lunedì 13 ottobre 2008

Il mercato delle armi non conosce "crisi"



di Frida Berrigan - Foreign Policy in Focus
 
L'Amministratore delegato di un'azienda produttrice di armi ha molte buone occasioni di incontrarsi con personale alla Difesa, funzionari della Sicurezza Interna, militari in pensione, e le migliori e più brillanti personalità dell'establishment, quasi tutte le settimane l'anno.
 
Una di queste opportunità si è verificata nell'ambito della conferenza "ComDef 2008", che si è tenuta presso il National Press Club a Washington durante la giornata del 3 settembre. Sponsorizzata dai giganti nella produzione di armi come Boeing, Raytheon, e BAE Systems, la conferenza aveva come oggetto le "Priorità difensive in un'epoca di conflitti permanenti". Tra i relatori: sottosegretari alla Marina, un vice direttore del Pentagono, diversi produttori di armi, rappresentanti della difesa di Francia, Paesi Bassi, Canada e altri paesi. Con questa partecipazione di alto calibro, la conferenza consegnava una visione attorno al tema: "Se la comunità per la cooperazione internazionale nella difesa inizia a far sul serio".
 
In calendario, a metà ottobre, è prevista la Conferenza sulle Donne nella Difesa Nazionale al Crystal Gateway Marriott vicino al Pentagono. Sponsorizzata dal gigante della consulenza, Booz Allen Hamilton, è prevista una sezione sulle "Priorità della sicurezza nazionale nella prossima Amministrazione", moderata da un vice-presidente della Lockheed Martin. Saranno presenti i consiglieri in politica estera di McCain e di Obama e – nel segno dell'inclusione – saranno invitati anche i rappresentanti di Bob Barr e Ralph Nader.
 
E poi, chi vorrà perdere un volo al sud quest'inverno? In Florida all'inizio di dicembre a Disney's Coronado Springs Resort si terrà la Conferenza dell'industria della difesa, che offrirà ai dirigenti dell'industria militare la possibilità di godersi i raggi del sole e interrogarsi attorno alla questione: "Siamo pronti a fornire armamenti a prezzi accessibili?"
 
Uno dei temi dominanti in queste e molte altre conferenze dell'industria delle armi è una preoccupazione pressante per il bilancio militare che, aumentato di due terzi tra il 2001 e il 2008, non può crescere a questo ritmo per sempre. A questo riguardo nell'ambito di ComDef 2008, l'idea prevalente è che: "il clima di guerra permanente erode la capacità delle forze armate … sono di conseguenza richieste scelte difficili... E' poco probabile che saranno trovati più soldi per la difesa". L'anno scorso, nella Conferenza Donne nella Difesa Nazionale è stato affrontato il problema con una sessione intitolata "Fare profitto: Finanziamento della difesa nazionale", moderata dal vice-presidente per i programmi e il bilancio di Lockheed Martin.
 
Fare profitto
 
Lockheed Martin è una spanna al di sopra dei suoi concorrenti: tra il 2001 e il 2008, l'azienda ha visto i suoi contratti con il Dipartimento della Difesa fare un salto di quasi il 130%, da 14$ miliardi a 32$ miliardi. In un'economia stagnante, i loro margini di profitto appaiano più che sani. La compagnia di Bethesda riporta un aumento del 13% nel secondo quadrimestre — da 778$ dell'altro anno a 882$ milioni di quest'anno.
 
Nonostante la preoccupazione dell'industria delle armi per la congiuntura negativa, il bilancio militare è probabile che continui la sua decisa crescita. Il bilancio del Dipartimento della Difesa, che non include i fondi per le armi nucleari e nemmeno i 12$ miliardi mensili per la "guerra globale al terrore", è cresciuto di quasi il 70%, dai 316$ del 2001 a un impegno che supera 515$ miliardi per l'esercizio fiscale 2009 (che inizia a ottobre). A parte il fatto che il resto del mondo tutto insieme spende una cifra simile per la difesa, né Barack Obama, né John McCain hanno previsto nei loro piani di sicurezza nazionale, di ridurre la spesa militare. E in effetti i miliardi saranno da aggiungere visto che entrambi prevedono l'ammodernamento dell'apparato militare per il 21° secolo e l'ampliamento delle forze armate.
 
Quindi, il campanello di allarme per il settore degli armamenti suona prematuramente e il futuro - in particolare per le vendite di armi all'estero - appare molto luminoso. Prendete Lockheed Martin, per esempio: la società, che provvederà agli addobbi floreali della Conferenza sulle Donne nella Difesa Nazionale, ha più di 10$ miliardi di proposte di transazioni per nuovi armamenti con nazioni straniere. Il più grande affare di Lockheed Martin può raggiungere il valore di 7$ miliardi di euro, una quantità esorbitante in gladioli e iris per le donne in Difesa. Gli Emirati Arabi Uniti sono interessati al sistema messo a punto dalla società denominato THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), un sistema attrezzato su mezzi mobili progettato per intercettare i missili indirizzati sui centri abitati o su siti di interesse nevralgico, come gli aeroporti.
 
Un altro enorme potenziale di vendita è costituito dall'Irak, reso cliente appetibile dalla combinata azione del cambiamento di regime, l'occupazione e le entrate del petrolio. Anche se gli Stati Uniti bombardano le città irachene, il governo Maliki ha dichiarato che vorrebbe acquistare 36 avanzati F-16S. Le recenti vendite per 100$ milioni di questi aerei a paesi come il Marocco, il Pakistan e la Romania hanno contribuito a un anno eccezionale per la compagnia di Bethesda. Ma Lockheed Martin, non è l'unica azienda a raccogliere i frutti nell'era del conflitto permanente. Guerra e instabilità sono ottimali per tutte le imprese. Jeanne Farmer, dell'Agenzia per la cooperazione e la sicurezza della Difesa, che elabora le richieste di vendite militari all'estero, ha detto nella conferenza ComDef che "nel contesto attuale, tutti hanno bisogno di tutto. Ci aspettiamo di continuare ad avere grandi, grandi vendite".
 
"Il nostro programma", ha continuato illustrando come l'Agenzia stia trattando più di 12.000 transazioni per oltre 270$ miliardi complessivi, "cresce superando le previsioni".
 
Le vendite di armi statunitensi ai paesi stranieri, nel 2008, sono cresciute di quasi il 45% rispetto al 2007. Quest'anno, gli Stati Uniti offrono circa 34$ miliardi di armi a Iraq, Pakistan, Arabia Saudita e altri paesi; l'anno precedente la cifra era di 23,3$ miliardi, solo in lieve vantaggio rispetto ai 21$ miliardi del 2006. Finora nel 2008, l'Agenzia della Farmer ha trattato oltre 12,5$ miliardi di vendite militari in Iraq - non compresa la richiesta degli F-16 da combattimento, ancora da formalizzare. Nella lista dei desideri di Baghdad vi sono sistemi come carri armati Abrams, elicotteri d'attacco, missili Hellfire, aerei da trasporto pesante e altre armi. I sostenitori di queste vendite miliardarie dicono che le armi ridurranno la dipendenza militare dell'Iraq dagli Stati Uniti, ma basta guardare al Pakistan per avere la prova che questa politica ha controindicazioni.
 
Dall'inizio della guerra al terrorismo, gli Stati Uniti hanno trasferito miliardi di dollari in armi e aiuti militari al Pakistan. Di recente, l'esercito statunitense ha ordito attacchi in territorio pakistano contro i talebani e altri elementi recalcitranti, senza nemmeno informare in anticipo Islamabad. La risposta del parlamento pakistano è consistita nella inequivocabile dichiarazione che l'esercito pakistano - armato, addestrato e attrezzato dagli Stati Uniti – è pronto a "respingere tali attacchi in futuro con tutta la forza necessaria". Non sarebbe la prima volta degli Stati Uniti si scontrarono con avversari armati dagli USA.
 
Cattive notizie per loro: buone nuove per noi?
 
Affari multi miliardi, la proliferazione di armi nel mondo, un'industria degli armamenti potente e ben organizzata: questi fattori fanno prosperare il commercio delle armi. Chi assumerà la presidenza nel gennaio 2009 dovrà scegliere se continuare la politica di armamento del mondo di Bush o stabilire un nuovo corso che incontrerà la dura opposizione dell'apparato bellico industriale.
 
Ma nelle promesse presidenziali non una sola riga di indirizzo rispetto alla politica di vendita delle armi. Comunque l'industria sembra preoccupata del vice presidente Joe Biden di Barack Obama. Loren Thompson, analista favorevole all'industria bellica dell'istituto conservatore Lexington, ha detto alla testata giornalistica Defense Daily International che "le idee di Biden sulle questioni connesse alle armi è dogmatica... scivola sempre sul versante liberale. Pertanto questa non è una buona notizia per l'industria della difesa".
 
La vera cattiva notizia per gli amministratori delegati, i generali in pensione, i funzionari del Pentagono che presiedono alle varie conferenze sponsorizzate dall'industria bellica, rammaricandosi di presunti tagli e riduzioni, sarebbe una buona notizia per tutti noi, per chi ha cuore la pace, la diplomazia, la democrazia e i diritti umani.
 
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 

Strage alla Thyssen: la Procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti della multinazionale tedesca

thyssen krupp vittime sette operai

Le sette vittime dell'incendio

Il rischio di un incendio c’era. E i dirigenti lo sapevano. Quello che è successo il 7 dicembre scorso alla Thyssenkrupp di Torino, quindi, era prevedibile. E per questo i pm Francesca Traverso e Laura Longo, che hanno affiancato nelle indagini il procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, hanno chiesto il rinvio a giudizio per sei dirigenti della multinazionale tedesca.

D’altronde, che non si potesse continuare a produrre – e a quei ritmi – in uno stabilimento in dismissione era chiaro a tutti, per primi agli operai. Ma soprattutto lo sapevano i dirigenti, che la manutenzione era stata abbandonata. Nel febbraio del 2007, gli inquirenti hanno ricostruito che dopo un grave incendio scoppiato in una filiale della Germania, la casa madre convocò un meeting per parlare del problema, e per lo stabilimento di Torino furono disposti finanziamenti che però non vennero utilizzati.

Per questo, come ha spiegato in Aula il procuratore aggiunto Guariniello, ad essere chiamata in causa è anche l'azienda come persona giuridica, perchè la tragedia non si è verificata per «colpa della scelta di un singolo, ma di una politica aziendale». E nulla è successo per caso, ma i reati sono stati commessi «nell' interesse e a vantaggio della società».

Insomma, il rischio c’era, a Torino si sapeva e in Germania pure. Ma nessuno ha fatto niente, tanto da lì a poco tutta la Thyssen si sarebbe trasferita a Terni. L'accusa più grave, omicidio volontario con dolo eventuale, è mossa all'amministratore delegato Harald Espenhahn. Per altri cinque dirigenti, invece, si parla di omicidio colposo con colpa cosciente. In Aula, ad ascoltare la requisitoria dei pm, c’erano anche i familiari di alcune delle vittime. Se ne sono andati, però, perché non ce la facevano «ad ascoltare il modo in cui sono morti i nostri cari».

Fonte: l'Unità

Link: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79905

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