martedì 4 novembre 2008

State lontani da Don Verzè e dai suoi amici


Leggendo oggi in metropolitana uno di quei giornali che vengono distribuiti gratuitamente nelle stazioni del metrò e alle fermate degli autobus, in questo caso si tratta di "Epolis MIlano" mi sono imbattuto a firma M.D'A. (mi ricordano qualcosa queste iniziali) in una intervista a Don Verzè intitolata "Don Verzè sfida i rettori milanesi <> con sottotitoli "L'inaugurazione. Aperto l'anno accademico della San Raffaele: <> e "Secondo il capo dell'ateneo il diritto allo studio deve essere garantito <>".

La riporto integralmente 
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I rettori delle università statali protestano contro i tagli del Governo all'Università? Bene, a far loro il contro canto ci ha pensato ieri don Luigi Verzè, capo dell'Ateneo San Raffaele, che ha inaugurato l'anno accademico alla sua università 
LO HA FATTO ponendo due paletti: le università in Italia devono essere solo private, e pazienza se non si hanno i soldi per pagare la retta (che per inciso nella struttura di don Verzè costa 10mila euro all'anno, per cinque o sei anni di corso), e soprattuttto annunciando che l'Università San Raffaele si candida a sperimentare la riforma Gelmini già dal prossimo anno, quando cioè entrerà in vigore in tutti gli atenei d'Italia. <>. 
E alla domanda dei giornalisti se il diritto allo studio sarà garantito per chi non può pagarsi studi privati, Verzè ha concluso: <>. E, incalzato sulla questione degli studenti più bravi ma senza soldi, ha ribadito: <>. Tradotto, appunto: pazienza se nelle università <> non entreranno i poveri. Per loro c'è sempre il regno dei Cieli. 
Per adesso, comunque, devono accontentarsi dell'università pubblica. Quella su cui arriverà - dicono gli studenti e il centrosinistra - la scure dei tagli della Gelmini. Ma anche in questo arriva l'opposizione di Verzè, che si dice pronto a far diventare il San Raffaele <>. <>. 

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In una intervista sul Corriere che ho trovato sulla rassegna stampa di oggi Don Luigi, boss della sanità privata,  intimo di Craxi, socio in affari di Berlusconi, che ha definito "un dono di Dio al nostro paese", sospeso nel 1964 dall'esercizio del sacerdozio e al quale lo stesso Papa Montini suggeriva di "occuparsi meno degli affari e più del sacerdozio", per non parlare delle sue frequentazioni con i servizi (fu lui a presentare Pio Pompa a Pollari), era stato molto più cauto, ma su questo giornale da metrò Don Verzè esplicita tutto il suo pensiero su quello che dovrebbe essere l'istruzione in Italia. 
Una cosa per ricchi, per i figli di quelle classi che se lo possono permettere, basta tradurre la sua frase "Solo per quelli più bravi" nel suo vero significato "Solo per quelli più ricchi" : che gli altri non osino uscire dal ghetto in cui sono nati. 
Che differenza tra queste parole, tra questa idea di scuola e le nobili parole di Piero Calamandrei che in questi giorni, su tutta la rete, sono cercate di continuo da migliaia di persone, come se si trattasse della ricerca dell'aria per potere respirare.

''La scuola che verrà'' di Salvatore Borsellino  - 29 ottobre 2008 da Antimafiaduemila.com

Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8231

L'avidità e l'irresponsabilità dei pochi colpirà tutti noi


Capitalismo tagliagola per la maggioranza e «socialismo» degli aiuti governativi per coloro che sono già ricchi

Man mano che la crisi finanziaria globale diventa sempre più profonda, diventa chiaro che il collasso della Borsa ha colpito non solo i ricchi - il cui tenore di vita probabilmente non ne verrà affetto - ma anche milioni di persone comuni che hanno affidato i risparmi della loro vita ai mercati. Questa crisi finanziaria appare solo la prima fase di una crisi più vasta dell'economia che potrebbe essere la peggiore dalla Grande Depressione degli Anni 30. Questa crisi non è nata dal nulla.

Avvertimenti erano venuti da diverse parti, inclusi gli economisti, non soggetti normalmente alla tentazione di nutrire inutili ottimismi. Cautela è stata raccomandata anche dai veterani della politica mondiale della Commissione Trilaterale e del World Political Forum, preoccupati nell'osservare i mercati finanziari diventare una bolla pericolosa, con un legame scarso o addirittura nullo con i flussi reali di beni e servizi. Tutti questi avvertimenti sono rimasti inascoltati.

Nei prossimi mesi l'avidità e l'irresponsabilità dei pochi colpirà tutti noi. Nessun Paese e nessun settore riusciranno a sfuggire alla crisi. Il modello economico radicato nei primi Anni 80, basato sulla massimizzazione dei profitti grazie all'abolizione della regolazione necessaria a proteggere gli interessi della società nel suo insieme, sta tramontando.

Per decenni ci siamo sentiti ripetere che questo modello avrebbe portato benefici a tutti, e che «l'alta marea finisce col sollevare tutte le barche». Ma le statistiche dicono che non è stato così. La crescita economica degli ultimi decenni - assai modesta se paragonata a quella degli Anni 50-60 - ha beneficiato in modo sproporzionato i membri più ricchi della società. Il tenore di vita della classe media è invece fermo, e la voragine tra i ricchi e i poveri è aumentata perfino nei Paesi economicamente più sviluppati.

Il sistema è stato reso ancora più precario dai prestiti irresponsabili sostenuti da complessi strumenti derivati, che alla fine si sono rivelati complicate piramidi finanziarie. Perfino la maggior parte degli economisti e dei bancari non riesce a spiegare come funzionano. A beneficiare maggiormente di questi schemi sono stati i loro inventori.

Di tutti i fatti venuti alla luce nelle ultime settimane, uno mi ha colpito in particolare. L'anno scorso le maggiori banche d'investimento americane hanno pagato, secondo alcune stime, 38 miliardi di dollari di bonus. Suddividendo questa somma per i numeri della loro forza lavoro viene fuori la cifra di 200 mila dollari per persona: quattro volte più del reddito di una famiglia americana media! In più c'erano i «paracadute dorati», i pacchetti di buonuscita multimilionari pagati ai dirigenti delle banche che sono crollate o sono state salvate dal governo.

Questo è il risultato: capitalismo tagliagola per la maggioranza e «socialismo» degli aiuti governativi per coloro che sono già ricchi. Fra tre o quattro anni, quando ci saremo lasciati alle spalle la fase acuta della crisi, queste stesse persone ci diranno che il capitalismo più «crudo» funziona meglio e dovremmo lasciarli liberi da ogni costrizione. Fino alla prossima crisi ancora più devastante?

L'attuale modello di globalizzazione ha portato alla deindustrializzazione di intere regioni, deteriorando le infrastrutture, togliendo funzionalità ai sistemi sociali e provocando tensioni a causa di processi economici, sociali e di immigrazione incontrollati e non regolati. Il danno morale è stato enorme, rispecchiato perfino nel linguaggio: l'evasione fiscale è diventata «pianificazione fiscale», licenziamenti di massa sono diventati «ottimizzazione del personale» e via di questo passo.

Il concetto di uno sviluppo sostenibile per le generazioni future è stato soppiantato dall'idea del libero commercio come panacea per tutti i problemi. «Domani è un altro giorno», è il motto di questi tempi, mentre il 60% degli ecosistemi, secondo le ricerche promosse dall'Onu, sono già stati danneggiati. Il ruolo dello Stato e della società civile è stato ridotto, con gli uomini visti non più come cittadini ma, nel migliore dei casi, come «consumatori di servizi offerti dal governo». Il risultato è un mix esplosivo di darwinismo sociale - sopravvive il più forte, i deboli muoiano - e della filosofia del «dopo di noi il diluvio».

La crescente crisi dell'economia mondiale, oggi, finalmente attrae l'attenzione dei politici. Per motivi comprensibili, ci si concentra su misure di salvataggio immediate. Sono senz'altro necessarie, ma c'è anche bisogno di riconsiderare le basi del modello socio-economico della società moderna, direi addirittura la sua filosofia, che si è rivelata assai primitiva, basata interamente sul profitto, il consumismo e il guadagno personale. Perfino il guru della teoria monetarista moderna, il defunto Milton Friedman - che ho avuto modo di incontrare - sosteneva che non si poteva ridurre tutto all'Homo oeconomicus, che la vita sociale non è fatta solo di interessi economici.

Tempo fa ho invocato una combinazione di morale e politica. Durante la perestroika ho cercato di seguire sempre l'idea che la politica dovesse contenere una componente morale. Penso che per questa ragione, nonostante gli errori commessi, siamo stati in grado di tirare la Russia fuori dal totalitarismo: per la prima volta nella nostra storia, un cambiamento radicale è stato avviato e portato a un punto di non ritorno senza un bagno di sangue.

È arrivato anche il momento di combinare la morale e gli affari. È un argomento difficile. Ovvio che un business deve fare profitti, oppure morirà. Ma sostenere che l'unico dovere morale di un uomo d'affari è fare soldi significa portarsi a un passo dall'idea del «profitto a ogni costo». E mentre nell'economia reale che produce esiste ancora una qualche trasparenza - dovuta a tradizioni, e alla presenza dei sindacati e di altre istituzioni - che permette alla società di mantenere una certa influenza, la sfera dell'«ingegneria finanziaria» ne è priva. Non c'è nessuna glasnost, nessuna trasparenza, nessuna moralità. E le conseguenze sono state devastanti.

L'alleanza tra politici e uomini d'affari, che per decenni avevano spinto verso la deregulation diffondendo i principi del laissez-faire nelle economie di tutto il mondo, insieme con gli analisti che esaltavano i titoli delle società in cui avevano interessi, e i teorici dell'economia che offrivano come unica soluzione a ogni problema il «togliere il controllo a qualunque cosa», è stata distruttiva e spesso corrotta. L'abbiamo visto in Russia, dove queste ricette sono state promosse con frenesia quasi maniacale negli Anni 90. Ora che questa piramide perniciosa e immorale sta crollando, dobbiamo pensare a un modello che la rimpiazzerà. Non chiedo di abbatterla senza pensarci, e non ho soluzioni pronte a portata di mano. Il cambiamento deve essere evolutivo. Un nuovo modello dovrà emergere, basato non più soltanto sul profitto e sul consumismo.

Sono convinto che in un'economia nuova i bisogni della società e i beni della società devono svolgere un ruolo assai maggiore di quello attuale. I bisogni della società sono abbastanza chiari: un ambiente sano, un'infrastruttura moderna e funzionale, un sistema di istruzione e sanità, alloggi accessibili. Costruire un modello che abbia al centro queste necessità richiederà tempo e sforzo. Ci vorrà una svolta intellettuale. Ma i politici che portano la responsabilità per il superamento dell'attuale crisi devono ricordarsi una cosa: senza una componente morale ogni sistema è condannato a fallire.
di Mikhail Gorbaciov - da La Stampa del 3 novembre 2008
Link: http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8230

Chi l'ha visti? tutti noi COMUNISTI



Dopo la messa in onda delle aggressioni del Blocco studentesco in piazza Navona Telefonate a Rai3: "Vi abbiamo identificato a voi ed ai vostri familiari"


Irruzione alla Rai, minacce ai giornalisti di Chi l'ha visto? Gli ultrà di destra puntano l'indice contro la trasmissione di Rai3 che ieri sera ha mostrato un filmano inedito dell'aggressione di mercoledì scorso ad un gruppo di giovani in piazza Navona contro il decreto Gelmini.  Questa notte, una trentina di ultrà di destra, con il viso coperto da passamontagna, hanno scavalcato i cancelli della sede di via Teulada, lanciando uova marce contro le pareti.  Sono fuggiti prima che arrivasse la Polizia, ma stamane, telefonate di rivendicazione e minaccia a nome di Forza Nuova sono giunte alla redazione di Chi l'ha visto? Per i volti di quegli aggressori del Blocco Studentesco mostrati durante la trasmissione, gli estremisti hanno promesso ai redattori altri "gesti di intimidazione": "Vi abbiamo identificato a voi ed ai vostri familiari".  Una voce maschile, adulta, chiama da un'utenza fissa e, con voce apparentemente pacata, lancia chiari avvertimenti alla redazione: "Abbiamo visto la vostra trasmissione dove chiedete nome, cognome e indirizzi di chi è stato fotografato. Noi faremo lo stesso con tutti voi: chi ha visto voi; chi lavora con voi; dove abitate, e poi verremo sotto le vostre case". 
Fonte: la Repubblica

Il colonnello e la geopolitica energetica di Mosca


Concordanza d'intenti tra il colonnello e i presidenti Medvedev e Lukashenko. Sul tavolo progetti nucleari e di forniture militari

Il leader libico Muammar Gheddafi ha incontrato oggi il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko dopo una visita a Mosca, la prima in 23 anni. Gheddafi ha potuto piantare la sua tenda di beduino nel giardino della residenza presidenziale alle porte di Minsk, dove si svolge l'incontro. Lukashenko ha detto di "non differire ideologicamente sull'approccio alla questione dell'ordine mondiale. Come lei - ha detto a Gheddafi - crediamo che il mondo debba essere multipolare. Gheddafi resterà a Minsk fino a domani, e partirà poi per Kiev per una visita ufficiale in Ucraina.

Più importante, sul piano della cooperazione economica e geopolitica, è stata la visita a Mosca. L'accordo tra Libia e Russia per forniture di armi e tecnologia nucleare potrebbe modificare parte degli assetti strategici dell'area nordafricana. L'incontro a tre tra il colonnello, il presidente Dmitri Medvedev e il Primo Ministro Vladimir Putin ha inoltre avuto come focus l'ipotesi d'una collaborazione russo-libica per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio; una volta avviata, tale collaborazione cingerebbe l'Europa in una pericolosa cintura energetica sottoposta al controllo di Mosca. Tripoli era da tempo in trattative con il Cremlino per la fornitura di caccia Su30, carri armati T90 ed elicotteri da trasporto; smentito invece l'accordo per la creazione congiunta d'un sistema anti-missile. La visita di Gheddafi ha inoltre avuto la funzione di sancire l'avvio della collaborazione tra i due paesi per la costruzione di reattori nucleari e per l'avvio d'uno scambio di carburante atomico.

Fonte: Peacereporter

Link: http://it.peacereporter.net/articolo/12600/Gheddafi+visita+Russia+e+Bielorussia,+stretti+rapporti+economici-militari

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