martedì 7 ottobre 2008

L'analisi di Lenin come un'ombra sul disastro economico dei nostri giorni



Brani Tratti da “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”. V. I. Lenin, 1916

L’epoca dell’imperialismo inizia quando l’espansione del colonialismo ha coperto il globo, nessuna nuova colonia può essere acquisita dalle grandi potenze se non strappandosele le une alle altre e la concentrazione di capitale è cresciuta al punto in cui il capitale finanziario diventa dominante sul capitale industriale.

Lenin elencò le seguenti cinque caratteristiche dell’epoca dell’imperialismo:


1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) 
la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo "capitale finanziario", di un'oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall'esportazione di capitale in confronto con l'esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L'imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [Dal 
Capitolo VII].

[L’imperialismo] è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici [ora definiti conglomerati multinazionali N.d.r.]. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa.

Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile.

[…]L'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. [Dal 
Capitolo I]

Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell'imperialismo 'a formare lo "Stato 
rentier", lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e "tagliando cedole". Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt'altro. Nell'età dell'imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l'una ora l'altra di quelle tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima sennonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato, ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell'imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra). [...] [Dal Capitolo X]

Parliamo del parassitismo, che è proprio dell'imperialismo.

Come abbiamo visto, la base economica più profonda dell'imperialismo è il monopolio, originato dal capitalismo e trovantesi, nell'ambiente generale del capitalismo, della produzione mercantile, della concorrenza, in perpetuo e insolubile antagonismo con l'ambiente medesimo. Nondimeno questo monopolio, come ogni altro, genera la tendenza alla stasi e alla putrefazione.

Certo la possibilità di abbassare, mediante nuovi miglioramenti tecnici, i costi di produzione ed elevare i profitti, milita a favore delle innovazioni. Ma la tendenza alla stagnazione e alla putrefazione, che è propria del monopolio, continua dal canto suo ad agire, e in singoli rami industriali e in singoli paesi s'impone per determinati periodi di tempo.

Il possesso monopolistico di colonie particolarmente ricche, vaste ed opportunamente situate, agisce nello stesso senso.

Ed ancora. L'imperialismo è l'immensa accumulazione in pochi paesi di capitale liquido, che, come vedemmo, raggiunge da 100 a 150 miliardi di franchi di titoli. Da ciò segue, inevitabilmente, l'aumentare della classe o meglio del ceto dei 
rentiers, cioè di persone che vivono del "taglio di cedole", non partecipano ad alcuna impresa ed hanno per professione l'ozio. L'esportazione di capitale, uno degli essenziali fondamenti economici dell'imperialismo, intensifica questo completo distacco del ceto dei rentiers dalla produzione e dà un'impronta di parassitismo a tutto il paese, che vive dello sfruttamento del lavoro di pochi paesi e colonie d'oltre oceano

Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell'imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l'opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi, infatti, le due importanti caratteristiche dell'imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio nel mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni, sistematicamente, la connessione dell'opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialiste del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858:

"... l'effettivo, progressivo imborghesimento del proletariato inglese, di modo che questa nazione, che è la più borghese di tutte, sembra voglia portare le cose al punto da avere un'aristocrazia borghese e un proletariato 
accanto alla borghesia. In una nazione che sfrutta il mondo intero, ciò è in certo qual modo spiegabile".

Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell'11 agosto 1881 egli parla delle "peggiori Trade-unions inglesi che si lasciano guidare da uomini che sono venduti alla borghesia o per lo meno pagati da essa".

In una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882, Engels scriveva:

"Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell'Inghilterra sul mondo"

Lo stesso dice Engels anche nella prefazione alla seconda edizione (1892) della “Situazione della classe operaia in Inghilterra” . La situazione odierna è contraddistinta dall'esistenza di condizioni economiche e politiche tali da accentuare necessariamente l'inconciliabilità dell'opportunismo con gli interessi generali ed essenziali del movimento operaio. L'imperialismo, che era virtualmente nel capitalismo, s'è sviluppato in sistema dominante, i monopoli capitalistici hanno preso il primo posto nell'economia e nella politica; la spartizione del mondo è ultimata, e d'altro lato in luogo dell'indiviso monopolio dell'Inghilterra osserviamo la lotta di un piccolo numero di potenze imperialistiche per la partecipazione al monopolio, lotta che caratterizza tutto l'inizio del XX secolo. In nessun paese l'opportunismo può più restare completamente vittorioso nel movimento operaio per una lunga serie di decenni, come fu il caso per l'Inghilterra nella seconda metà del secolo XIX; ma invece in una serie di paesi l'opportunismo è diventato maturo, stramaturo e fradicio, perché esso, sotto l'aspetto di socialsciovinismo, si è fuso interamente con la politica borghese. [Dal 
Capitolo VIII]

Titolo originale: "Did Vladimir Lenin Predict The Banking Disaster Of 2008? "

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/

Traduzione trascritta dall’Organizzazione Comunista Internazionalista (Che fare), a cura di
Marxist Internet Archive.

La memoria corta del capitalismo


DI THOMAS WALKOM
Toronto Star

La crisi finanziaria che stritola gli Usa non è un’anomalia. È solo che abbiamo la memoria corta. 

Ciò che sta accadendo ora a Wall Street viene visto come una storia nuova. Non lo è. È una storia molto vecchia. 

Karl Marx scrisse a riguardo; e così fece pure John Maynard Keynes. Più recentemente il tycoon George Soros si è pronunciato su di ciò, e così ha fatto anche l’illustre Economist, una rivista finanziaria decisamente favorevole al libero mercato. 

Questa vecchia storia è molto semplice: il capitalismo è instabile. È un sistema economico che può essere spietatamente produttivo. Ma è anche un sistema di meccanismi complicati—Marx le chiamava contraddizioni interne—che può sfuggire completamente al controllo. Cosa che regolarmente avviene. 

A seguire: "Lenin aveva predetto la situazione attuale?" da Information Clearing House. 

Marx, un filosofo tedesco arrabbiato perchè soffriva di problemi alla pelle, vide queste contraddizioni come opportunità: immaginò che l’autodistruzione del capitalismo potesse portare a un mondo migliore. 

Keynes, un economista britannico che amava speculare sulle valute estere durante la sua colazione mattutina base di tè e toast, li vide come problemi che avrebbero potuto distruggere un mondo che gli piaceva parecchio. La costruzione dello Stato sociale che porta il suo nome fu progettata nel periodo post-1945 per, letteralmente, salvare il capitalismo da se stesso. 

Le banche vennero regolamentate per impedire che i finanzieri facessero crollare l’economia con le loro truffe. I sindacati furono incoraggiati per dare ai lavoratori un modo di partecipare allo status quo e vaccinarli contro la politica radicale. 

I ricchi si dichiararono d’accordo alle politiche governative di tassazione e spesa, sapendo che, alla fine, e meglio dare da mangiare ai poveri piuttosto che lasciare chi ti tagliano la gola. 

Fu un gigantesco e tacito compromesso—forzato dalla depressione degli anni 30, temprato dalla guerra e forgiato sotto la minaccia del comunismo. 

Per molto tempo ha funzionato. 

Ma il grande compromesso non avrebbe mai potuto risolvere quelle incoerenze che sono inerenti all’economia mondiale. Col tempo nuove forze entrano in gioco. 

Quegli stessi investimenti stranieri che consentirono alle aziende statunitensi di prosperare nel mondo del dopoguerra incoraggiarono lo sviluppo dei rivali: prima la Germania ovest e il Giappone, da ultime la Cina e l’Unione Europea. 

In tutto l’Occidente industrializzato, i lavoratori sindacalizzarti imbottiti dalle politiche di pieno impiego dello Stato sociale, chiesero e ottennero un’impennata delle paghe che eccedeva i loro guadagni produttivi. Questo è il motivo per cui, negli anni 70, l’inflazione decollò. 

Nel frattempo, il crollo del comunismo e il discredito delle politiche rivoluzionarie rimosse la pressione dai datori di lavoro. Perché preoccuparsi di creare un grande compromesso con i propri lavoratori se questi non sono una minaccia? 

E così venne la fase della riduzione delle spese—la distruzione dello Stato sociale. In Inghilterra iniziò come Thatcherismo, negli Usa come Reaganomics. In entrambi i casi i leader si impegnarono per limitare il potere dei sindacati nei loro paesi. Entrambi ci riuscirono, la Thatcher affrontando i minatori, Reagan licenziando i controllori di volo sindacalizzati. 

Il loro scopo non era il tradizionale conservatorismo fiscale. Di fatto, sotto Reagan, le finanze federali Usa spiraleggiarono verso il deficit. 

Il loro scopo era, piuttosto, di alterare l’equilibrio di forze all’interno della società. I tagli delle tasse di Reagan erano progettati per aiutare i ricchi; il monetarismo della Thatcher si concentrò sullo stritolamento dei salari. 

In Canada avemmo Paul Martin e Mike Harris—politiche simili ma su una scala diversa. 

Come risultato il divario nei salari si allargò in tutto il mondo industriale. I ricchi diventarono più ricchi, la classe media rallentò e i poveri divennero più poveri. 

La fase due riguardò lo smantellamento di quelle stesse salvaguardie finanziarie erette dopo la debacle degli anni 30. I particolari variarono da paese a paese, ma lo scopo era lo stesso: deregolamentare le industrie finanziarie in modo che si centralizzassero e concentrassero le loro tremende risorse in nuove e più profittevoli aree. 

Negli Usa una deregulation finanziaria portò a stralciare le leggi che avevano protetto i proprietari di piccoli depositi—cosa che portò nei tardi anni 80 al crollo delle cosiddette banche “savings and loans” [letteralmente di “risparmi e prestiti”, in pratica 
semplici casse di risparmio che fallirono a causa di politiche avventurose soprattutto nel mercato immobiliare. N.d.t.]. 

A sua volta esso portò il governo Usa a progettare il suo primo grande salvataggio del dopoguerra. 

In Canada, la deregolamentazione portò a fare a pezzi un sistema che aveva mantenuto varie porzioni dell’industria finanziaria isolate le una dalle altre. Sotto il nuovo regime, assicuratori, società fiduciarie e società di investimento si unirono e mischiarono. Le restrizioni al prestito vennero attenuate. 

Ironicamente la fase tre fu innescata proprio dal successo del mondo industriale nel combattere l’inflazione. Come l’inflazione scese così fecero anche i guadagni tramite i normali canali di investimento. Gli investitori, alla ricerca di maggiori guadagni, iniziarono a cercare opzioni più rischiose e più remunerative. 

Così arrivò l’infatuazione per i cosiddetti nuovi strumenti finanziari. Molte famiglie si accontentavano di cose non troppo esotiche come i fondi comuni d’investimento. Ma per individui e aziende benestanti la nuova frontiera era molto più esotica: derivati, fondi speculativi [
Hedge funds], index funds [Fondi comuni di investimento volti a replicare movimenti dell’indice di uno specifico mercato finanziario. Da Wikipedia. N.d.t.], collateralized debt obligations [Titolo obbligazionario garantito da crediti ed emesso da una società appositamente creata, a cui vengono cedute le attività poste a garanzia. Si veda Wikipedia. N.d.t.]. 

Tutti questi strumenti lavoravano sul venerabile principio della leva finanziaria: mettere poco per guadagnare tanto. Purtroppo, come ci saremmo dovuti ricordare dall’esperienza degli anni 30, la leva funziona solo quando l’economia sale. Quando le cose iniziano ad andar male un bene sottoposto a leva finanziaria può diventare un intollerabile zavorra. [Altri, tra cui J. K Galbraith, si veda il suo “
Il Grande Crollo”, spiegano che il meccanismo della leva finanziaria funziona anche in negativo: i titoli e i beni con una forte leva scendono e portano al fallimento in situazioni di crisi con molta più rapidità che titoli a bassa leva. N.d.t.]. 

In fin dei conti le società 
private equity e i sottoscrittori dii mutui sub-prime stavano facendo praticamente la stessa cosa: prendere a prestito denaro che non si sarebbero potuti permettere di restituire, nella speranza che un qualunque bene da loro acquistato sarebbe continuato a crescere di valore. 

Si è trattato di un gigantesco schema Ponzi che non poteva durare. E così è stato. [Lo “Schema di Ponzi”, dal nome del suo inventore, l’immigrato italiano negli USA Charles Ponzi, è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa. Vedi 
Wikipedia. N.d.t.] 

Così siamo di nuovo punto e accapo. Il sistema è vicino al collasso. Il presidente della Federal Reserve Bernanke potrebbe ricordarsi la sua storia (egli è un’autorità sulla Depressione degli anni 30). Ma pochi altri se la ricordano. 

In televisione, uno sconcertato presidente George W. Bush ricordava il proverbiale cervo abbagliato dai fari. Qui in Canada, il primo ministro Stephen Harper insiste a dire che i fondamenti economici del paese sono buoni, cosa che, anche fosse vera, è largamente irrilevante nel contesto di un possibile crollo mondiale. 

I contribuenti americani si sono comprensibilmente scocciati della richiesta di salvare l’intero sistema capitalista globale. Proprio adesso la loro ira è rivolta ai ricconi di Wall Street. Ma nei loro cuori riconoscono che questo non è un cattivo affare. 

Il piano di salvataggio da $ 700 miliardi potrebbe salvare il sistema finanziario. Ma dopo che le persone comuni avranno pazientemente accumulato questi soldi, la loro ricompensa non sarà altro che un ritorno alla situazione di prima? Persino i politici stanno iniziando a riconoscere che qualunque soluzione duratura deve affrontare qualcosa di più che la struttura economica della crisi. 

Ironicamente ciò per cui annaspano è lo stesso tipo di soluzione che ci hanno fatto smantellare negli scorsi quarant’anni. E’ tempo di un altro grande compromesso—non necessariamente lo stesso che ci diede lo Stato sociale del dopoguerra, ma uno che fornisca un simile 
do ut des. E sarà qualcosa del genere: salveremo il vostro dannato vecchio capitalismo; vi lasceremo avere le grandi case e i grandi salari (anche se forse non tanto grandi quanto erano prima). Ma in cambio dovrete restituirci qualcosa, in posti di lavoro, in salari e nelle cose di cui abbiamo bisogno per vivereuna vita civile. Né vi lasceremo distruggere tutto ciò che ci è caro perché voi possiate farvi un bel gruzzolo. 

E non rifilateci ancora le solite stupidaggini sul libero mercato. Perché sappiamo, e lo sapete anche voi, che in momenti di forte pressione, il libero mercato non funziona. La crisi ce lo ha ricordato. 

Thomas Walkom scrive di politica economica. La sua colonna appare regolarmente il mercoledì e il sabato. 

© Copyright Toronto Star 1996-2008


Titolo originale: "A Little Problem With Capitalism"

Fonte: http://www.thestar.com

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

Hanno trasformato la Scuola in un immenso oratorio malgestito


DI GIORGIO MASCITELLI
Nazione indiana

Circa due anni fa Norberto Bottani, illustre esperto di problemi scolastici, si guadagnò l’attenzione fugace dei giornali con una dichiarazione ad effetto nella quale si annunciava che tra 50 anni la figura dell’insegnante come la conosciamo oggi non sarebbe più esistita nella scuola europea, sostituita da qualcosa di simile a un assistente sociale. Questa dichiarazione era fatta secondo la consueta tecnica della previsione che si autoavvera o, se si preferisce, del presentare un obiettivo di alcune politiche come una tendenza naturale. Tale uscita in sé non sarebbe significativa se non fosse possibile rintracciare nelle politiche scolastiche di vari paesi europei elementi che confermano tale ipotesi: un esempio per tutti la ventilata proposta in Germania di abolire le bocciature o quanto meno di limitarle non è frutto di un’improvvisa irruzione dello spirito del maggio parigino in qualche serio ministro del governo federale, ma la risposta alla continua pressione dell’OCSE (l’organizzazione che ha come scopo quello di indirizzare le politiche dei paesi più ricchi verso un maggiore sviluppo economico) a limitare i costi della scuola.

L’OCSE ha individuato da molti anni nella scuola uno dei principali settori in cui tagliare la spesa pubblica, sulla base di un ragionamento molto semplice: i sistemi scolastici attuali producono troppe persone qualificate rispetto a quelle che sono le esigenze delle moderne società di mercato. Siccome nella concezione della società di questa organizzazione lo studio e la formazione non hanno alcuna valenza di crescita personale e civile ma soltanto di utilità economica, è ovvio che le spese scolastiche siano considerate superflue. Infatti a cominciare dagli anni settanta, dopo due decenni di crescita, la percentuale di lavori qualificati si è stabilizzata, mentre la scolarità superiore continuava a espandersi.

Naturalmente la soluzione più ovvia sarebbe quella di un ritorno all’antico con un sistema chiuso di studi superiori (o di scuole private d’élite in cui si viene ammessi per censo), ma in Europa in questa forma diretta sarebbe troppo impopolare per qualsiasi governo. Allora viene suggerita una politica che apparentemente affermi una volontà di riforma della scuola, ma che nella sostanza tagli i fondi e lentamente dequalifichi la didattica e trasformi la maggioranza delle scuole in immensi oratori mal gestiti. Prova ne sia che ogni riforma proposta o realizzata comporta sempre una riduzione della spesa Le politiche dell’istruzione in Italia degli ultimi quindici anni (con l’unica parziale eccezione di Fioroni) da Berlinguer alla Gelmini hanno seguito questo tipo di obbiettivo e di strategia sia pure con modi, linguaggi e tempi diversi.

L’OCSE è anche l’organizzazione che promuove le cosiddette prove PISA per la valutazione dell’efficienza dei sistemi scolastici, sui criteri delle quali ci sarebbe molto da obiettare, ma non essendoci qui lo spazio, prendiamole pure per buone. Gli attuali tagli alla spesa scolastica in Italia, e non solo, sono spesso giustificati con i pessimi risultati ottenuti dalla scuola italiana in queste prove (non a caso la ragioneria di stato è stata la prima a interpretare questi risultati come la prova di uno spreco e quindi semplicemente della necessità di tagliare i costi). Ma se si analizzano con attenzione questi esiti, vediamo che la scuola superiore italiana nella sua media è insufficiente, ma la scuola del centro-nord è generalmente nella media internazionale e i licei vanno meglio degli istituti professionali e tecnici (tutte cose che si sapevano, credo). 

Dal che si potrebbe dedurre che c’è un problema non di scuola in quanto tale, ma di un paese a due velocità e di un tipo di scuola tecnica pensata per una produzione industriale pesante e fordista che non esiste più e si trasforma lentamente in un deposito di studenti difficili. E invece no, per la maggioranza dei commentatori, delle istituzioni economiche e della classe politica l’unica conseguenza è che la scuola fa schifo, quindi è uno spreco e quindi vanno tagliate le spese. Insomma un bel paralogismo che trova un adeguato sbocco nelle misure attuali che colpiscono principalmente la scuola elementare (ma naturalmente ci sarà un secondo tempo per le superiori), che non era coinvolta nelle prove PISA. 

Come dicevo sopra, politiche del genere possono essere rintracciate in ogni paese europeo. E questo la dice molto sulla lungimiranza delle èlites occidentali: l’efficienza di un sistema scolastico anche sul piano utilitaristico non può essere valutata solo dalle immediate ricadute sul mondo del lavoro, perché un fattore di ricchezza e sviluppo anche economici è quell’intelletto generale, cioè quella sfera della società nella quale nascono bisogni e soluzioni nuove, che può essere alimentato solo da un livello culturale generale elevato. Ma da un’epoca e da un sistema che hanno ritenuto la loro più alta realizzazione il giocare al casinò delle borse i risparmi e i soldi delle pensioni di gente inerme e inconsapevole non era forse lecito attendersi altro.

Giorgio Mascitelli
Fonte: www.nazioneindiana.com

Link: http://www.nazioneindiana.com/2008/10/06/la-scuola-per-tutti-non-serve-piu%e2%80%99/#more-9255

Nessuna revisione del processo per Bruno Contrada

Bocciata la richiesta dell'ex numero due del Sisde condannato a 10 anni
L'ex poliziotto accusato di aver coperto la latitanza di alcuni boss

Mafia, dalla Cassazione no a Contrada
respinta la revisione del processo

Accolta la requisitoria presentata quest'estate dal sostituto procuratore Selvaggi


Mafia, dalla Cassazione no a Contrada respinta la revisione del processo

Bruno Contrada

    ROMA - Nessuna revisione del processo per Bruno Contrada, condannato a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo ha deciso la quinta sezione penale della corte di Cassazione, che ha respinto l'istanza presentata dai legali dell'ex funzionario del Sisde. 

    Già quest'estate, nella sua requisitoria scritta, il sostituto procuratore della Cassazione Eugenio Selvaggi aveva chiesto di respingere l'istanza di revisione. I supremi giudici hanno condiviso il suo punto di vista e hanno confermato il no al nuovo processo, così come deciso lo scorso febbraio dalla Corte d'appello di Caltanissetta. 

    Contrada contesta la veridicità delle dichiarazioni dei pentiti che lo accusano di aver aiutato e protetto la latitanza di boss mafiosi. A suo carico ci sono anche le testimonianze di ex colleghi. Contrada lo scorso 24 luglio ha ottenuto la concessione dei domiciliari per gravi motivi di salute. Domani la prima sezione penale di Piazza Cavour deciderà se accogliere o meno una nuova richiesta dell'ex poliziotto, che vuole ottenere il differimento della pena per un anno. 
    Fonte: La Repubblica

    Un Falcon Usa nei cieli iraniani

    TEHERAN - Guerra di affermazioni e smentite tra Iran e Usa. L'agenzia semi-ufficiale iraniana Fars ha affermato oggi che un aereo militare statunitense ha violato lo spazio aereo iraniano ed è stato costretto ad atterrare. Secondo l'agenzia il velivolo, del tipo Falcon, è entrato in Iran dalla Turchia. Caccia iraniani lo hanno costretto ad atterrare su una pista di un aeroporto iraniano, ha aggiunto la Fars. 

    Secondo la Fars, l'aereo americano, che aveva un equipaggio di tre civili, trasportava cinque alti ufficiali dalla Turchia all'Afghanistan, quando è entrato senza autorizzazione nello spazio aereo iraniano. Alcuni caccia della Repubblica islamica lo hanno quindi affiancato e lo hanno fatto atterrare in un aeroporto non specificato del Paese. 

    Le otto persone che erano a bordo, aggiunge l'agenzia, "sono state rilasciate dopo interrogatori durati una giornata che hanno permesso di stabilire che avevano violato non intenzionalmente lo spazio aereo iraniano. Il Falcon americano - conclude la Fars - è quindi ripartito per l'Afghanistan con tutti coloro che erano a bordo, dopo aver ricevuto l'autorizzazione al decollo dalle autorità iraniane". L'incidente sarebbe avvenuto nei giorni scorsi. 

    Ma la notizia è stata smentita sia dalla portavoce della Quinta flotta americana di stanza in Bahrain, sia dal Pentagono che ha precisato come tutti i velivoli Usa nella regione siano rientrati regolarmente alla base. "Non abbiamo notizie di aerei atterrati in Iran", ha affermato il portavoce, colonnello Patrick Ryder. La tv iraniana ha poi precisato che l'aereo intercettato non era americano e trasportava aiuti umanitari. 
    Fonte: La Repubblica

    13 anni per Calisto Tanzi, queste le richieste del pm

    LE ACCUSE: AGGIOTAGGIO E OSTACOLO AGLI ORGANISMI DI VIGILANZA

    La Procura sull'ex patron di Collecchio: per la sua gravità, aggiotaggio irripetibile

    Calisto Tanzi (Emmevi)
    Calisto Tanzi (Emmevi)
    MILANO - Tredici anni di reclusione sono stati chiesti dalla Procura di Milano per Calisto Tanzi, ex patron di Parmalat per il crac dell'azienda emiliana, nel processo in corso a Milano. La richiesta è stata formulata dal pm Eugenio Fusco che ha condotto la requisitoria insieme ai colleghi Francesco Greco e Carlo Nocerino. A giudizio dei magistrati della Procura, Tanzi non deve beneficiare di alcuna attenuante.

    LE ACCUSE - Nel procedimento milanese Tanzi è accusato di aggiotaggio, ostacolo all'attività degli organi di vigilanza e concorso in falso dei revisori. Per l'ex patron di Collecchio l'accusa ha chiesto di negare qualsiasi attenuante generica. «Questo è un aggiotaggio irripetibile nella sua gravità» ha detto il pm prima di formulare le richieste di condanna per i nove imputati, ribadendo che la Procura nel formulare le sue richieste ha tenuto conto della «particolare gravità del reato di aggiotaggio in questa vicenda».

    «DISCRASIA CON LE PENE PATTEGIATE» - Secondo l'avvocato Giampiero Biancolella, uno dei difensori dell'ex patron di Parmalat «esiste una discrasia tra le pene che sono state patteggiate e la pena chiesta per Tanzi». Nel sostenere l'esistenza di tale discrasia il legale si è basato sul «fatto che dalla requisitoria del pm è emerso che la capacità di autodeterminarsi di Parmalat a partire dal 1996 fino al default, è andata via via scemando fino a giungere, in prossimità del crac, al compimento di atti scriteriati non nell'interesse della società ma per soddisfare gli interessi di terzi».

    LE ALTRE RICHIESTE - Oltre alla condanna di Calisto Tanzi a 13 anni di reclusione il pm Fusco ha chiesto la condanna anche degli altri otto imputati per il processo di aggiotaggio, falso di revisioni e ostacolo alla Consob. Sei anni è la richiesta per Luca Sala, ex funzionario di Bank of America, cinque anni per Luis Moncada, collega di Sala, tre anni e sei mesi per Antonio Luzi, altro manager di Bank of America. Tre anni e sei mesi per Giovanni Bonici, di Parmalat Venezuela, cinque anni per Luciano Silingardi, banchiere e componente del Cda di Collecchio, cinque anni per Paolo Sciumè, quattro anni per Enrico Barachini, anche loro del consiglio di amministrazione di Parmalat.

    Fonte: Corriere della Sera

    Link: http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_06/parmalat_tanzi_e0cdc820-93b4-11dd-8968-00144f02aabc.shtml



    La grande ragnatela di Tanzi, ecco tutti i nomi dei politici

    Nei verbali dei sei interrogatori il racconto di 20 anni di lobbismo
    Legami con Berlusconi, Prodi, Fini, Casini, Alemanno e D'Alema
    Il "sistema" e le strategie del patron Parmalat: rapporti, favori
    e finanziamenti a 360 gradi. Ma non ci sono indagati nei partiti
    di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO

    Calisto Tanzi
     
    CHE cosa ha raccontato Calisto Tanzi? Le sue rivelazioni sono raccolte in non più di sei, sette pagine a interrogatorio. Gli interrogatori sono stati sei (23, 26, 27, 28, 29 gennaio, 5 febbraio). Le pagine nelle mani dei procuratori di Milano e di Parma sono dunque, più o meno, quaranta. E' soltanto la versione riassuntiva del lungo racconto del patron della Parmalat. Bisognerà attendere la trascrizione integrale dei nastri di registrazione per avere il quadro completo dei ricordi dell'imprenditore di Collecchio. Di molti dettagli, circostanze e intrecci, riferiti a voce (e registrati), ci sono soltanto sintetici accenni nei verbali, ma nelle quasi quaranta pagine raccolte dai pubblici ministeri c'è il disegno di venti anni di rapporti, di amicizie e di legami che, come in una larga e intricata ragnatela, Calisto Tanzi ha intrattenuto con l'élite politica e istituzionale della Prima e della Seconda Repubblica. 

    E' il racconto di frequentazioni, finanziamenti di eventi, partecipazioni o acquisizioni di società che gli hanno consentito di entrare a far parte di quelli che l'imprenditore di Colecchio definisce i "salotti buoni". E' il resoconto delle iniziative furbe o maliziose o necessarie mosse per entrare nei luoghi che hanno permesso alla Parmalat di essere protetta. O addirittura l'hanno acconciata nella favorevole condizione di influenzare le decisioni pubbliche utili ai destini dell'azienda. 

    La ragnatela di Calisto Tanzi ha avuto fili e terminali ben profondi nel sistema politico, quale che sia la coalizione che lo ha governato o lo governi. Non appare al momento una macchina corruttiva. Non ci sono in questa storia, nelle ammissioni degli imputati, borse gonfie di denaro o tesori nascosti. Non si legge in questi verbali dell'antica pratica della corruzione che manipola la decisione politica. La ragnatela di Tanzi sembra diventata prospera grazie a una costante attenzione agli interessi degli interlocutori pubblici, contrabbandata come amicizia e nel segno della collaborazione politica, sempre lesta a mutare con il mutare degli equilibri di potere. In qualche caso, addirittura alla luce del sole.

    Nella ragnatela, proposta ai magistrati, sono decine e decine i nomi, piccoli, grandi, grandissimi, eccellenti. E non ci ferma all'Italia perché si spazia dai governanti del Brasile ai premier di Argentina, Uruguay, Venezuela. A scorrerne l'elenco programmatico, per dir così, che Tanzi accetta di buttar giù fin dal primo interrogatorio, ci si può rendere conto di quanto fiele può avvelenare la vita pubblica italiana. C'è il nome di Romano Prodi, presidente della commissione europea; del premier Silvio Berlusconi e del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini. C'è il nome di un ex capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro, del presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, di un ex-presidente del Consiglio Lamberto Dini, di un ministro in carica Gianni Alemanno, del presidente del maggior partito dell'opposizione Massimo D'Alema, se solo si vuole stare alla nuova politica e lasciare in un canto la vecchia guardia dei Ciriaco De Mita, Giovanni Goria, Riccardo Misasi, Enzo Scotti. 

    Calisto Tanzi si rappresenta ai magistrati sistemato al centro di una trama che intreccia solidi e solidali nodi con l'intero schieramento politico nazionale. Accenna alle ragioni della sua strategia. Quelle relazioni con la politica, con i politici gli avrebbero aperto le porte del sistema bancario, avrebbero reso i banchieri più amichevoli. Con la voragine che gli si apriva mese dopo mese sotto i piedi, Tanzi aveva bisogno dell'appoggio finanziario delle banche come dell'aria che respirava. Bisogna ripeterlo ancora. L'imprenditore non rivela ai magistrati nessuna pratica illecita o corruttiva. Chi è vicino al patron della Parmalat ricostruisce così quelle relazioni politiche e istituzionali: "Lo si può definire un lavoro di lobbing. Tanzi non corrompeva i politici. Voleva soltanto creare buoni rapporti di amicizia e collaborazione creando una "fascia di protezione" alle sue attività. Finanziava le iniziative dei politici, le campagne elettorali, sponsorizzava questo o quell'evento, concedeva pubblicità, entrava in affari o faceva fare affari a chi era più vicino a questo o quel leader politico. Poca cosa, a sentir lui. Dai quattro ai sei miliardi di vecchie lire, l'anno. In cambio si attendeva attenzione per le sorti della sua impresa. Da un certo momento in poi, però, Tanzi ha avuto la sensazione, per dir così, di essere costretto a finanziare le iniziative dei politici, quella campagna elettorale, quel giornale o quella manifestazione. In qualche modo, per usare una metafora, da ragno che secerne fili sottilissimi per costruire la sua tela e catturare gli insetti, si è sentito prigioniero di quella stessa trama che aveva costruito". 

    In questa allegoria della ragnatela che afferra e stritola il suo tessitore, è l'ambiguità della ricostruzione fin qui compiuta da Calisto Tanzi. Ambiguità che spiega le difficoltà che hanno i pubblici ministeri a maneggiare una materia che è, fino a questo momento, senza forma e segno, senza tracce di responsabilità penale. Come distinguere la captatio benevolentiae, che Tanzi cercava di conquistare, da richieste che al patron di Collecchio sono apparse ricattatorie o almeno che oggi dinanzi ai magistrati descrive come autoritarie: insomma, richieste che pensava di non poter rifiutare? 

    Nel 1994 con la "discesa in campo" di Berlusconi, dice l'imprenditore ai pubblici ministeri, cominciai a finanziare Fininvest. In realtà, spiega poi, la Parmalat incrementò soltanto il gettito pubblicitario a favore delle reti di Berlusconi a scapito della Rai. Mossa per conquistare il gradimento del premier vincente o esplicita richiesta del management della Fininvest? Tanzi non accusa gli uomini di Berlusconi. Offre quell'informazione ai magistrati senza aggiungere altro. 

    Lo stesso trattamento riserva a Romano Prodi. Partecipai, spiega Tanzi, all'aumento di capitale di Nomisma, entrando nella Si. Sa. G s. r. l insieme ai gruppi Auricchio, Cremonini, Gazzoni Frascara, Rana, Rovagnati, eccetera. Mi attendevo, aggiunge, un certo atteggiamento di Prodi a Bruxelles. Era un'attesa che aveva qualche fondamento nelle promesse o negli impegni del Professore? Anche qui Tanzi non spreca parole né accuse. Registra le sue aspettative. Riferisce una sua deduzione. Gli capita anche con Berlusconi di fare una deduzione. 

    Nel novembre dello scorso anno, racconta ai pubblici ministeri, mi recai accompagnato da mio figlio Stefano, a Roma, a Palazzo Chigi. Qui incontrammo Berlusconi nel suo ufficio. Gli prospettai le difficoltà della Parmalat e cominciai ad affrontare la questione che più mi stava a cuore sollecitare: il benevolo intervento del sistema bancario per salvare la Parmalat dalla bancarotta. Berlusconi mi disse che aveva poche leve sulle banche. Capii che quell'incontro non avrebbe avuto esito, Berlusconi mi parve molto poco concreto e la nostra conversazione virò sul campionato di calcio. Dopo qualche battuta e soltanto quindici minuti, venni via. E tuttavia, ritornato a Collecchio - ricorda Tanzi - la Consob mi diede un po' di respiro e io pensai che Berlusconi fosse intervenuto, magari con una telefonata a Lamberto Cardia, presidente della Consob. 

    Soltanto una personale deduzione. Non un fatto, non una circostanza, non un riscontro da rintracciare. E' con questo schema privo di qualche apprezzabile raffronto che Calisto Tanzi chiama in causa Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. Racconta il patron di Parmalat: in occasione di campagne elettorali, parlai con Casini e Fini che mi indicarono i nomi dei candidati che potevo appoggiare finanziariamente. Ma era Tanzi a proporsi come finanziatore dei candidati di An e Udc nei collegi del Parmense e dell'Emilia o erano i leader di quei partiti a pretendere che egli aprisse il portafoglio alla vigilia delle consultazioni elettorali? Il patron di Collecchio non lo spiega. Lascia cadere il ricordo nell'interrogatorio. Si riserva di spiegare meglio. I pubblici ministeri storcono la bocca, diffidenti. 

    Con il registro dell'equivocità, Calisto Tanzi evoca così il suo appoggio finanziario a Massimo D'Alema attraverso Marco Minniti e i rapporti con la Lega di Umberto Bossi, con Bruno Tabacci (Udc, presidente della commissione attività produttive), Pierluigi Castagnetti e Renzo Lusetti (presidente e vicepresidente dei deputati della Margherita), con Gianni Alemanno, An, ministro dell'Agricoltura, al quale sarebbe stato finanziato un periodico. A volte, dice Tanzi, il rapporto con il politico non era diretto, ma veicolato attraverso un amico. 

    Così, racconta, decise di favorire alcuni affari immobiliari dell'architetto Adolfo Salabè, considerato molto vicino al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e a sua figlia Marianna. O per poter contare, se necessario, sui buoni uffici di Lamberto Dini, il patron di Collecchio volle avvalersi, per un'acquisizione in Sud America, di un consulente vicino a Donatella Zingone, consorte dell'ex-presidente del Consiglio. 

    Con la stessa determinazione di costruire intorno alle sue attività una "fascia di protezione", l'imprenditore di Collecchio dà una mano ai giornali. Rende possibile, negli anni '90 la nascita dell'
    Informazione, un quotidiano diretto da Mario Pendinelli. Finanzia in un'occasione il Foglio. Concede, su richiesta di Cesare Geronzi, una mano al Manifesto. La Banca di Roma è esposta con il giornale di via Tomacelli e grazie a quel finanziamento, dice Tanzi, l'istituto di credito di cui Geronzi è presidente riduce la "sofferenza". Si convince a garantire pubblicità al Sole-24 ore per tenersi buoni gli uomini di Confindustria. 

    Come si vede, Calisto Tanzi non lesina nomi ma, agli occhi dei magistrati, risparmia colpevolmente sulle circostanze di riscontro (ammesso che ci siano, ammesso che quelle circostanze siano opache). Il patron è ambiguo, è circospetto. Sembra voler spiegare le sue disavventure con l'oneroso prezzo che ha dovuto pagare alla politica per proteggersi le spalle, per avere un buon nome e un'apprezzata reputazione che gli garantisse "ancora tempo" e quindi la possibilità di far girare sempre più velocemente la giostra delle invenzioni finanziarie nella disperata speranza di salvarsi dal fallimento con il sostegno di un sistema bancario controllato dai politici. Quando si arriva al dunque - ha conquistato quella considerazione con la corruzione e "altro tempo" con il denaro? - Tanzi nega e anche quel diniego è, però, equivoco. Il patron rimanda ai racconti di chi mediava tra Collecchio e il mondo politico, le istituzioni, gli apparati di controllo della Guardia di Finanza. Chi è vicino a Tanzi definisce i tre mediatori "i canestri". I "canestri" hanno un nome e un cognome. Ognuno di loro si occupava di un settore politico e di un territorio. Sono Sergio Piccini (ora deceduto), formalmente responsabile dei rapporti con le istituzioni del gruppo agro-alimentare, Romano Bernardoni, che è stato anche presidente di Parmatour, e a Roma Filippo Troja incaricato - dice Tanzi - di tessere il filo con i vertici della Guardia di Finanza. Soprattutto con Nicolò Pollari, già capo di stato maggiore del comando generale della Finanza, oggi direttore dell'intelligence militare (Sismi), e Francesco D'Isanto, comandante in seconda delle Fiamme Gialle. 

    Fin qui quello che 
    Repubblica è riuscita a ricostruire delle dichiarazioni del patron della Parmalat. Sono dichiarazioni che, al momento, non hanno permesso all'inchiesta di fare un passo in avanti, né di comprendere come è stato possibile, grazie a chi e a che cosa, che il settimo gruppo industriale italiano abbia potuto accumulare debiti per 13 miliardi di euro. 

    Una cosa appare certa, Tanzi ritornerà a Milano soltanto come imputato di aggiotaggio nel rito immediato che la Procura si appresta a chiedere. Forse in aula, dinanzi a un pubblico, forse dinanzi ai procuratori di Parma, da ieri unici competenti per quest'affare, Calisto Tanzi riprenderà il filo del discorso oggi interrotto, la rappresentazione di quella ragnatela che ha protetto un'avventura lunga due decenni. 

    EMMA, "mò te ne vei?"


    marcegagllai02gLa Presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia (in ottima compagnia) ricorda le vecchie testate di Cuore: “Hanno la faccia come il culo”. Dopo 30 anni a sbraitare “giù le mani dello Stato dall’Economia”, “viva la mano invisibile del mercato”, “abbasso i lacci e lacciuoli” ecco il giro di valzer da 180 gradi: “ci vuole l’intervento dello Stato. E’ l’unica soluzione possibile in una fase di emergenza”.

    E perché, di grazia? Non può fallire una banca in Italia? Perché adesso i soldi pubblici li vuole lei? E quando li vogliono gli anziani con la pensione minima non è l’unica soluzione? E quando servono per la scuola o per l’università? E quando bisogna pagare 70 Euro per un’ecografia?

    Gridiamolo forte e chiaro: EMMA CREPA!

    Fonte: Gennaro Carotenuto

    Link: http://www.gennarocarotenuto.it/3755-capitalismo-di-rapina-emma-marcegaglia-vuole-i-nostri-soldi/

    Gentilini nel deserto



    di Antonello Tomanelli da difesadellinformazione.com

    Vadano a pregare nel deserto! Voglio la rivoluzione contro i phone center i cui avventori si mettono a mangiare in piena notte e poi pisciano sui muri: che vadano a pisciare nelle loro moschee! Non voglio vedere neri, marroni o grigi che insegnano ai nostri bambini! Cosa insegneranno, la civiltà del deserto? ”. Non sono le frasi sbiascicate da un ubriaco che barcolla nei pressi della stazione con un fiasco di vino in mano, ma i passi salienti del comizio tenuto a Venezia dal vicesindaco di Treviso Giancarlo Gentilini alla festa della Lega Nord.

    Un comizio subito bollato come “ becero ” dal quotidiano della Cei “L'Avvenire” e finito sotto la lente di ingrandimento della Procura di Venezia, che ha iscritto Gentilini nel registro degli indagati per quel reato comunemente noto come “ istigazione all'odio razziale ”.

    Qui va fatta una premessa. La legge che prevede questo reato è la n. 205/1993 (nota come “legge Mancino”), emanata in esecuzione della Convenzione internazionale di New York del 7 marzo 1966 (sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale). La legge Mancino all'art. 1, comma 1° lett. a), puniva “ con la reclusione fino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico […] ”.

    Il secondo governo Berlusconi, poco prima delle elezioni dell'aprile 2006, con la legge n. 85/2006 è intervenuto su questa norma. Ha diminuito sensibilmente le pene: dalla reclusione fino a tre anni si passa alla reclusione fino a un anno e sei mesi o, in alternativa, alla multa fino a 6.000 Euro (in pratica, oggi il giudice potrebbe infliggere soltanto una pena pecuniaria). Ma la novità più importante è un'altra. Il soggetto attivo del reato non è più, come si esprimeva la legge Mancino, chi quelle idee le “diffonde in qualsiasi modo ”, ma soltanto chi le “ propaganda ”.

    Non è una differenza da poco. Tecnicamente l'area della "propaganda" è ben più ristretta di quella della “diffusione”. La propaganda implica necessariamente uno spiegamento, seppur minimo, di mezzi finalizzato non soltanto ad esprimere un pensiero, ma soprattutto a persuadere una moltitudine di persone, provocare la loro adesione alle idee veicolate. Chi in un qualsiasi contesto afferma che gli arabi o i rom debbono essere mandati via perché culturalmente inferiori, diffonde un pensiero. Chi afferma ciò in un volantino che distribuisce al pubblico, in un comizio o nello spazio che gli spetta all'interno di una tribuna politica, fa propaganda. Ne deriva che la legge del 2006 ha ricondotto sotto l'ombrello protettivo dell'art. 21 Cost. tutte quelle affermazioni razziste che non siano qualificabili come propaganda.

    In altre parole, la recente allarmante crescita di episodi a sfondo razzista è stata preceduta da una legge ordinaria, votata da una maggioranza parlamentare sostanzialmente identica a quella attuale, che ha ristretto notevolmente l'area del penalmente rilevante.

    Tuttavia, un dato è certo. Nonostante molte manifestazioni di stampo razzista siano state dalla legge del 2006 rese lecite, le frasi di Gentilini ricadono comunque nel suo ambito di operatività. Non c'è dubbio, infatti, che il comizio costituisca uno degli strumenti di “ propaganda ” più efficaci. Nel caso specifico, poi, le deliranti frasi del vicesindaco di Treviso sono state precedute e accompagnate da affermazioni che rendono davvero difficile ricondurre il tutto ad un'ipotesi di semplice “diffusione”. Si pensi ad alcuni dei riferimenti fatti dal vicesindaco appena salito sul palco: l'annuncio della creazione di un “ vangelo secondo Gentilini”, l'avvertimento che “ le mura di Roma stanno crollando sotto i colpi di maglio della Lega ”. E l'ossessiva ripetizione della frase “voglio la rivoluzione ” all'inizio di ogni passaggio del comizio.

    E nemmeno può dubitarsi che le affermazioni di Gentilini costituiscano “ idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico”. Mandare gli islamici a pregare nel deserto, farli pisciare nelle moschee, impedire loro di insegnare “ ai nostri bambini ”, potendo insegnare solo “ la civiltà del deserto ”. Affermazioni evidentemente strumentali alla identificazione di un nemico da schiacciare.

    Tra l'altro, non è solo questo il reato commesso da Gentilini. L'art. 404 del codice penale punisce “ chiunque, in luogo destinato al culto, o in luogo pubblico o aperto al pubblico, offendendo una confessione religiosa, vilipende con espressioni ingiuriose cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente al culto […] ”. Considerando il valore che i musulmani attribuiscono alla moschea, non c'è alcun dubbio che il volere mandarli a pisciare all'interno dei propri luoghi di culto integri gli estremi del reato di vilipendio alla religione islamica.

    Sotto quest'ultimo aspetto, va fatta una precisazione. Le frasi di Gentilini nei confronti dell'Islam non hanno nulla a che vedere con il comportamento tenuto da Sabina Guzzanti nei riguardi del Papa a Piazza Navona. La Guzzanti, al termine di un'aspra ma argomentata critica nei riguardi della Chiesa Cattolica, nel rispetto dello stile satirico che la contraddistingue ha augurato al Pontefice di finire “ all'inferno, tormentato da dei diavoloni, frocioni, attivissimi e non passivissimi ”. Una evidente citazione. Perché la “punizione” inflitta dalla Guzzanti trova un illustre precedente in Dante Alighieri, che nella Divina Commedia colloca nel girone infernale dei Simoniaci Papa Bonifacio VIII ed altri ecclesiastici per aver fatto commercio di beni sacri, condannandoli a restare appesi a testa in giù con il fuoco che brucia loro le piante dei piedi.

    Nelle frasi di Gentilini, invece, non vi è traccia di satira, nemmeno di quella involontaria. Né una forma embrionale di critica, essendo del tutto mancante qualsiasi argomentazione. Siamo alla negazione del ragionamento e al puro insulto . Impossibile, quindi, far rientrare quelle frasi nel diritto di critica.

    Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8004

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