venerdì 10 ottobre 2008

L'America Latina non sarà risparmiata dalla recessione mondiale



Gennaro Carotenuto

L’America latina non è immune dalla crisi dell’economia statunitense e non sarà risparmiata dalla recessione mondiale, ma solo dieci anni fa sarebbe stata nell’occhio del ciclone. Le stime per il 2009 limitano la crescita della regione tra il 3.5% e il 4% contro il 4.6% del 2008. Appena una decelerazione che però nasconde alcuni cambiamenti importanti. Tasse sull’agroexport in Argentina, privatizzazione del petrolio in Messico: alcuni dei punti qualificanti dell’agenda politico-economica 2007-2008 sono stati semplicemente spazzati via dall’incedere degli eventi. 
Il continente è dunque in una situazione molto migliore rispetto a quella nella quale sarebbe stata al tempo del neoliberismo più ortodosso. Nonostante non possa non temere una recessione globale, crescerà meno, incasserà meno dalla vendita delle materie prime, arriveranno meno rimesse dai migranti, l’America latina ha un sistema capitalista più solido e meno dipendente dalle decisioni del Nord. Sarà più difficile continuare a ridurre la povertà ma anche i costi umani saranno minori. Per il momento gli Stati latinoamericani –nonostante non possano escluderlo per il futuro- non hanno bisogno di piani di salvataggio per il sistema bancario. La crescita nell’ultimo decennio del commercio Sud-Sud e l’aumentare delle relazioni con l’Asia e soprattutto con la Cina, ma soprattutto il fatto che la regione abbia rifiutato l’ALCA, il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti, sono i fattori che rendono oggi l’America latina meno sensibile alla recessione del mondo occidentale.

Il FMI ha sempre difeso tutte le dittature fondomonetariste della storia latinoamericana; erano loro che decidevano la politica economica. Lo facevano facilmente, come in esperimenti in laboratorio, proibendo i sindacati, i movimenti sociali, reprimendo il dissenso e l’opposizione politica, spesso eliminandola fisicamente. Ha difeso anche scelte scellerate di privatizzazioni selvagge che hanno avuto conseguenze nefaste sulla vita delle persone causando direttamente morte per fame e disperazione ovunque tali ricette sono state applicate. Più di recente ha contribuito ad organizzare il golpe in Venezuela dell’11 aprile 2002. 
E’ evidente così che la Patria grande latinoamericana abbia sviluppato anticorpi e istituzioni come il Banco del Sud in grado di essere una risposta etica ed integrazionista al delirio monetarista. E non deve sorprendere che un dirigente politico integrazionista come Hugo Chávez consideri il Fondo Monetario Internazionale come il primo responsabile della crisi e inviti lo stesso FMI ad “a convocare una sessione che abbia all’ordine del giorno la dissoluzione dello stesso. E invece –prosegue il dirigente politico bolivariano- lo scandalo è che continuino ad offrire ricette e a presentarsi come i medici in grado di salvare l’economia mondiale quando invece bisognerebbe smantellare l’intera architettura finanziaria mondiale imposta dal Nord al Sud del mondo”. 
Ecco le schede di cinque dei principali paesi della regione.
ARGENTINA
L’Argentina è con il Messico il paese latinoamericano più esposto. Continua ad avere l’economia più fragile e più indebitata e, al contrario degli altri paesi è molto più difficile per il paese accedere al credito internazionale che ancora non ha perdonato il default del 2002. Inoltre la crescente dipendenza dall’agroexport, soprattutto della soia, sarà esposto alla recessione mondiale che sta abbassando le ordinazioni.
BRASILE
I primi mesi del 2008 erano stati di grande euforia per la finanza brasiliana. I successi del governo integrazionista avevano portato la borsa di San Paolo al massimo storico a maggio. Da allora, ha già perso un quarto del suo valore. Da una parte il Brasile, trasformatosi in attore globale, è più esposto all’economia globalizzata e la svalutazione del Real rispetto al dollaro (-15% da maggio) espone all’aumento dell’inflazione sull’import. Dall’altra finora il sistema bancario brasiliano sembra essere particolarmente solido e benedice una legislazione particolarmente rigorosa.
CILE
A Santiago gli allievi prediletti del Fondo Monetario Internazionale sono perplessi. Per quello che può valere oggi il parere di Moody il Cile ha il sistema bancario più forte al mondo alla pari con quello canadese e davanti alla Svizzera. Hanno un’economia dal punto di vista monetarista straordinariamente solida. Lo Stato, piccolissimo, è addirittura in attivo, tenendo investiti all’estero per almeno 50 miliardi di dollari, un terzo del PIL, e quando in questi anni il prezzo del rame è andato alle stelle, non si sono fatti commuovere e non un solo peso è stato destinato ad aumentare la spesa pubblica o a una pur pallida redistribuzione. Di conseguenza l’abbassamento del prezzo del rame non causerà alcun problema e chi è povero sa già fin d’ora che continuerà a restare tale. 
MESSICO
Il Messico è nell’occhio del ciclone. In tutti questi anni di crescita è sempre cresciuto meno degli altri paesi della regione ed adesso la gelata sarà ancora più dura: poco più dell’uno per cento nel 2009. Ha un sistema bancario completamente globalizzato (soprattutto spagnolizzato e “los gallegos” avranno bisogno di ritirare liquidità) e, quel ch’è peggio continua a valere il detto “così lontano da dio e così vicino agli Stati Uniti”. Dal paese “fratello” arriveranno meno rimesse degli emigrati. Ad agosto sono state il 12% in meno e le previsioni di settembre e ottobre sono ancora più nere. D’altra parte verranno anche molti meno turisti. L’unica cosa che poteva salvare il Messico e che permetteva al governo di Felipe Calderón di supportare la spesa pubblica, era il petrolio ma la riduzione del prezzo causa ora il panico nell’esecutivo. Dopo le banche, il Messico potrebbe essere il primo stato a dichiarare bancarotta in questa crisi.
VENEZUELA 
L’analisi di Chávez è preoccupata: “non siamo immuni”. Per tutta l’America latina nel prossimo futuro sarà più difficile esportare materie prime a buon prezzo, e il calo del prezzo del petrolio passato da circa 150 dollari a circa 90 al barile in poche settimane, è paradigmatico. La maggior parte dei paesi dipende dall’export di materie prime e quando queste, come nel caso venezuelano, sono state reinvestite per finanziare un processo rivoluzionario e redistributivo come quello bolivariano, tale processo potrebbe incontrare delle difficoltà. D’altro canto però tenderà a raffreddarsi la forte inflazione, che la grande crescita economica degli ultimi anni ha risvegliato. Ciò in un contesto nel quale la forte dipendenza del Venezuela dalle importazioni potrebbe divenire un problema più grave in un paese che continua ad essere schiavo della monocultura del petrolio. Se infatti il prezzo del petrolio continuerà a mantenersi relativamente basso, anche in considerazione della recessione nel Nord che fa frenare i consumi, la bilancia dei pagamenti diventerà molto meno favorevole. 

Link: http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=177

fonte www.gennarocarotenuto.it


Leviatano santo subito!


C'è di che stropicciarsi gli occhi (e le orecchie) a leggere i titoli dei giornali di questi giorni. A sentire i discorsi dei leader. Politici, imprenditori, imprenditori politici e politici imprenditori. Presidenti della Repubblica e di Banche internazionali - europee, americane e quant'altro. Super-ministri del tesoro e delle finanze. 

Tutti quanti a invocare una nuova divinità, che, tuttavia, fa riemergere dalla nostra memoria qualche traccia, qualche ricordo. Ne avevamo sentito parlare altre volte, un tempo. Pare. Forse. Ma non ne siamo sicuri. Lo Stato. Rammentate: lo Stato? Proprio lui. 

Quello che non poteva neppure essere pronunciato senza venire sommerso dalla riprovazione pubblica (pardon: generale). Lo Stato. Caduto in disgrazia dopo gli anni Ottanta. E negli anni Novanta: innominabile. L'unico "stato" possibile: il participio passato del verbo essere. Appunto: lo Stato? E' stato. Lo Stato imprenditore, lo Stato padrone. Che salva le aziende decotte. Lo Stato che fa i panettoni. Lo Stato che controlla i telefoni. E le poste. E le ferrovie. E la luce elettrica. Innominabile. Indicibile. Scacciato e sepolto dal Mercato. Dal Privato. Principio e pensiero unico del Mondo nuovo. 

Dove a nessuno - ma proprio a nessuno - passava per la testa che il pubblico e lo stato potessero più competere, svolgere un ruolo regolatore, neppure di comando, o direzione. Meno stato e più Mercato. Meno pubblico e più Privato. Gli slogan dominanti li sentiamo ancora nelle orecchie. Era ieri. Ieri l'altro al massimo. 

Per cui non sappiamo quando, perché e come sia successo. Ma una mattina mi son svegliato. E ho ritrovato lo Stato, insieme al Pubblico. Dovunque. Invocato da tutti: Garante e Salvatore. Esibito come un'icona, un'immagine sacra. Non sappiamo cosa sia successo - quando, come e perché. Ma tutto questo ci disorienta non poco, perché i sacerdoti del nuovo culto hanno volti e nomi noti. Sono gli stessi che hanno celebrato il culto dominante fino a ieri. Anzi: stamattina. Governi liberali e ministri liberisti. Presidenti imprenditori. E Imprenditori presidenti. Di uno stato Imprenditore. E partiti-azienda oppure leghe di piccoli produttori. Tutti quanti a celebrare il rito dello Stato. Che ci salverà. Che garantirà i nostri risparmi, i nostri fondi, le nostre banche, le nostre imprese - piccole e grandi. Perché nessuna banca fallirà e nessun risparmio sfumerà. Lo Stato che protegge i cittadini dovunque e comunque. 

Lo Stato assicuratore e rassicuratore. A vegliare sulla quiete pubblica. A imporre l'ordine. L'esercito sparso dovunque. Sulle piazze e sulle strade. Nei luoghi di crisi. A presidiare le discariche e le periferie in degrado. Lo Stato ci salverà dal mondo che ci minaccia. Barboni, immigrati, puttane, scippatori, spacciatori, lavavetri. Ci vuole davvero uno sforzo grande per adeguarsi in fretta. Per non rischiare il cortocircuito cognitivo. E occorre tanta flessibilità - specialità del tempo presente - per cogliere l'attimo fuggente e già fuggito. Per riconoscere - senza perdersi - il nuovo paesaggio, al cui centro svetta lo Stato al posto del mercato. Il Pubblico al posto del privato. Quasi fossimo tornati indietro. Un ritorno al futuro. Anche se - a ben vedere - qualcosa manca nell'immagine del passato che ritorna. In particolare: lo Stato sociale, previdenziale e provvidenziale. Quello che garantiva - e spendeva tanto - per salute, lavoro, educazione, assistenza, pensioni. Quello Stato lì: non ritorna. O meglio: non "deve" tornare. Quello Stato lì: va aperto al mercato (che solo in questo caso torna ad essere considerato un valore). Pesa ancora troppo, si dice con rammarico. E - per questo - va ridimensionato. Troppi professori - perdipiù incapaci; troppi chirurghi macellai; e troppi maestri (torniamo ai maestri unici - e anche così sono troppi). Così la sensazione di essere proiettati all'indietro - nel vortice del passato - un poco sfuma. Non è lo Stato che domina il mercato, del pubblico che guida il privato. 

Questo Stato non rimpiazza il mercato, ma lo soccorre. Sostiene le banche più delle scuole. Le borse molto più della sanità. E non promette più benessere sociale (come potrebbe?), ma sicurezza individuale. Sorveglia il nostro mondo, affronta le paure - senza dissolverle. E' lo Stato al servizio dei privati. Lo Stato che stigmatizza gli "statali" (fannulloni) e i servizi "pubblici" (inefficienti). Per cui non riesce a curare la nostra inquietudine, ma, anzi, la alimenta. Né può ricostruire la nostra fiducia. In noi stessi, nelle banche e nello Stato. Quando lo Stato è "stato": ridotto a un participio passato, d'altronde, come è possibile affidargli il nostro futuro? 

E come credere nella sua forza, quando, per decenni, se ne è recitato il declino, anzi: la fine? Quando la globalizzazione - mitica - ne ha indebolito poteri e legittimità? Quando la finanza senza confini e senza bandiere ne ha fatto un dio minore: come si può pretendere che oggi possa fare miracoli? sconfiggere il panico finanziario? Ergersi al di sopra della paura? E' uno stato di necessità: non ha il fisico, tanto meno il carisma per recitare la parte del Leviatano.

di ILVO DIAMANTI

Link: http://www.repubblica.it/2007/02/rubriche/bussole/stato-necessita/stato-necessita.html

La strage di Sant'Anna di Stazzema


La strage di Sant'Anna di Stazzema 

Nell'agosto del 1944, la ferocia degli occupanti nazifascisti si scatena contro la popolazione di Sant'Anna di Stazzema, nel premeditato e deliberato tentativo di indebolire le formazioni partigiane. Quattro divisioni SS, accompagnate da "
collaborazionisti italiani(i cosiddetti repubblichini), massacrano 560 civili inermi.



Il video documentario di  Giovanni Minoli su questo link:

Domani sarà Piazza Rossa


Sta montando, in Italia, l'idea di formalizzare la scomparsa dell'opposizione parlamentare. Voi direte: e ce n'era bisogno? Direte: tutti si erano accorti che l'opposizione parlamentare non esiste più. Vero. Però la proposta di Walter Veltroni - detta e non detta - di sospendere la manifestazione di protesta convocata dal Pd per il 25 ottobre, e di offrire ufficialmente a Berlusconi i propri servigi per affrontare la crisi finanziaria, è una proposta di resa incondizionata che potrebbe davvero far precipitare il nostro paese, dopo molti decenni, in una situazione oggettiva di «regime». Badate che il «regime» non consiste nel fatto che alcuni governi sono molto aggressivi, ma nel fatto che non c'è opposizione, e dunque non è possibile la realizzazione della democrazia parlamentare. E' questo che sta succedendo. Prima si è cancellato il pluralismo e lo si è sostituito con un sostanziale bipartitismo, e ora si trasforma il bipartitismo in un meccanismo che pone uno dei due partiti (quello vincente e di governo) al di sopra di tutto, e assegna all'altro partito (cioè al Pd) il ruolo di forza di supporto - subalterna - al partito vincente. 
Naturalmente ci sarebbe da chiedersi come mai il Pd - o almeno il suo attuale gruppo dirigente - accetti questa china. Credo che dipenda da un vizio di origine di questo partito. Che è nato con un compito storico, che si è assegnato e ha scritto nel proprio Dna: governare l'Italia da posizioni moderate, ottenendo una ricomposizione della borghesia, un suo rilancio come classe dirigente nazionale, e ricostruendo una sua egemonia sui ceti subalterni che ponga fine al grande disordine, ormai quarantennale, nato dal '68. In questo «piano» non era prevista la sconfitta elettorale e il ritorno al potere di Berlusconi. Questa variabile ha fatto impazzire il partito democratico e lo ha messo in contraddizione con se stesso. Ma il Dna è il Dna, non può essere negato. E il partito democratico, se qualcuno non si deciderà a riformarlo, mettendone in discussioni le radici, non può fare altro che eseguire la propria autocondanna a governare e a subire i comandi della borghesia moderata. E per la borghesia moderata la crisi finanziaria è una cosa che sovrasta qualunque altra questione sociale, qualunque problema o strategia politica. Il Pd non può sfuggire. In nessun altro modo si può spiegare il gesto suicida del suo segretario, che alla vigilia di quello che doveva essere il grande appuntamento del 25 ottobre (e cioè la rinascita di una opposizione parlamentare) mette in discussione quella manifestazione e si dichiara pronto ad aiutare la destra di Berlusconi a gestire, da destra, la crisi del capitalismo.
Non vi colpisce il fatto che di fronte al crollo delle borse, in tutto l'Occidente, sia iniziata da parte di molti giornali, e partiti, la corsa a chiedere l'unità nazionale? Come si spiega il fatto che se la crisi colpisce la finanza, il capitale, allora è emergenza nazionale, mentre nessuno si sogna di chiamare all'emergenza nazionale per l'impoverimento drammatico di settori larghissimi della popolazione (tutto il lavoro dipendente) avvenuto negli ultimi 20 anni? E' normale che un partito nato, almeno in parte, dalle ceneri del più grande partito della sinistra (seppure moderata) si dimostri davvero allarmato solo quando gli pare che il mercato rischi di subire un duro colpo di sostanza e di immagine?
E' proprio per queste ragioni che domani diventa una giornata davvero decisiva. Se la manifestazione nazionale indetta da Rifondazione e dagli altri partiti e movimenti della sinistra avrà un peso, scompiglierà le carte anche nel campo dell'opposizione parlamentare. Cioè rimetterà in moto la politica. E' esattamente questo il problema drammatico che è aperto e squadernato davanti a noi: la politica, per la sinistra, è ferma, dormiente, immobile, almeno da quel drammaticissimo 13 aprile nel quale abbiamo saputo che scompariva dal parlamento, ma forse addirittura da prima, forse da quel magnifico 20 ottobre, giusto di un anno fa, quando per l'ultima volte scese in piazza con un milione di persone, mostrò la sua forza, le sue idee, le capacità dei pensare e di lottare, e chiese al governo di darsi una scossa, di compiere una svolta, di smettere quel suo vivacchiare sempre al servizio - o quasi - dei poteri più forti.
Se domani saremo abbastanza forti e vivaci per rimettere in moto la politica, anche quelli che non verranno ci saranno grati. Anche la gente del Pd, che non credo sia disposta molto a lungo a restare imbalsamata in un gioco di palazzo che l'ha trasformata in truppe di complemento del berlusconismo. L'obiettivo, per ora, è molto semplice: riaprire il conflitto, fare tornare la battaglia aperta tra la destra e la sinistra. Mi raccomando, non sottovalutatela la giornata di domani.
Venite tutti a piazza Esedra.
Autore: Piero Sansonetti
Fonte: Liberazione

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