giovedì 30 ottobre 2008

"Ritorna la norma salva-manager. Ora il ministro Tremonti, come promesso, si dimetta"




L'opposizione lancia l'allarme: la norma salva manager sparita dal decreto Alitalia, dopo le prese di distanza del ministro Tremonti, torna in modo ancora più deflagrante in un altro provvedimento, questa volta presentato alla Camera - sottolineano - dallo stesso governo.  Per questo motivo alcuni senatori - Idv, Udc e Pd - chiedono, con una mozione, presentata oggi a Palazzo Madama, al ministro dell'economia Tremonti di riferire urgentemente in Parlamento. Il disegno di legge in questione è il ddl di "Delega al governo per il riordino della legislazione in materia di gestione delle crisi aziendali". Secondo i senatori dell'opposizione si prevede due ipotesi di equiparazione della dichiarazione di insolvenza a quella di fallimento: la prima riguarda la punibilità delle condotte indebite o ingiustificate tenute nel corso della procedura e le limita all'ipotesi di conversione dell'amministrazione straordinaria in fallimento, (nel corso o al termine della procedura stessa). La seconda scatta nel caso in cui si riscontri "la falsità dei presupposti per l'ammissione alla procedura", che sono la presenza di non meno di 200 dipendenti e l'ammontare dei debiti non inferiore ai due terzi dei ricavi.  Il disegno di legge governativo è stato presentato alla Camera dei deputati il 2 ottobre scorso, "proprio lo stesso identico giorno dell'approvazione, nell'altro ramo del Parlamento, del cosiddetto 'emendamento salva-manager' presentato dai Senatori Cicolani e Paravia" si legge nella mozione, che aggiunge: esso propone "sostanzialmente lo stesso contenuto normativo e precettivo" di quell'emendamento, "con un effetto addirittura più ampio e ancor più devastante", rispetto a ciò "che aveva fatto gridare allo sdegno l'intero governo".  "Adesso - ha detto il senatore dell'Idv Luigi Li Gotti - ci aspettiamo solo che il ministro Tremonti, come promesso, si dimetta". 
Fonte: La Repubblica

Estirpare il cancro della camorra



Qualche volta, quando non ne posso più della mia vita blindata, sento Raffaele Cantone perché vive costantemente sotto scorta non da due anni, ma da molti di più. Cantone ha scritto un libro che racconta il suo periodo alla Dda di Napoli, intitolato Solo per giustizia. Diviene magistrato quasi per caso, dopo aver cominciato a fare pratica come avvocato penalista.Diviene magistrato per amore del diritto. Ed è proprio quel percorso che lo porta a divenire un nemico giurato dei clan.

Non lo muove nessuna idea di redimere il mondo, nessuna vocazione missionaria a voler estirpare il cancro della criminalità organizzata. Lo guidano invece la conoscenza del diritto, la volontà di far bene il proprio lavoro, e anche il desiderio di capire un fenomeno vicino al quale era cresciuto. A Giugliano. Un territorio attraversato da guerre di camorra che ricorda sin da quando era ragazzo.

«C'erano periodi in cui i morti si contavano anche quotidianamente, spesso ammazzati in pieno giorno e in presenza di passanti terrorizzati. Le nostre famiglie avevano paura. Per timore che potessimo andarci di mezzo anche noi, ci raccomandavano di non andare in giro per il paese, di uscire solo quando era necessario. Quindi gran parte del tempo libero la si trascorreva a casa di qualcuno dei ragazzi della comitiva. Ma quando si spargeva la voce di un omicidio, anche noi "bravi ragazzi" spesso non resistevamo alla tentazione di andare nei paraggi per sentire chi era la vittima, a che gruppo apparteneva e soprattutto se era qualcuno che conoscevamo. Perché capita così, nella provincia: anche se si appartiene a mondi diversi, finisce che ci si conosce almeno di vista o di fama. E fu proprio un ragazzo conosciuto solo di vista una delle vittime innocenti di quella faida che sembrava eterna. Era un po' più grande di me e i sicari lo avevano scambiato per un affiliato della parte avversa, perché gli somigliava vagamente e soprattutto perché aveva un'auto di colore molto simile. Solo dopo avergli sparato si erano accorti dell'errore e si erano fermati. Ma alcuni colpi avevano raggiunto la colonna vertebrale e paralizzandolo in tutta la parte inferiore, avevano reso il giovane invalido per il resto della vita. Ancora oggi mi capita talvolta di incontrarlo, spinto sulla sua sedia a rotelle dalla moglie che all'epoca era la sua giovanissima fidanzata».

Un uomo che si forma in una situazione del genere comprende che il diritto diviene uno strumento fondamentale per concedere dignità di vita. Una dignità basilare, quella di vivere, di lavorare, di amare. Dove la regola non soffoca l'uomo ma anzi è l'unico strumento per concedergli libertà.

Poco prima era stata uccisa una ragazza di poco più di diciotto anni, figlia di un collega di suo padre. L'unica sua colpa era stata quella di essere uscita di casa nel momento sbagliato. Morì al posto di un delinquente in soggiorno obbligato che più tardi sarebbe diventato uno dei capi del clan dei Casalesi, uno dei più feroci: Francesco Bidognetti, detto "Cicciott' ‘e mezzanotte". Quel caso non ha mai avuto soluzione giudiziaria. E lentamente il ricordo si è sbiadito. I genitori sono morti entrambi di crepacuore. Anche il penultimo omicidio dei Casalesi è avvenuto proprio a Giugliano, non lontano da dove Cantone è tornato ad abitare con la sua famiglia. Quando si sono trasferiti nella casa nuova, i vicini e i negozianti hanno organizzato una raccolta di firme per mandarli via. Qualcuno ha persino lasciato una valigia al posto dove sosta la pattuglia di vigilanza: era vuota, ma doveva simulare un ordigno.

Il libro è la storia di questa quotidianità, la quotidianità di un magistrato in terra di camorra e delle ripercussioni pesantissime che questo pone anche sulla vita dei suoi famigliari. Come quando un maresciallo che in quel periodo faceva il capo scorta vuole portarlo a vedere la partita del Napoli. Cantone, sempre attentissimo a non accettare favori, continua a rimandare sino a quando l'invito viene espresso quando c'è pure suo figlio di cinque anni che è già tifosissimo. «"Papà, mi ci porti? Andiamo a vedere la partita? Ti prego…!". E allora accettai, a condizione che non piovesse». La domenica il maresciallo si presenta con una persona sconosciuta che a sua volta ha portato il figlio. «Questa sorpresa mi seccò a tal punto che fui tentato di dire che avevo cambiato idea. Ma come facevo con Enrico? Non avrebbe più smesso di piangere per la delusione».

Il giorno dopo, in Procura, chiamano Cantone chiedendogli con imbarazzo se è stato allo stadio e con chi. Perché l'amico del maresciallo è stato intercettato nell'ambito di un'inchiesta sugli affari dei Casalesi mentre assicurava uno degli indagati che a questo punto il pm sarebbe stato «avvicinabile». Non ne consegue nessun danno all'indagine, ma Cantone è furioso e sconvolto. L'unica volta che per amore di suo figlio si è sforzato di abbandonare la diffidenza che il mestiere gli ha fatto divenire seconda natura, scopre che la passione innocente di un bambino è stata strumentalizzata e abusata.

La diffidenza ha dovuto impararla presto, anni prima di entrare in antimafia. È una lezione che si iscrive nella sua carne e dentro la sua anima. «Un giorno d'inverno stavo tornando a casa nel primo pomeriggio, con l'intenzione di chiudermi nello studio e guardare con calma alcune carte. Come al solito, prima di salire, mi fermai alla cassetta delle lettere per prendere la posta. Quella volta ci trovai soltanto un foglio piegato, senza busta. E ancora adesso, quando penso al gesto automatico con cui lo aprii e vidi cosa c'era scritto, risento i brividi che mi assalirono in quel momento. Era una sorta di volantino, composto da ben due pagine. In alto c'era una mia fotografia […] Il testo era spaventoso. Un congegno osceno orchestrato con dati reali della mia vita e con calunnie gigantesche […] Nel volantino c'era posto per tutti i miei familiari». Cantone corre a metterne al corrente il procuratore Agostino Cordova, capendo che l'attacco è gravissimo. Però non riesce ad immaginare la portata di quella campagna di diffamazione. Il giorno dopo il volantino arriva a tutti i colleghi, a carabinieri e polizia, a molti avvocati e politici campani, a tutte le redazioni dei giornali, al Csm, persino a Giancarlo Caselli e Saverio Borrelli. Migliaia di volantini mandati ovunque. Per distruggere un semplice sostituto procuratore che stava svolgendo un'indagine su un'immensa truffa assicurativa, seguendone le tracce per mezza Europa.

Sono pagine impressionanti perché evidenziano con estrema limpidezza come funziona la diffamazione. Non ti si attacca frontalmente, a viso aperto. Cercano di isolarti mettendo in circolazione il virus della calunnia, certi che da qualche parte l'infezione attecchisca e il contagio si propaghi. E che a quel punto il danno sarà irreparabile. «"Meglio una calunnia che un proiettile in testa" era una frase che mi fu detta come sincero incoraggiamento da più di un collega. Ma di questo, sebbene sia un'affermazione di buon senso, non ero e non sono tanto certo. Io mi sentivo come se cercassero di farmi una cosa anche peggiore che eliminarmi fisicamente. Perché si può distruggere un uomo, annientarlo, senza nemmeno torcergli un capello. E paradossalmente è molto difficile che questo accada quando si uccide veramente». È questo uno dei punti più dolenti. La diffamazione ti lascia vivo fisicamente, ma annienta tutto quello che hai fatto. Come una sorta di bomba a neutrone che lascia intatte le cose mentre cancella ogni forma di vita. La vita morale di un uomo non può mai essere distrutta così radicalmente come dalla calunnia. Per questo anche chi è abituato a uccidere spesso la preferisce al piombo.

Quando entra alla Direzione distrettuale antimafia e gli viene assegnato il Casertano, c'è chi commenta: «Come al solito, Raffae', t'hanno fatto…». Il che in italiano si tradurrebbe con "fregato" o forse ancora meglio con "ti hanno rifilato un pacco". «La camorra casalese veniva vista come qualcosa di molto feroce e impegnativo e al tempo stesso provinciale, di scarso prestigio».

Ma il processo Spartacus aveva segnato una svolta e il libro è un omaggio a tutti i magistrati che l'avevano istruito e a tutti quelli che, come Cantone stesso, hanno successivamente portato avanti un impegno difficilissimo: Di Pietro, Cafiero de Raho, Greco, Visconti, Curcio, Ardituro, Conzo, Del Gaudio, Falcone, Maresca, Milita, Sirignano e Roberti.

Perché in certi territori la lotta per la legalità e la giustizia è una battaglia combattuta ad armi terribilmente impari. I clan hanno danaro, armi, uomini, coperture e collusioni a non finire. Dall'altra parte i mezzi sono limitati, la mole di lavoro è talmente enorme che bisogna essere disposti a fare straordinari che per molti non sono nemmeno pagati. Tutto il successo è sulle spalle di chi continua a voler far bene il proprio lavoro: magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri. Uomini che rischiano la vita per senso del dovere e magari anche per lealtà verso i superiori che hanno saputo conquistarsi la loro fiducia, una lealtà primaria da soldati in trincea, e che non vengono ricordati quasi mai. E invece il libro di Cantone gli rende omaggio e gli concede visibilità. Uomini che spesso in territori marci sono il vero argine per contrastare lo strapotere delle mafie. Cantone si sente uno di loro: non un eroe, semplicemente un magistrato che ama il suo lavoro perché ama il diritto, crede nell'accertamento della verità.

Questo per i boss è incomprensibile. Non riescono a concepire che un magistrato persegua solo la giustizia, non personalmente loro. Che non tutti gli uomini sono uguali a loro. I boss sanno che non tutti ammazzano e che non tutti resistono al carcere. Ma sono certi che tutti vogliono danaro, fama, donne e potere. E chi non lo ammette, sta dissimulando, mentendo, imbrogliando. Così la pensa Augusto La Torre, il ferocissimo quanto intelligente capo del clan di Mondragone che l'impegno di Cantone ha messo in ginocchio. È il primo a pianificare un attentato contro di lui ed è anche uno dei primi a pentirsi. Durante gli interrogatori indulge con particolare precisione sui dettagli degli omicidi che ha commesso: la prima strage di extracomunitari a Pescopagano, il gesto con cui tappa col dito lo zampillo di sangue che esce dal buco sulla fronte dell'autista di un capozona dei Casalesi, lo strangolamento con un filo della luce di un piccolo affiliato soltanto sospettato di essere un «infame», mentre il boss continua a ripetergli «non ti faccio niente, non ti faccio niente».

Eppure, ragiona Raffaele Cantone con amarezza, il clan che pareva sconfitto si riforma. Meno potente, ma il territorio riprende a sottomettersi. La camorra non è possibile sconfiggerla soltanto con indagini e processi, sequestri e arresti. Raffaele Cantone oggi non lavora più alla Dda, è diventato giudice al massimario della Cassazione. Ma ha voluto dare un altro strumento per sconfiggere le mafie. Un libro in cui si racconta come si arriva a diventare uno dei principali nemici dei clan e come è fatta la vita di chi li combatte: solo per giustizia

di Roberto Saviano - da la Repubblica

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8206

Crimini georgiani in Ossezia del sud



La Georgia ha commesso crimini di guerra durante la sua invasione della provincia separatista dell'Ossezia del sud. Lo sostiene la Bbc in virtù di testimonianze raccolte in loco che parlano di carriarmati che hanno sparato direttamente contro le case e di come i militari abbiano aperto il fuoco contro la popolazione civile in fuga. Le accuse dell'emittente britannica vanno di parti passo con le prove raccolte da organizzazioni per la tutela per i diritti umani come Human Rights Watch, che puntano il dito contro l'uso indiscriminato della forza da parte della Georgia e l'attacco deliberato contro i civili. Queste accuse sono da considerarsi crimini di guerra in violazione delle Convenzioni di Ginevra. Decade così il castello di accuse contro la Russia e l'immagine di "vittima" della Georgia costruita da Washington per stigmatizzare l'intervento in Ossezia del sud.
Fonte: liberazione

Memoria di una generazione ribelle condannata all'oblio



Giuseppe Pinelli, Walter Rossi, Pietro Bruno, Tonino Miccichè. Sono solo alcuni dei nomi dei militanti della sinistra uccisi negli anni Settanta. Un'anticipazione dal volume, «La piuma e la montagna», che racconta le loro vite

Penso alle vite di Miccichè, Franceschi, Bruno, Lorusso e di tutti gli altri come a un dono generoso e disinteressato fatto a tutti noi. Furono dei militanti politici. Ma i tratti salienti della loro militanza si sottrassero alla cappa plumbea delle ideologie novecentesche. C'era un approccio critico che investiva compiutamente i modelli etici e culturali tradizionali, contestando una società in cui il ruolo dell'individuo e le sue esigenze andavano completamente ridefiniti; la politica ma anche il rapporto fra i sessi, i sentimenti, la famiglia. C'erano bisogni e desideri affettivi, sentimentali e sessuali variamente repressi che dovevano trovare il modo di esprimersi liberamente, al di fuori delle convenzioni e delle costruzioni giuridiche. Quello che avevano in mente non era tanto il comunismo ma il rifiuto dell'ipocrisia, dell'opportunismo, dell'egoismo. Così, tra i valori ereditati dalle tradizioni rivoluzionarie più che la libertà, erano l'uguaglianza e, soprattutto, la fraternità a segnare i loro orizzonti esistenziali e politici. (...) Tutti si sentirono parte integrante di una comunità giovanile (lo dicono con molta efficacia gli amici di Walter Rossi in questo volume La piuma e la montagna, manifestolibri) che si riconosceva solo in se stessa, autorappresentandosi come altra e separata rispetto al resto del mondo.
La loro speranza di una società buona e perfetta li spinse a infrangere tutte le certezze che fino ad allora avevano alimentato i percorsi dalla giovinezza alla maturità: non già guadagni più alti o una vita migliore, ma un impegno assiduo, senza pause, una purezza che spingeva al sacrifico della felicità privata sull'altare del bene pubblico. Dalle testimonianze raccolte emerge chiaramente come per tutti loro far parte del movimento significava agire in prima persona, impegnarsi direttamente per cambiare le cose; quelle scelte contrapponevano alla parsimonia e all'avarizia dei valori «borghesi» la totale dissipazione delle proprie energie intellettuali e di se stessi. Sei quello che fai fu lo slogan simbolicamente più efficace del '68, quello in cui si riconobbero Franceschi e gli altri. 

Una lunga marcia

Era una scelta che non lasciava spazio a quella concezione ossessiva e totalizzante dell'Organizzazione che aveva caratterizzato i militanti rivoluzionari del Novecento. L'unica forma organizzativa accettata era un «movimento permamente»; non esisteva un modello precostituito della «nuova società» che sarebbe nata dopo la presa del potere; a determinarlo avrebbero concorso esclusivamente gli sviluppi concreti assunti dal processo rivoluzionario. 
Allora la differenza tra il comunismo cinese (capace di esprimere dal suo interno una «rivoluzione culturale» tale da rimettere in discussione assetti di potere e rendite di posizione dei vecchi militanti rivoluzionari) e quello sovietico, (mummificato nel rigido dogmatismo di un esercizio del potere fine a se stesso) era considerata genetica, si riferiva cioè essenzialmente alla diversità del loro percorso di impianto; da un lato la presa del Palazzo d'Inverno (...) tesa solo alla conquista del potere politico immediato senza che niente intorno cambiasse, delegando tutto al dopo; dall'altro la «lunga marcia», una lotta protrattasi negli anni, un percorso rivoluzionario di lungo periodo, tale da far maturare «uomini nuovi» prima della presa del potere.
La lotta trasforma. Il conflitto libera le energie migliori degli uomini e dei soggetti collettivi. Ogni stato di equilibrio, appena raggiunto, va destabilizzato, in un divenire incessante che preserva l'organizzazione dalla sclerosi burocratica e dalla gestione amministrativa del potere. Alla ricerca di nuovi «modelli esistenziali», gli studenti adottarono Ernesto «Che» Guevara come simbolo di questa concezione della politica. (...) Il «Che» si poneva come l'antitesi piè immediata della monumentalità e della staticità del comunismo reale. Per la sua educazione politica e sentimentale la strada era stata più importante dei libri e nei suoi viaggi adolescenziali, in motocicletta, in America Latina (Cile, Venezuela, Perè, Guatemala) aveva incontrato «i comunisti» piuttosto che «il comunismo». Dopo la vittoria della rivoluzione cubana (1959), assurto al vertice del potere castrista, avrebbe tentato di tradurre quel lontano apprendistato in una coerente linea politica e programmatica. Poi, però, smise di fare il ministro, riprese le armi, ritornò guerrigliero: «Creare due, tre... molti Vietnam», lo slogan da lui lanciato il 16 aprile 1967, si riferiva da un lato alla dimensione permanente del conflitto, dall'altro proprio alla necessità di rifiutare ogni «delega» tale da sottrarre i rivoluzionari all'impegno di agire direttamente e in prima persona. 

Lo stato del desiderio
Credo che a questi modelli, a questa concezione dell'Organizzazione e della Politica siano riconducibili anche i risvolti piè tipicamente esistenziali di quell'esperienza: «Chi partecipò al sessantotto - scrisse a suo tempo Elvio Facchinelli - comprese che ciò che conta non è tanto l'oggetto del desiderio quanto lo stato del desiderio, e che la soddisfazione del desiderio è la morte del gruppo». Fu il cuore del radicalismo sessantottesco: a una società che fondava l'esistente sulla soddisfazione dei bisogni si contrappose un «perenne non basta», il beffardo smascheramento della realizzazione dei desideri come mistificante illusione del potere. E fu un'altra drastica rottura con la tradizione della Terza Internazionale che sulla «soddisfazione dei bisogni» aveva modellato le sue parole d'ordine di rivoluzione e di rivolta. C'è ancora un'altra, decisiva valenza del «sei quello che fai», ed è quella legata all'incontro con la classe operaia. 
Vivere la vita degli operai, respirarne gli stessi problemi, coglierne nell'aria le aspirazioni politiche e i desideri personali, i valori morali e le tradizioni culturali per poi fissarli sulla carta delle rivendicazioni e delle lotte apparve ai giovani del '68 come il vero unico antidoto contro le tossine delle vecchie ideologie novecentesche. «L'ideologia - scrisse allora Guido Viale - non incontra mai il proprio nemico. Entrambe vivono in una realtà separata. Per questo ha continuamente bisogno di simboli: per rappresentare se stessa come per individuare l'avversario»; la politica del '68, invece, «non si erige a sistema ma non le viene mai meno qualcosa - o qualcuno - contro cui combattere nella concretezza della vita quotidiana». Di qui, la scelta per un incontro con la classe operaia in cui - come si esprimeva allora lo stesso Viale - gli studenti «avrebbero portato la loro critica radicale della struttura gerarchica della società e delle sue forme di dominio, il bisogno di rompere l'isolamento dei compartimenti stagni su cui essa si fonda, la critica della vita quotidiana come campo privilegiato della lotta politica», gli operai «il senso materiale e terreno del proprio corpo: della propria salute... degli orari, dei turni... del salario, che è la forma in cui ogni ora di lavoro viene ripartita tra chi fatica e chi si appropria della ricchezza prodotta... il senso di sé più pieno, che è il modo in cui viene vissuto e speso il proprio tempo». 

Il quotidiano è politico
Lo racconta Daria Basso, a proposito di Tonino Miccichè, operaio della Fiat a Torino: «Lavoravo anch'io alla Fiat. Una scelta molto importante per il valore che aveva agli occhi di chi a Torino faceva militanza politica e per come questo ci faceva sentire, noi lavoratori ventenni, tra coetanei anche molto diversi: operai, impiegati, studenti, intellettuali, militanti di base, responsabili di sezione, sia donne che uomini... Ci conoscevamo tutti e ci conoscevano tutti... La nostra vita era scandita dagli incontri politici, spessissimo di pomeriggio, ma anche il sabato sera, a volte anche la domenica. In un modo o nell'altro si stava sempre insieme. Con Tonino e alcuni altri operai Fiat ci vedevamo piè spesso a cena perché avevamo in comune la solitudine. I nostri genitori non erano a Torino e nessuno ci aspettava a casa. Di conseguenza facevamo un po' famiglia. Ma nello spirito eravamo vagabondi, come diceva mio padre. Potevamo dormire dove capitava. Insieme ci sentivamo davvero liberi». 
Era quella che allora si definì la politicizzazione del quotidiano e che scardinò tutti i tradizionali riferimenti organizzativi a cui era stata ancorata fino ad allora la distinzione pubblico/privato. Il militante rivoluzionario novecentesco era nato insieme alle regole «cospirative» della Terza Internazionale; il settarismo, l'ostinata chiusura verso l'esterno, il sospetto assunto come norma anche nei rapporti umani e affettivi, una rappresentazione di se stessi legata all'interpretazione totalizzante della propria militanza politica, incidevano sugli stessi contorni esistenziali dei militanti.
La carica finalistica che li animava garantiva una solidarietà ideologica granitica e compatta; si sentivano depositari di grandi certezze e di grandi verità, sorretti da una speranza di rivoluzione che era anche un progetto di complessiva palingenesi sociale. Avevano, insomma, una fede da testimoniare. Era questa la loro forza, il grande patrimonio umano e morale a cui poteva attingere la loro linea politica. Ma c'era ovviamente un prezzo da pagare: gli avversari erano tutti nemici; i dissensi interni, le rinunce alla militanza politica, erano eventi altamente drammatizzati come sempre avviene nei gruppi fortemente centralizzati e con esasperati vincoli disciplinari. L'incubo degli eretici e dei «traditori» rendeva molto improbabile che un compagno potesse diventare anche un amico. 

In nome dell'antiautoritarismo

Con il '68 si affermò invece una forma inedita di militanza senza pause, senza soluzione di continuità tra i suoi aspetti privati e quelli pubblici. Le assemblee strutturarono una inedita comunità studentesca, come le occupazioni delle fabbriche nell'autunno caldo avrebbero dato vita alle «comunità operaie»: si viveva tutti insieme, condividendo gli spazi ludici dell'esistenza intrecciandoli con quelli della militanza e del dovere. Le affinità elettive si intrecciarono con le solidarietà politiche, lo «stato di cose presenti» fu contestato nelle sue articolazioni apparentemente piè impolitiche e tuttavia rilevantisssime sul piano esistenziale (...). In questo nuovo orizzonte della quotidianità la famiglia fu il nucleo attorno a cui si concentrarono le tensioni forse più rilevanti: la lotta antiautoritaria, pur avendo bersagli pubblici, istituzionali, poteri considerati privi di legittimità sostanziale, attaccò soprattutto i rapporti parentali tra le generazioni e i sessi. Franco Serantini era senza famiglia. Tonino Miccichè stava per farsene una ma non ne ebbe il tempo e fu ucciso. La famiglia di Walter Rossi viene così descritta dagli amici: «Il nonno era stato un antifascista. Il papà era commerciante. Votava Pci. Un tipo piuttosto autoritario e fra loro c'erano dei grossi conflitti. Ogni tanto veniva a dormire a casa mia perché avevano litigato. 
«Per un periodo trovammo una stanza dove andare a rifugiarci per conto nostro, suonare la chitarra. Si trattava di uno scontro generazionale all'epoca assai diffuso». Roberto Franceschi ebbe una madre solidale e partecipe. Più difficile fu la scelta di Francesco Lorusso: «Inizialmente in famiglia la scelta di Francesco non venne presa bene. Poi la sua spiccata personalità riuscì a dominare anche il malumore di mio padre il quale aveva certamente una tendenza repressiva», ricorda il fratello Lorenzo. Situazioni diverse, accomunate oggi da una memoria dolente che cerca in tutti i modi di opporsi all'oblio e alla cancellazione regalandoci così uno dei paradossi più sconcertanti tra i molti innescati dal '68: quella stessa famiglia allora negata, derisa, combattuta, quarant'anni dopo si presenta come l'unico ambito in cui sopravvive il ricordo di quelle vite generose. Ma è un altro tipo di famiglia. Il dolore resta ancora uno spazio privato, ma si intreccia con forme di aggregazione e di solidarietà che non hanno piè niente di familistico. il lutto dei parenti ha infranto le barriere degli interni domestici ed è diventato il grimaldello attraverso cui si è spezzato il muro dell'omertà istituzionale. In questo senso, a legare l'intervento di Haidi Giuliani a quello delle altre madri e degli altri familiari che portano ancora i segni dei lutti degli anni '70 non è tanto un'improbabile continuità tra quella stagione (ancora totalmente novecentesca) e quella che ha segnato gli eventi culminati nelle giornate di Genova nel luglio 2001; si tratta dell'appartenenza a una «rete» comune, diventata ormai solida e stabile, al cui interno il dolore privato si è trasformato nella tutela dell'interesse pubblico alla verità e alla giustizia: e questo è uno dei segni di più rilevante discontinuità introdotti dal '68 in una tradizione italiana che ha sempre visto in radicale contrapposizione familismo «amorale» da un lato, senso civico dall'altro.
GIOVANNI DE LUNA

SCUOLA POLITICA



«Né di destra, né di sinistra». Di questa definizione, da tempo utilizzata a piene mani dalla destra e dalla sinistra appunto, abbiamo imparato a diffidare. È infatti attraverso questa pretesa di oggettività indiscutibile, divinamente ispirata dall'«interesse generale» che sono stati imposti fino a oggi contenuti di natura restauratrice e repressiva: il controllo pervasivo delle nostre vite, la sicurezza come puro e semplice ordine pubblico, la repressione dei comportamenti giovanili, la discriminazione dei migranti.
Accade ora che questa stessa espressione venga impiegata dall'imponente movimento di studenti, insegnanti e cittadini, che da settimane attraversa tutto il paese, per descrivere se stesso. Ma rovesciandone interamente il senso. È soprattutto questa novità che ha fatto saltare i nervi a Silvio Berlusconi e al suo governo. Che, non a caso, si sono sforzati in ogni modo e contro ogni evidenza di ricondurre questa tumultuosa ripresa dei movimenti all'«estrema sinistra» (che sarà mai?) e al mondo dei centri sociali. Il conflitto «né di destra né di sinistra» che ha invaso scuole, università e piazze di tutta Italia comincia a trasformarsi in un incubo tanto per la maggioranza di governo quanto per le ombre dell'opposizione parlamentare. 
Dietro quell'espressione, fin qui tanto apprezzata dai moderati, si manifestano questa volta contenuti di libertà: non la delega all'autorità del potere, ma la volontà del mondo della formazione di autodeterminarsi, non il ridimensionamento securitario dei diritti democratici, ma la pretesa di estenderli, non l'accettazione delle priorità e delle forme delle rappresentanze parlamentari, ma il loro sconvolgimento. È un movimento tutto politico, non esistono movimenti che non lo siano. Non si tratta di un espressione di «disagio» che attende di essere raccolta da qualcuno e tradotta in programma, ma di un percorso di autonomia che intende costruire in proprio, che non opera al di sotto della dimensione politica (dal basso) ma alla sua altezza. Come potrebbero gli studenti universitari e medi richiamarsi a una sinistra che ha contribuito nel tempo, vuoi accodandosi all'ideologia aziendalista, vuoi nutrendo nostalgie stataliste o utilitarismi industrialisti, a ridurre la scuola e l'università alla condizione di miseria culturale in cui versano e alla devastazione di ogni socialità nella vita degli studenti? Le numerose frottole che hanno accompagnato per anni le cosiddette riforme (l'allineamento al mercato del lavoro, gli investimenti privati, il miglioramento dei servizi e delle strutture, le magnifiche virtù del 3+2) sono franate una dietro l'altra. Per non parlare del gergo bancario (crediti, debiti), adottato dal sistema della formazione, ridotto oggi al triste gergo della bancarotta. 
CONTINUA | PAGINA 5 «Né di destra, né di sinistra», così come il movimento si autopercepisce, significa innanzitutto una rottura radicale con questa storia, un rifiuto degli arroccamenti identitari e della prescrittività dei modelli politici tramandati. Ma non si parte da zero, da una ingenua spontaneità. Vi è ormai un cospicuo patrimonio di analisi, di riflessioni, di pratiche politiche che, nel corso degli ultimi anni, hanno smontato pezzo per pezzo, l'applicazione di una miserabile logica costi/benefici al mondo della formazione, della produzione e trasmissione del sapere. Vi è infine il vissuto della «miseria della condizione studentesca» nell'università riformata.
Può accadere allora che qualcuno desuma dall'assenza di bandiere rosse l'esistenza di uno spazio per sventolare quelle nere. Può anche accadere che un gruppo organizzato prenda la testa di un grosso corteo. Ma è un tentativo tutto strumentale e con le gambe corte. Lì dove il discorso razionale del movimento si sviluppa, l'ideologia della destra sarà costretta al silenzio. La diversità dei linguaggi, delle pratiche e degli obiettivi non tarderà a manifestarsi, al di là delle apparenze. Ma un pericolo reale c'è, sia pure vecchio e abusato. La carta degli «opposti estremismi», delle fazioni in lotta. Qui i gruppi della destra organizzata possono davvero dare una mano al governo, innescare la risposta repressiva. Da questo bisogna guardarsi.
MARCO BASCETTA

Maroni a scuola da Cossiga



Ricordate le parole di Cossiga nell'intervista a 'La Nazione'? Dice che "le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti (gli studenti e i docenti, ndr) in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano". Bhe, evidentemente qualcuno ha dato retta a Cossiga.

Nel video qui potete ascoltare la testimonianza di Curzio Maltese, diretto testimone degli scontri a Piazza Navona a Roma, secondo cui "gli incidenti sono stati provocati ad arte" da parte di provocatori "ignorati dalla polizia", la quale "ha sistematicamente manganellato gli studenti senza armi e ignorato gli altri". Sempre secondo Maltese, "i violenti non erano ragazzi e si muovevano come un gruppo abituato a fare queste cose". 



Anche questo sistema di agire ci ricorda le parole di Cossiga: "Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri." Insomma, stando a quanto dice Maltese, sicuramente i giornali e i telegiornali parleranno solo degli scontri, nonostante ci fossero migliaia di persone che manifestavano pacificamente. Un modo, quindi, di demonizzare le manifestazioni e far credere all'opinione pubblica che la Gelmini stia dalla parte della ragione. Un nuovo G8? 

Fonte: http://ilblogdinicolo.splinder.com/
Link
29.10.12008

PIAZZA NAVONA: APPLICATA LA LEGGE COSSIGA?

DA 
LIBEROREPORTER

Un gruppo di provocatori ha accerchiato e colpito a colpi di spranghe gli studenti che manifestavano pacificamente contro la legge Gelmini sotto la sede del Senato a Roma. Il tutto sotto lo sguardo delle forze dell’ordine. 

Un gruppo di provocatori, composto da giovani fra i 25 e i 30 anni, si è presentato stamattina intorno alle ore 11 a Piazza Navona con un camion pieno di spranghe e mazze da baseball e ha picchiato selvaggiamente alcuni studenti che manifestavano sotto la sede del Senato contro la legge Gelmini. Scandaloso è che durante l’aggressione le forze dell’ordine prima sono rimasti in disparte e, successivamente, hanno cominciato a manganellare nel mucchio gli studenti dimenticandosi completamente del gruppo di provocatori che al grido di “DUCE, DUCE” continuava nella sua azione violenta. 
Un aggressione che ai più ha dato la sensazione di essere stata organizzata ad arte e pianificata nei minimi particolari. 
Ciò che appare singolare e inquietante è che l’episodio in questione si sia verificato a pochi giorni dalle dichiarazioni rilasciate dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, e sulla scorta delle quali Liberoreporter aveva pubblicato un servizio che di seguito vi riproponiamo.
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Le esternazioni eversive di Francesco Cossiga

"Infiltriamo tra gli studenti universitari agenti provocatori e mettiamo a ferro e fuoco le città. Poi facciamo intervenire le forze dell’ordine senza pietà e mandiamo studenti e docenti tutti in ospedale".

L’Italia è ancora un Paese democratico? 

Nei giorni scorsi (per la precisione il 23 ottobre), l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha rilasciato al “Quotidiano Nazionale”, network che raggruppa le storiche testate giornalistiche de La Nazione, Il Resto del Carlino e il Giorno, un inquietante intervista i cui contenuti eversivi, ignorati per non si sa bene quali ragioni dalla stragrande maggioranza dei mezzi di informazione nonché dagli esponenti politici di entrambi gli schieramenti, dovrebbero essere oggetto quantomeno di una particolare attenzione da parte della magistratura penale. 
Le dichiarazioni del cosiddetto presidente “emerito”, proprio in ragione degli importanti e delicatissimi incarichi dallo stesso rivestiti durante alcuni dei momenti più bui e drammatici della storia dell’Italia repubblicana, non possono infatti essere liquidate come le esternazioni farneticanti di un anziano signore. 
Nell’intervista in questione il senatore a vita, sulla scorta delle ultime dichiarazioni di Berlusconi il quale aveva minacciato l’uso della forza pubblica contro gli studenti che avessero avuto l’intenzione di occupare scuole e università, suggerisce al ministro dell’Interno Roberto Maroni di fare quello che egli stesso aveva fatto quando, tra il 1976 e il 1978, aveva occupato la poltrona più alta del Viminale.
«In primo luogo – argomenta Cossiga – lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…». 
Mentre per quanto riguarda gli universitari, la ricetta da adottare dovrebbe essere un'altra.
«Lasciarli fare – puntualizza il presidente “emerito” – Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
A questo punto, il redattore fa notare a Cossiga che di fronte a una simile cura i partner europei avrebbero denunciato che in Italia era tornato il fascismo.
«Balle – replica con sicumera l’ex capo dello Stato – questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio. Non esagero, credo che davvero il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei – aggiunge ancora il senatore a vita con il piglio di chi la sa più lunga – che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale […] Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo». 
Come si fa a non rimanere sgomenti di fronte alla gravità di tali affermazioni? Come si fa a non ipotizzare che le guerriglie urbane del 1977 possano essere state fomentate da agenti provocatori “al soldo” dell’allora ministro dell’Interno? Come si fa a non ipotizzare che dietro il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro ci possano essere stati anche agenti dei servizi infiltratisi all’interno della cosiddetta colonna romana delle Brigate rosse? 
E’ vero o no che da una nota riservata, inviata appena undici giorni prima dell’assassinio dell’ex presidente della Dc dal comando generale dell’Arma dei carabinieri al comandante generale della Guardia di Finanza, si rileva che una fonte confidenziale attendibile avrebbe riferito ai militari dell’Arma che il brigatista rosso Prospero Gallinari si sarebbe incontrato a Roma il 15 novembre del 1977 con un pregiudicato al quale avrebbe proposto di partecipare ad un eclatante sequestro di persona a sfondo politico?
Come si fa a non ipotizzare che quanto è accaduto durante il G8 a Genova nel luglio del 2001 all’interno della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto si debba ai suggerimenti propugnati dall’ex presidente della Repubblica? 
Di certo, il silenzio assordante che ha accompagnato le esternazioni di Cossiga non rappresenta un buon viatico per quello che ancora continua a definirsi un Paese democratico.

Toni Baldi

Fonte: http://www.liberoreporter.it

Link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5183&mode=&order=0&thold=0

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