giovedì 23 ottobre 2008

A Strasburgo muoiono otto militari italiani




STRASBURGO -
 E' di otto militari morti il bilancio dello schianto di un elicottero dell'Aeronautica italiana precipitato vicino Strasburgo. Le vittime sono tutte di nazionalità italiana. Il velivolo è caduto in un campo nei pressi di una strada provinciale vicino alla città di Ligny-en-Barrois e ha preso fuoco. L'elicottero, come ha spiegato Serge Malaret, il comandante dei vigili del fuoco della regione, "è precipitato e ha preso fuoco per ragioni che non sappiamo". 

L'elicottero era partito da Brindisi dove ha sede una base del Soccorso aereo che dipende dal XV stormo di Pratica di Bari. A bordo erano salite sette persone. L'elicottero ha fatto tappa a Rimini, da dove è decollato un altro velivolo. I due mezzi dell'Aeronautica erano attesi in Francia per un'esercitazione. Non è escluso che vi sia stato uno scambio di equipaggi. 

Il velivolo era un HH-3F dell'Aeronautica militare ed era impegnato, insieme a un altro elicottero dello stesso tipo, in un volo di trasferimento nell'ambito di una esercitazione militare italo-francese. I due velivoli erano decollati da Digione ed erano diretti a Florennes, in Belgio. 

Numerosi i messaggi di cordoglio. L'Aula del Senato, su invito del presidente Renato Schifani, ha osservato un minuto di silenzio e poi ha disposto la sospensione dei lavori per cinque minuti. Schifani ha inviato un messaggio al Capo di stato maggiore dell'Aeronautica militare, Daniele Tei, in cui si dice "profondamente rattristato" e chiede al generale di "far giungere alle famiglie dei caduti i sentimenti del nostro più sentito e sincero cordoglio". 

Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha espresso "profondo cordoglio e sentimenti di vicinanza alle famiglie dei deceduti". Espressioni analoghe anche dal segretario del Pd, Walter Veltroni, dal gruppo della Lega Nord al Senato, dal capogruppo in commissione Difesa del Pd, Rosa Calipari, dall'ex ministro della Difesa, Arturo Parisi, il segretario della Dca, Gianfranco Rotondi. 
Fonte: La Repubblica

La repubblica centroasiatica del Turkmenistan ha scoperto di possedere uno dei giacimenti di gas naturale più grandi del pianeta.




Turkmenistan, un megagiacimento di gas vicino al confine afgano


Gacimento di gasYoloten-Osman, vicino al confine afgano. La scorsa settimana la società di consulenza britannica Gaffney, Cline & Associates (Gca), chiamata dal governo del Ashgabat a dare un parere indipendente sulla consistenza dei giacimenti di gas turkmeni, la scorsa settimana ha annunciato che quello di Yoloten-Osman, nel sudest del Pasese, vicino al confine con l'Afghanistan, contiene almeno 6-7 mila miliardi di metri cubi di gas, forse addirittura il doppio. Ciò farebbe del Turkmenistan la terza potenza gasifera del mondo dopo Russia e Iran, o magari anche la seconda. 

GasdottoSi rianima la corsa al gas turkmeno. La notizia ha fatto saltare sulla sedia i dirigenti delle compagnie petrolifere del pianeta che da tempo si contendono il gas turkmeno, ma che mai avrebbero immaginato che la posta in gioco fosse così alta. 
Dopo la morte, due anni fa, del padre-padrone del Turkenistan Saparmurat Niyazov, il suo successore Gurbanguly Berdymukhamedov ha messo fine al duopolio russo-iraniano sul gas turkmeno aprendo a Cina e Occidente, dando il via a un'accanita competizione. 

PipelinesL'Occidente in ritardo sulla Cina.Dal prossimo anno i cinesi succhieranno il gas turkmeno del giacimento di Bagtyyarlyk, nell'est del Paese, attraverso un gasdotto lungo 7 mila chilometri attualmente in costruzione. 
Gli statunitensi e gli europei, invece, ancora non sono riusciti a convincere il Turkmenistan a pompare il suo gas nel futuro gasdotto Nabucco (Turchia - Bulgaria - Romania - Ungheria - Austria) collegandosi alla pipeline trancaspica (Azerbaigian - Georgia - Turchia). 
Ma per l'Occidente, deciso a tagliar fuori la Russia da questa partita, la sorpresa del megagiacimento di Yoloten-Osman ha aperto, anzi riaperto, un'allettante soluzione alternativa. 

MappaRispunta il gasdotto transafgano. Alla fine degli anni Novanta gli Stati Uniti volevano costruire una pipeline per portare il gas del modesto giacimento turkmeno di Daulatabad fino in Pakistan e in India, attraverso l'Afghanistan occidentale (via Herat e Kandahar). 
Il progetto, poi abbandonato, torna adesso prepotentemente alla ribalta, visto che il giacimento Yoloten-Osman, immensamente più ricco di quello di Daulatabad, si trova anche molto più vicino (solo 250 chilometri) al confine afgano. Sarebbe perfetto, se solo la Nato riuscisse a vincere la guerra in Afghanistan. 

DI ENRICO PIOVESANA
LINK: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=12492

Trucchi e intimidazioni per eliminare i neri e gli ispanici dalle liste elettorali


Quanti americani andranno a votare? A giudicare dalle code ai seggi della Florida, parecchi. Già, in questi giorni si può già votare e i segnali sono incoraggianti per la democrazia. 
Negli States è possibile votare a distanza e in anticipo per chi non si trova nel luogo di residenzao per altri motivi. Le regole cambiano in ogni Stato.
Quest'anno i democratici hanno incoraggiato l'idea di portare molta gente ai seggi nelle settimane precedenti il 4 novembre. Con i disastri elettorali del 2000 e del 2004, che furono determinati anche dal malfunzionamento del sistema, prevenire è meglio che curare. Andando prima a votare, il cittadino può scoprire se è stato cancellato dalle liste, se il suo nome è uguale a quello di un carcerato che ha perso i diritti di voto, se il modulo riporta un cognome trascritto male. Le possibilità che ci siano errori sono molte. Per un Paese che va in giro per il mondo a monitorare le elezioni e a esportare democrazia è un bel paradosso.
Trucchi o meno, gli americani che hanno già votato sono molto più numerosi che in passato. In diversi Stati cruciali per la vittoria, hanno già superato il 10 per cento del totale. Gli afroamericani hanno votato come non mai in Virginia e North Carolina.
Meglio per loro, perché le notizie di questi giorni sui rischi per l' election day si moltiplicano. Un rapporto pubblicato dal Pew research center parla del giorno delle elezioni come di una possibile "tempesta perfetta" ed elenca tutti i guai che potrebbero capitare. Il titolo è esplicativo: «E se il giorno in cui convochiamo le elezioni si presentassero tutti?». 
A dire il vero i malfunzionamenti ci sono già, a prescindere da una temuta superaffluenza: in Michigan i repubblicani hanno provato ad impedire il voto a coloro che hanno perso la casa con la crisi dei subprime - non sarebbero più residenti nello Stato. Inutile dire che per la maggior parte sono afroamericani. Un tribunale ha fermato questo scempio. 
In Ohio la battaglia legale sarà durissima: il numero di nuovi registrati al voto è molto alto e i repubblicani contestano l'amministrazione democratica in carica, sostenendo che ha fatto registrare anche chi non poteva. McCain e Palin parlano spesso di furto del voto. Mettono le mani avanti e preparano qualche scherzo del giorno dopo (solo nel caso la vittoria dell'avversario dovesse essere risicata). 
Il rapporto del Pew spiega che problemi ci potrebbero essere in diversi Stati: Georgia, Florida, Ohio, Missouri, Pennsylvania, Wisconsin, New Mexico, Nevada, Colorado, Virginia e nel distretto di Washington DC. Cinque o sei tra questi sono stati chiave per aggiudicarsi la vittoria.
I problemi nascono dalla differenziazione del sistema: ci sono Stati (o contee) che usano la scheda cartacea, altri che usano le macchine elettorali elettroniche, altri macchine elettroniche con supporto cartaceo. Negli ultimi anni le macchine sono state cambiate diverse volte: dopo il disastro della Florida nel 2000 (c'è un bel film televisivo con Kevin Spacey sulla faccenda, si chiama Recount ), tutti sono corsi ai ripari. A volte peggiorando o complicando la situazione. 
Un altro guaio? Alcuni Stati hanno introdotto l'obbligo di presentare un documento di identità con foto. La cosa stupirà, ma gli States sono un Paese dove ci si fida, e dunque il documento di identità non esiste. Esiste la patente o la tessera del welfare. Ma non tutti ne hanno una. Guarda un po', ad averne di meno sono ancora una volta gli afroamericani.
E poi ci sono le intimidazioni: a volte lo sceriffo locale indaga sul tuo cognome spagnolo (e tu la volta dopo eviti di andare a votare), oppure c'è più polizia nelle strade il giorno del voto (e tu, giovane afroamericano, non esci di casa), in alcuni Stati gli studenti non vengono fatti votare nonostante risiedano nel luogo dove studiano. Le due campagne, specie quella democratica, hanno uno stuolo di avvocati e volontari pronti ai seggi negli Stati chiave. 
La speranza è che il risultato sia talmente netto da far dimenticare quanto funziona male il sistema elettorale della prima democrazia del mondo.


di Martino Mazzonis

Cossiga? MORIRA' ANCHE LUI


"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interni (&). Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dellordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì».
(Francesco Cossiga, ex presidente della Repubblica italiana, eletto con i voti determinanti della sinistra, nonché Ministro degli Interni nel 1977, appoggiato dalla sinistra)

I problemi dell'ambiente li risolverà "la massaia di Abbiategrasso"



La cosiddetta "battaglia sul clima", esplosa nell'autunno all'interno dell'Europa, nel pieno della più grande crisi del capitalismo dell'ultimo secolo, ci racconta le enormi difficoltà dell'immediato futuro, nostro e del mondo. E non perchè l'Italia sia così importante da influire sul resto del pianeta, quanto piuttosto perchè l'Italia, in questo momento della sua storia, come già avvenne ai tempi del fascismo, sembra interpretare meglio di altri paesi le pulsioni belluine e regressive, gli umori violenti che caratterizzeranno il comportamento delle comunità umane negli anni a venire.

E', o dovrebbe essere evidente - in base perfino al buon senso comune di cui Giovanni Sartori ha recentemente pianto la scomparsa - che la questione dell'innalzamento della temperatura del pianeta non riguarda solo questo o quel paese, e che, quindi, è faccenda che deve essere affrontata collettivamente.

Collettivamente vuol dire planetariamente, con lo sforzo di tutti, poichè l'aria calda, l'effetto serra, non si ferma davanti a questa o quella frontiera, e i suoi effetti si riversano su ogni area della nostra Terra, senza riguardo per nessuno, e per giunta in forme, potenza, caratteristiche che nessuno è in grado di prevedere e tanto meno di prevenire.

Chiunque (parlo ovviamente delle persone che si trovano ai posti di comando) dovrebbe capire che il problema è grande, inedito, e attrezzarsi per affrontarlo al livello della sua, appunto inedita, complessità. Invece che accade? Che, in diversa misura paese per paese, ma con l'Italia in testa per ottusa improntitudine egoistica, ciascuno cerca di scaricare sugli altri il costo delle trasformazioni necessarie. Dietro i governi, e dei gruppi di potere in caccia di voti per la prossima rielezione, ovviamente, ci sono i potenti gruppi d'interesse, la cui lungimiranza è stata già ampiamente rivelata dalla crisi della finanza mondiale, che questi stessi gruppi, con le loro banche di riferimento, hanno prima creato e poi lasciato marcire fino all'esplosione del bubbone globale.

Nel caso specifico si tratta delle industrie automobilistiche, impegnate allo spasimo soltanto a ritardare l'inevitabile. Devono riconvertirsi per produrre altre vetture, meno inquinanti, emettenti meno grammi di CO2 per ogni chilometro di percorrenza, ma - non avendoci pensato per tempo (anzi avendo impedito, per decenni, la nascita di nuovi motori, per esempio a idrogeno) - adesso misurano i costi e i tempi dell'operazione, e scoprono che dovrebbero dedicare all'investimento per la ricerca e la progettazione dei nuovi modelli ben altre quantità di denaro. Il che, a sua volta, significa che dovrebbero spiegare ai loro azionisti (sempre le solite banche, e i soliti potentati incrociati che hanno guidato il pianeta) che la quota dei dividendi deve essere corrispondentemente ridotta.

Ed è questo che non sono in grado nemmeno di immaginare, meno che mai in tempi di crisi. E così i governi più deboli, o più proni agli interessi dei potenti, eccoli diventare i loro commessi viaggiatori nei consessi internazionali dove si cerca di decidere il da farsi collettivo. Eccoli calcolare l'ammontare della spesa, fare le pulci al vicino, cercare di strappare qualche percento in meno: i miei costruttori (leggi la Fiat) fanno auto più piccole dei tuoi, quindi io dovrei pagare di meno. Io sono più verde di te (falso naturalmente). Io non ho il carbone, mentre tu ce l'hai ancora (vero, ma quanta energia eolica produce l'Italia e quanta la Germania?). Quindi tu prima riduci il tuo carbone e poi discutiamo. Più o meno questo è il miserevole livello di queste discussioni, mentre la curva della produzione collettiva di anidride carbonica continua a salire. Ignorando il "dettaglio" che o riusciamo a invertire la curva di crescita delle emissioni di CO2 entro il 2017-2020, oppure dovremo dire addio a ogni prospettiva di contenere l'innalzamento climatico antro i 2 gradi centigradi da qui al 2050. E questo, a sua volta, significherà che le previsioni di una spesa (europea) di 70 miliardi di euro all'anno per fronteggiare gli effetti del riscaldamento, già previsti all'interno di un aumento di due gradi, dovranno essere ricalcolate al rialzo, moltiplicate per due o per tre ad ogni grado di "sforamento" di quel tetto.

La signora Prestigiacomo, il cui livello di informazione in materia - stando a quello che dice - non dev'essere di molto superiore a quello della famosa massaia di Abbiategrasso, annuncia fuoco e fiamme di fronte ai microfoni e alle telecamere che ne mostrano le gentili fattezze in edizione corrucciata: "noi non ci stiamo". E poichè questo tipo di decisioni, nell'Europa attuale, si possono prendere solo all'unanimità, tutto dovrebbe fermarsi fino al soddisfacimento degl'interessi elettorali di ognuna delle leadership europee.

Sarkozy risponde, a muso duro, che se l'Italia non ci sta si voterà lo stesso, e la decisione sarà presa a maggioranza. Ma è come sperare che l'effetto serra, per decisione politica, sia confinato sui paesi "cattivi", che non ci stanno.

E così il ministro Scajola, invece di capire che con la produzione delle auto non c'è futuro possibile e sostenibile (il che non vuol dire chiudere la Fiat domani, ma invitare la Fiat a progettare una vasta riconversione industriale, una diversificazione radicale, etc) annuncia incentivi alla rottamazione e all'acquisto di nuove automobili.

Sarebbe bastato che aspettasse il giorno dopo, e avrebbe potuto leggere sull'Herald Tribune che Kirk Kevorkian, il plurimiliardario Paperone americano stava vendendo una gran parte delle sue azioni della Ford. Vendendo in perdita, perchè si è reso conto che da quella parte non si faranno più profitti, e perchè, nel frattempo, le altre due rivali della Ford, General Motors, e Chrysler, stanno cercando affannosamente di fondersi perchè non riescono più a reggere, separatamente a un mercato in calo verticale.

Così, nella più grande confusione, in mezzo al panico, in un'atmosfera da fuggi-fuggi, le classi dirigenti dell'occidente globalizzato stanno affrontando una situazione che non avevano previsto e di cui non sanno prevedere gli sviluppi. Ciascuna per conto proprio, dimenticando quello che ci avevano detto nei decenni del neoliberismo più sfrenato: che ormai non sarebbe più esistita alcuna possibilità di decidere autonomamente. Avevano perfino inventato un acronimo per sintetizzare la filosofia globale: TINA, che stava per "There Is No Alternative", non c'è alternativa.

Dunque non c'era più alcuna possibilità di discutere, di decidere. C'era solo la soluzione di una efficiente " governance della necessità". Dunque, non c'era più alcun bisogno neanche della politica, ormai divenuta inutile. Cioè non c'era neppure bisogno della democrazia: una perdita di tempo, visto che la sopra ricordata massaia di Abbiategrasso non sarebbe mai stata in grado di capire la complessità della governance.

Quello che non vedono, le élites occidentali, è che siamo entrati tutti nell'anticamera di una "transizione". Verso dove? Verso una società radicalmente diversa da quella nella quale siamo nati e vissuti. Dobbiamo transitare, lo si voglia o non lo si voglia, lo si capisca o non lo si capisca, da un mondo senza limiti a un mondo che riconosce i suoi limiti. Abbiamo vissuto nell'idea che la quantità di energia disponibile fosse illimitata. Idea - sbagliata - che nasceva dalla apparente facilità con cui l'energia veniva estratta dalla terra. Idea che ci conduceva a pensare che sarebbe stato così per sempre.

Invece non solo non sarà così per sempre, ma non lo sarà più nel corso di questa e della prossima generazione. Il "picco" del petrolio avverrà una sola volta nella storia del genere umano, e non ce ne saranno altri.

Per cui l'alternativa reale che ci troviamo di fronte non è come creare nuove fonti di energia (cosa, per altro, ragionevole per affrontare, comunque, la transizione), ma pensare a una società in cui l'energia sarà un'altra cosa rispetto a quella attuale, e non necessariamente la si potrà infilare nel serbatoio di una automobile. Cioè che non tutte le energie sono intercambiabili, non tutte sono usabili nello stesso modo, non tutte sono ugualmente "democratiche", non tutte sono alla portata di tutti.

Ci vuole tanto a capire, per esempio, che l'energia atomica è faccenda che concerne solo gli stati? E che, se è vero che l'energia atomica può essere trasformata in energia elettrica, o in riscaldamento, è altrettanto vero che non ha molto in comune con un distributore di benzina? E che, quindi, il passaggio dall'energia concentrata all'energia di flusso, per giunta costante, comporta una riorganizzazione industriale dell'intera società?

Ecco perchè lo scontro tra Italia e Europa sulla battaglia climatica fa venire il latte alle ginocchia per la sua miseranda piccolezza (dell'Italia intendo dire). E' forse la prima volta che l'Europa diventa leader mondiale, sostituendosi agli Stati Uniti. E su una questione di portata epocale, che decide il futuro dell'Uomo. E il governo dell'Italietta, invece di cercare di collocarsi all'interno di questo progetto, lo ostacola, adducendo (demagogicamente) il proprio "particulare".

Leader degni di questo nome (ma non se ne vedono proprio, nemmeno all'opposizione) dovrebbero chiedersi con quale faccia l'Europa potrebbe presentarsi a Copenhagen, l'anno prossimo, a dire a Cina, e India, di ridurre le loro emissioni di gas-serra, se non sarà stata capace, essa stessa, di fare il primo passo nella giusta direzione.

E, quando le emissioni di CO2 saranno diventate tali da cambiare il corso della nostra vita, a prescindere dalle decisioni dei nostri imbelli governanti, cosa andranno a dire, costoro, ai lavoratori della Fiat? Avranno il coraggio, sempre che siano ancora ai loro posti, di dire che, mentre dicevano di voler difendere i posti di lavoro degli operai, si erano dimenticati di mettere a repentaglio le vite dei loro figli?

Non era meglio, per tempo, avviare una politica economica e sociale di adattamento alle nuove e inesorabili condizioni, sviluppare la ricerca, avviare un nuovo modo di vivere e di consumare (meno)?

Invece mobilitano drappelli di economisti pasticcioni e di propagandisti dell'esistente a spiegare alla gente che non bisogna credere ai "catastrofisti" (pensate, Angela Merkel, Nicholas Sarkozi, catastrofisti!) , che vogliono portarci via il frigorifero e farci andare a piedi, e che il riscaldamento è un effetto ciclico di cui non c'è da preoccuparsi,

Sarebbe da dire: che pena! Se non fosse che questa gente ha preso il timone del comando.

di Giulietto Chiesa, Megachip - in uscita sul prossimo numero di Galatea, European Magazine
http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8134

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