martedì 21 ottobre 2008

La Colombia di Uribe messa a nudo dagli "Ultimi"


Il governo di Uribe sembra per la prima volta trovarsi di fronte un Autunno caldo, pieno di fermento e una società civile che sembra svegliarsi da un lungo letargo
 
 
Il Governo Colombiano è riuscito nel giro di 24 ore a ordinare di aprire il fuoco sui pacifici indigeni Nasa che bloccavano la carretera Panamericana e a giudicare “pieno di menzogne” il rapporto diHuman Rights Watch che lo accusa di pesanti violazioni dei diritti umani.
Il governo di Uribe sembra per la prima volta trovarsi di fronte unAutunno caldo, pieno di fermento e una società civile che sembra svegliarsi da un lungo letargo. Mai nei 6 anni del suo governo si erano registrate tante proteste né per durata, né per intensità, né per partecipazione. Finora la figura presidenziale e la sua retorica belligerante avevano ben coperto gli enormi problemi sociali, giustificando il degrado delle condizioni della maggior parte della popolazione con il bene supremo della nazione, ossia sconfiggere il terrorismo, nome con il quale la stessa retorica identifica gli attori armati. Il postulato Uribista era chiaro, una volta eliminata la guerriglia il paese per magia si sarebbe trasformato nella Svizzera andina.

scontri a La Maria, Cali, Cauca. Foto di Simone BrunoIl giorno della razza. Ora con la guerriglia in difficoltà e la crisi economica che bussa alle porte la gente comincia a chiedere i diritti che da troppo tempo ha negati.Il 12 ottobre, el día de la raza, ossia l’anniversario della scoperta dell’America, come se prima non vi abitasse nessuno, è stato il catalizzatore della esplosione della protesta delle popolazioni indigene colombiane, che si somma a quella di vari altri settori sociali in agitazione da settimane. I giudici hanno sospeso lo scorso giovedì uno sciopero ad oltranza che andava avanti da 43 giorni, sospeso nell’attesa di vedere mantenute le promesse dell’esecutivo. I tagliatori di canna da zucchero sono in sciopero da più di un mese, hanno bloccato strade e bruciato campi chiedendo un contratto diretto con gli zuccherifici, salari dignitosi, pensioni e sanità. Mentre il prezzo internazionale della canna da zucchero aumenta dato il suo uso come bio combustibile i loro salari e condizioni degradano costantemente. Il settore studentesco minaccia di scendere in strada il prossimo 23 e  vari altri settori statali sono in sciopero da venerdì scorso.
 
i feriti di La Maria. Cali. Cauca. Colombia. Foto di Simone BrunoTutti insieme. Il La Minga de los pueblos è quindi iniziata lo scorso 12 di ottobre e commemora i 516 anni di resistenza dei popoli indigeni. Le mobilitazioni hanno incendiato tutto il paese e in questo momento almeno 16 delle 32 regioni colombiane sono toccate da manifestazioni e occupazioni simboliche. Il movimento indigeno è stata un catalizzatore di tutte le altre proteste latenti, e non, presenti nel paese. Alla minga hanno aderito la Cut (il principale sindacato del paese), Asonal Judicial (sindacato dei lavoratori della giustizia), i tagliatori di canna, movimenti di contadini, studenteschi e molti altri. In molti casi tutti questi attori si sono uniti fisicamente alle proteste degli indigeni, creando una insolita dimostrazione di solidarietà. Questo risultato non è casuale, ma l’effetto di un lento processo che il popolo Nasa chiama di tessuto di relazioni con gli altri attori sociali e che dura da anni. Questo tessuto disegna una serie di punti minimi comuni a vari settori della società sui quali costruire le prossime azioni.
 
Gli scontri di La Maria. Cali. Cauca. Colombia. Foto di Simone BrunoCoscienza e forza morale. Le popolazioni indigene colombiane stanno dimostrando di essere la coscienza e la forza morale di un paese che ha dimenticato come reclamare i propri diritti, ipnotizzato dalla figura presidenziale.
Secondo la Onic (Organizzazione nazionale indigena colombiana) durante l’ultimo anno sono stati uccisi 1253 indigeni, uno ogni 53 ore e 54.000 sono stati espulsi dalle loro terre ancestrali. Solo negli ultimi 15 giorni le vittime sono state 19. Gli Indigeni chiedono anche l’adempimento dei vari accordi firmati con il governo e non onorati da questo. Chiedono inoltre la cancellazione di una serie di leggi recenti che ignorando la costituzione del ’91 mette le ricchezze naturali dei  loro territori a disposizioni di chi voglia sfruttarle, a prescindere dall’ autorizzazione o meno dei popoli originari.
 
i feriti di La Maria. Cali. Cauca. Colombia. Foto di Simone BrunoI diritti. Diciotto dei 102 popoli indigeni ancora esistenti sono oggi a rischio di estinzione, dato che sono composti  da meno di 200 abitanti ognuno. Come i Nasa ripetono spesso: “Un indigeno senza terra è un indigeno morto”. Questi diritti che gli indigeni reclamano sono tutti contenuti nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli Indigeni, approvata nel settembre del 2007 e firmata da tutti i paesi latinoamericani, tranne la Colombia. La Onic esige dal presidente la firma di questo trattato.

di Simone Bruno 

In Colombia la polizia spara sugli indigeni Nasa

Protesta pacifica soffocata nel sangue
L'Esmad spara sui manifestanti Nasa che occupavano la Panamericana fra Cali e Popoyan: 2 morti e decine di feriti

 
A María-Piendamó, nel cuore del Cauca, si sono concentrati 20.000 indigeni tra cui moltissimi bambini, donne e anziani e in maniera collettiva hanno deciso di occupare la Carretera Panamericana per attirare l’attenzione internazionale e nazionale sulla loro situazione. Questa strada unisce Cali a Popayan e la Colombia con L’Ecuador ed è di vitale importanza.
 
i feriti di La Maria. Cali. Cauca. Colombia. Foto di Simone BrunoIl bastone della pace. I Nasa non usano armi, ma sono protetti da unaGuardia Indigena munita di un simbolico bastone colorato simbolo di comando, che da sempre fa parte della loro cultura. Guardia possono essere tutti: bambini, donne, uomini, vecchi e giovani. Solo con questo si sono riversati in due punti equidistanti dall’ entrata della Maria per bloccare la strada. Dopo pochi minuti sono arrivati gli Esmad (squadroni antisommossa della polizia) che hanno attaccato con gas e manganelli. Gli indigeni hanno resistito eroicamente fino a quando la polizia ha cominciato a usare fucili a pallettoni e granate non convenzionali composte da polvere da sparo, schegge, chiodi e pezzi di vetro.
 
i feriti di La Maria. Cali. Cauca. Colombia. Foto di Simone BrunoDue morti e settanta feriti. Il bilancio solo nel primo giorno di scontri è di settanta feriti e due morti, tra cui Ramos Valencia il cui cranio è stato trapassato da parte a parte da un proiettile. Insieme al piombo sono piovute le accuse presidenziali, echeggiate dal governatore del Cauca Guillermo González Mosquera e dal capo della polizia Oscar Naranjo Trujillo (ex zar antidroga, costretto alle dimissioni dopo che suo fratello è stato arrestato per narcotraffico in Germania), secondo le quali gli indigeni erano armati e istigati dalla guerriglia, mentre l’ Esmad non aveva armi da fuoco.
 
Le verità. I mezzi di comunicazione colombiani, dimenticando una cosa elementare come verificare le notizie, hanno subito stigmatizzato la protesta facendo da eco alla rabbia presidenziale. Nella Maria non c’è stata istigazione, ma un processo decisionale che viene dal basso e di cui i governatori indigeni non sono che portavoce. Gli indigeni non avevano armi da fuoco, che invece impugnavano i poliziotti, come dimostrano i morti e i feriti, come dimostra il cranio esploso Ramos Valencia e la carne lacerata di altre decine di persone.
 
i feriti di La Maria. Cali. Cauca. Colombia. Foto di Simone BrunoColpa delle Farc. La criminalizzazione della protesta è un esercizio molto comune in Colombia, dove le Farc si trasformano nella scusa perfetta per attaccare i movimenti sociali. Per il presidente i guerriglieri sono: gli studenti, i tagliatori di canna, i giudici, i trasportatoti, i professori, gli Indigeni e i contadini. Se davvero fosse così allora vorrebbe dire che la sua politica di seguridad democratica è un fallimento totale dato che la guerriglia si sarebbe infiltrata in tutto il paese.
 
Reali sono altre cose. Chi accusa il movimento indigeno è un governo che conta 60 parlamentari coinvolti nello scandalo della Parapolitica. Scandalo che lo stesso governo cerca di insabbiare come confessa José Miguel Vivanco direttore per le Americhe di HRW che ha dichiarato: “L’esecutivo è arrivato a estremi non conosciuti in America Latina per screditare una corte (Corte Suprema di Giustizia) che sta processando a più di 60 congressisti, quasi tutti del governo, per paramilitarismo”. Oppure l’ex governatore del Cauca Juan José Chaux Mosquera, che era uso criminalizzare gli indigeni Nasa e che alla fine del suo mandato è stato premiato dal presidente Uribe con l’ambasciata della Repubblica Domenicana. Incarico a cui è stato costretto a rinunciare una volta rese note alla opinione pubblica le sue frequentazioni. L’ex governatore si incontrava nel palazzo di Narì (nomignolo con il quale nelle intercettazioni telefoniche i paramilitari si riferiscono, mostrando una certa familiarità, al palazzo di Nariño, sede presidenziale) con esponenti di noti paramilitari per contrattare il loro silenzio.
di Simone Bruno

La Bolivia avrà una nuova Costituzione

Accordo raggiunto
Bolivia, dopo giorni di stallo maggioranza e opposizione trovano l'accordo. Si può procedere con l'approvazione della nuova Costituzione

Dopo 12 giorni di intense riunioni, maggioranza e opposizione boliviane sono giunte al tanto atteso accordo che rende possibile l'approvazione di una legge che permetta di convocare un referendum popolare per la ratifica della nuova Costituzione già votata fra mille polemiche dall'Assemblea Costituente. La data prevista per il referendum è il 25 gennaio 2009 mentre le elezioni generali sono previste per il dicembre dello stesso anno.

Operai minatori protestano per le strade di La Paz (Foto A.Grandi/PeaceReporter)I fatti. Parte del merito dell'accordo raggiunto sicuramente deve essere dato al presidente Evo Morales che sembra essere andato in contro alle richieste dell'opposizione. Morales infatti da quando il nuovo testo costituzionale entrerà in vigore rinuncerà alla seconda rielezione prevista per il 2014. Non solo. Ampie concessioni e promesse di cambiamento sono state fatte dal presidente all'opposizione, che vedrà sostanziose modifiche anche rispetto al decentramento del potere amministrativo, alla riforma agraria e a quella della giustizia. L'opposizione, dunque, ha ottenuto una mezza vittoria se si considera che anche la redistribuzione dei proventi derivanti dall'industria petrolifera e dei gas entra a far parte delle modifiche al testo costituzionale.

La piazza dei palazzi del potere a La Paz (Foto A.Grandi/PeaceReporter)Non solo Morales. Se da un lato il presidente è stato una pedina fondamentale nello scacchiere delle trattative, dall'altro anche i campesinos e gli operai boliviani hanno avuto il loro merito. Dopo settimane di proteste e una marcia lunga più di duecento chilometri, i manifestanti si sono fermati a El Alto, sobborgo a circa 20 chilometri da La Paz, minacciando l'ingrasso in città e il blocco delle attività del Congresso, qualora non si fosse trovato un accordo fra le parti. Anche lo stesso presidente si era radunato con loro e aveva lanciato un monito: “Approvino la Costituzione o se ne vadano a casa perchè bloccheremo i lavori del Congresso. L'opposizione deve smettere di ricattare e non vedere quello che vuole il popolo”.

Evo Morales balla con alcune donne indios nei pressi di El AltoRisvolti strategici. La convocazione del referendum popolare sulla nuova Carta Magna deve essere approvata da due terzi del Congresso. Il Mas (Movimento al Socialismo, la formazione di Morales) non ha tutti questi voti a disposizione e anche per questo è stato costretto alla negoziazione con l'opposizione. Lo sanno bene i cocaleros, i campesinos, gli operai e i minatori che da settimane protestano al fianco del Presidente. E la città di La Paz è stata paralizzata per lungo tempo in attesa di vedere la fumata bianca provenire dai palazzi del potere in plaza Murillo. Nel bene o nel male forse proprio oggi inizia il nuovo corso boliviano. Quello per cui è stato eletto Evo Morales.
di Alessandro Grandi

Niente mercato, niente welfare, ma economia delle banche


I media concentrano l'attenzione sul valore di listino di un titolo o di un indice e parlano di denaro che brucia se i prezzi dei titoli scendono. 
Il problema non è il prezzo di listino e il denaro non brucia. Ciò che accade è che gli scambi di titoli avvengono a prezzi più bassi del normale. Quindi il denaro non brucia ma passa di mano semplicemente, lasciando traccia aggregata nel listino. In ogni transazione c'è un compratore e un venditore. Uno che ci guadagna e uno che ci perde. Insomma il denaro va nelle tasche di qualcun altro.

Nei casi di mercato al ribasso ci si arricchisce appropriandosi di titoli in caduta libera. Nel caso di un mercato al rialzo si vendono i titoli acquistati a prezzi stracciati. Quindi parlare di roghi di moneta è una cavolata. D'altronde il valore delle aziende, in particolare di quelle che non fanno né finanza né banca, non è determinato dai corsi di borsa, ma dai valori economico-patrimoniali che nulla hanno a che fare con la volatilità di questi giorni. Teoricamente un'azienda ben capitalizzata e che dà profitti può tranquillamente fregarsene di vedere prossime allo zero le sue azioni.

Assistiamo ciononostante ad una disinformazione generalizzata. Gli effetti della quale sono stati: furti legalizzati di denaro risparmiato; incontri internazionali per vedere come aumentare il controllo dell'economia; l'intervento dello stato nella banca e nella finanza. 
Su quest'ultimo punto c'è da riflettere. Non sono gli stati i proprietari e quindi i responsabili delle banche: perché allora spetta a loro garantire che non falliscano, immettere liquidità nelle banche meno virtuose? Gli stati hanno donato la sovranità monetaria e la politica monetaria proprio al sistema bancario. Non mi sembra che nei momenti difficili di uno stato una banca si sia mai ripromessa di garantire tutti i risparmiatori dal fallimento di uno stato.

Presupposto: lo stato si finanzia con le tasse che paghiamo (diciamo che il 50% del reddito nazionale va a finire in tasse). Secondo presupposto: usiamo una moneta che è emessa dalle banche. Terzo presupposto: lo stato come collettività e i singoli cittadini sono indebitati col sistema bancario. Quarto presupposto: il risparmio accumulato dalle famiglie è nelle mani delle banche che lucrano già abbastanza per la gestione del risparmio. Quinto presupposto: lo stato ha un debito pubblico da cui non può liberarsi e che aumenta giorno per giorno. 
Nonostante tutto questo, gli Stati hanno deciso di aiutare le banche. Da quando un debitore si permette il lusso di "prestare" soldi al creditore? Un debitore si libererebbe prima del debito che ha accumulato. Invece gli stati prendono soldi a debito o dalle tasse per aiutare le banche.

Il risultato di questi prestiti facili da parte degli Stati è l'impoverimento delle nazioni. Meno "cash" per lo stato e per le famiglie. Lo stato si mette a fare politica monetaria. Lo stato dimentica l'economia reale e l'insegnamento keynesiano da un lato e ripudia l'economia di mercato. 
In Italia si dice che viviamo in un sistema misto tra economia sociale ed economia di mercato. In questi giorni si sta decidendo di sostenere sempre di più le banche. Niente mercato, niente welfare, ma economia delle banche. 

di Patrizio di Cursi Tratto da www.signoraggio.info 

Link: http://www.disinformazione.it/economia_banche.htm

L'ascesa del Die Linke nella Germania dei conservatori



Caso unico in Europa, il partito di sinistra tedesco è in forte crescita sia nei risultati elettorali locali che nei sondaggi nazionali. Nata dalle ceneri di un passato molto controverso, la Linke è oggi un partito moderno e con lo sguardo verso il futuro. Per questo ho intervistato a Berlino Oliver Schröder, esponente del Dipartimento di Politiche Internazionali della Linke.

Oliver, prima di tutto una domanda di politica tedesca, qual è il tuo giudizio sull'operato della Große Koalition guidata da Angela Merkel?

E' una questione molto interessante, abbiamo una coalizione di governo che in ogni situazione ha una grande maggioranza al Bundestag e può fare quello che vuole. In particolare la CDU (Unione Cristiano-Democratica) sta lavorando con un buon appoggio popolare e vede in crescita il proprio consenso. Abbiamo invece la SDP (Partito Socialdemocratico) che sta attraversando un periodo di crisi che è forse il più grave della sua storia. Potremmo dire che i socialdemocratici hanno perso il loro profilo sociale ed oggi sono molto preoccupati del rafforzamento dei conservatori da un lato e della crescita del nostro nuovo partito dall'altro. Sono presi dal panico, perché erano abituati ad essere il partito più grande della Germania, ma negli ultimi 5 anni hanno perso quasi 50.000 iscritti e temono di non poter mantenere il potere. E' un fatto grave che la socialdemocrazia abbia perso il suo aspetto sociale e che sia così debole rispetto alla CDU, infatti in questo modo i conservatori fanno letteralmente quello che vogliono e soprattutto le leggi che vogliono. E così ecco una politica estera che ci vede presenti in Afghanistan e una politica interna che favorisce i ricchi. Il nostro paese sembra ricco e benestante, si vedono in giro più Mercedes e BMW di un tempo, ma cresce ogni giorno nelle grandi città il numero di persone che cercano nella spazzatura bottiglie da raccogliere per avere qualche spicciolo dalla raccolta differenziata. Il divario tra ricchi e poveri sta crescendo costantemente. In sintesi, il nostro giudizio sull'operato della Große Koalition è molto negativo.

Quali politiche sta adottando il governo riguardo il lavoro e l'occupazione?

Due anni fa avevamo circa 5 milioni di disoccupati, oggi questo numero ufficialmente è sceso, ma abbiamo milioni di persone che lavorano con contratti che possiamo solo definire precari. Molte persone guadagnano qualcosa come mille euro e non possono guardare al loro futuro, devono rinunciare a farsi una famiglia, non riescono ad avere una casa e neppure una macchina. Le leggi favoriscono questa precarietà, permettendo alle aziende di stipulare contratti di un anno o di rivolgersi ad agenzie interinali, che cercano lavoratori quando servono e poi li abbandonano quando non servono più. E' un problema che c'è in tutta Europa ed è paradossale, perché anche quando l'economia è in crescita, i salari non crescono ed il costo della vita diventa molto più alto. E come conseguenza ci troviamo di fronte ad un vero e proprio declino del ceto medio, che pure era così forte nella Germania Ovest degli anni '70. E sappiamo bene che non poter fare affidamento su un solido ceto medio porta ad una situazione sociale pericolosa e instabile.

I risultati elettorali locali ed i sondaggi nazionali danno la Linke in forte crescita, come cambia lo scenario politico tedesco?

Quest'autunno è ricco di appuntamenti elettorali e mentre la SDP è in forte declino, noi siamo in forte crescita in ogni länder, anche nell'Ovest della Germania. I partiti che sono confluiti nella Linke erano storicamente forti nei länder della ex-DDR e non eravamo finora riusciti a modificare questa tendenza e ad avere successo nell'Ovest. Ma oggi qualcosa è cambiato, abbiamo deputati nel länder dell'Assia, dove si prospetta un governo rosso-verde con l'appoggio esterno della Linke, e in quello di Brema, senza contare che anche in Bassa Sassonia dovremmo spuntarne qualcuno. E' un successo storico per noi, perché questo significa che gli altri partiti devono riconoscerci, anche per il futuro, come il quinto partito in Germania. E questo li spaventa molto. Li spaventa il nostro sfondamento nell'Ovest e la prospettiva elettorale nel Bundestag. Dobbiamo comunque ammettere che il successo nell'Ovest è sicuramente un grande merito del nostro portavoce Oskar Lafontaine. Certo ora siamo il quinto partito e, lasciami dire, siamo in questa fase più forti anche dei Verdi e dei Liberali, ed è per questo che gli altri partiti sono lì che si guardano e si chiedono “cosa possiamo fare contro di loro?”.

Noi, come Rifondazione Comunista in Italia, non siamo certo un partito stalinista, abbiamo anzi una composizione molto variegata, che va dai Marxisti ai Socialisti, agli Altermondialisti, ai Socialdemocratici, fino ai Comunisti. Invece sta iniziando un attacco incrociato contro di noi, sui giornali e nelle televisioni, che ci dipinge come sostenitori delle FARC colombiane, come terroristi e come partito sovversivo. Ma fortunatamente anche nella SPD c'è una parte che è delusa dalla svolta di Schröder di qualche anno fa e guarda a noi con interesse, e vorrebbe interrompere questa alleanza con i conservatori per guardare più a sinistra. E una prima conquista, in questo senso, è proprio il länder dell'Assia, dove Andrea Ypsilanti vuole mettere in piedi un governo con i Verdi e con l'appoggio esterno della Linke. D'altra parte la SPD permette coalizioni locali anche diverse da quella nazionale, cosa che da tempo avviene ad esempio a Berlino, dove Socialdemocratici e Linke governano insieme. Ma questa volta le intenzioni della Ypsilanti stanno dando molto fastidio all'interno della SPD. E intanto gli esponenti della CDU e della CSU (Unione Cristiano-Sociale) hanno dato inizio ad una vera e propria crociata politica contro di noi e, con la tecnica di dividere il mondo in buoni e cattivi, non perdono occasione per dire che siamo comunisti e cattivi. E i Verdi? loro hanno mantenuto, ovviamente, una forte identità ecologista ma hanno perso quella sociale, ed oggi possono allearsi tranquillamente anche con CDU e Liberali. In questo contesto, posso dire che stiamo andando bene, è vero, ma ora abbiamo anche molto da perdere.

In Italia i tentativi di riunire i partiti di sinistra per ora sono falliti. Dopo che si è discusso per mesi di simboli, di comunismo e di collocazione europea, sia i risultati elettorali che i congressi dei partiti hanno scoraggiato questo percorso. Come ha fatto la Linke in Germania a superare tutti questi ostacoli?

E' impossibile confrontare l'Italia con la Germania, e neppure la sinistra italiana con quella tedesca. Le circostanze e la storia sono troppo differenti, quindi non voglio fare paragoni. Tuttavia ho una mia opinione su quanto sta accadendo in Italia. Nonostante il fallimento della Sinistra Arcobaleno, oggi Rifondazione Comunista, con il suo nuovo segretario, è un partner importante per la Linke e presto Ferrero e Lafontaine si incontreranno. Pensiamo e speriamo che Rifondazione non cambi il suo indirizzo e che continueremo a svolgere insieme un ruolo importante all'interno della Sinistra Europea. E' una collaborazione che ha dato molti risultati e che vogliamo assolutamente proseguire.

Riguardo il successo raggiunto in Germania, cosa posso dire? Come ho già accennato una buona parte del successo è collegata alla personalità politica di Oskar Lafontaine, che con la sua esperienza di 40 anni nella SPD è considerato un vero uomo di sinistra ed è per questo molto popolare. Un altro importante elemento che ci ha fatto crescere è stato il “blearismo” di Schröder, che ha indebolito il partito socialdemocratico a nostro favore. L'ultimo e fondamentale elemento è stata la volontà di tante persone di sinistra di mettersi insieme, per la prima volta dopo quarant'anni, per costituire un soggetto unico che riuscisse a cambiare davvero qualcosa. Queste persone si sono dette: “abbiamo molte differenze tra di noi, ma abbiamo tutti l'obiettivo e l'urgenza di realizzare una vera giustizia sociale e una solida sicurezza sociale, e non vogliamo che la Germania vada in giro per il mondo a sganciare bombe in Paesi stranieri”. Questo è stato il terreno comune. Ma dobbiamo ammettere che il processo di integrazione interno alla Linke non è finito, abbiamo obiettivi comuni, ma al momento non abbiamo un vero programma di partito, un manifesto. Ci sono molte differenze di vedute, soprattutto su quale tipo di stato vogliamo e su quale società vogliamo costruire. Non voglio nascondere queste forti differenze, d'altra parte il processo è in corso e nella Linke ci sono persone che provengono da un partito comunista e persone che arrivano dall'esperienza socialdemocratica, e ovviamente non ci può essere un accordo su ogni punto. Tuttavia l'obiettivo è quello di avere entro il 2010 un manifesto comune, e se alle prossime elezioni nazionali riusciremo ad avere più del 10% sarà davvero un successo.

In Italia sugli ultimi risultati elettorali ha pesato molto il tema della sicurezza e la paura degli immigrati. Qual è la situazione in Germania e qual è la tua opinione su questo tema?

In questo caso devo ammettere che quello che sta accadendo in Italia agli immigrati rumeni e ad altre minoranze è davvero molto molto molto triste. Fortunatamente in Germania non siamo arrivati a questo punto: sebbene ci siano significative controversie riguardo le politiche d'immigrazione, la situazione non è così critica e, lasciami dire, così isterica come invece è in Italia. La gente qui sa che la Germania è una terra d'immigrazione, è un fatto, e credo che la maggior parte dei tedeschi non lo veda come un problema. Ma l'altra faccia della medaglia è che sia i conservatori che i socialdemocratici fanno una netta distinzione tra l'immigrazione “utile”e quella “inutile”. E questo non ha assolutamente senso. Loro dicono semplicemente che la nostra economia ha bisogno di manodopera perché entro il 2040 ci saranno solo più 60 milioni di tedeschi, per cui è importante educare ed integrare nella società persone straniere, con un occhio di riguardo, perché no, a quelli che il cancelliere Schröder chiamava i “Computer Indians”, molto importanti per l'innovazione tecnologica. Ma c'è gente che arriva fin qui, per esempio, dall'Iraq e dalla Sierra Leone per motivi politici, e spesso queste persone vengono rimandate a casa, perché le leggi tedesche da questo punto di vista sono molto restrittive. Ma per noi, persone di sinistra, è importante che si cerchi di risolvere i loro problemi e che si aprano le porte del nostro paese molto più di quanto non si faccia ora. ge le barche degli immigrati nel Mediterraneo. Ecco, credo che questo sia un crimine. Bisognerebbe pensaInfatti il nostro benessere e la nostra economia vivono sulle spalle del Sud del Mondo e davvero non riesco a comprendere le politiche dell'Unione Europea, che sta creando un sistema-fortezza, che respinre ai milioni di Europei che nei primi decenni del '900 emigrarono in Argentina o in Brasile.

Ma sembra tutto dimenticato, oggi vogliono solo separarci, senza tener conto che siamo tutti appartenenti a questo stesso mondo e che è stupido fare distinzioni al suo interno. Certo in Italia la situazione è ancora peggiore, politici e media dipingono gli immigrati come criminali e la gente diventa isterica. Le immagini di questi mesi dall'Italia e dai suoi campi Rom sono state per me molto tristi e spero che da noi non si arrivi a questo punto, anche se il rischio purtroppo c'è. Infatti ho dimenticato di citare un grande problema ancora attuale in Germania, la persistenza di gruppi di giovani fascisti xenofobi e l'esistenza ancora oggi di zone pericolose per la gente di colore o immigrata. Su questo posso dire con sicurezza che un punto fermo dell'identità del nostro partito è l'antifascismo e fortunatamente non credo ci sia il rischio di una presenza di queste idee neofasciste in alcun parlamento tedesco. La gente non è dalla loro parte.

Cosa pensi della crisi in Ossezia del Sud tra Russia e Georgia, o, meglio, tra Russia e Stati Uniti? Che posizione dovrebbe prendere l'Europa a tuo avviso?

Prima di tutto devo dire che questo conflitto tra Russia e Georgia, o meglio, sono d'accordo con te, tra Russia e Stati Uniti o NATO, è molto complicato. Non esiste soluzione facile a questa crisi, perché le tensioni seguite alla caduta dell'Unione Sovietica sono cresciute sempre più e l'allargamento della NATO ai Paesi dell'Est ha acuito ulteriormente i problemi. In ogni caso voglio dire chiaramente che entrambe le parti in conflitto hanno violato le leggi internazionali e che la Linke condanna sia l'operato della Russia che quello del presidente georgiano Saakashvili.

Ma vedo due grandi problemi in questa crisi, il primo si chiama NATO, il cui ruolo avrebbe dovuto esaurirsi dopo la fine della Guerra Fredda, dando spazio, per esempio, alle Nazioni Unite e all'OSCE. La nostra opinione è che non si debba risolvere questa crisi con mezzi militari e che la marina americana non debba dispiegarsi nel Mar Nero. Il secondo è il ruolo dei Paesi dell'est europeo, che, comprensibilmente avversi alla Russia ed alla sua politica estera, non hanno perso tuttavia occasione per gettare benzina sul fuoco di questo conflitto. Unico fatto in parte positivo è che l'Europa sia riuscita a parlare quasi con una voce sola, diversamente da quanto accadde durante la guerra in Iraq.

In Italia il governo Berlusconi intende tornare al nucleare per risolvere il problema energetico. Qual è la situazione in Germania e qual è la posizione della Linke e dei Verdi su questo tema?

La coalizione rosso-verde, sotto la guida di Schröder, decise di non continuare sulla strada del nucleare e di chiudere man mano le centrali esistenti. C'era un generale consenso sul fatto che il nucleare non fosse l'energia del futuro. Esistono ancora, se non ricordo male, 18 impianti, che dovrebbero nel giro di alcuni anni concludere la loro attività. Tuttavia, oggi i conservatori e, in parte, i socialdemocratici stanno cambiando rotta, soprattutto in considerazione della crisi energetica. D'altra parte la maggioranza dei tedeschi è preoccupata del prezzo del petrolio ed è interessata a veder scendere la “bolletta energetica”, senza curarsi granché della fonte di energia utilizzata. Per questo il ritorno al nucleare è oggetto di discussione in questo periodo e probabilmente qualcosa cambierà. Noi e i Verdi siamo gli unici che non vogliono questo ritorno e intendono proseguire sul piano energetico ad oggi in vigore. Ma dall'altra parte promettono posti di lavoro con una svolta energetica anti-ecologica, mettendo così in drammatico conflitto il punto di vista “verde” con quello sociale. Un altro grande problema in Germania è l'assenza di una compagnia energetica di stato e la concentrazione del potere nelle mani di 4 potenti aziende energetiche, che controllano completamente il mercato e fanno pressioni sul governo per il ritorno al nucleare.

Permettimi ora di fare un passo indietro, nella complicata storia del tuo Paese. Cosa significa essere di sinistra in Germania? Un Paese che ha visto il nazismo, il muro di Berlino, la Stasi. Un Paese che ha visto alcuni campi di concentramento nazisti, come Buchenwald, diventare campi speciali sovietici.

E' una domanda molto difficile. Per prima cosa ti devo dire che l'identità della Linke, della maggior parte degli iscritti, non è comunista. Forse neppure socialista. Ma questo è sicuramente un punto controverso, infatti la parola socialismo è presente negli orientamenti del partito, ma dar vita ad una società socialista non è l'obiettivo della Linke. Ci sono comunque diverse persone, avanti negli anni, che provengono dall'est e non possono che avere un'identità comunista, ma, fammi dire, si tratta di una forte identità pacifista e antifascista. Ovviamente però alcuni di essi non sono d'accordo con la linea della Linke, proprio perché non è un partito comunista o socialista. Noi siamo un partito di sinistra. E siamo una cosa ben differente rispetto al vecchio Partito della Sinistra (PDS), che traeva le sue origini dalla Partito Socialista Unificato di Germania (SED) del periodo della DDR. Ma va detto che anche il PDS, sebbene sempre accusato da tutti di essere legato alla SED e alla DDR, non era la sua naturale continuazione, anzi la verità è che solo una parte degli iscritti della SED confluì nel PDS ed il nuovo partito sostenne con forza l'idea che socialismo e democrazia non avrebbero più dovuto essere separati, come invece era avvenuto nella DDR. Insomma, è una storia un po' più complicata di come potrebbe apparire a prima vista.

Ma ovviamente spesso, soprattutto da parte dei giornali conservatori, anche il nostro partito è accusato di avere legami con la SED e la Stasi del periodo della DDR. Anzi, certi giornali cercano di convincere la gente che i comunisti sono estremisti e antidemocratici esattamente come i nazisti.

E purtroppo ripetendolo di continuo, spesso finiscono con il convincere molte persone. Ma questo è dovuto alla complicata storia del nostro Paese, e la verità è che la Linke è un “normale” partito democratico, in cui può anche esserci una minoranza estremista, che tuttavia non ne compromette la natura democratica, appunto, e pacifista.

Quindi, concludendo, possiamo affermare che è possibile un'innovazione a sinistra? Che esiste un nuovo modo di essere comunisti o, meglio, un nuovo modo di essere “di sinistra”?

Le idee che abbiamo e promuoviamo sono molto chiare e importanti, ma devo ammettere che ci manca ancora una vision generale. Questo perché siamo un partito nuovo, certamente, ma bisogna ammettere che tutte le sinistre nel Mondo non hanno oggi una vision completa, non hanno ancora costruito una teoria nuova, un modello nuovo. Ovviamente questa è la mia opinione personale.

Dopo la caduta dei vari stati socialisti, c'è stata una specie di “ripulitura”, è stato messo fuori lo Stalinismo sanguinario ed è stata messa dentro la democrazia. E le moderne sinistre del Nord Europa, per esempio, sono molto importanti, tuttavia manca ancora una nuova idea di società e a volte non sappiamo cosa rispondere quando ci accusano di essere “contro” e ci chiedono cosa vogliamo esattamente. In Sud America oggi ci sono realtà che sono più avanti rispetto all'Europa, e noi guardiamo con molto interesse a cosa succede là. Ma personalmente ho paura quando qualcuno mi dice quello è il Socialismo del XXI secolo, sinceramente allo stato attuale non credo si possa affermare ad esempio che il Venezuela sia il nuovo modello di Socialismo. Diciamo che siamo in cammino e stiamo cercando di costruire insieme un nuovo modello e una nuova teoria.

di Stefano Moro - da www.abassavoce.info

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8115

Gli speculatori tra futures,opzioni,index funds,derivative securities,etc.: vengono utilizzati per guadagnare quando il mercato si sgretola







La manipolazione del mercato e lo speculatore istituzionale

Il mercato è altamente manipolato. La forza trainante dietro il crollo è il commercio speculativo. Il sistema di "regolamento privato" serve gli interessi degli speculatori.  

Mentre la gran parte degli investitori privati perde quando il mercato crolla, lo speculatore istituzionale si arricchisce quando il mercato collassa.  

Scatenare il collasso del mercato può, infatti, essere un affare molto redditizio.  

Ci sono segnali che la Security Exchange Commission (SEC) [la commissione di sicurezza sugli scambi, ndt] abbia creato un ambiente favorevole alle speculazioni finanziarie.

Esistono diversi strumenti, tra cui futures, opzioni, index funds, derivative securities, etc. utilizzati per guadagnare quando il mercato si sgretola. Più questo va giù, maggiori sono i guadagni.

Quelli che lo fanno cadere speculano anche sul suo declino.

Con le informazioni che arrivano dall'interno ed in anticipo rispetto al resto degli altri investitori, il crollo dei prezzi di mercato costituisce un'opportunità di lucro e di movimentazione del denaro per un ristretto gruppo di potenti speculatori, in grado di manipolare il mercato nella direzione appropriata ed al tempo giusto.

Short selling

Un importante strumento finanziario che gli speculatori sfruttano per guadagnare dal crollo finanziario è lo "short selling" [detto anche "vendita allo scoperto" N.d.r.].

"Short selling" consiste nel vendere grandi quantità di azioni che non si possiedono per poi ricomprarli nello spot market una volta che il prezzo è crollato, con l'obiettivo di completare la transazione e incassare i profitti.

Il ruolo dello "short selling" nel far cadere le aziende è ben documentato. Il crollo di Lehman, Merrill Lynch e Bear Stearns era in parte dovuto allo short selling.

Lo short selling è stato ampiamente usato anche nei mercati valutari. E' stato, infatti, uno dei principali strumenti utilizzati dagli speculatori durante la crisi asiatica del 1997 per far crollare il baht tailandese, lo won coreano e la rupiah indonesiana.

La speculazione nei più importanti mercati valutari sta caratterizzando anche l'attuale crisi finanziaria. Ci sono state grandi oscillazioni nei valori valutari col dollaro canadese, per esempio, che ha perso il 10% del suo valore nel corso di pochi giorni di contrattazioni.

Sospensione temporanea dello short selling

Dopo il crollo del mercato finanziario il lunedì nero del 15 Settembre, la Security Exchange Commission (SEC) ha introdotto una sospensione temporanea dello short selling. Con amara ironia, la SEC ha elencato le aziende che "erano protette dalle autorità nei confronti dello short selling". La sospensione del 18 Settembre della SEC, riguardava in particolare le banche, compagnie d'assicurazione e altre aziende di servizi finanziari.

Gli effetti di appartenere alla "lista dei protetti" non sono stati di alcuna utilità. La cosa equivaleva al'inserire le stesse compagnie in una "lista bersagli". Se la SEC avesse implementato una sospensione completa e permanente dello short selling, insieme al blocco di tutte le forme di commercio speculativo, inclusi index funds e options, questo avrebbe contribuito a ridurre la volatilità del mercato e ad attenuare il crollo finanziario.

La sospensione dello short selling è stata intrapresa per stabilire la lista dei protetti. Questa è scaduta mercoledì 8 Ottobre a mezzanotte.

Il mattino successivo, giovedì 9 Ottobre, all'apertura del mercato, le aziende nella "lista dei protetti" hanno perso la loro protezione e sono diventate il primo bersaglio dell'attacco speculativo, che ha portato al crollo del Dow Jones giovedì 9 e venerdì 10.

Il corso degli eventi era totalmente prevedibile. La rimozione della sospensione dello short selling ha accentuato il crollo dei prezzi del mercato azionario. Le aziende che erano nella lista bersagli sono state le prime vittime dell'attacco speculativo.

Le azioni di Morgan Stanely sono scese del 26 percento il 9 Ottobre, fino alla rimozione della sospensione dello short selling, ed un ulteriore 25 percento il giorno successivo.

Guerra finanziaria

Ci sono dei segnali che la caduta di Morgan Stanley fosse stata programmata da concorrenti finanziari. Un giorno prima della sospensione dello short selling del 18 Settembre, Morgan Stanley è stata oggetto degli attacchi speculativi dei concorrenti:

John Mack, direttore generale di Morgan Stanely, ha comunicato ai dipendenti tramite un memo interno mercoledì [17 Settembre]:"Cosa succede la fuori? La cosa mi è molto chiara - siamo nel mezzo di un mercato controllato da paura e voci di corridoio e gli short sellers [chi applica il short selling, ndt] stanno portando giù il nostro titolo.


Morgan Stanley è stata anche oggetto dei dubbi espressi dell'agenzia di rating Moody's, cosa che ha spinto gli investitori a liberarsi del titolo di Morgan Stanley.

Moody's ha citato una previsione che "l'aspettativa di una flessione dell'attività del mercato capitale globale ridurrà i potenziali ricavi e profitti di Morgan Stanley per il 2009, e forse oltre questo periodo"



In contrasto JP Morgan Chase, controllata dalla famiglia Rockefeller, ha guadagnato quasi il 12 percento.








I vincitori della guerra finanziaria sono JP Morgan Chase e Bank America. Entrambe le istituzioni bancarie hanno consolidato il loro controllo del panorama bancario statunitense. Hanno utilizzato la crisi finanziaria per avvantaggiarsi e/o prendere il controllo delle istituzioni finanziarie rivali. 

Il risultato della manipolazione di mercato è la concentrazione di ricchezza e la centralizzazione di potere finanziario senza precedenti. 

Le autorità regolatrici fanno gli interessi degli speculatori

La SEC era al corrente che la sospensione dello short selling avrebbe esasperato il crollo.

Perché l’hanno portata avanti? Come hanno giustificato la loro decisione? Gli interessi di chi stavano servendo?

In questa logica perversa, la SEC, che serve in gran parte gli interessi degli speculatori istituzionali, sostiene, citando i risultati di una ricerca accademica, che lo short selling contribuisce a ridurre l’instabilità del mercato, giustificando così l’abrogazione della sospensione dello short selling del 18 Settembre. 

Titolo originale: "Who is Behind the Financial Meltdown?"

Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Tradotto per www.comeonchisciotte.org da Chospo
DI MICHEL CHOSSUDOVSKY "Global Research"

LA TRAPPOLA AFGHANISTAN


Non occorre che le truppe italiane si spostino a sud nella zona dei combattimenti per entrare direttamente in guerra con i taleban, sono i taleban, e i loro nuovi adepti, che si sono installati sulle montagne vicino a Herat. L'attentato suicida che ha colpito ieri mattina due tank italiani ferendo, fortunatamente solo «lievemente», sei militari ne è la riprova. Quello di ieri mattina è l'86mo attentato del genere dall'inizio dell'anno in Afghanistan, il secondo contro le forze dell'Isaf (di cui fanno parte anche 2.400 italiani) in sole ventiquattro ore. 
Un segnale preoccupante di escalation mentre sarebbero in corso trattative del governo di Karzai, sempre più debole, ed esponenti taleban vicini alla guida spirituale mullah Omar, con la mediazione di Stati uniti e Gran Bretagna. Contro la possibilità di un accordo e decisi a combattere fino alla morte se le truppe straniere non lasceranno il suolo afghano sono invece i nuovi seguaci dei taleban. Un gruppo di mujahidin, una sessantina o forse più, raggruppati intorno a quello che è considerato da al Jazeera il più potente comandante taleban della zona di Herat, Ghullam Yahya Akbari. Che conosce molto bene la zona essendo stato il sindaco di Herat dal 1992 al 1996, dopo la fine dell'occupazione sovietica e fino all'arrivo dei taleban. Fuggito allora in Iran era rientrato in Afghanistan con l'arrivo di Karzai. Ma il presidente l'ha deluso: è troppo debole, tanto è vero che i venti deputati di Herat sono in sciopero perché non si sentono protetti dal governo.
Dunque Akbari ha preso il comando di un gruppo di mujahidin pronti a sacrificarsi in nome di Allah contro le truppe infedeli e ha costruito intorno a Herat venti basi di addestramento, alcune già funzionanti ai tempi della «guerra santa» contro gli occupanti comunisti, per vecchi e nuovi combattenti. Che vivono tra le montagne senza confort, si nutrono di pane secco e non chiedono altro, ma hanno a disposizione le tv satellitari. «Rifugiandosi tra le montagne i mujahidin sostengono di voler evitare vittime civili adottando tattiche di guerriglia. A continuare a mietere vittime civili sono invece i bombardamenti americani, che servono solo ad aumentare il sostegno ai combattenti, taleban o loro alleati.
La sfida per gli italiani diventa quindi molto più ardua con la scesa in campo dell'ex sindaco di Herat Akbari, la guerra afghana assomiglia sempre di più a quella degli anni Ottanta contro l'Armata rossa, e la fine di quella occupazione è ben nota. Come quella dei precedenti tentativi britannici. Non a caso è proprio un generale britannico, Mark Carleton Smith, a dire oggi che la guerra in Afghanistan è perdente, mentre il nuovo candidato alla Casa bianca, John Mc Cain, pensa che bastino altri 30.000 uomini per vincere la prima guerra della Nato fuori dai confini «istituzionali». Gli americani probabilmente sposteranno truppe dall'Iraq all'Afghanistan, ma nel loro riposizionamento sono stati già preceduti da al Qaeda che ha riciclato i propri jihadisti, messi in difficoltà in Mesopotamia dai gruppi sunniti, sul terreno più favorevole dell'Afghanistan, che gode anche di un ampio e controllato retroterra nelle zone tribali del Pakistan. La scadenza elettorale negli Usa si avvicina, le scelte dei candidati alla presidenza sull'Afghanistan non sembrano molto diverse, chiunque vinca dovrà far fronte a una cocente sconfitta. Nessuna forza straniera ha mai vinto sull'impervio terreno dell'Afghanistan.
FontE: GIULIANA SGRENA

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