venerdì 17 ottobre 2008

Prodotti strutturati, la sfida della trasparenza


Molti più in Italia che in altri Paesi. Acquistabili ovunque. Dalle Poste fino al più remoto sportello bancario. I prodotti strutturati, ma soprattutto le obbligazioni strutturate, hanno trovato terreno fertile in Italia, dopo lo scoppio della bolla Internet, il disastro dei corporate bond e grazie a una fase di bassi tassi di interesse. Il loro maggiore appeal è stato la garanzia di restituire, ma solo a scadenza, l' intero capitale e insieme con esso un rendimento minimo, una sorta di miraggio per quei risparmiatori duramente provati dal crollo delle Borse e dagli scandali Argentina, Cirio e Parmalat. Il guaio però è che il miraggio a volte resta tale, quando i guadagni prospettati si nascondono dietro a formule incomprensibili e vengono appiattiti dalle costose commissioni. Per questi prodotti, tra l' altro, spesso avvolti dalla nebbia per la maggior parte dei risparmiatori, solo nel 2006 è stato introdotto l' obbligo di prospetto. Certo un passo in avanti per un settore tutt' altro che dominato dalla trasparenza, ma giunto con un cospicuo ritardo. Anche perché da questo punto di vista il mercato italiano è un mercato più evoluto di quello d' Oltreoceano dove non esistono tanti prodotti strutturati quanti quelli a disposizione dei risparmiatori italiani. Che poi dalle obbligazioni strutturate e dai fondi d' investimento a capitale protetto non ci sia da attendersi una performance superiore a quella di un Buono del tesoro, lo confermano i prospetti informativi pubblicati dalla Consob. In media, la possibilità per questi prodotti di battere un titolo di Stato con pari scadenza non supera il 50 per cento. E una simile valutazione è resa possibile solo da uno specifico obbligo regolamentare che l' Authority di vigilanza ha imposto sui prospetti informativi redatti dagli intermediari. Gli istituti di credito hanno convenienza a vendere questi prodotti perché consentono di realizzare cospicui incassi, che derivano da una quotazione non corretta del premio. Tipicamente le obbligazioni strutturate incorporano delle opzioni, il cui costo non è facilmente controllabile dal piccolo investitore. Non è facile giudicare l' equità del prezzo dell' opzione. Attualmente è stato calcolato che ben il 60% dei bond strutturati è al di sotto del prezzo di collocamento. Ad appesantire il prodotto vi sono poi le commissioni. Le emissioni strutturate presenti attualmente sul mercato hanno un costo che varia da un minimo dell' 1 per cento a un massimo del 5 per cento. Di recente, tuttavia, si sta assistendo a uno spostamento del cliente verso altri prodotti strutturati come i certificates. In poco più di un anno, da dicembre 2005 al primo trimestre 2007 i certificates quotati al SeDex sono cresciuti del 44,5 per cento passando da 888 a 1.283, mentre i volumi sono aumentati, nello stesso periodo del 450% (da 529 milioni a 2.979 milioni) fino a rappresentare oggi quasi la metà degli scambi (2.979 milioni su un totale di 6.330 milioni). Il loro successo ha spinto i maggiori operatori a costituire un' associazione che dovrà garantire, tra l' altro, trasparenza e correttezza nella distribuzione dei prodotti. Tra i promotori di Acepi (Associazione italiana certificati e prodotti di investimento) ci sono Abn Amro, Deutsche Bank, Sal. Oppenheim, Société Generale, UniCredit market & Investment banking. Il consiglio è guidato dal presidente Ugo Maria Giordano, partner dello studio legale Dewey Ballantine e come consiglieri vi sono Fabio De Zordo (UniCredit), Nicola Francia (Abn Amro), Carlo Palumbo (Sal. Oppenheim), Gian Luigi Pedemonte (Deutsche Bank), Alexandre Vecchio (Société Generale). L' associazione nasce sull' esempio di altri Paesi, come Germania e Svizzera, e lo statuto si pone come obiettivo quello di "promuovere una cultura evoluta dei prodotti di investimento, a partire dai certificates". Tra le finalità di Acepi vi è anche quello di diventare il punto di riferimento di questo particolare segmento, attraverso una costante attività di ricerca, di rapporti con gli emittenti, intermediari e risparmiatori. Quello che si vuole evitare è quanto successo in passato per i covered bond, i reverse convertible e altri prodotti strutturati sottoscritti anche da chi non rientrava nella tipologia dell' investitore adatta a quel tipo di prodotti. E i certificates, molto utilizzati per diversificare i portafogli senza ricorrere a derivati sofisticati, sono sempre più spesso sottoscritti anche da investitori non professionali. L' obiettivo dell' associazione è di giungere all' autocertificazione di qualità che vuol dire anche trasparenza e standard di comportamento degli operatori. Il tutto troverà attuazione in un decalogo che dovrà essere recepito da coloro che aderiranno all' Acepi. 
di WALTER GALBIATI

La strage impunita


A Ragusa un operaio cade in un silos di cioccolato. Tre lavoratori perdono la vita precipitando Operaio folgorato nel Piacentino. Romeno schiacciato nel Casertano. Altri morti vicino Arezzo e Verona

Morti bianche, la strage continua. Otto vittime sul lavoro in 24 ore


Ancora infortuni mortali sul lavoro: otto vittime in ventiquattro ore. Dal Nord al Sud, la tragedia delle morti bianche non sembra arrestarsi. A Ragusa, un operaio di 38 anni, Giuseppe Tumino, è morto in una fabbrica di cioccolato precipitando dentro un silos di cioccolato fuso. A Parma, un artigiano siciliano, Giuseppe Tabone di 57 anni, ha perso la vita precipitando da un'impalcatura. E poi c'è stata la morte di Massimiliano Strifezza, 33 anni, vittima anch'egli di un infortunio sul lavoro in un cantiere edile a Battipaglia, in provincia di Salerno. Un operaio è morto folgorato nel Piacentino; un ventunenne ha perso la vita schiacciato da lastre di marmo nel Casertano. E all'ospedale Cardarelli di Napoli, è morto stamane Guido Palumbo, 35 anni, operaio, caduto ieri da una scala nell'officina in cui lavorava. A Subbiano, in provincia di Arezzo, un trentenne muore schiacciato dal tronco che stava abbattendo. Non stava lavorando, invece, Hind Larabi, 21 anni, marocchina, uccisa però sotto una catasta di ferro caduta dal muletto guidato dal fidanzato che la donna era andata a trovare in azienda.  Una lista che sembra non avere termine. Anche nel cantiere edile allestito nell'istituto alberghiero di Roccaraso, in provincia dell'Aquila, è crollata stamane un'autogru e tre operai, di cui due di nazionalità romena, sono rimasti feriti.  "Basta con le morti sul lavoro", aveva detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano appena cinque giorni fa, in occasione della 58esima Giornata nazionale per le vittime. Ogni giorno in Italia rimangono uccisi tre operai, 1.200 morti in un anno: gli infortuni sul lavoro - seppure in costante calo dal 2000 a oggi - sono quasi il doppio delle vittime degli omicidi, due volte quelle della Francia e il 30 per cento in più rispetto a Germania e Spagna. Così scrisse il Censis due mesi fa elaborando i dati del 2007. "Le morti sul lavoro stanno diventando un'emergenza nazionale", ha detto il presidente del Senato Renato Schifani. 
La cronaca di queste ore supera la media delle statistiche. Giuseppe Tumino è morto stritolato nella macchina per impastare la pasta di cioccolato nella fabbrica dolciaria Ciocodor di Ragusa. Avrebbe dovuto finire il suo turno di lavoro alle 19, ma a casa non è più rientrato. Insospettita per il ritardo, la moglie ha chiamato il titolare dell'azienda, che a sua volta ha avvertito la polizia. Gli agenti hanno trovato il cadavere parecchie ore dopo: nessuno si era accorto della tragedia.  Giuseppe Tabone, siciliano di Gela, trasferito da qualche anno a Parma per lavorare in una ditta edile, è morto precipitando da un'impalcatura alta cinque metri.  Come Massimiliano Strifezza che lavorava in un cantiere a Spineta, nel comune di Battipaglia: è rimasto schiacciato da un pannello di copertura di un capannone.  Folgorato è morto invece un operaio albanese di 38 anni, colpito da una scarica a Roveleto di Cadeo, nel piacentino: era su una piattaforma aerea a circa otto metri da terra per eseguire dei lavori al tetto di una casa, ha urtato i cavi dell'alta tensione ed è morto sul colpo.  Nel Casertano è morto schiacciato da lastre di marmo cadute da una gru Costache Dan Cristian, 21enne romeno, operaio di una fabbrica di lavorazione marmi in via Polvica a San Felice a Cancello. L'operaio si trovava sotto gru quando improvvisamente la corda che teneva legati i marmi si è spezzata.  A Subbiano, vicino Arezzo, Luca Cerofolini, 30 anni è morto schiacciato dal tronco che stava abbattendo con una motosega. I soccorritori lo hanno trovato agonizzante sotto il pesante fusto: è morto poco dopo.  Non stava lavorando, invece, Hind Larabi, 21 anni, marocchina, rimasta comunque vittima di un incidente sul lavoro avvenuto negli spazi della ditta "Ali Saldature" ad Arcole in provincia di Verona. E' morta sotto una catasta di ferro caduta dal muletto guidato dal fidanzato che la donna era andata a trovare in azienda.  Infine si è spento nell'ospedale di Napoli dove era ricoverato dopo la caduta da una scala, Guido Palumbo, 35 anni. Cinque morti in un solo giorno. 
Fonte: La Repubblica

Ribellione contro i "vecchi" che cancellano il nostro futuro


Roma, occupate le facoltà di Lettere e Fisica dell'Universtà La Sapienza contro la riforma Gelmini
«Non siamo ideologici, piuttosto direi che siamo pragmatici. Cosa vuol dire essere pragmatici? Semplice: loro vogliono toglierci il futuro e noi gli blocchiamo la città». Erano tanti, tantissimi gli studenti universitari che hanno sfilato ieri a Roma contro la riforma voluta dal ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini. Migliaia di ventenni che dopo un'assemblea alla Sapienza hanno deciso di uscire fuori e di prendersela questa città. Anche perchè, il messaggio era chiaro, «l'università non pagherà la vostra crisi».
L'hanno dipinta come la generazione della play-station, di internet e dei social-network. Ma loro vanno avanti per la propria strada con le idee molto chiare: «Certo - dice Matteo, 23 anni, studente di Chimica - molti di noi giocano alla PlayStation, non vedo dove sia il problema. So benissimo che futuro mi stanno preparando: formazione privata e precariato a vita. Per questo sono qui. Sì - dice ancora sorridendo - ho la Psp in tasca. Ma non illudetevi, non siamo come vorreste che fossimo, voi pensate al vostro passato che al nostro futuro ci pensiamo noi».
E la politica? «Per noi non esiste la politica buona, per noi non ci sono governi amici- fa eco Francesco, dottorando in Filosofia- . L'unica politica buona è quella che facciamo noi o quella che fanno i movimenti, quella dei cittadini, delle persone in carne e ossa in prima persona».
Nel frattempo il corteo, sempre più numeroso, si dirigeva verso la sede del ministero del Tesoro "dimora" del ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Qualcuno temeva scontri ma la situazione è stata sempre sotto controllo. La generazione della PlayStation sa bene come si tiene unito un corteo: cordoni e servizio d'ordine hanno infatti evitato qualsiasi contatto troppo ravvicinato con la polizia. 
Poi i ragazzi hanno deciso di ritornare in facoltà. Hanno dialogato con la polizia e si sono accordati per il percorso: via XX settembre, Termini e piazzale Aldo Moro. Ma una volta arrivati nei pressi della stazione, il programma è improvvisamente cambiato e senza chiedere il permesso a nessuno - «non abbiamo bisogno di scorte» - sono corsi via verso Termini. Uno sciame di ragazzi ha infatti invaso la stazione di Roma al grido di «Berlusconi merda» e sotto gli sguardi divertiti delle migliaia di persone in partenza.
La polizia annichilita non ha potuto far altro che prendere atto della nuova situazione: «Non possiamo far nulla», diceva ai suoi, livido e sudato, un commissario di polizia con tanto di catenina a forma di manette al collo.
Ben presto, l'invasione pacifica della stazione si tramutava in un blocco dei binari 4, 5 e 6. Inutili le suppliche dell'altoparlante: «E' vietato sostare oltre la linea gialla». I ragazzi era già direttamente sui binari. Della polizia nessuna traccia. Troppo impegnata a riorganizzarsi, a cercare di capire cosa fare. E una volta arrivata ai binari occupati, i ragazzi già non c'erano più, erano nuovamente in corteo verso la Sapienza. 
Del resto era proprio lì, nell'aula magna della Sapienza che aveva avuto origine la mobilitazione. «Nel corso della mattinata - spiega Giulia di Scienze politiche - abbiamo organizzato un incontro con il Rettore Luigi Frati. Avevamo chiesto il blocco della didattica ma lui non ha aderito». In effetto l'intervento di ieri del Rettore è stato piuttosto eplicito: «Il blocco della didattica è a mio avviso una forma di protesta inutile. Siamo pronti ad aprire un dibattito interno all'ateneo sulla qualità della proposta formativa e sull'utilità dei corsi di laurea. Al termine di questo confronto - ha proseguito Frati - che partirà già martedì nell'ambito del senato accademico, siamo pronti a chiedere anche un confronto con il governo». Nel corso del suo intervento, Frati è stato brevemente contestato da alcuni studenti che hanno gridato contro di lui «Barone». Frati ha risposto secco: «Respingo queste accuse perchè io sono figlio di un operaio».
Ma questo accadeva nel corso della mattinata. Dopo il corteo, si diceva, aveva luogo una nuova assemblea in cui si decideva l'inizio delle occupazioni senza bloccare la didattica e garantendo le lezioni. Nelle stesse ore la facoltà di Psicologia decideva una nuova assemblea per lunedì e lezioni da tenere fuori la facoltà.
Tutte le facoltà rilanciavano inoltre la partecipazione allo sciopero di oggi: «Connettere la nostra lotta alle altre è di fondamentale importanza per dare una prospettiva a questo movimento. Per questo saremo al corteo», spiega ancora Francesco. Oltre a questo, ovviamente, il movimento degli studenti ribadiva «la sua netta contrarietà alla legge 133, proponendo la sua totale abrogazione, il reintegro delle risorse finanziarie all'università e la possibilità di assunzione delle nuove generazioni di docenti e ricercatori, che ora viene drasticamente ridotta dal blocco del turn-over previsto dalla legge 133». Gli studenti si dicono, inoltre, «preoccupati dai provvedimenti volti a scardinare il carattere pubblico dell'università». Il vero obiettivo di questo governo.
Nel frattempo anche il mondo della ricerca inizia a riorganizzare nuove mobilitazioni, soprattutto all'indomani dell'approvazione dell'emendamento Brunetta che blocca le stabilizzazioni dei lavoratori precari. Un evento che avrà ripercussioni pesanti su tutto il mondo della ricerca. «Chi monitora le frane che squassano il paese se i precari Ispra vengono cacciati? - si sono chiesti ieri i ricercatori riuniti in un convegno - E chi controlla il nucleare se a fine anno l'organico del servizio sarà dimezzato dal licenziamento dei co.co.c.o? O qui il governo annulla il blocco dell'assunzione dei precari oppure - denunciano i ricercatori - nel paese salteranno i controlli ambientali e l'Italia si troverà subissata di sanzioni Ue».
di Davide Varì

La crisi non deve toccare la SCUOLA PUBBLICA


Facoltà e scuole occupate in tutt'Italia. «Non vogliamo pagare noi la crisi» è il grido delle proteste
Il no-Gelmini day intreccia lo sciopero generale indetto da Cobas e sindacati di base. Corteo a Roma
«Noi la crisi non la paghiamo». Scandito al ritmo conosciuto negli stadi. Scritto sugli striscioni dei cortei, ateneo dopo ateneo. Verniciato sui muri delle città, corteo dopo corteo. Inviato per sms, propagato sul web, posto nelle intestazioni delle pagine nei social network. Praticamente un logo. Anzi un no-logo. Di più: un brand, anzi un virus. Quello del conflitto possibile e al contempo necessario. Che dice: da quella parte un fallimento di sistema, da questa la ricchezza sociale che lo stesso sistema sfrutta, comprime e deprime. Sono due parti opposte, la crisi del sistema non deve tornare a scaricarsi sulla ricchezza sociale. Ecco cosa dicono studenti, ricercatori, precari della conoscenza: quelle e quelli che ieri si sono reimpossessati dei loro luoghi di studio e di lavoro per poi invadere il territorio circostante, pubblico, "aperto". Strade, piazze, stazioni: «Se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo le città». Intrecciandosi con la mobilitazione, della stessa natura, di docenza, genitori, bambini e ragazzi delle scuole. Preparandosi a partecipare al primo sciopero generale, quello del sindacalismo di base, oggi. E' già una ricerca di contaminazione, virale, con un conflitto più esteso, più generale appunto Nel cuore della crisi, o meglio della sua epifania. Che pone ad un bivio tutti coloro che sono fuori e sotto il comando del profitto: pagare o no. Riprodurre il sistema o produrre alternativa. Questione impolitica? Fondamento della politica.Non si tratta d'un "eterno ritorno", nel caso di quel che sta accadendo nell'università e nel sistema formativo in Italia. Non è il 68, non è nemmeno il 1990 e neppure qualcosa di più vicino, come il 2005 che pure aveva visto una rivolta imponente, i primi segni di spazio comune di conflitto e movimento tra studenti e ricercatori e docenti precari. Non è l'«avanguardia studentesca», non è la «protesta alla fine della storia», non è nemmeno la «sinistra di società» che tenta l'anticipo su quella politica, dopo essere passata per l'insorgenza dei territori, per le prime "cospirazioni precarie", per le disobbedienze, per il salto dall'antirazzismo al riconoscimento del "soggetto migrante". Non siamo nell'assalto al cielo, la fine della storia è finita da un pezzo, anticipare la sinistra politica non ha senso visto dov'è rimasta, in ogni sua forma.
Per gli stessi motivi, sì: è contestazione, è presa di coscienza, è tensione alla costruzione diretta di uno spazio di riconoscimento, affermativo, di cambiamento. C'è, nella rivolta dell'intero comparto della formazione in questo Paese, un germe di contestazione generale. E c'è la presa di coscienza di cosa sia ricchezza sociale, qui ed ora, a partire proprio dalla formazione, dalla conoscenza, dalla ricerca, dai linguaggi, dai saperi. E ancora c'è la tensione a costruire, direttamente - anche perché altro modo non c'è e la crisi nella crisi che è quella della politica, a cominciare da sinistra, fa così giustizia d'una fondamentale "questione di metodo" - lo spazio d'un riconoscimento di questa identità con la ricchezza sociale, intanto a partire dagli altri suoi attori; e insieme di affermazione, a partire da quel rifiuto a «pagare la crisi», e di cambiamento, in questo caso del "governo della crisi" cioè della direzione del suo sviluppo.
C'è una tensione più politica di questa, nel senso della cogenza al passaggio storico attuale? La risposta potrebbe dire altrimenti: c'era programma politico nell'assemblea permanente a Lettere e Scienze politiche occupate di Bologna, alla Statale e alla Normale e alla stazione ferroviaria occupate a Pisa, a corso Duca degli Abruzzi a Torino dove si è riversato il Politecnico, nelle aule dell'Orientale e della Federico II a Napoli, ce n'era nelle sedi del Cnr e dell'Infn, nei centri d'eccellenza della ricerca definitivamente schiacciati dai tagli tremontiani, e poi nei diecimila bimbi, genitori e maestri ancora a Bologna e nelle "notti bianche" delle scuole di mezza Italia poche ore prima. C'era anzi più programma politico là che in qualsiasi sfilata di bandiere o proclamazione o declamazione della sinistra che in questa crisi stenta persino a proporsi come "soggetto in causa". Di nuovo: in ogni sua forma, sfumatura, versione, opzione.
La domanda è casomai: questa irruzione d'una possibilità del conflitto, dislocata dentro la crisi e in avanti, durerà? E ancora: sarà davvero, effettivamente, virale? L'una domanda è indissolubile dall'altra, come le risposte. Sono coinvolte almeno tre se non quattro generazioni, o parti di generazioni, che in testa, nel Dna culturale portano una cifra particolare, scavata a fondo sin nei meccanismi innovati del mercato. Qualcosa che il vocabolario raver ha mutuato dall'ermeneutica: «un'unica durata». La produzione dell'evento e il prodursi in evento.
Qualcosa dell'evento s'è già prodotto, nelle ore scorse. Nulla ha espresso altrettanta verità della protesta portata sotto le finestre di Tremonti, ieri a Roma, con quel grido «Berlusconi paga la crisi». Se poi altro, e altri conflitti e altri soggetti, si produrrà in evento ulteriore, questa è un'altra storia. Quella che oggi cerca d'evocarsi, nel primo sciopero generale di quest'autunno non a caso promosso fuori dalle "tre confederazioni" divise (per ora?) alla soglia della firma della contro-riforma della contrattazione, promosso invece dal sindacalismo confederale di base. Ma è una storia che frammenti generazionali coinvolti approcciano con la loro propria attitudine: in ordine alla politica, quanto mai pragmatica. Refrattaria ad ogni identità risolta e vorace di libertà.
Se un futuro possibile del conflitto, diverso dall'atomizzazione e dalla sporadicità, si disegnerà davvero o meno dipenderà dalla materiale estensione della costruzione d'un discorso del conflitto medesimo, cioè dei conflitti. In cui materialmente si riconoscano a non voler «pagare la crisi», in tutti i modi in cui invece sono minacciati, snodi e soggetti diversi: dalla difesa della Terra all'autodeterminazione delle persone, dal (resto del) lavoro vivo all'autonomia delle donne.
Uno "spazio politico" diversamente da un soggetto politico, dice qualcuno. Certo è che fuori da uno spazio a venire c'è ben poco, per cui valga la pena.
di Anubi D'Avossa Lussurgiu

Dimitri Medvedev offre un piano contro la crisi finanziaria mondiale



DI ANNA ARUTUNYAN
Moscow news

Il presidente russo Dimitri Medvedev ha offerto due progetti a cinque punti su come uscire dalla crisi finanziaria mondiale e forgiare un nuovo trattato di sicurezza per mantenere la pace nel mondo. Parlando con toni che non cercano confronti dato che la crisi economica ha completamente offuscato le controversie causate dalla guerra con la Georgia. Il discorso tenuto mercoledì a Evian per la “World Policy Conference” dal presidente russo è stato improntato sulla ricostruzione dei rapporti di amicizia con l’Europa anche se biasimata non solo per la crisi finanziaria ma anche per la politica Euro-Atlantica al servizio di un mondo “unipolare”. Alla ricerca di più cooperazione e dialogo, con il supporto di Sarkozy, che ha espresso l’urgenza di un G8 di emergenza per uscire dall’odierna crisi economica. L’incontro privato tra i due leader dopo la conferenza suggerisce che Russia e Europa sono ben lontane da una “nuova guerra fredda”. 



Medvedev ha sottolineato una serie di punti che potrebbero condurre il mondo fuori da questa crisi, inoltre ha espresso concentrazione sul forgiare un nuovo sistema di sicurezza, commentando che quello creato nel dopo-guerra fredda ha provato di essere un fallimento. Il risultato, ha detto Medvedev, è stato il conflitto in Georgia e la crisi finanziaria mondiale. 

I recenti avvenimenti nel Caucaso hanno dimostrato che è impossibile calmare o contenere un aggressore con una politica di “approccio di blocco”, ha espresso implicitamente al riguardo degli USA. “Se azioni irresponsabili e avventurose di un regime di un piccolo paese (la Georgia in questo caso) sono in grado di destabilizzare il mondo, non è questa forse una prova che un sistema di sicurezza unipolare non può funzionare?”.

“Inoltre mi sembra evidente che l’egoismo economico è anch’esso conseguenza di una visione unipolare del mondo e del desiderio di esserne l’unico mega-regolatore. E’ una politica a senso unico nei termini di uno sviluppo economico globale. Credo che le origini della situazione attuale si possano trovare negli eventi accaduti sette anni fa. In conseguenza al ribaltamento del Regime Talebano in Afghanistan, gli Stati Uniti cominciarono un nuovo capitolo di azioni unilaterali che non furono coordinate né dall’ONU né da altri Stati partner. E’ sufficiente menzionare la decisione del ritiro dal Trattato ABM e la conseguente invasione dell’Iraq”. 

Un altro Progetto a 5 Punti 

Facendo eco a una serie di misure fiscali e monetarie attuate dal Primo Ministro Vladimir Putin, il presidente russo ha sottolineato la “Regulation” (regolamentazione) come sistema per uscire dalla crisi finanziaria. 

1- “Credo che allo stato attuale delle cose ci sia la necessità di dare forma e rendere sistematiche sia le Istituzioni regolatorie nazionali che internazionali”. 
2- “Bisogna liberarsi della profonda sperequazione tra il numero di strumenti finanziari attuati e un reale ritorno ai programmi di investimento. La corsa alla competizione alimenta le bolle speculative, mentre i conti delle Imprese Pubbliche rischiano l’erosione”. 
3- “Il rischio di gestione deve essere rinforzato. Ogni partecipante di mercato deve essere responsabile della sua parte di rischi. Non ci dovrebbero essere illusioni sulle potenzialità di ogni “asset” di crescere infinitamente in valore. E’ contrario alle leggi dell’economia”. 
4- “Dobbiamo assicurare massima trasparenza nell’informazione e piena divulgazione dei dati delle imprese, intensificare la supervisione dei requisiti e aumentare la responsabilità delle agenzie di rating e audit”. 
5- “Dobbiamo assicurarci che tutti i paesi eliminino i vantaggi di rimuovere le barriere al commercio internazionale e al libero movimento di capitali”. 

Più tardi, Medvedev si è concentrato su un nuovo Trattato di Sicurezza Europeo come chiave alternativa all’ordine del mondo unipolare – uno teso a sradicare i conflitti militari. “Il trattato dovrebbe fermamente affermare i principi base per la sicurezza e le relazioni di intergovernabilità nell’area Euro-Atlantica. Questi principi comprendono l’impegno di adempiere in buona fede tutti gli obblighi delle leggi internazionali, rispettare la sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica degli Stati, e il rispetto per tutti gli altri principi avviati nel documento unico e fondamentale della Carta delle Nazioni Unite”. 

“L’inammissibilità dell’uso della forza o la minaccia di questo uso nelle relazioni internazionali dovrebbe essere chiaramente affermato. E’ fondamentale per il Trattato garantire una interpretazione e una attuazione uniforme di tutti i suoi principi”. “Dovrebbe garantire equa sicurezza, e intendo equa sicurezza e non altri tipi di sicurezza. In questo senso dovremmo basarci su tre non; Non garantirsi la propria sicurezza a spese altrui, Non permettere atti (intrapresi da alleanze o coalizioni militari) che indeboliscono l’unità dello spazio comune di insicurezza. Infine, non sviluppare alleanze militari che potrebbero minacciare la sicurezza di altre parti del Trattato”. 

“E’ importante confermare nel trattato che nessuno Stato o Organizzazione Internazionale può avere il diritto esclusivo di mantenere pace e stabilità in Europa. Questo vale pienamente anche per la Russia”. 

“Bisognerebbe instaurare un parametro di controllo della proliferazione degli armamenti e costruzioni militari. Inoltre la necessità di nuove procedure di cooperazione e meccanismi in aree come la proliferazione di WMD, terrorismo e traffico di droga”. Medvedev ha anche appoggiato la proposta di Sarkozy per un G8 riguardante la crisi finanziaria, ma ha auspicato una più estesa organizzazione. “Dobbiamo includere anche altre economie chiave: Cina, India, e Brasile”. 

La Conferenza di Evian suggerisce che è stato fatto un notevole progresso nel conflitto Caucasico, il quale aveva minacciato le relazioni tra Russia e Europa fin dal suo inizio l’8 agosto. Anche se l’opinione del “Wall Street Journal” di giovedì è stata che Medvedev ha "dumped a truckload of vitriol" (smollato un carico di critiche corrosive) agli USA, la conferenza è servita a solidificare una riconciliazione tra Russia e Europa dopo il criticismo per le azioni in Georgia. 

“Le relazioni tra Europa e Russia rimangono su un terreno solido”, ha detto l’esperto di politica estera Sergej Karaganov in una chiamata da Evian a MoscowNews. “I tentativi di trascinare la Russia in una nuova guerra fredda sono falliti”. La fiducia negli USA è scesa a livelli così bassi che non si vedevano dal XX o dal XIX secolo. Anna Arutunyan 

Anna Arutunyan
Fonte: www.mnweekly.ru
Link: http://www.mnweekly.ru/news/20081010/55350645.html
10.10.08

Scelto e Tradotto per comedonchisciotte.org da IVAN BALLARIN

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