mercoledì 15 ottobre 2008

Povera Italia


Il 13% della popolazione ha meno di 500-600 euro al mese

Caritas: «Un italiano su quattro a rischio povertà,
il nostro welfare è il meno efficace d'Europa»

E' emergenza povertà in Italia. L'allarme arriva dalla Caritas che oggi ha presentato a Roma il Rapporto sulla povertà in Italia elaborato in collaborazione con la Fondazione Zancan. 

I dati parlano chiaro: ''
L'emergenza sociale nel nostro Paese riguarda 15 milioni di persone'', e non solo i 7 milioni e mezzo di cittadini ufficialmente sotto la soglia di povertà, ma altrettanti che ''si collocano poco sopra, e quindi sono da considerare ad alto rischio''.

Povero è, ancora oggi, secondo l’Istat
 il 13% della popolazione italiana, costretto a sopravvivere con meno di metà del reddito medio italiano, ossia con meno di 500-600 euro al mese. Accanto ai poveri, poi, ci sono i 'quasi poveri', ossia persone al di sopra della soglia di povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese. Povere sono le famiglie con anziani, soprattutto se non autosufficienti, e povero è un terzo delle famiglie numerose, quelle con 3 o più figli. Di queste, quasi il 50% vive nel Mezzogiorno. Avere piùfigli in Italia comporta dunque un maggiore rischio di povertà, cosa che non accade in altri Stati. In Norvegia, ad esempio, più bambini si hanno, più il tasso di povertà si abbassa

Ma non è tutto. Il rapporto evidenzia che
 in Italia le misure anti povertà sono tra le meno efficaci se rapportate agli interventi messi in atto da Paesi come la Svezia, la Danimarca, l'Olanda, la Germania, l'Irlanda, dove la spesa sociale è in grado di ridurre del 50% il rischio povertà. In Italia questo impatto è valutato appena al 4%. Un primato che viene battuto solo dalla Grecia.

Inoltre, il nostro Paese è al di sotto della spesa media per la protezione sociale: è 
il costo della previdenza che ha l'effetto di destinare ben pochi fondi ad altri comparti del Welfare. Nel 2007 sono state erogate prestazioni a fini sociali per 366.878 milioni di euro, di cui il 66,3% per pensioni, con un aumento del 5,2% rispetto all'anno precedente. La spesa per la previdenza incide sul Pil per il 15,6%, quella per la sanità per il 6,2%, per l'assistenza sociale si scende all'1,9%.

"Si può dare risposta alla povertà senza aumentare la spesa pubblica complessiva per la protezione sociale (366.878 milioni di euro) e senza aumentare la spesa per l'assistenza sociale (circa 47 miliardi di euro nel 2007)", afferma quindi il rapporto. In che modo? ''E' possibile - ha spiegato il direttore della Fondazione Zancan Tiziano Vecchiato - 
destinare ad un diverso utilizzo parti rilevanti della spesa per assistenza sociale, oggi destinata alla persone non autosufficienti, alle persone che si prendono cura di loro e alle famiglie di lavoratori con figli''. Anche se, sottolinea Vecchiato, ''non è per niente facile, perché chi oggi beneficia dei trasferimenti pubblici e ne ha fatto una fonte di reddito non è disposto a rimettere in discussione i diritti acquisiti, anche se ragioni di equità portassero a riconoscere il contrario''.
Link: http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=3.0.2589684966

 

Risparmiatori di tutto il mondo unitevi!


C'è una banca ai cui sportelli da un po' di giorni c'è la coda, a portare i propri risparmi. E' Banca Etica, una tra le più piccole delle popolari, diversa da tutte le altre. Una banca nata per sconfessare l'economia drogata dal solo profitto, dall'indebitamento a fini speculativi, dalla separazione tra i maghi del mercato e i risparmiatori. Una Banca di scelte. A una banca così la crisi non fa un baffo. Anzi, sarebbe un modello sano ed economico da esportare. E allora ci si aspetterebbe più banca etica dentro le banche commerciali. Invece niente. Anzi, più soldi e fiducia a chi ha inventato e lucrato sulla crisi. Ce lo racconta Fabio Salviato, presidente di Banca Etica, senza sconti ai colleghi, al governo, alla politica. E con un appello: risparmiatori di tutto il mondo unitevi, siete voi la risposta alla crisi. Parola del "compagno-banchiere".

Dietro a quella che è stata chiamata prima stretta creditizia, poi crisi di liquidità, l'impressione è che ci sia una classica crisi di solvibilità del sistema, cioè che si siano impegnati soldi che non ci sono e senza garanzie. Così lo Stato è costretto a mettere la propria garanzia sui depositi dei risparmiatori e sui prestiti alle banche. Il risparmio è tornato ad essere un bene pubblico?
In effetti sembra che improvvisamente si siano tutti resi conto dell'importanza centrale per il sistema economico del risparmio. Il tutto dopo 20 anni di processi e politiche attive dei governi di finanziarizzazione dei mercati che hanno stravolto quello che è o doveva essere il ruolo del sistema bancario o finanziario. Una banca sta in piedi perché raccoglie risparmio per dare credito alle imprese, al territorio, promuovendo fiducia e sviluppo dell'economia reale. Oggi, invece, nella stragrande maggioranza dei casi gli istituti bancari raccolgono del risparmio e lo investono in attività di carattere finanziario. Direttamente. Per le grandi banche, ad esempio, oltre il 50% dei loro ricavi viene da questi strumenti finanziari. In breve, le banche da anni hanno perso il ruolo di intermediario del credito e stanno svolgendo altro mestiere. Ora saranno costrette a tornare al loro mestiere originale, principale, istituzionale. 

La crisi in realtà è esplosa nel settore creditizio almeno dal luglio 2007. Eppure, in Italia, un anno dopo le obbligazioni bancarie erano aumentate del 20%, un record europeo, mentre i depositi crescono solo del 5%. Hanno trasferito i costi della crisi che cominciava sui clienti? 
Iniziamo col dire che in realtà questa tendenza la registriamo da da 7-8 anni. I primi campanelli d'allarme furono i casi Cirio, Parmalat, dei bond argentini. Da allora centinaia di testimonianze di dipendenti del settore bancario raccontano come prodotti ad alto rischio, poniamo un bond argentino, siano stati venduti a massaie, pensionati, a chi ci metteva tutti i risparmi. Loro eseguivano, ma ci stavano male, con la coscienza. Se all'inizio le banche hanno teso solo a massimizzare gli interessi degli azionisti, con profitti davvero notevoli anche negli ultimi anni, di recente hanno usato hanno questo procedimento anche per scaricarsi delle insolvenze, sui clienti.

E adesso i tassi interbancari sono alle stelle, le banche non si fidano più di prestarsi soldi tra loro. Così i governi devono farsi carico della fiducia tra banche. Perché?
Pochi giorni fa il direttore generale del Fmi l'ha detto in maniera esplicita: "il sistema finanziario globale è sull'orlo di un collasso". Le banche non si scambiano più denaro tra loro, è così. Noi e le associazioni dei consumatori riceviamo migliaia di richieste d'aiuto dai risparmiatori che ricevono lettere dai gestori di investimenti, soprattutto assicurazioni, che gli comunicano: non siamo più in grado di quantificare il vostro investimento. Hai voglia poi a dire: non seminiamo il panico... E così se l'Fmi è catastrofista e le banche non si prestano più fiducia tra loro, perché dovrebbe avere fiducia il risparmiatore? Le banche non si prestano tra loro denaro perché hanno una crisi di liquidità, con un rapporto tra raccolta del risparmio e impieghi vicino al 90%, sono preoccupate delle richieste di rimborso che potrebbero arrivargli. E poi c'è il problema enorme della montagna di titoli spazzatura dentro le loro tesorerie. Di fatto i bilanci dell'intero sistema globale sono falsati. Non sono solo Lehman&Brothers o banche d'affari lontane dal nostro sistema. Se facessimo un'operazione trasparenza su tesorerie e investimenti scopriremmo nei bilanci delle banche derivati, subprime e così via... Tra poco lo vedremo. D'altronde la massa di carta finanziaria che gira è 25 volte l'economia reale. Di questa, parte è detenuta dagli investitori e una parte significativa giace nei bilanci delle banche. Il sistema è tecnicamente fallito. Bisognerebbe dirlo e prenderne atto. La distanza tra economia finanziaria e reale non c'è più. E' franata su tutti noi. 

Riassumendo, quindi, c'è un enorme mercato bancario parallelo, fatto di debiti non coperti, di strumenti finanziari con una leva enorme, che nemmeno chi ha promosso conosce fino in fondo, il tutto basato sull'assioma della non insolvenza del sistema. Cosa si dovrebbe fare per cambiare?
Intanto prendere atto che la crisi è esattamente questa e che durerà almeno un paio d'anni. Bisogna sgonfiare il mercato parallelo, sgonfiare la bolla, da cui non c'è praticamente nulla da recuperare. Il problema è che questa non è ingegneria, formula matematiche, sono lacrime e dolori, nell'economia reale, dai consumi ai posti di lavoro. C'è però un punto positivo o meglio ci sarebbe ed è proprio la fine dell'eccesso di finanziarizzazione delle nostre economie e in primis del sistema bancario. A patto che si ammetta che il ciclo è finito e ricostruendo su nuove basi, chiare, trasparenti e secondo noi etiche, il processo di raccolta e impiego del credito. Con regole e con controlli che dovrebbero essere fatti su tutti. Ricordiamoci che le 5 big banche d'affari americane non avevano controli reali delle autorità, ma si fregiavano lo stesso della tripla A delle società di rating, al pari dei titoli di stato. E poi erano autorizzate a scommettere anche sulle catastrofi climatiche o sulla morte o meno dei sottoscrittori di polizze di vita. Sono casi successi e abituali. Gli strumenti derivati, altro esempio, sono nati come copertura dei rischi poi siamo passati a usarli al contrario. Vale per tutto. Nel mercato petrolifero ogni giorno vengono prodotti 900mila barili di greggio ma se ne scambia un miliardo... Il mercato parallelo, virtuale, chiamatelo come volete, non può più esistere. deve essere azzerato. Prima è meglio è. Sarebbe il lato buono della crisi, la pulizia. E qui sta il ruolo dello Stato. Ci vuole un nuovo sistema economico con in testa il credito e al centro il risparmio. 

E invece, lo Stato garantisce i depositi interbancari, cioè i prestiti tra banche, prima esclusi dal sistema per legge. Ma lo Stato è ultimo garante di che cosa?
Diciamo che lo Stato o meglio il pubblico o meglio ancora la politica prende molto tardivamente atto di questa situazione di crisi, ma ancora nell'ottica di metterci una pezza. Lo stesso vale per le ricette del G7 o dell'eurozona. La diga che sta venendo giù e si occupano di tappare i buchi. Secondo noi servirà ben poco questa garanzia, perché qui bisogna stabilire nuove regole, da capo. Una rifondazione finanziaria. La prima banca del mondo è nata in Italia sulla sana e prudente gestione, ma raccogliere risparmio per fare credito non è più la missione del sistema. Bisogna ricominciare. Da anni il "market to market", cioè la valutazione a prezzi di giornata, è l'orizzonte delle attività. Da anni, conta solo la massimizzazione dell'utile trimestrale derivato dagli impieghi finanziari. Bisogna tornare al credito e dare uno scossone al sistema, anche oltre. Ad esempio, bisogna eliminare i paradisi fiscali. E poi se ci deve essere una ciambella di salvataggio per il sistema bancario, però ribadisco riscrivendo le regole, ci vuole un aiuto per quelle migliaia di persone che ad esempio hanno un mutuo a tasso variabile. Non basta aspettare che il tasso scenda. Bisogna intervenire.

Però il decisore pubblico, italiano ed europeo, se non mondiale, mi pare si stia limitando a spegnere l'incendio con acqua fresca e potabile (denaro e garanzie pubbliche) per salvare anche l'acqua sporca (i bilanci intossicati). C'è un'alternativa?
Credo che mettere delle garanzie e degli aiuti pubblici e poi invocare una nuova Bretton Woods non servirà a nulla se a riscrivere le regole e a prendersene la responsabilità saranno gli stessi banchieri che l'hanno alimentata e su cui si sono arricchiti. Sarebbe come mettere i vampiri a dirigere la banca del sangue. Se tutto l'intervento politico si limitasse a mettere delle pezze, al limite, potrebbero andare avanti qualche anno, continuando a trasferire i rischi sui rispamiatori. Ma il buco è talmente grtande che le pezze e la liquidità degli Stati potrebbero non bastare, stavolta non c'è alternativa... Per questo, per inciso, chiediamo pubblicamente di essere chiamati dal governo e dall'autorità al tavolo delle trattative. Abbiamo ormai un decennio di buone pratiche, siamo tra le sole banche immuni dalla crisi e vorremmo che almeno venisse riconosciuto che chi ha fatto determinate scelte oggi può parlare con più credibilità di altri. Anche perché, che piaccia o no, esiste una scala di valori: c'è chi in cima mette l'interesse di tutti, chi il proprio. Sta lì la differenza. E senza chiedere a tutti di svolgere una missione, vorremmo solo ricordare che è possibile mediare tra la massimizzazione del profitto e l'attenzione alla persona, ai suoi bisogni e al suo futuro. Noi crediamo si debba tornare alla relazione con le persone, con i territori, con uno sviluppo reale, ecocompatibile, di prossimità. Più sobrio e meno attento all'arricchimento falso. Quindi, le buone prassi si siedano al tavolo e facciano scuola. Ovviamente tutto ciò è ancora ben lontano dalla testa di chi ci governa, ma saranno i risparmiatori che cominceranno a chiedersi perché continuare a finanziare profitti altrui assumendosi rischi enormi che poi ricadono comunque sul pubblico, sulle tasche dei cittadini. Il punto è che ci vorrà una classe politica che abbia il coraggio di indicare la strada, di rompere con le compatibilità di questi anni. E mi sembra che al momento non si veda quasi nessuno in giro...


Fonte:Liberazione; articolo di Claudio Jampaglia

Il Governo dei padroni attacca i Lavoratori


Mani legate ai giudici del lavoro e lavoro di sponda all'"avviso comune" firmato venerdì scorso da Cisl, Uil e Confindustria. Arriva da qui l'ultimo attacco all'articolo 18, argine ai licenziamenti illegittimi, firmato da Tremonti e Berlusconi. Il colpaccio, dal nome indecifrabile di 1441 quater, oggi verrà licenziato dalla Camera, tra gli strali del Pd e i rumors di rivolta dell'opposizione sociale. Ma non è finita qui. Ad essere sotto tiro è anche il diritto di sciopero nei servizi di pubblica utilità. Il Governo sarebbe pronto a varare, «credo già nei prossimi giorni», come ha dichiarato ieri il ministro Sacconi, un Ddl delega che prevede forme di conciliazione e arbitrato, il referendum e dà più poteri ai prefetti sulle sanzioni. 
«Ancora una volta si sta aprendo la strada ad una cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori», si legge in una dichiarazione a firma di Roberta Fantozzi, segreteria nazionale del Prc-Se, e Ugo Boghetta, responsabile nazionale Lavoro del Prc-Se. «Ancora una volta in maniera subdola e nel silenzio dell'opinione pubblica. Se poi si aggiunge al volontà del Governo e di Confindustria di smontare il contratto nazionale e prefigurare contratti regionali e persino individuali ilquadro diventa più fosco». Il Prc-Se promette battaglia. «Saremo nei prossimi giorni impegnati a denunciare l'ennesimo attacco alla cultura del diritti del lavoro coinvolgendo, innanzitutto, i giuristi democratici del nostro paese, le forze politiche, sociali, sindacali che si battono contro lo stravolgimento delle tutele dei lavoratori». Per Cesare Damiano, viceministro del governo-ombra, «il Governo continua la sua opera di smantellamento delle tutele sociali». L'attenzione del Pd, però, è concentrata sull'allargamento dei lavori usuranti alle forze dell'ordine, bocciato ieri in aula dalla maggioranza.
Nel disegno di legge la competenza dei giudici del lavoro sarà limitata "esclusivamente all'accertamento del presupposto di legittimità", quindi a una funzione simile a quella della Corte di Cassazione rispetto alle sentenze dei giudici di primo grado. Questo di fatto consente alle aziende di avere più mano libera su trasferimenti di rami d'azienda, appalto e subappalto. Rispetto ai licenziamenti, poi, il ddl introduce norme che limitano l'intervento dei giudici sul licenziamento disciplinare diretto costringendolo a valutare "il comportamento complessivo del lavoratore" e non più il solo fatto specifico. Più complessa ancora la vicenda dei contratti collettivi nazionali che, come prevede l'ultimo accordo tra Cisl, Uil e Confindustria, hanno più forza di legge attraverso la figura della Commissione arbitrale. «Al peggio non c'è mai fine», sottolinea un volantino dell'Sdl, che rilancia la manifestazione collegata allo sciopero del sindacalismo di base del 17 ottobre come la prima occasione di rispondere al disegno ammazzadiritti del Governo Berlusconi. Richiamo alla mobilitazione del 17 anche da parte della Cub. «Già oggi scioperare è pressochè impossibile, tanti sono i vincoli frapposti dalle leggi al libero esercizio di un diritto fondamentale come lo sciopero», ora si «legge la Costituzione alla rovescia e si consente al ministro del Lavoro di portare un affondo definitivo a questo diritto», ha commentato Pierpaolo Leonardi, coordinatore nazionale Cub, sul ddl delega sulla riforma della regolazione del diritto di sciopero nei servizi di pubblica utilità. «Profonda contrarietà alla proposta del ministro Sacconi di riformare la regolamentazione sul diritto allo sciopero» è stata espressa anche dal senatore del Pd Paolo Nerozzi. Per Giorgio Cremaschi, segretario nazionale della Fiom, «è evidente, infatti, che questa misura la si fa perchè si prevede che ci saranno scioperi e lotte e queste ci saranno perchè crescerà il disagio e l'ingiustizia sociale». «Reagire alla crisi economica e sociale con l'attacco al diritto di sciopero è un classico della cultura reazionaria, ed è la dimostrazione che questo governo parla di responsabilità e dialogo ma poi prepara una cura di bastonate per i lavoratori», ha aggiunto.
Ieri, intanto, la Camera ha approvato l'articolo 32 del ddl 1441, che introduce sanzioni amministrative salate per i datori di lavoro che non ottemperino l'obbligo di comunicazione preventiva di instaurazione di rapporto di lavoro subordinato, ad eccezione del lavoro domestico. La sanzione sarà da 1.500 a 12mila euro per ciascun lavoratore, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo.
Fonte: Fabio Sebastiani

70 milioni di bambini senza scuola, 250mila in guerra



ROMA - Sono almeno 250.000 i minori, di cui il 40% bambine, impiegati nel mondo nei conflitti armati; almeno 2 milioni sono stati uccisi negli anni scorsi dal fuoco delle armi leggere, 6 milioni sono rimasti feriti o hanno subito traumi psicologici e 22 milioni sono i piccoli profughi o sfollati. Sono le cifre tremende del nuovo rapporto di Save the Children, «Bambini e armi», presentato in occasione del rilancio della campagna «Riscriviamo il futuro». Nel 2007, secondo il rapporto, le nazioni in guerra hanno speso 17,8 miliardi di dollari in armamenti, ovvero tre volte quanto servirebbe per garantire l'istruzione primaria a tutti i bambini che vivono in quei Paesi.

COMMERCIO DI ARMI - E intanto i Paesi del G8, Italia compresa, che detengono l'84% delle esportazioni di armi nel mondo, secondo Save the Children continuano a fornire armi leggere anche a gruppi e governi che commettono violazioni dei diritti umani, compreso il reclutamento di minori. Per quanto riguarda il nostro Paese, nel 2005 le sole esportazioni autorizzate di armi leggere verso Usa, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Germania hanno fruttato almeno 390 milioni di dollari. Tra il 2002 e il 2007, inoltre, l'Italia ha trasferito armi di piccolo calibro e leggere a Paesi come Afghanistan, Algeria, Burundi, Chad, Colombia, Congo, Eritrea, Nepal, Nigeria, Pakistan, Sierra Leone e Uganda, che hanno vissuto o tuttora vivono conflitti in cui vengono arruolati anche bambini. Per questo, Save the Children raccomanda all'Italia di aumentare sensibilmente gli aiuti all'istruzione primaria nei Paesi in via di sviluppo - attualmente è al terzultimo posto nella lista dei grandi donatori in aiuti all'istruzione di base - e di rivedere la legge 185 sull'esportazione, importazione e transito di armi a uso bellico e la legge 110, in modo da prevedere l'esplicito divieto di vendita di armi leggere a quei Paesi in cui minori di 18 anni siano coinvolti nelle ostilità come bambini soldato.

70 MILIONI NON VANNO A SCUOLA - Un altro dato impressionante fornito dall'associazione riguarda i bambini e le bambine che non hanno accesso all'istruzione: nel mondo sono oltre 70 milioni. Più della metà, 37 milioni, vivono in paesi colpiti da guerre o reduci da conflitti, come Sud Sudan o Afghanistan. La campagna «Riscriviamo il Futuro» vuole garantire un'istruzione adeguata a 8 milioni di bambini entro il 2010. La campagna è stata lanciata nel 2005 e da allora ha già assicurato l’accesso a scuola a quasi 6 milioni di bambini e bambine, per una spesa di 300 milioni di euro. Sono 815.000 i bambini che sono andati a scuola per la prima volta, l’equivalente dell’apertura di 2 scuole al giorno. «La scuola è una priorità. Negare l’istruzione a un bambino significa ipotecare la sua vita, condannandolo a un futuro di emarginazione, povertà, svalutazione di sé e delle proprie potenzialità» ha spiegato Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia.

ISTRUZIONE ELEMENTARE - Il secondo obiettivo del Millennio prevede di garantire a tutti l’istruzione elementare primaria. Per garantire nuovi finanziamenti, Save the Children lancia, fino al 13 novembre, una serie di iniziative di sensibilizzazione e raccolta fondi. Sarà possibile contribuire alla campagna, mandando un sms solidale al numero 48545 da cellulari Tim, Vodafone, Wind e 3, o da telefoni fissi Telecom: la donazione è di due euro. Cifra sufficiente, sottolinea l’organizzazione, a comprare libri e matite per dieci bambini in Sudan. I fondi raccolti in Italia saranno destinati alla costruzione di scuole, alla formazione di insegnanti, all’acquisto di tutto il materiale scolastico per i bambini e all’assistenza necessaria in Afghanistan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Serbia, Kosovo, Montenegro e Bosnia-Erzegovina.

FRATTINI E NAPOLITANO - «Il governo italiano è fortemente impegnato nella protezione dei diritti dei minori, con speciale attenzione ai bambini coinvolti nei conflitti armati - ha detto il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che ha inviato un messaggio inviato a Save the Children -. Siamo uno dei Paesi più impegnati nel gruppo di lavoro "Bambini e conflitti armati" del Consiglio di Sicurezza e anche quest'anno presenteremo con la Ue e con il sostegno dei Paesi latinoamericani la risoluzione "omnibus" sui diritti del fanciullo, che mira a promuovere la tutela dei diritti dei minori in tutti i suoi aspetti». Frattini ha poi espresso «apprezzamento» per il lavoro di Save the Children. Anche il presidente Giorgio Napolitano ha commentato il report, sottolineando che se la scuola è «il fondamento morale e civile di ogni popolo», nei Paesi segnati dalla guerra «contribuisce ad allontanare le generazioni più giovani dalla spirale di odio e della cieca violenza, di cui è un triste esempio il fenomeno dei bambini-soldato».

Fonte: Corriere della Sera

Link: http://www.corriere.it/cronache/08_ottobre_15/save_children_bambini_guerra_istruzione_7c059020-9aa4-11dd-8bde-00144f02aabc.shtml

Il Pakistan allo Zio Sam preferisce Pechino


Il Pakistan, da tempo afflitto da una gravissima crisi economica, è ormai sull'orlo della bancarotta. A tenerlo artificialmente a galla sono solo i periodici mega-prestiti statunitensi, ottenuti in cambio dell'incondizionata obbedienza a Washington. 

Manifestazioni anti-Usa in PakistanLa morsa dello Zio Sam.Per i potenti vertici dell'esercito pachistano, il sempre più arrogante e scoperto interventismo militare statunitense nel Paese costituisce una grave umiliazione, un'intollerabile limitazione della sovranità nazionale. Una strisciante invasione che, tra l'altro, sta sprofondando il Paese in uno scenario 'iracheno' di guerra civile e attentati. Se a questo si aggiunge lo 'schiaffo' rappresentato dal recente accordo nucleare siglato dagli Usa con il nemico storico del Pakistan, l'India, non stupisce che il governo del presidente Asif Ali Zardari stia cercando di liberarsi dalla morsa dello Zio Sam.    

Pekino, ieriIslamabad preferisce Pechino. "La Cina è il futuro del mondo", ha dichiarato ai giornalisti Zardari ieri pomeriggio all'aeroporto di Islamabad, prima di partire alla volta di Pechino. Una visita che ha come scopo quello di ottenere da Pechino aiuti finanziari di lungo periodo tali da potersi svincolare dal sostegno finanziario statunitense. 
In risposta all'intesa nucleare Usa-India, Cina e Pakistan dovrebbero anche firmare un accordo di cooperazione che prevede il trasferimento di tecnologie nucleari cinesi per gli impianti pachistani. Infine, Zardari e Hu Jintao discuteranno pure di come rafforzare la cooperazione militare tra le due potenze atomiche. 


Fonte: Enrico Piovesana
Link: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=12422

Lo sfogo di Roberto Saviano


ANDRO' via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me".  La verità, la sola oscena verità che, in ore come queste, appare con tragica evidenza è che Roberto Saviano è un uomo solo. Non so se sia giusto dirlo già un uomo immaginando o pretendendo di rintracciare nella sua personalità, nella sua fermezza d'animo, nella sua stessa fisicità la potenza sorprendente e matura del suo romanzo, Gomorra. Roberto è ancora un ragazzo, a vederlo. Ha un corpo minuto, occhi sempre in movimento. Sa essere, nello stesso tempo, malizioso e insicuro, timidissimo e scaltro. La sua è ancora una rincorsa verso se stesso e lungo questo sentiero è stato catturato da uno straordinario successo, da un'imprevedibile popolarità, dall'odio assoluto e assassino di una mafia, dal rancore dei quietisti e dei pavidi, dall'invidia di molti. Saranno forse queste le ragioni che spiegano come nel suo volto oggi coabitino, alternandosi fraternamente, le rughe della diffidenza e le ombre della giovanile fiducia di chi sa che la gioia - e non il dolore - accresce la vita di un uomo. "Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?". Piacciono poco, da noi, i martiri. Morti e sepolti, li si può ancora, periodicamente, sopportare. Vivi, diventano antipatici. Molto antipatici. Roberto Saviano è molto antipatico a troppi. Può capitare di essere infastiditi dalla sua faccia in giro sulle prime pagine. Può capitare che ci si sorprenda a pensare a lui non come a una persona inseguita da una concreta minaccia di morte, a un ragazzo precipitato in un destino, ma come a una personalità che sa gestire con sapienza la sua immagine e fortuna. Capita anche in queste ore, qui e lì. E' poca, inutile cosa però chiedersi se la minaccia di oggi contro Roberto Saviano sia attendibile o quanto attendibile, più attendibile della penultima e quanto di più? O chiedersi se davvero quel Giuseppe Setola lo voglia disintegrare, prima di Natale, con il tritolo lungo l'autostrada Napoli-Roma o se gli assassini si siano già procurati, come dice uno di loro, l'esplosivo e i detonatori. O interrogarsi se la confidenza giunta alle orecchie delle polizie sia certa o soltanto probabile.  E' poca e inutile cosa, dico, perché, se i Casalesi ne avranno la possibilità, uccideranno Roberto Saviano. Dovesse essere l'ultimo sangue che versano. Sono ridotti a mal partito, stressati, accerchiati, incalzati, impoveriti e devono dimostrare l'inesorabilità del loro dominio. Devono poter provare alla comunità criminale e, nei loro territori, ai "sudditi" che nessuno li può sfidare impunemente senza mettere nel conto che alla sfida seguirà la morte, come il giorno segue la notte.  Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là"".  A chi appartiene la vita di Roberto? Soltanto a lui che può perderla? Il destino di Saviano - quale saranno da oggi i suoi giorni, quale sarà il luogo dove sceglierà, "per il momento", di scrivere per noi le sue parole necessarie - sono sempre di più un affare della democrazia italiana.  La sua vita disarmata - o armata soltanto di parole - è caduta in un'area d'indistinzione dove sembra non esserci alcuna tradizionale differenza tra la guerra e la pace, se la mafia può dichiarare guerra allo Stato e lo Stato per troppo tempo non ha saputo né cancellare quella violenza sugli uomini e le cose né ripristinare diritti essenziali. A cominciare dal più originario dei diritti democratici: il diritto alla parola. Se perde Saviano, perderemo irrimediabilmente tutti. 
di GIUSEPPE D'AVANZO

Dove sta andando la Società americana?



I problemi psicologici dell’America potrebbero essere qualcosa di più di qualche individuo “disadattato”. L’intera cultura potrebbe aver bisogno di essere corretta.

Per molti “americani” che basano la loro informazione solo sulla tv, tutti quelli che criticano la psichiatria fanno parte di Scientology, come dimostra l’esempio di Tom Cruise che urla a Matt Lauer “Tu non conosci la storia della psichiatria…Matt, tu sei così superficiale”. I mass media sono riusciti con successo a convincere gli “americani” ad associare le critiche alla psichiatria ai fanatici anti-farmaco appartenenti alla chiesa di Scientology, la lucrosa invenzione dello scrittore fantascientifico L. Ron Hubbard. 

In ogni caso, gli “americani” che si informano al di fuori della televisione e oltre i mass media forse conoscono la tradizione, secolare e progressista, che critica il modo in cui la psichiatria ha distolto la nostra attenzione dalle cause sociali che stanno alla base del nostro malessere psicologico. Questa preoccupazione storica, umanistica fu sviluppata, forse nel modo più conosciuto, dallo psicoanalista Erich Fromm (1900-1980). 

Nel libro 
La Società Sana (1955) Fromm ha scritto:“La maggior parte degli psichiatri e degli psicologi rifiuta di abbracciare l’idea che la società nel suo complesso sia carente di sanità mentale. Essi sostengono che il problema della salute mentale della società sia soltanto quello del numero di individui ‘disadattati’ e non quello di un possibile disadattamento della cultura stessa”.

E’ quella “americana” una società sana di mente e sono coloro i quali hanno difficoltà ad adattarsi ad essa ad essere mentalmente disturbati? O è la società “americana” ad essere malata e i molti “americani” che soffrono di disturbi affettivi sono semplicemente alienati piuttosto che malati? Secondo Fromm, “
Una società malsana è quella che crea delle ostilità mutuali (e) sfiducia, che trasforma un uomo in uno strumento d’uso e sfruttamento per gli altri, che lo priva del senso di appartenenza a sé, tranne nel caso in cui si sottometta agli altri o diventi un automa”. Fromm vedeva la società “americana” come una società sempre più squilibrata, nella quale la gente provava costantemente una dolorosa alienazione che fomentava difficoltà emozionali e comportamentali. 

Diversamente da Tom Cruise, Fromm non sarebbe stato terribilmente dispiaciuto del fatto che l’attrice Brooke Shields abbia trovato la sua felicità negli antidepressivi. Nessun critico della psichiatria davvero umanista è convinto che gli adulti che si fanno ordinare medicine psicotrope dovrebbero essere presi in giro o messi in imbarazzo, o ancora essere impediti dall’usarle. Piuttosto, i critici umanisti dell’establishment psichiatrico sono a favore di una scelta informata su tutti i tipi di trattamento. 

Il conflitto essenziale per Fromm non riguarda gli psicofarmaci di per sé (nonostante sarebbe stato dispiaciuto del fatto che al giorno d’oggi a molti “americani”, soprattutto bambini, vengano prescritte medicine psicotrope al fine di sentirsi a proprio agio in un ambiente non ospitale). La sua critica fondamentale era diretta a tutti i professionisti della salute mentale – compresi quelli non autorizzati alla prescrizione di psicofarmaci, quali psicologi, assistenti sociali e consulenti –, i quali si limitano ad assistere i loro pazienti non curandosi di riconoscere la loro alienazione dalla società. 

Quelli che si trovano a loro agio in cima alle gerarchie sociali hanno difficoltà a riconoscere che molte istituzioni “americane” promuovono incapacità a difendersi, passività, noia, paura, isolamento, alienazione e disumanizzazione per coloro i quali non si collocano ai vertici. Scuole omologate per tutti, corporativismo sul posto di lavoro, burocrazie di governo e altri giganti, istituzioni impersonali che promuovono costantemente relazioni manipolative piuttosto che rispettose, efficienza della macchina piuttosto che orgoglio umano, gerarchie autoritarie piuttosto che democrazia partecipativa, isolamento piuttosto che comunità, incapacità di difendersi piuttosto che responsabilizzazione. 

Nel libro 
Una Società Sana, Fromm ha avvisato:“Oggi la funzione della psichiatria, della psicologia e della psicanalisi minaccia di diventare lo strumento del processo di manipolazione dell’uomo. Gli specialisti in questi campi ti dicono che cos’è una persona ‘normale’ e, di conseguenza, cosa c’è in te che non va; essi inventano metodi per aiutarti a sentirti a posto, essere felice, normale”.

L’idea “
adattati e sii felice” accomuna i professionisti del sistema della salute mentale e gli appartenenti a Scientology. Né il Dr. Phil né Tom Cruise sono esattamente dei ribelli dello status quo economico; i loro competitivi programmi di auto-aiuto, sebbene differenti, si assomigliano nella misura in cui entrambi istruiscono le persone su come correggersi, essere felici e sentirsi normali all’interno del nostro sistema economico. 

La fonte della mutuale ostilità fra la psichiatria e la Chiesa di Scientology, come descritta dai mass media, ruota attorno all’uso di droghe psicotrope; ma la mia sensazione è che la causa prima della loro lotta sia un’aspra competizione tra di loro. Sia la psichiatria consolidata che Scientology competono per le stesse persone – quelle più a loro agio con l’autorità, i dogmi e linguaggi da adepti che con il pensiero critico. 

Sia gli insegnamenti di L. Ron Hubbard che quelli della psichiatria contenuti nel 
DSM (il manuale diagnostico ufficiale in cui i disordini mentali sono tolti e aggiunti da psichiatri d’elite) hanno più a che vedere col dogma che con la scienza. Sia Scientology che la psichiatria usano una terminologia dascience fiction che si atteggia a fatto scientifico. Scientology è convinta che, nel corso delle sessioni di auditing, l’elettropsicometro (E-Meter) di Hubbard possa misurare la mente reattiva del “prechiaro” facendo scorrere una piccola quantità di energia attraverso due canali ricoperti di stagno che sembrano lattine di zuppa vuote, collegate all’E-Meter e tenute in mano dal “prechiaro”. Ma le basi scientifiche della psichiatria non sono più solide, visto che le sue teorie alla moda sulla disuguaglianza chimica della patologia mentale sono in voga da circa un decennio, anche se l’establishment psichiatrico ha recentemente preso le distanze dalle sue teorie sulla depressione basata sulla deficienza di serotonina e sulla schizofrenia come eccesso di dopamina. 

Nonostante Scientology possa vantare adepti dell’auditing e gli psicologi abbiano dalla loro un numero ancor più grande di sostenitori degli antidepressivi, nessuna delle due cure ha mostrato di essere consistentemente superiore ad un placebo. 

E invece di supportare i loro trattamenti con scienza legittimata, elaborata da scienziati indipendenti e neutrali dal punto di vista finanziario, sia Scientology che la psichiatria fanno affidamento su ciò che può essere considerato un saldo apparato di pubbliche relazioni. 

Ma Scientology e la psichiatria hanno qualcos’altro in comune. Sono entrambe dei credo che hanno a che fare in modo consistente con ex sostenitori che hanno iniziato a rigettarle. Attualmente, la psichiatria è la fede 
prevalente e, come ha spiegato George Orwell, la stampa primaria non si schiera contro un credo dominante. Orwell ha scritto: ”In ogni momento c’è un’ortodossia, un corpo d’idee che si presume che tutte le persone che pensano nel modo giusto accettino senza metterlo in dubbio… Chiunque sfida il credo prevalente si ritrova zittito con un’efficacia sorprendente. Un’opinione genuinamente fuori moda normalmente non è mai presa seriamente in considerazione, né dalla stampa primaria né dai periodici intellettuali”.

E’ nella mia personale esperienza che la psichiatria, Scientology e le religioni fondamentaliste tendano a zittire i pensatori apertamente critici. I pensatori critici non sono così avviliti da adattarsi ed essere felici che non vengano presi in considerazione gli effetti negativi – siano essi fisici, psicologici, spirituali o sociali. I pensatori critici ascoltano quello che gli altri hanno da dire valutando le loro motivazioni, specialmente quelle economiche, e capiscono come la spiegazione di uno possa deformare le ipotesi formulate da un altro. 

Un pensatore critico di certo non accetterebbe il pensiero di Fromm senza analizzarlo e la mia conclusione è che la società “americana” è malata in termini di salutare sviluppo umano. Forse una società non dovrebbe essere bollata come malata solo perché è piena di scuole che scoraggiano i bambini alla lettura, di prigioni for-profit che hanno un crescente bisogno di inquilini per favorire la crescita economica, di un sistema mediatico disonesto nei confronti delle minacce alla sicurezza nazionale, di guerre inventate che hanno indebitato così fortemente la società da non permetterle di far fronte alle cure mediche di base, di un sistema sanitario for-profit che sfrutta le malattie invece di promuovere la salute, eccetera eccetera. 

Un pensatore critico sottolineerebbe certamente che ci sono state società di gran lunga meno sane degli Stati Uniti – ed Erich Fromm è stato molto chiaro sul punto. Nella barbarica società tedesca da cui è fuggito Fromm, i bambini con problemi che non si adattavano ad una scuola uguale per tutti non erano obbligati a prendere l’Adderall e altre anfetamine, piuttosto i loro genitori li portavano da uno psichiatra per somministrare loro l’eutanasia. Fromm, comunque, sapeva che solo perché una persona poteva individuare società più malate dell’America questo non rendeva gli Stati Uniti una società sana e umanistica. 

Bruce E. Levine, Ph.D., è uno psicologo clinico nonché autore di Surviving America's Depression Epidemic: How to Find Morale, Energy, and Community in a World Gone Crazy [ Sopravvivere all’Epidemica Depressione Americana: Come Trovare Morale, Energia e Spirito Comunitario in un Mondo Impazzito] (Chelsea Green, 2007).
Traduzione per www.comedonchisciotte.org di RACHELE MATERASSI
DI BRUCE E.LEVINE
Fonte: Carolyn Baker

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