venerdì 24 ottobre 2008

Gianni Riotta rappresenta la disinformazione al servizio del potere politico ed economico


Al mondo c’è chi sta con la schiena dritta, e in genere non fa carriera. E c’è chi si piega con varie angolature possibili, e spesso fa carriera. C’è chi fa il proprio lavoro con correttezza e chi è disposto a qualunque bassezza. C’è chi ha le proprie idee ed è disposto a pagare il prezzo alla coerenza e chi invece va sempre dove tira il vento. C’è chi è onestamente di parte e chi è disonestamente neutrale.

Il simbolo del giornalista che fa carriera piegandosi in tutte le angolature possibili, che è disposto a qualunque bassezza, che va sempre dove tira il vento, ma si dichiara sempre (disonestamente) neutrale è il direttore del TG1 Gianni Riotta.

Troppo lunga è la lista delle bassezze di Gianni Riotta, l’uomo che in quota centrosinistra ha abolito il panino, salvo ripristinarlo non appena ha rivinto la destra, ma quella di ieri sera al TG più visto dagli italiani è simbolica per tutte.

Tutti lo sanno e nessuna persona onesta lo può negare: Berlusconi mercoledì sera in mondovisione ha affermato che manderà la polizia a sgomberare scuole e università occupate. Giovedì, per smentire se stesso, il capo del governo ha lanciato un volgarissimo attacco di comodo ai giornalisti, rei di aver inventato le parole del padrone del vapore.

Un giornalista onesto difenderebbe il proprio lavoro e infatti i TG seri (guardarsi SkyTg24 o il TG3, o Anno Zero come conferma) hanno rimandato in onda la conferenza stampa di Berlusconi, non per mettere alla berlina il primo ministro ma per un’elementare forma di difesa del proprio lavoro. Gianni Riotta no, il TG1 non si è sognato assolutamente di farlo, nonostante l’attacco di Berlusconi ledesse la sua dignità e quella della sua redazione.

A lui, che pure il giorno prima aveva aperto il TG con le minacce del primo ministro agli studenti, ovviamente non per denunciarne la gravità ma per supportarle, il giorno dopo andava bene piegarsi e dire: “Sì, badrone, ho mentito, perdonami, non hai mai detto che mandavi la Polizia”, come un Gasparri o un Cicchitto qualsiasi, che però fanno un altro mestiere.

Se Emilio Fede direttore di un TG privato risponde solo per la propria credibilità, una macchietta, non altrettanto vale per Gianni Riotta, direttore del più importante TG del servizio pubblico. Gianni Riotta è molto peggio di una macchietta; è la metastasi del cancro della disinformazione al servizio del potere politico ed economico.

E’ compatibile Gianni Riotta con il servizio pubblico? Ha senso un servizio pubblico se l’informazione la fa un servo come Riotta?

Fonte: Gennaro Carotenuto

Link: http://www.gennarocarotenuto.it/4064-fuori-gianni-riotta-dal-servizio-pubblico/#more-4064


"Noi la crisi non la paghiamo"


Dalle facoltà occupate della Sapienza di Roma, dall'ateneo in mobilitazione

A seguire l'appello nazionale scritto e promosso dalle facoltà della Sapienza in occupazione e in mobilitazione, al seguito dell'assemblea d'ateneo di mercoledì 22 ottobre (assemblea che ha visto la partecipazione di oltre 2.000 studenti).

Appello nazionale, Roma 22.10.2008 

Alle facoltà in mobilitazione, 
alle studentesse e agli studenti, ai dottorandi, ai precari della ricerca 

"Noi la crisi non la paghiamo", è questo lo slogan con cui poche settimane fa abbiamo iniziato le mobilitazioni all'interno dell'università la Sapienza. Uno slogan semplice, ma nello stesso tempo diretto: la crisi globale è crisi del capitalismo stesso, della speculazione finanziaria e immobiliare, di un sistema senza regole né diritti, di manager e società senza scrupoli; questa crisi non può ricadere sulle spalle della formazione, dalla scuola all'università, della sanità, dei contribuenti in genere. Lo slogan è diventato famoso, correndo veloce di bocca in bocca, di città in città. Dagli studenti ai precari, dal mondo del lavoro a quello della ricerca, nessuno vuole pagare la crisi, nessuno vuole socializzare le perdite, laddove la ricchezza è stata per anni distribuita tra pochi, pochissimi. 
Ed è proprio il contagio che si è determinato in queste settimane, la moltiplicazione delle mobilitazioni nelle scuole, nelle università, nelle città, che deve aver suscitato molta paura. Si sa, il cane che ha paura morde, altrettanto la reazione del presidente del Consiglio Berlusconi non si è fatta attendere: "polizia per le università e le scuole occupate", "faremo fuori la violenza dal paese". Soltanto ieri Berlusconi aveva dichiarato di voler aumentare i sostegni economici alle banche e di voler fare dello stato e della spesa pubblica garanti in ultima istanza per i prestiti alle imprese: in una parola, tagli alla formazione, meno risorse per gli studenti, tagli alla sanità, ma soldi alle imprese, alle banche, ai privati. Ci chiediamo allora dove si trova la violenza: è violenta un'occupazione o piuttosto è violento un governo che impone la legge 133 e il decreto Gelmini, in barba a qualsiasi discussione parlamentare? E' violento il 
dissenso o chi intende soffocarlo con la polizia? E' violento che si mobilita in difesa dell'università e della scuola pubblica o chi intende dismetterle per favorire gli interessi economici di pochi? La violenza sta dalla parte del governo Berlusconi, dall'altra parte, nelle facoltà o nelle scuole occupate, c'è la gioia e l'indignazione di chi lotte per il proprio futuro, di chi non accetta di essere messo all'angolo o costretto al silenzio, di chi vuole essere libero. 

Ci è stato detto che sappiamo soltanto dire no, che non abbiamo proposte. Niente di più falso: proprio le occupazioni e le assemblee di questi giorni stanno costruendo una nuova università, un'università fatta di conoscenza, ma anche di socialità, di sapere ma anche di informazione, di consapevolezza. Studiare è per noi fondamentale, proprio per questo riteniamo indispensabili le proteste: occupare per poter far vivere l'università pubblica, dissentire per poter continuare a studiare o fare ricerca. Molte cose nell'università e nelle scuole vanno cambiate, ma una cosa è certa, il cambiamento non passa per il de-finanziamento. Cambiare l'università significa aumentare le risorse, sostenere la ricerca, qualificare i processi formativi, garantire la mobilità (dallo studio alla ricerca, dalla ricerca alla docenza). Il de-finanziamento, invece, ha un solo scopo: trasformare le università in fondazioni private, decretare la fine dell'università pubblica. 

Il disegno è chiaro, anche gli strumenti: la legge 133 è stata approvata nel mese d'agosto, di fronte al dissenso di decine di migliaia di studenti si invoca l'intervento della polizia. Questo governo vuole distruggere la democrazia, attraverso la paura, attraverso il terrore. Ma oggi, dalla Sapienza in mobilitazione e dalle facoltà occupate diciamo che noi non abbiamo paura e di certo non torneremo indietro sui nostri passi. È nostra intenzione, piuttosto, far retrocedere il governo: non fermeremo le lotte fin quando la legge 133 e il decreto Gelmini non verranno ritirati! E questa volta andiamo fino in fondo, non vogliamo perdere, non vogliamo abbassare la testa di fronte a tanta arroganza. Per questo invitiamo tutte le facoltà in mobilitazione del paese a fare la stessa cosa: vogliono colpire le occupazioni e allora che altre mille scuole e facoltà occupino! 

In più, al seguito dello straordinario successo dello sciopero e delle manifestazioni del 17 ottobre, indetti dai sindacati di base, riteniamo giunto il momento di dare una risposta unitaria e coordinata nelle piazze delle nostre città. Proponiamo di dare vita a due scadenze nazionali: una giornata di mobilitazione per venerdì 7 novembre, con manifestazioni dislocate in tutte le città; una grande manifestazione nazionale del mondo della formazione, dall'università alla scuola, a Roma per venerdì 14 novembre, giornata in cui i sindacati confederali hanno decretato lo sciopero dell'università, giornata da costruire dal basso e che veda protagonisti in primo luogo gli studenti, i ricercatori ed i docenti in mobilitazione. Altrettanto riteniamo utile attraversare, con le nostre forme e i nostri contenuti, lo sciopero generale della scuola promosso dai sindacati confederali fissato per giovedì 30 ottobre. 

Quello che sta accadendo in questi giorni ci parla di una mobilitazione straordinaria, potente, ricca. Una nuova onda, un'onda anomala che non intende fermarsi e che piuttosto vuole vincere. Facciamo crescere l'onda, facciamo crescere la voglia di lottare. Ci vogliono idioti e rassegnati, ma noi siamo intelligenti e in movimento e la nostra onda andrà lontano!

Fonte: Megachip

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8157

Il paravento dei pirati per l'approdo di UE e NATO nel Corno d'Africa


Partite 7 navi da guerra, c'è l'Italia

L'Unione europea invierà a dicembre una forza navale lungo le coste somale per una «operazione contro la pirateria»: lo ha annunciato Javier Solana, alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. 
Sarà composta da navi da guerra di nove paesi (Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Svezia, Olanda, Cipro e Lituania). La comanderà, dal quartier generale di Northwood (Gb), il vice-ammiraglio Philip Jones. Scopo ufficiale dell'operazione è difendere dagli attacchi dei pirati le navi del World Food Programme, che portano aiuti umanitari nel Corno d'Africa. 
Per lo stesso nobile scopo è appena entrato nell'Oceano Indiano un gruppo navale della Nato, lo Standing Nato Maritime Group 2 (Snmg2). Ne fanno parte sette navi da guerra di Italia, Stati uniti, Germania, Gran Bretagna, Grecia e Turchia. Lo comanda un contrammiraglio italiano, Giovanni Gumiero, a bordo del cacciatorpediniere Durand de la Penne, nave ammiraglia del gruppo. Lo Snmg2, il cui comando è assunto a rotazione dai paesi membri, dipende dall'Allied Joint Force Command Naples, permanentemente agli ordini di un ammiraglio statunitense (oggi Mark P. Fitzgerald), lo stesso che comanda le Forze navali Usa in Europa. 
Ma - ha dichiarato ieri lo stesso ammiraglio Fitzgerald - «c'è poco che possiamo fare per fermare i pirati, in quanto le regole d'ingaggio devono ancora essere stabilite». La Nato ha comunque annunciato che, in questo «sforzo umanitario», «continuerà a coordinare la sua assistenza con l'operazione Enduring Freedom a guida statunitense». 
Emerge quindi il reale scopo dell'operazione. In Somalia, la politica statunitense sta subendo un nuovo scacco: le truppe etiopiche, qui inviate nel 2006 dopo il fallimento del tentativo della Cia di rovesciare le corti islamiche sostenendo una coalizione «anti-terrorismo» dei signori della guerra, sono sotto attacco e si stanno ritirando. Washington prepara quindi altre operazioni militari per estendere il proprio controllo alla Somalia, paese importante e strategico per la sua posizione geografica sulle coste dell'Oceano Indiano. Per controllare quest'area è stazionata a Gibuti, all'imboccatura del Mar Rosso, una task force statunitense. L'intervento militare si intensifica ora con la nascita del Comando Africa degli Stati uniti, nella cui «area di responsabilità» è stato inviato il gruppo navale Nato. 
Questo crescente intervento militare provocherà in Somalia altre disastrose conseguenze sociali, alimentando lo stesso fenomeno della pirateria. Esso è nato in seguito al saccheggio delle zone di pesca somale da parte di flotte straniere e allo scarico di sostanze tossiche, che hanno rovinato i piccoli pescatori, diversi dei quali sono poi ricorsi alla pirateria. 
Che la caccia ai pirati sia un paravento, lo dimostra l'altro compito ufficiale affidato allo Snmg2: visitare alcuni paesi del Golfo persico (Kuwait, Bahrain, Qatar ed Emirati arabi uniti), partner della Nato nel quadro dell'Iniziativa di cooperazione di Istanbul. 
Le navi da guerra della Nato andranno così ad aggiungersi alle portaerei e molte altre unità (tra cui il gruppo di spedizione d'attacco Iwo Jima, passato dalla Sesta alla Quinta flotta), che gli Stati uniti hanno dislocato nel Golfo persico e nell'Oceano Indiano, per controllare le rotte petrolifere, assediare l'Iran e bombardare l'Afghanistan con l'aviazione navale. 
Ufficialmente sempre per proteggere i mercantili dagli attacchi dei pirati, sono arrivate nell'Oceano Indiano navi da guerra britanniche, russe e indiane. Non poteva mancare la marina militare italiana, che ha l'onore di comandare il gruppo navale della Nato, con tanto di tricolore sulla nave ammiraglia. Come sempre, però, agli ordini di un ammiraglio statunitense.

di MANLIO DINUCCI

Puglia sotto choc. "Vendola si unisce, insieme a tutti i pugliesi, al dolore delle famiglie dei militari caduti"







Puglia sotto choc. L'elicottero HH-3F dell'Aeronautica militare partito da Brindisi e precipitato in Francia aveva a bordo sei militari pugliesi
IEra partito da Brindisi l'elicottero HH-3F dell'Aeronautica militare precipitato in Francia. E pugliesi sono sei degli otto militari morti nello schianto di un elicottero dell'Aeronautica, vicino Strasburgo. Questi i nomi delle otto vittime: Michele Cargnoni, 30 anni, di Brescia; Marco Partipilo, 29 anni, di Bari; Giovanni Sabatelli, 50 anni, di Fasano (Brindisi); Carmine Briganti, 41 anni, di Balzano (Taranto); Giuseppe Biscotti, 37 anni, di Grottaglie (Taranto); Massimiliano Tommasi, 34 anni, di Calimera (Lecce); Teodoro Baccaro, 31 anni, di San Vito dei Normanni (Brindisi); Stefano Bazzo, 32 anni di Vicenza.

Il velivolo è caduto in un campo nei pressi di una strada provinciale vicino alla città di Ligny-en-Barrois e ha preso fuoco. L'elicottero, come ha spiegato Serge Malaret, il comandante dei vigili del fuoco della regione, "è precipitato e ha preso fuoco per ragioni che non sappiamo".

L'elicottero era partito da Brindisi dove ha sede una base del Soccorso aereo che dipende dal XV stormo di Pratica di Bari. A bordo erano salite sette persone. L'elicottero ha fatto tappa a Rimini, da dove è decollato un altro velivolo. I due mezzi dell'Aeronautica erano attesi in Francia per un'esercitazione.

Il velivolo era un HH-3F dell'Aeronautica militare ed era impegnato, insieme a un altro elicottero dello stesso tipo, in un volo di trasferimento nell'ambito di una esercitazione militare italo-francese (vedi sito ufficiale). I due velivoli erano decollati da Digione ed erano diretti a Florennes, in Belgio. 

In segno di lutto per la tragedia il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha deciso di sospendere ogni manifestazione in corso a Torino in occasione del Salone del Gusto. Vendola è a Torino, con una delegazione della Regione Puglia, per incontrare, tra l'altro, i pugliesi emigrati in Piemonte. Il presidente della Regione Puglia - informa una nota dell'ufficio stampa - "si unisce, insieme a tutti i pugliesi, al dolore delle famiglie dei militari caduti".

Anche il presidente del consiglio regionale della Puglia, Pietro Pepe, in una nota ha espresso il cordoglio dell'assemblea regionale per la tragedia avvenuta in Francia. "Esprimo - sottolinea Pepe - il dolore del Consiglio regionale della Puglia, per la tragedia in cui hanno perso la vita otto militari italiani, alcuni dei quali pugliesi, nell'incidente aereo avvenuto in Francia. Il Consiglio regionale si stringe al dolore dei parenti delle vittime".
Fonte: La Repubblica

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