sabato 25 ottobre 2008

Il razzismo quotidiano del Belpaese


Non ci sono solo aggressioni. In Italia la xenofobia passa anche attraverso gesti in apparenza minori. Sempre più numerosi


Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare al bando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo se cittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a un annuncio per cuochi, scoprirono che l'albergo che li cercava, di neri non ne voleva. E "non per una questione di razzismo", gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, "perché in giardino, ad esempio", lavoravano "da sempre solo i pachistani". Il giorno in cui S., deliziosa adolescente napoletana, finì nella sala d'attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: "Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?".  Il Razzismo italiano è un "pensiero ordinario". Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell'autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. "Negro", una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani.  L'Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest'anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio "naturale", dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un capo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l'aggressione di uno studente angolano all'uscita di una discoteca nel genovese.  Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese? Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall'Europa la cui esistenza, significativamente, l'Italia ignora. Si chiama "Unar" (Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800901010) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l'anno, proteggendo l'identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta "solo" intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili.  Nei primi nove mesi di quest'anno l'Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell'intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell'Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini.  In una relazione di 48 cartelle ("La discriminazione razziale in Italia nel 2007") che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: "Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato (...) La cifra degli abusi è l'assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell'etnia o del colore della pelle". Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa "senso comune".  Appare impermeabile al contesto degli eventi e all'agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l'aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso "marcatori etnici" che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, "luoghi di specie".  Dice Antonio Giuliani, che dell'Unar è vicedirettore: "I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di "genere". Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: "Ci rubano il lavoro", "Ci rubano in casa", "Stuprano le nostre donne". Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese".  L'ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita "inoffensività" e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell'Interno ignorino la voce "crimini di matrice razziale", perché quella "razzista" è un'aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché "fatti non costituenti reato".  Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell'auto che ha regolarmente prenotato perché - spiega il gentile impiegato al bancone - il Paese da cui proviene "è in una black list" che farebbe della Romania la patria dei furti d'auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire "la sosta anche temporanea dei nomadi".  La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente "troppo contigui" e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un'equazione empirica dell'intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l'indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent'anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti.  Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull'Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: " È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla.  Si può discutere di tutto, ma senza un'opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l'assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all'ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata".  Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del "pensiero ordinario", l'aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell'Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che "gli immigrati non vengono serviti" (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle "3 botti" di via Buonarroti, che annunciava il divieto l'ingresso a "Negri, irregolari e pregiudicati"). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti.  Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. "Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all'autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L'autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa". T., appoggiata dall'Unar, ha fatto causa all'azienda dei trasporti. L'ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l'aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. "Prova ora a mandare un'altra lettera", le ha detto. 
di CARLO BONINI

In Italia il lavoro è doppio e nero

"Doppio e nero"


Operaio e cameriere. Archeologo e assistente sociale. Negli ultimi tre anni è aumentato del 40 per cento il numero degli italiani che ha un secondo impiego. E molto spesso nel sommerso 
 
Precari del pubblico impiego protestano
contro il lavoro nero
La doppia vita, per necessità. Otto ore a tagliare lastre di metallo in un capannone, altre tre o quattro tra i tavoli di una pizzeria. Cinque giornate nella bottega di barbiere, due a raccogliere l'uva o le olive, nel weekend. Oppure: mezza vita da archeologo, l'altra metà da assistente sociale. O ancora: traduttrice di giorno e di notte, sotto contratto in ufficio e in nero al computer di casa. E dottori di ricerca che la sera arrotondano al pub, postini che appena smontano vanno a fare gli istruttori in palestra, il classico lavoretto dell'infermiera che fa le iniezioni a domicilio e quello moderno del webmaster che arrotonda in Rete il reddito mai sufficiente del lavoro principale. È il secondo lavoro oggi, ai tempi della crisi e della flessibilità. Che hanno fatto tornare a galla un fenomeno sommerso, da sempre presente nell'economia e nella società italiana, imprimendogli un ritmo galoppante. Ed estendendolo a tutti i settori del lavoro e dell'economia: vecchi e nuovi, manuali e intellettuali, obsoleti e trendy.

Meccanici a metà "Prima lo facevo per avere quei due soldi in più: per andare in vacanza, comprare qualcosa per me. Adesso no, adesso il secondo lavoro mi serve per arrivare alla fine del mese". Vincenzo ha 36 anni e lavora in una media azienda metalmeccanica, dalle parti di Parma: otto ore al giorno su cinque giorni, "una settimana ho il turno al mattino, un'altra al pomeriggio". Il suo secondo mestiere è quello di cameriere: "È quello che facevo da ragazzo a Napoli, prima di venire su a lavorare. Lo so fare bene, mi chiamano sempre". E quando lo chiamano, Vincenzo va: la sera se ha il turno in fabbrica al mattino, altrimenti nei fine settimana. "Pagano abbastanza bene, ovviamente in nero: sono 100 euro per servizio. A fine mese, mi trovo in tasca 6-700 euro in più". Non che ci sia da scialare, però almeno così arriva dignitosamente a fine mese, sfiorando i 2 mila euro netti e lavorando praticamente sempre: "Abbiamo il mutuo da pagare, anche la mia compagna lavora ma senza gli extra non ce la faremmo. Per ora niente figli".
Ugo, che ha qualche anno più di lui e un figlio all'università, ricorda una figura in auge nel passato: "Io sono un metalmezzadro". Sette ore e mezzo in fabbrica, nel pieno della Food Valley parmense, e tutto il resto del tempo a curare un campo che ha in affitto, dove tira su produzioni biologiche e dove ha anche la casa: "Anzi, a dire il vero il mio primo lavoro era quello dell'agricoltore. Ma non potevo viverci, da una quindicina di anni ho cominciato a 
fare lo stagionale in fabbrica, per periodi via via sempre più lunghi, fino a entrarci a tempo pieno". Ma ha conservato il suo campo. E la sua passione: "Per me quello dell'agricoltore è il lavoro più bello del mondo. Ma come si fa a viverci? Quando va bene, ne cavo 5 mila euro in un anno". Che vanno ad aggiungersi a quelli della fabbrica, del 'primo lavoro' che comunque non basta: "1.300 euro per 13 mensilità. Qui non bastano a nessuno, chi può ne fa un altro, quelli che non hanno altri lavori li vedi tutti lì il sabato, a fare gli straordinari, finché ci sono". Ugo preferisce la campagna: "È un lavoro duro, e non sai mai quello che avrai. Una grandinata fuori stagione, e tutto il guadagno se ne va. Però preferisco questo, a fare più ore là dentro".

Vincenzo e Ugo hanno un buon punto di osservazione su quel che succede nelle loro fabbriche, in quello che è stato e resta uno dei distretti più dinamici della media impresa italiana: "Si teme il peggio, si comincia a parlare di cassa integrazione e mobilità". Tra i tavoli della sua pizzeria, Vincenzo ha cominciato a vedere facce nuove: "L'altro giorno è venuto a lavorare uno che ha una sua attività commerciale qui vicino, sì, uno che ha un negozio suo e la sera deve arrotondare in pizzeria". Ugo azzarda una statistica: "Crisi o non crisi, il doppio lavoro è una realtà. Da quel che vedo io, da noi almeno il 30 per cento degli operai fa un secondo lavoro".

Numeri al galoppo La stima di Ugo è molto vicina a quella delle poche statistiche ufficiali che ci sono in materia di secondo lavoro. Qualche tempo fa l'Eurispes ha parlato di 6 milioni di doppiolavoristi, tra i soli lavoratori dipendenti: il 35 per cento. All'Istat, nella casa di tutti i numeri, ci vanno con i piedi di piombo. Però tutto conferma che siamo nell'ordine dei milioni e che in buona parte queste attività sono nascoste al fisco e sfuggono alle rilevazioni statistiche. Alcuni dati arrivano dalla Direzione centrale di Contabilità nazionale, che fornisce stime e analisi sull'economia sommersa e il lavoro irregolare. Un buon indicatore, spiega Antonella Baldassarini, che si occupa di tali tematiche all'Istat, è il rapporto tra posizioni lavorative e occupati: se in un settore ci sono più posizioni lavorative che occupati, è perché alcuni occupati svolgono doppio o triplo lavoro. Nella media italiana, nel 2007 a ogni 100 occupati corrispondevano 120 posizioni: in numeri assoluti, le doppie (o anche triple) posizioni sono più di cinque milioni, secondo i dati Istat. Che permettono anche di vedere dove è più diffuso il secondo lavoro. A partire dall'agricoltura, dove a 100 occupati corrispondono 188 'posti': un fenomeno antico, rivitalizzato però negli ultimi tempi con la partecipazione degli italiani alle campagne stagionali e anche con la diffusione degli orti per l'autoconsumo.

Manifestazione di lavoratori
Forte la presenza delle posizioni plurime anche negli alberghi e nei ristoranti, nei servizi domestici, e tra i padroncini dei trasporti e i nuovi lavori delle comunicazioni. Ma attenzione, precisano all'Istat: questi sono i settori dove si svolge il secondo lavoro, niente ci dicono sulla provenienza del lavoratore 'bioccupato' (per usare il termine coniato dal sociologo Luciano Gallino, che tempo fa mise sotto la lente il fenomeno): il quale può venire da tutti i settori, pubblici e privati. "In molti casi il secondo lavoro avviene solo un po' più in là, in un'altra azienda dello stesso comparto, in altri no", commenta Gallino. "E comunque, dai tempi di quelle antiche ricerche a oggi, una cosa è certa: il secondo lavoro continua a prosperare".

Ma altri indizi dai dati dell'Istat ci dicono qualcosa di più. Nei complicati calcoli sulla produzione e il lavoro effettivi (comprensivi dunque di tutto il sommerso) l'Istat ha calcolato anche un forte aumento delle ore lavorate nella seconda attività: passate dal 5,6 al 6,9 per cento del monte ore lavorato complessivo in quindici anni. Non solo. Negli ultimi mesi, pare che ci sia stata una vera e propria corsa al secondo lavoro. Passando dalle stime aggregate dei contabili nazionali alle risposte date dal campione sul quale l'Istat fa la sua Indagine trimestrale sulle Forze di lavoro, si possono tirare fuori numeri interessanti: dal 2005 a oggi, la percentuale di coloro che dichiarano di svolgere una seconda attività cresce costantemente. In tre anni, si calcola un aumento del 39 per cento, particolarmente sensibile nei primi sei mesi di quest'anno. 

Il doppio precariato Un effetto dell'aumento dei prezzi, dell'emergenza domestica della quarta (se non terza) settimana e della crisi finanziaria globale? O l'effetto di un cambiamento più profondo, quello che ha man mano ridimensionato la stessa idea del 'primo lavoro', il pianeta centrale attorno al quale come satelliti stanno i lavoretti in nero? Prendiamo il commercio, la grande distribuzione, dove regna il lavoro part time. "Qui il problema non è il secondo lavoro, è trovarsi un secondo part-time per mettere insieme almeno un salario", ti spiegano alla cassa di qualsiasi supermercato. Cosa non facile, perché gli orari sono spezzettati e flessibili, variano da una settimana all'altra. Così molti si riciclano in lavori serali e notturni, dal pub alle pulizie. Ancora più complicata è la definizione del secondo lavoro nel vasto mondo degli atipici. "Tra tutti i collaboratori a progetto e le partite Iva, solo il 10 per cento dichiara all'Inps di avere più di un committente durante l'anno", dice Patrizio Di Nicola, sociologo del lavoro, che cura il Rapporto sui parasubordinati per Nidil-Cgil. In teoria, gli atipici sarebbero più fedeli al primo lavoro del classico lavoratore dipendente a tempo indeterminato. Ma non è così, e anche qui il nero dilaga: "Basta guardare i redditi: se un collaboratore a progetto in media guadagna 12-13 mila euro l'anno, e ha un'età tra i 35 e i 40 anni, è chiaro che per vivere deve fare anche qualcos'altro".

È il caso di Francesco, archeologo romano di 33 anni. "A dire il vero quello da archeologo è il mio secondo lavoro. Perché il primo, quello che mi dà la sicurezza per vivere, è il mio lavoro da educatore in una casa famiglia". In una casa famiglia (le microstrutture che hanno sostituito i vecchi istituti per minori abbandonati o affidati ai servizi sociali) c'è da fare sempre: aiutare i ragazzi a fare i compiti, a preparare un esame, accompagnarli a scuola o da qualche altra parte, a volte dormire. "I colleghi mi aiutano con i turni, così posso combinarli con l'altro lavoro, quello per la Sovrintendenza". Da educatore, Francesco è pagato con uno stipendio fisso: 900 euro al mese, netti. Da archeologo, è un professionista con partita Iva, dai 120 ai 180 euro, pagato a giornata come gli edili. "Ma al contrario degli edili non abbiamo cassa integrazione né altro". Insomma, "ho due lavori tutti e due precari". Come la sua collega Antonella, che ha una laurea e un dottorato di ricerca già concluso, e che per due anni ha passato la mattina in cantiere a scavare e il pomeriggio presso una società che fa la ricostruzione tridimensionale di monumenti antichi: almeno lei lavorava in campi contigui. Adesso invece "il mio secondo lavoro è a scuola, insegno italiano tre ore a settimana".
Non che il doppio lavoro intellettuale riguardi solo i precari. Il problema, più che la stabilità del posto, è il livello del reddito. Anna per esempio ha un contratto a tempo indeterminato con una società per la quale traduce dall'inglese e dallo spagnolo: netto in busta paga, 1.250 euro al mese. La metà vanno in affitto. Dunque, "lavoro di notte e nei weekend, faccio traduzioni da free lance". Nel mondo delle traduzioni, la tariffa si calcola per parola: "Mi pagano anche meglio, fino al triplo per parola tradotta, ma il primo lavoro mi serve per avere un minimo di sicurezza". Il secondo per avere 4-500 euro in più al mese. E, in alcuni casi, anche qualche soddisfazione in più. Nicola, che fa il webmaster e dunque dovrebbe stare nella parte alta delle classifiche del lavoro, quelle del nuovo che avanza, la spiega così: "Ho un contratto a progetto con un ministero, lungo e abbastanza buono. Ma in ogni caso non supero i 1.500 euro al mese. E mi resta del tempo per lavorare in proprio, progettare siti, per esempio: lo faccio non solo perché mi serve, ma anche perché in questi lavori sono più libero, posso esprimere una visione grafica, un'idea mia". Non è un caso se, nella classifica dell'Istat, è proprio nel settore 'comunicazioni e trasporti' il record delle posizioni lavorative: quasi il doppio degli occupati.
di Roberta Carlini


Siamo sull'orlo del fallimento


Il continuo crollo delle borse anticipa il blocco dell'economia reale
Aumentano gli stati sull'orlo del fallimento; Fmi sotto pressione


L'epicentro della tempesta globale si va spostando rapidamente verso l'economia reale, mentre si approfondisce il patatrac di quella virtuale (la finanza, con le sue mille scartoffie collegate fra loro che oggi vanno in fumo tutte insieme). 
Ma c'è una terza dimensione della crisi che comincia a mostrarsi in tutta la sua serietà: si allunga la lista degli stati a rischio-fallimento. Si tratta di un fenomeno fin qui assai raro (tutti ricordiamo solo il caso dell'Argentina, nel 2000), ma potenzialmente più distruttivo del crack delle banche. Tutti i piani di salvataggio fin qui concepiti, infatti, assegnano agli stati nazionali un ruolo di «garante di ultima istanza» della circolazione e del credito. Ma niente vieta, come si sta vedendo in questi giorni, che gli stessi Stati possano alzare bandiera bianca. Un ammonimento per quanti, con troppa faciloneria o impassibile fiducia nella credulità altrui, hanno finora «tranquillizzato» il popolo garantendo che «lo stato non può fallire». Tremonti e Berlusconi su tutti, naturalmente.
Ieri anche la Bielorussia si è rivolta al Fondo monetario internazionale (Fmi) per chiedere aiuto. Era stata preceduta da Islanda, Ungheria, Ucraina e Pakistan. Paesi differenti per importanza, popolazione, storia politica, religione, insediamenti industriali, ma accomunati da uno svuotamento delle casse pubbliche ormai insostenibile. L'Ungheria, per «consolidare» la propria moneta, ha ieri alzato i tassi di interesse dall'8,5 all'11,5%. E' un paese dell'Europa a 27, che fa così per attirare capitali esteri; anche a costo di bruciare qualsiasi prospettiva di crescita economica nei prossimi anni. 
Il «premio» che gli investitori chiedono per comprare obbligazioni governative - quelle «ultrasicure», nel linguaggio dei promoter finanziari - è arrivato ieri all'8,27%. Dietro di loro avanza già una folla inquietante, guidata da un colosso manifatturiero come la Corea del Sud. Non basta. La recessione incipiente ha abbattuto il costo delle materie prime. Buon per noi, potremmo dire, che possiamo dimenticare l'incubo del petrolio a 147 dollari (ieri è sceso fino a 66). Sì, ma il lato sbagliato della medaglia è che i paesi produttori entrano a loro volta in crisi. Il costo di un credit default swap per proteggersi dal fallimento della Russia è salito dall'1,3 al 10,8%. Se vi sembra normale...
Si sta progressivamente sfarinando, insomma, quella che era stata immaginata come la linea Maginot contro l'vanzare della crisi finanziaria. E l'economia reale ha un bisogno disperato di un'ancora per non andare alla deriva. Pochi dati per farsi un'idea. I pignoramenti delle case, a valle del tracollo dei mutui subprime, sono cresciuti negli Usa del 71% in un solo anno. Anche scontando un certo rallenatmento dovuto alle misure di «protezione dei proprietari di case» decisi da alcuni stati. Contemporaneamente, i sussidi di disoccupazione statunitensi sono saliti di 15.000 unità nell'ultima settimana; quasi mezzo milioni di americani, in sette giorni, ha perso il posto di lavoro.
Andrà probabilmente peggio nei prossimi mesi, vaticina il guru (pentito) della finanza facile, Alan Greenspan. In effetti, General Motors sta per varare un piano di licenziamenti più drastico di quelli presentati finora (comprende anche la possibilità di chiudere la Opel, la controllata in Germania). La Chryscler ha messo in preventivo 2.000 licenziamenti, mentre Merrill Lynch, potente banca di investimento salvata per i capelli da Bank of America, subirà una ristrutturazione che lascerà a casa almeno 10.000 persone. Non va meglio per il cosiddetto «immateriale». Il New York Times ha registrato un calo del fatturato dell'8,9%, accompagnato da una riduzione della raccolta pubblicitari anche più ampio: -16%. Nei giorni precedenti anche giganti del «capitalismo informatico» come Microsoft, Yahoo! e Google, hanno annunciato piani di ridimensionamento.
L'Italia - dice il governo - «non presenta rischi». Sarà, ma l'Isae registra un tracollo della «fiducia» di consumatori e imprese nel mese di settembre. L'indice dell'istituto scende da 96,2 a 86,5, tornando ai livelli minimi raggiunti nel finire del 1993. Un dato omogeneo, anche quantitativamentte, su tutto il territorio nazionale. Ciò nonostante, il presidente dell'Isae, Alberto Majocchi, non ravvisa «segnali di elementi restrittivi nell'erogazione del credito». Eppure i crediti internazionali, nei soli ultimi tre mesi, si sono ridotti di 1.100 miliardi di dollari (-3%).
Tutto bene? Dipende, ma non saremmo così drastici. Proprio ieri Eurostat (l'istituto di statistica comunitario) ha reso noto che gli ordinativi all'industria - l'input che muove le imprese a produrre, da qui ai prossimi mesi - sono calati nel mese di agosto dell'1,2% nella zona euro (i 15 paesi che hanno la moneta unica), dello 0,8 in Italia e dell'1,7 nell'Europa a 27 (compresi gli squinternati paesi dell'Est, quelli che si oppongono per disperazione al protocollo di Kyoto). Rispetto a un anno fa, però, questo scivolamento diventa del 6% nell'eurozona e del 6,7 nell'area a 27. Addirittura, se si fa astrazione da costruzioni navali, attrezzature ferroviarie e aerospaziali (tutte commesse a carico degli stati), il calo arriva a -7,5%.
In questo quadro, vi pare strano che le mitiche borse abbiano perso punti a grapoli anche ieri? Wall Street, dopo un'altalena da infarto (da +2 a -3), a un'ora dalla chiusura segnalava un Dow Jones a -3 e un Nasdaq a -4,4%.
di FRANCESCO PICCIONI

Le prossime mosse contro la crisi? Sempre le stesse!




Le risposte di Roosevelt alla crisi, terribilmente simili alle decisioni affannose di queste settimane

Possiamo oggi ripensare il New Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via dicendo. Certamente, deve essere come minimo un'azione a livello europeo.
La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale» nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari; spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La crisi fu aggravata dal legame del dollaro all'oro; dalla politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta regolazione. 

Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste ultime).

Non vanno dimenticati, negli anni, gli interventi a sostegno dei mutui ipotecari sulla casa e il credito ai contadini, ma anche i sussidi alla disoccupazione, il salario minimo (superiore spesso a quanto garantito dal padronato), l'istituzione di un welfare nella sanità e la sicurezza sociale: innovazioni radicali, ma perseguite talora in modo contraddittorio e discriminatorio. A due altre istituzioni del New Deal - la Reconstruction Finance Corporation, per aiutare le banche, e la Home Owners Loans Act, per rifinanziare i mutui - si è fatto riferimento in questa fase come possibili risposte alla crisi.

Il «nuovo patto» non si fermava alla politica monetaria espansiva o al sostegno al reddito. Lo illustra bene il National Industrial Reconstruction Act, la cui gestione ricadeva su un ente appositamente varato, la National Recovery Agency. L'obiettivo non era «keynesiano». Della domanda effettiva aggregata se ne occuparono pochissimo: Roosevelt era per il bilancio in pareggio, e l'Employment Act impose una massiccia decurtazione degli stipendi pubblici. L'obiettivo era semmai «pianificatorio». Anche se si affermò pragmaticamente, e fu di breve durata, si trattò di una gestione strutturale della domanda che accompagnava una ridefinizione politicamente governata dell'offerta, all'interno di un vero e proprio piano del lavoro. Giocava a favore il fresco ricordo della gestione pianificata dell'economia nel primo conflitto mondiale.
L'asse del New Deal era «grande industria-sindacato». La prima si vide allentare le regole della legge antitrust. Al secondo si garantivano, col Wagner Act, la libertà organizzativa nelle aziende che era stata violentemente repressa negli anni Venti, e la contrattazione collettiva. Alla base vi era l'idea di istituire «contropoteri», dando «potere di mercato» anche ai sindacati. Si tentò anche una timida organizzazione dei consumatori. Tutto ciò comportò uno scontro con la terza componente del «patto», la piccola industria. Finì in un compromesso che non soddisfece nessuno, e che dovette tener conto del populismo regionale americano, che è da sempre contro il big business, le big unions e la centralizzazione a Washington, il big government.

Per qualche anno gli interventi sulle infrastrutture pubbliche e l'occupazione diretta dei disoccupati da parte dello stato andarono avanti. Ai Civilian Conservation Corps, per la «protezione» della terra, e alla Public Works Administration, per i lavori pubblici, si aggiunse la ben più sostanziale Civil Works Administration, che li mise davvero in opera. Sono rimasti famosi la Tennessee Valley Authority, che col tempo sollevò alcune regioni da un profondo sottosviluppo, ed il piano di elettrificazione rurale. Dopo il 1935 il dilagare dei sit down e delle occupazioni di fabbriche per prevenire chiusure e serrate spinse alla promulgazione del Work Progress Administration Act, osteggiato dalla Corte Suprema, che diede lavoro a circa tre milioni di operai non qualificati.
Tuttavia, al procedere della ripresa, la politica federale puntò al rapido raggiungimento del pareggio nel bilancio. Nel 1936 l'economia riguadagnò il livello pre-crisi. Tre anni dopo, malgrado la ripresa, gli aumenti della produttività e le ristrutturazioni comportarono il mantenimento della disoccupazione al 14%. La ricaduta del 1937 riportò la disoccupazione al 19%. Il «keynesismo reale» venne con la Seconda Guerra Mondiale: la produzione bellica ed un disavanzo di bilancio annuo di oltre il 25% del Pil portarono al «pieno impiego», facendo perfino aumentare i consumi privati rispetto agli anni Trenta.
Dopo la guerra, nella c.d. «età dell'oro», la fase capitalistica 1945-1975, l'acquisizione teorica della possibile positività dei disavanzi nel bilancio pubblico fu pagata cara. Il sostegno alla domanda non fu «mirato», ma generico. Il perno fu negli Stati Uniti la spesa militare, che trainava anche le economie europee e asiatiche. Nei fatti, peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed internazionali. Iniziò l'era del primato della finanza e dell'attacco permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella produzione. 

L'ANNIVERSARIO

Viene proprio a proposito: domani (ieri ndr)è l'anniversario del tremendo «giovedì nero», quello che mise il modo di produzione capitalistico davanti alla concreta ipotesi del tracollo. Un fantasma che ancora oggi inquieta il sonno di chi non immagina nemmeno un mondo differente da questo. E giù tutti a dire: «E' la crisi più grave dopo il '29». Si può essere d'accordo in senso cronologico: questa viene in effetti «dopo». Ma non sul piano dimensionale: questa crisi è infinitamente più grande. Per la quantità di denaro e «valori» coinvolti. Ma soprattutto perché è il primo «crack» veramente «globale».

LA DEPRESSIONE

Anche chi aveva bandito la parola - estremo esorcismo - ora si ritrova a pronunciarla: recessione. Come allora, nel '29. Solo col passare del tempo venne consegnata ai posteri con un nome differente: Grande Depressione. Contrariamente a quel che si crede, il 1929 non fu un «botto» solitario, ma una lunga serie di cadute, segnate da improvvise «riprese» di borsa. Una discesa prolungata, costante, che solo dopo un paio d'anni cominciò a riversarsi sull'economia reale, sulla produzione e, quindi, alla fine, anche sull'occupazione. Una crisi che arriva dentro le famiglie, che viene drammaticamente vissuta e ripetuta in questi giorni anche in Italia, con tante fabbriche che annunciano improvvisi tagli e chiusure, cassa integrazione e licenziamenti. Senza dimenticare i lavoratori precari, privi persino di ammortizzatori sociali.


Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi
Fonte: www.ilmanifesto.it/

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