulle oscillazioni del greggio, scelta che oggi pagano caro. Come Ryanair, dove il vulcanico Michael O' Leary, ritenendo quella del greggio una bolla passeggera, non ha comprato un solo future. E Alitalia? Alla Magliana, purtroppo, piove sul bagnato. Non che non si usino i derivati. Ma questi strumenti hanno un problema: costano oggi per portare benefici domani. Un lusso che la nostra compagnia di bandiera può concedersi solo con il contagocce. Ettore Livini
Fonte:  Arturo Zampaglione

Derivati, che batosta per il Comune di Milano

La relazione dei saggi incaricati di fare luce sui contratti stipulati da Palazzo Marino con le banche per finanziarsi non è tenera con le giunte Albertini e Moratti. Tanto che il capogruppo del Pd, Pierfrancesco Majorino, sollecita il sindaco a spiegare in aula certe decisioni e la Moratti fa sapere di non voler commentare. Drastico il consigliere del Pd Davide Corritore, che segue la vicenda: «è molto peggio di quanto ci aspettassimo, ora ogni famiglia ha un debito di 500 euro. E i costi delle commissioni bancarie sono esorbitanti». Infine Basilio Rizzo della Lista Fo: «Ogni rinegoziazione del debito ha fatto annaspare il Comune, tirandolo sempre più giù come le sabbie mobili». Una valutazione condivisa perfino da uno dei saggi, Paolo Chiaia, advisor specializzato nella finanza derivata: «è un' immagine usata anche dai tecnici. Non si vede mai la linea di galleggiamento e si annaspa sempre di più». Con i colleghi Cesare Conti e Nicolino Cavalluzzo, ieri Chiaia ha illustrato a lungo, in commissione Bilancio, un' ampia e complessa relazione. E molte valutazioni sono state severe. Per cominciare, è dubbia l' origine stessa dell' operazione. Nel giugno del 2005 il Comune estingue precedenti mutui per sostituirli con un bond da 1.685 milioni con le banche JP Morgan, Depfa, Deutsche Bank e Ubs, che collocano obbligazioni ciascuna per 421 milioni. La manovra non tiene conto dei costi pregressi (c' era un derivato con Unicredit) e il Comune entra nello swap già con una passività a suo carico, il che è vietato dalla legge. Anche il seguito assomma errori a forzature. Palazzo Marino sottoscrive sei rinegoziazioni dei derivati, una più onerosa dell' altra. Quella con Deutsche Bank, in particolare. L' interesse è basso ma si paga fino alla fine su tutto il capitale iniziale, senza tenere conto dei rimborsi. In complesso, di contratto in contratto, alle banche vengono corrisposti 88 milioni di commissioni: «Il guadagno previsto per le banche nel bando di concorso era di 170.000 euro», ricorda Corritore. Il Comune ha già pagato 84,3 milioni di rimborso del capitale ma se volesse chiudere lo swap, al valore di mercato del 30 giugno (il cosiddetto mark to market), pagherebbe quasi 300 milioni: 50 in più che se non avesse mai modificato il contratto originario. Altro sbaglio pagato a caro prezzo, passare da un conveniente tasso fisso del 4,019% a una forchetta di tasso variabile con un minimo alto. I quattro swap con le banche servono a rimborsare il bond da 1.684 milioni. Il Comune paga alle banche interessi e capitale fino al 2035 e in quella data riceverà i 1.684 milioni necessari per rimborsare chi ha sottoscritto le obbligazioni: per fortuna investitori istituzionali e non risparmiatori. Logico quindi considerare il rischio di insolvenza delle banche, da qui a 30 anni. Tuttavia, per cautelarsi, Palazzo Marino ha sottoscritto con le banche un accordo così opaco che sono gli stessi saggi a suggerire di chiedere un parere legale per capire se la garanzia sia efficace oppure no. Infine, tra le otto critiche «considerazioni conclusive», Chiaia, Conti e Cavalluzzo includono il fatto che «le modifiche sostanziali al contratto originario» introdotte dalle rinegoziazioni «dovevano essere precedute da una delibera del consiglio o della giunta». Una mancanza tanto macroscopica da colpire persino i tecnici. è sereno Giacomo Beretta, Fi, presidente della commissione Bilancio: «I saggi hanno confermato dati già noti, specialmente sui costi impliciti (le commissioni bancarie), eventualmente da rinegoziare con le banche. Cerchiamo di capire come rispondere all' emergenza, ma non è il caso di preoccuparsi. è impensabile dover rimborsare 300 milioni di swap, al massimo nel 2009 la rata aumenterà di una quindicina di milioni». 
Fonte:  STEFANO ROSSI

U.S.A.: l'Africom e il controllo delle riserve petrolifere del continente nero

CONTINGENTE NERO AFRICOM · Nasce il comando Usa per il continente. Ma la sede resta in Germania
Nelle intenzioni del suo comandante William «Kip» Ward (nella foto), la struttura doveva avere una base operativa nel continente. Ma Washington si è scontrata con un coro di no. Solo la piccola e derelitta Liberia si è detta disponibile
STEFANO LIBERTI

Avrebbero voluto festeggiare l'inizio delle attività sul suolo africano. Ma i responsabili di Africom, il nuovo comando per l'Africa creato dal dipartimento alla difesa e operativo da ieri, hanno dovuto brindare sul freddo suolo di Stoccarda, in Germania, dove la struttura ha dovuto mantenere suo malgrado il proprio quartier generale. Nato con l'obiettivo dichiarato di «razionalizzare la gestione esistente» - finora i paesi africani ricadevano nella giurisdizione di tre comandi diversi - e quello meno confessabile di controllare le riserve petrolifere del continente e contrastare l'avanzata cinese nelle nuova lotta per le risorse, Africom ha infatti conosciuto un progressivo e inarrestabile ridimensionamento. 
La sua creazione era stata annunciata già nel febbraio dell'anno scorso, con grandi obiettivi per un futuro glorioso. «La base di Africom sarà stabilita sul suolo africano», aveva detto il generale William «Kip» Wald, ex responsabile delle truppe Usa in Bosnia e vice-comandante del comando europeo, nominato a dirigere la nuova creatura anche e soprattutto in virtù delle sue origini afro-americane. «Dall'ottobre 2008, il comando Africom sarà stabilito in Africa», gli aveva fatto eco Jendayi Frazer, sotto-segretaria di stato per gli affari africani. Al dipartimento di stato e a quello della difesa non sembravano avere dubbi: i paesi africani faranno a gara per avere sul proprio suolo la base di Africom. Poi, di fronte a un fuoco di fila di rifiuti, hanno dovuto pian piano ricredersi, finendo infine per ammettere - qualche mese fa, quando la situazione era ormai definitivamente compromessa che «per il momento» la base di Africom sarebbe rimasta in Germania. A dare il via la coro di critiche è stato il Sudafrica, che per bocca del suo ministro della difesa aveva affermato che i paesi africani «si oppongono alla creazione di un comando unificato sul continente». 
La posizione di Pretoria è stata poi assunta da tutta la Southern Africa Development Community (Sadc), l'organizzazione regionale che riunisce 14 paesi dell'Africa australe. A stretto giro di posta, era seguito il niet di altri stati di peso, come l'Algeria, la Libia, la Nigeria. Tutti paesi che non solo hanno escluso la possibilità che la base di Africom potesse nascere sul proprio suolo, ma hanno anche esercitato una «moral susion» sulle rispettive aree di influenza. Così sia la Cen-Sad - la comunità di 25 stati sahelo-sahriani creata e guidata da Tripoli - che la Cedeao/Ecowas (la comunità economica dell'Africa Occidentale in cui la Nigeria ha un ruolo predominante), si sono schierate ufficialmente contro la nascita di Africom in Africa. Alla fine solo un paese - la Liberia di Ellen Johnson-Sirleaf, che identificava nella creazione del comando un'opportunità per vedersi ricostruire il paese dagli amici a stelle e strisce - si è offerto di ospitare la base. Ma la carenza di infrastrutture in un paese uscito solo di recente da una devastante guerra civile, oltre alla contrarietà degli stati vicini, hanno spinto il comando a rifiutare l'offerta di Monrovia. Qualche mese fa, gli anti-Africom avevano ottenuto un inatteso supporto dall'ex presidente della Banca Mondiale, ex vice-segretario alla difesa e «falco» impenitente della prima amministrazione Bush Paul Wolfowitz. «Non sono affatto convinto che Africom, la cui creazione mi ha colto di sorpresa, sia una buona idea. Posso capire perfettamente che gli africani, che non hanno certo dimenticato il nostro appoggio in passato a dittatori come Mobutu, esprimano una resistenza alla presenza di soldati americani sul proprio suolo», aveva affermato l'architetto della guerra all'Iraq. 
A quelle di Wolfowitz erano seguite le critiche di alcuni rappresentanti democratici, che anche loro si interrogavano sull'utilità del nuovo comando e, soprattutto, chiedevano conto di spese e prospettive future. «Sembra che stiamo creando Africom per proteggere il petrolio e combattere i terroristi, con lo stesso errato procedimento con cui siamo andati a combattere terroristi in altre parti del mondo», ha denunciato Stephen Lynch, deputato democratico del Massachusetts. In effetti, nessuno sembra avere dubbi sulle reali intenzioni di Africom: rafforzare la presenza militare in un continente sempre più importante dal punto di vista geo-strategico. 
Lo aveva già annunciato il vice-presidente Dick Cheney nel suo National Energy Policy del maggio 2001: le importazioni americane di petrolio dal Golfo di Guinea devono aumentare progressivamente e sostituire le provvigioni da parte di paesi inaffidabili e poco amichevoli, come il Venezuela di Chavez. Cosa che da allora è puntualmente avvenuta, anche se non con il ritmo auspicato dal vice di Bush: le importazioni di greggio dal West Africa sono passate dal 10 per cento del 2001 all'attuale 15 per cento. Anche Africom si inseriva in questo disegno complessivo: stabilire rapporti militari integrati con i paesi produttori e battere sul tempo la Cina nella lotta per accaparrarsi il greggio africano. Lo schiaffo continentale alla nascita della base non è un buon segno per le prospettive future di Washington a sud del Mediterraneo.

Spike Lee insulta se stesso

DRAMMA IL REGISTA AFROAMERICANO, COSÌ BRAVO A COSTRUIRE DOCUMENTARI DI GRANDE IMPATTO, RACCONTA SENZA LOGICA LA GUERRA PARTIGIANA

Spike Lee, quanti errori: come perdere la bussola al cospetto della Storia

Fa impressione pensare che prima di Miracolo a Sant'Anna, Spike Lee aveva firmato un capolavoro come When the Levees Broke («Quando si sono rotti gli argini», visto a Venezia 2006 e poi di notte in Rai). Fa impressione perché quello che non funziona nella ricostruzione romanzata dei combattimenti in Toscana intorno alla Linea gotica, nel 1944, è proprio quello che faceva la bellezza e il fascino del documentario su New Orleans devastata dall'uragano Katrina: il rispetto delle persone, delle cose, della realtà.

Possibile che un regista capace di restituire l'intensità e la disperazione così autentica e toccante delle persone sconvolte dal disastro meteorologico possa sembrare così falso e retorico quando racconta le persone alle prese con la guerra? Possibile che il regista di Miracolo a Sant'Anna sia lo stesso di La 25ª ora, dove le angosce di un piccolo spacciatore diventavano le incertezze e le paure di tutta una nazione? Possibile che l'abilissimo burattinaio di Inside Man finisca per ingarbugliare tutto, fili, dita e marionette, raccontando una storia così poco convincente?

Uno dei soldati americani con il bimbo italiano (Omar Benson Miller e Matteo Sciabordi)
Uno dei soldati americani con il bimbo italiano (Omar Benson Miller e Matteo Sciabordi)
Perché il vero problema del film che Spike Lee ha tratto dal romanzo omonimo di James McBride e che ha scatenato un mare di polemiche tutte extracinematografiche (sul massacro di Sant'Anna di Stazzema, sull'«onore» dei partigiani, sulle «colpe» dei nazisti) è proprio quello di perdere subito la bussola e mescolare troppi registri e troppe (irrisolte) ambizioni.

Al centro di tutto c'è un episodio della guerra che si è combattuta sulle montagne della Garfagnana, intorno al fiume Serchio nell'inverno del 1944. Tra i soldati americani mandati a sfondare la Linea gotica ci sono anche i componenti della 92ª divisione «Buffalo», fatta solo da militari afroamericani: quattro di loro — Aubrey (Derek Luke), Bishop (Michael Ealy), Hector (Laz Alonzo) e il gigantesco Sam (Omar Benson Miller) — restano isolati in territorio nemico e trovano riparo in un paesino di poche case. Con loro hanno portato Angelo (Matteo Sciabordi), un bambino che non parla, ha evidenti turbe nervose e che nasconde un segreto orribile.

La storia di quei combattimenti, però, se è il cuore del film, non ne rappresenta la principale linea narrativa, ma solo un lunghissimo flashback, tornato alla mente di Hector nel 1983 quando, nel suo posto di impiegato in un ufficio postale di Manhattan, aveva estratto improvvisamente la Luger che portava sempre con sé per autodifesa e aveva ucciso un cliente che gli aveva chiesto un francobollo.

Per scoprire il perché di questo gesto apparentemente inspiegabile e perché a casa nascondeva una testa marmorea del Quattrocento fiorentino, ci vorranno più o meno due ore (il film ne dura due e mezzo), si dovrà tornare alla Seconda guerra mondiale, a quel durissimo inverno 1944 e al «miracolo» compiuto da Angelo.

Spike Lee sul set
Spike Lee sul set
Anche lì, però, sulle colline contese da nazisti e americani, il film finisce per seguire troppi sentieri, cercando da una parte di raccontare la difficile situazione umana e militare che dovevano sopportare i soldati di colore, umiliati in patria ma disprezzati anche al fronte dai loro superiori bianchi e, dall'altra, raccontando le varie anime della popolazione italiana coinvolta nella guerra: i civili, prima di tutto, dove la disponibile Renata (Valentina Cervi) sembra un po' troppo emancipata per essere una donna del 1944, così come il nostalgico Ludovico (Omero Antonutti) è fin troppo folcloristico per essere uno che tiene il ritratto del Duce in camera; e poi i partigiani, dove l'idealista «Farfalla» (Pier Francesco Favino) si confronta con il corrotto Rodolfo (Sergio Albelli).

Il problema, allora, non è tanto che — a sentire il romanzo e poi il film — la strage di 560 civili a Sant'Anna di Stazzema sarebbe stata la reazione «emotiva» alla mancata consegna da parte di un partigiano traditore del suo capo, quanto il fatto che tutti — americani, nazisti, partigiani e civili — sembrano muoversi secondo le regole del dramma dei pupi o delle marionette (enfatiche, schematiche, monocordi) e non rispondendo invece a una qualche logica di realismo o di verosimiglianza.

Nessuno mette in dubbio che nell'esercito americano il razzismo non fosse diverso da quello che i neri subivano negli Stati del Sud, o che anche tra i partigiani ci potessero essere dei traditori, o che non tutti i nazisti fossero aguzzini assetati di sangue o ancora che gli italiani non sempre si comportassero al meglio, ma da un regista come Spike Lee ci saremmo attesi un po' meno qualunquismo e pressappochismo, psicologie meno schematiche, comportamenti più credibili. E soprattutto un finale (alle Bahamas!) meno bamboccesco e gratuito.

Fonte: Paolo Mereghetti

Link:http://www.corriere.it/cinema/mereghetti/08_ottobre_03/mereghetti_miracolo_a_sant_anna_2623a7ae-9122-11dd-9f28-00144f02aabc.shtml

La Palin cerca di fermare l'emorragia di credibilità: almeno fino alla prossima intervista!



Obama Barack Joe Biden Usa presidenziale democratici
Biden con Obama
C'è il materiale per una nuova parodia al veleno del Saturday Night Live, il programma satirico di Nbc che da settimane prende in giro Sarah Palin, la candidata repubblicana alla vice presidenza, come una "debuttante" della politica. Ma giovedì notte, a St. Louis, Palin ha evitato di coprirsi di ridicolo, nel dibattito con il rivale democratico Joe Biden, un veterano con 35 anni di esperienza a Washington. Nessun clamoroso svarione, la governatrice dell'Alaska è parsa sicura di sé, sorridente, con gli occhi sempre rivolti alla telecamera e l'intenzione di «parlar chiaro agli americani». Ha sorpreso in positivo, ma a dar retta ai primi sondaggi, non le è bastato: Biden ha stravinto agli occhi degli spettatori che hanno seguito il duello in tv.

Secondo l'emittente Cnn, per il 51% degli spettatori il democratico ha avuto la meglio, contro il 36% di Palin. Ancora più netto il verdetto del sondaggio a caldo della Cbs: su un campione di elettori indipendenti: Biden ha ottenuto il 46% dei consensi contro il 21 della nuova stella del partito repubblicano. Il senatore del Delaware ha vinto perché ha saputo esibire esperienza e umanità (la voce gli si è fermata in un singhiozzo parlando della moglie e della figlia morte in un incidente stradale) è apparso schietto e, soprattutto, non ha commesso nessuna delle sue proverbiali gaffe.

Palin, anche se in buona serata, è stata punita dalle troppe domande lasciate senza risposta, dal tono delle frasi studiate a tavolino e snocciolate con verve ma spesso fuori contesto, pur di far passare il messaggio. Miele per i repubblicani, che hanno ritrovato la loro beniamina, ma non abbastanza per convincere gli scettici che non la considerano pronta per la Casa Bianca. «Sarebbe un buon ministro del territorio nel governo McCain, ma non il vice presidente» ha stoccato il Pulitzer Carl Berstein, il decano del Washington Post che insieme a Bob Woodward firmò lo scoop del Watergate.

Palin doveva scrollarsi di dosso l'immagine di dilettantismo, che ha spinto molti conservatori a chiederle addirittura di rinunciare alla candidatura. E forse è riuscita a fermare l'emorragia di credibilità, almeno fino alla prossima intervista. La strategia? Ha fatto l'impossibile per rivolgersi alla gente comune, parlando d'altro quando la moderatrice faceva domande ostiche, come il collasso di Wall Street. La maniera migliore per misurare la crisi dell'economia, ha detto, è leggere la «paura» negli occhi delle madri che a bordo campo guardano i figli giocare a calcio. La sua crisi dei mercati è semplificata, omogeneizzata, a portata di americano qualunque: dopo tutto a Wasilla, la minuscola città dell'Alaska che l'ha eletta sindaco «c'è una Main Street», non una Wall Street. È una come tanti, Palin: non legge i giornali, non sa di cosa si sia occupata la corta suprema al di là dell'aborto, di finanza ci capisce poco. Che male c'è? »Forse non so rispondere alle domande come vorrebbero i giornalisti o i miei avversari - ha detto - ma io parlo chiaro direttamente agli americani«, ha detto.

È una Palin diversa dalla quella delle interviste di Katie Couric su Cbs, la politica inesperta senza parole e tutta gaffe, spaventata, curva sulle spalle. Assomiglia piuttosto alla Palin che ha stregato la convention di St. Paul. «Abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo e di diverso a Washinton - continua - è questa la ragione per la quale dobbiamo eleggere un "maverick" come McCain». Un cane sciolto, non un clone del presidente George W. Bush come a tutti i costi cercano di bollarlo i democratici «ossessionati dal passato: è ora di piantarla».

Biden non ci casca, non contrattacca, segue la sua strada: »Il passato a volte è un prologo del futuro: McCain seguirà la stessa via di Bush«. Scende nei dettagli, difende Obama sul suo primato nell'opporsi alla guerra in Iraq, nel lamentare la necessità di intervenire sulla crisi dei mutui subprime. Parla la lingua dei dettagli, la lingua del Congresso. Ma parla con passione e non commette errori: evita il tono di superiorità che talvolta assume nei dibattiti, non corregge la rivale quando sbaglia. È il Biden di sempre, ma senza le gaffe che lo hanno reso famoso, senza il sarcasmo, tabù nei dibattiti.

Ha fatto in fin dei conti quel che doveva: è uno dei guru della politica estera americana e lo ha confermato. È un figlio di operai, il senatore più povero del Congresso, uno in grado di parlare direttamente ai colletti blu dell'america profonda, ai bianchi degli Appalachi, che guardano a Barack Obama con un misto di scetticismo e sospetto.

La scommessa dei democratici è che Palin si sarebbe inciampata da sola. Lo ha fatto mettendo senza volere l'accento sulla sua inesperienza: «Da quanto tempo faccio questo lavoro? Da appena cinque settimane», ha detto con una risata. E poi ci sono le due, tre, quattro volte di fila in cui alle domande non ha risposto, ma ha cambiato discorso.

Con il target dei repubblicani Palin ha certamente fatto centro, non ha imbarazzato McCain, e ha zittito chi la ritiene un danno più che un asset per il ticket repubblicano. D'ora in poi però potrebbe rinunciare alle interviste e concentrarsi sui comizi, leggendo un testo preparato e senza contradditorio: «Mi piace rispondere alle domande difficili - ha detto - ma mi piace farlo senza il filtro dei media ufficiali, che vogliono imporre la loro versione dei fatti, io voglio parlare alla gente».

La tradizione vuole che il dibattito dei vice presidenti non sposti neppure un voto, a meno di clamorosi svarioni. Non ce ne sono stati, la palla torna a Obama e McCain che si sfideranno in diretta tv di nuovo la settimana prossima.

Fonte: l'Unità

Link: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79574

Bollettino di guerra sui cantieri italiani: uccisi quattro lavoratori e uno in fin di vita

Crolla una impalcatura sull'Autosole, vicino a Barberino. Uccisi tre lavoratori. Un altro schiacciato
da un autoponte a Bastia Umbra. E poi l'atroce agonia di un uomo incastrato nella discarica a Genova

Castalda Musacchio
Tre nel Mugello, schiantati nel crollo della piattaforma su cui lavoravano a 20 metri d'altezza, in un cantiere Toto (lo stesso di Air One e ora della "cordata" Cai in Alitalia...) per la costruzione della variante di valico di Barberino su appalto di Autostrade. Uno, 27enne, a Bastia Umbra, schiacciato da un carroponte telescopico che si è sganciato all'improvviso, in un'azienda produttrice di travi in legno lamellare. E un altro, 33enne, ancora in lotta tra la vita e la morte mentre chiudiamo il giornale, a Genova: caduto in un pozzo profondo 18 metri e largo 70 centimetri per l'estrazione di biogas della multinazionale Asja.biz nella discarica di rifiuti di Scarpino.
E' questo il bollettino di guerra di ieri: della vera e propria guerra del lavoro salariato, che ha ogni giorno per vittime gli operai. Tre operai morti nella costruzione delle "grandi opere" autostradali, dunque, in un cantiere d'una delle aziende più potenti del settore - lanciata in affari, oggi, di "ramo" totalmente estraneo. E un altro in una delle tante industrie leggere, stavolta in Italia centrale. Infine l'operaio di Genova, per il quale sono stati tentati disperati soccorsi, nello scenario da incubo del fondo - con temperature a 70 gradi centigradi - d'un pozzo estrattivo intestato ad un gigante globale del nuovo business dei biocombustibili, nella branca dalla redditività tutta italiana delle discariche di "monnezza" - la stessa per la quale in Campania lo Stato dà battaglia alle popolazioni in protesta.
Una guerra della produzione - e del profitto che la presiede - contro il lavoro vivo. Una guerra che fa morti ogni giorno. Ieri, come in altre giornate, una strage. L'ennesima, davanti alla quale le frasi di rito della politica suonano ormai spudorate.Una giornata nera. Scandita da alcuni terribili incidenti che hanno rialzato il segnale di allerta ai livelli massimi su una piaga tutta italiana che resta come una ferita scoperta per la dignità del Paese: le morti sul lavoro. Non è bastato lo scandalo Thyessen: ieri sulla A1, all'altezza di Barberino del Mugello, una piattaforma aerea si è schiantata al suolo travolgendo tre operai che stavano lavorando sull'impalcatura. Il cantiere aperto - precisa la società Autostrade in una nota - era appaltato alla ditta Toto. Un'altra terribile tragedia è accaduta vicino Perugia. In una ditta di Bettona un giovane di 27 anni è stato ucciso da un carro ponte precipitato su di lui per cause da chiarire. E ancora, come se non bastasse, ci sono purtroppo flebili speranze di recuperare in vita l'operaio caduto in un pozzo per l'estrazione del biogas nella discarica di rifiuti di Scarpino a Genova. Le dimensioni del pozzo, profondo 18 metri e largo uno, hanno impedito la possibilità di far scendere degli uomini con autorespiratori. E lì manca ossigeno. L'operaio caduto è dipendente della multinazionale Asja.Biz. Sul luogo dell'incidente sono state impegnate fino a tarda sera diverse squadre dei vigili del fuoco tra cui alcune specializzate per il soccorso speleo - alpinistico - fluviale. Purtroppo il triste bollettino non finisce qui: ad Oria (Brindisi) è finito in ospedale in fin di vita Francesco Dell'Aquila dopo essere caduto da un'altezza di una decina di metri mentre eseguiva lavori edili in un cantiere a Grottaglie (Taranto). 
La questione della sicurezza? La questione del lavoro? Tornano ad essere centrali come battaglie di civiltà.
«Mentre la classe politica italiana discute di se stessa - denuncia Paolo Ferrero, segretario Prc - gli operai continuano a morire nei cantieri. Vorremmo, oltre al sentito cordoglio alle famiglie per questi ennesimi lutti, che l'attenzione del Parlamento, in particolare dell'opposizione, si concentrasse sui problemi reali della gente, dal carovita alle morti sul lavoro ad esempio impedendo che venga massacrata, se non cancellata, la giurisprudenza e la possibilità per i lavoratori di avere un ruolo vero e attivo all'interno dei processi sul lavoro, ruolo che la legislazione del governo delle destre, e in particolare il duo Tremonti-Sacconi, sta invece cercando di demolire». Del resto proprio all'Italia è consegnato il non inviadibile primato delle "morti bianche". Negli ultimi dieci anni - denuncia l'Anmil - il numero delle vittime è diminuito meno che nel resto d'Europa. Nel periodo tra il 1995 e il 2004 il calo registrato è stato pari al 25,49% mentre, nella media europea, la flessione è stata pari al 29,41%. Una riduzione che appare addirittura vistosa in Germania, dove il numero delle morti bianche si è addirittura dimezzato (-48,3%) e in Spagna dove è pari al 33,64%. Purtroppo nelle cifre ufficiali non sono compresi gli incidenti che non sono denunciati da chi è impiegato senza contratto, ricattabile, precario, in pratica un fantasma. Secondo l'Inail sarebbero almeno 200mila i casi non denunciati. Tutto questo fa dire all'Anmil che si tratta di «un effetto perverso che sembra innervato nel modo di produzione» tutto, anzi, esclusivamente italiano. 

Link: http://www.liberazione.it/

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