mercoledì 5 novembre 2008

I coloni israeliani sul piede di guerra





Decisione storica del governo Olmert che per porre fine alle violenze chiude il rubinetto dei finanziamenti agli insediamenti "illegali"

Oggi, tredici anni fa, moriva Yitazhak Rabin per mano dell'estremista Yigal Amir. Tre colpi di pistola alla schiena per fermare il premier che stava costruendo un serio processo di pace per il Medioriente. Dopo tredici anni, il capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, ha avvertito il governo che i coloni degli insediamenti in Cisgiordania sono sul piede di guerra. Una guerra che non verrà combattuta con le pietre e i bastoni, ma con armi da fuoco. L'allarme, lanciato da Diskin a due giorni dall'anniversario della morte di Rabin, è suonato alle orecchie dei ministri riuniti in consiglio come un sottile ammonimento.

'Ricordare Rabin'. Proprio domenica, nella tarda serata, il governo ha deciso di bloccare i fondi di finanziamento, sia diretti che indiretti, destinati ai coloni dei circa cento insediamenti "illegali". Ciò sta a significare che il governo non garantirà più neanche la presenza di forze di sicurezza intorno ai villaggi costruiti abusivamente. La decisione è di quelle che hanno un profondo messaggio politico, un messaggio che dimostra la volontà del governo israeliano di realizzare dei passi concreti in favore del processo di pace che dovrebbe portare alla costituzione di un'entità palestinese. La decisione, ovviamente, non riguarda gli altri centoventi insediamenti che punteggiano la Cisgiordania, comunque considerati dalla Comunità internazionale come illegittimi. 
Il capo dello Shin Bet, Yuval Diskin, ha avvertito il governo e velatamente messo in guardia i politici più "esposti" da possibili attacchi da parte dei coloni: "Secondo le nostre informazioni - ha riferito Diskin al premier Ehud Olmert - gli esponenti dell'estrema destra sono intenzionati a prendere le armi in mano pur di arrestare il processo di pace". Nelle ultime due settimane, i coloni e le forze di sicurezza israeliane sono arrivate più volte agli scontri. Sabato scorso dei giovanissimi che abitano negli insediamenti hanno attaccato l'esercito con un lancio di pietre che ha provocato il ferimento, lieve, di due soldati. Il governo ha etichettato come "cinico" il comportamento degli estremisti che coinvolgono i giovani figli nei tafferugli con l'esercito.

Vinceremo con l'amore, anzi no: con la guerra. Il ministro delle Infrastrutture, Benjamin Ben-Eliezer, non ha usato mezzi termini: "Loro, i coloni, non pensano nello stesso modo in cui pensiamo noi. Il loro pensiero è messianico, mistico, satanico e irrazionale". Se durante lo smantellamento degli insediamenti di Gaza il motto degli estremisti era'attraverso l'amore, vinceremo', adesso è stato trasformato in 'attraverso la guerra, vinceremo'. Il rappresentante dello Yesha Council che ha seguito la riunione di gabinetto ha definito il provvedimento di 'chiudere i rubinetti', "scandaloso e demagogico, dal momento che non c'è nessuna connessione tra le violenze scoppiate e i coloni che abitano pacificamente nelle loro case". Più di 260mila ebrei vivono negli insediamenti autorizzati dal governo mentre altri 200mila sono quelli che abitano a Gerusalemme Est. Dov Lior, il capo rabbino di uno degli insediamenti sotto i riflettori, non ha esitato a definire l'esercito israeliano pari ai nazisti che operavano in Polonia nella Seconda Guerra Mondiale: "Anche i nazisti svegliavano la gente nel cuore della notte per deportarli, solo perché ebrei". Il governo Olmert si trova a dover fronteggiare una delicata situazione con poteri, tecnicamente, limitati. Il premier sta lavorando per la pace; peccato abbia i giorni contati, politicamente s'intende.
di  Nicola Sessa

LA "GRANDE DEMOCRAZIA AMERICANA" asservita alle oligarchie


Le (poco note) regole elettorali dell’impero a stelle e strisce

Da sempre la “democrazia” americana ci viene indicata come un modello. Negli ultimi vent’anni i riferimenti a questo modello sono divenuti ossessivi. Bipartitismo, alternanza, spirito bipartisan sono diventate le parole obbligate del politicamente corretto. E siccome per gli americani di casa nostra la “democrazia” coincide (e, soprattutto, si esaurisce) nel voto, ossessivi sono diventati i richiami a quel sistema elettorale.

Attenzione!, questo è avvenuto soprattutto nel campo della sinistra: Occhetto promosse con Segni il sistema maggioritario uninominale, mentre Veltroni è stato il primo leader di partito ad essere stato incoronato con le primarie.

Ed è proprio seguendo la traiettoria che va dallo scioglimento del Pci alla nascita del Pd che si ritrova tutto l’armamentario e la terminologia di derivazione americana. Siccome a costoro l’America non bastava, hanno voluto scimmiottare anche la Gran Bretagna, dotandosi di un ridicolo “governo ombra” al quale, ovviamente, nessuno ha mai prestato attenzione.

Ma torniamo agli Usa, dove si voterà tra tre giorni, per vedere, per punti, come funziona concretamente il sistema elettorale dell’impero a stelle e strisce. 

 

Chi elegge il presidente?

I più credono che il presidente degli Stati Uniti venga eletto direttamente dagli elettori americani.

Errore! Gli elettori scelgono, stato per stato, i 538 “Grandi elettori” che andranno a comporre lo “United States electoral college” che successivamente nominerà formalmente il nuovo presidente. In teoria (ed è avvenuto in passato, ma in casi non determinanti) un “grande elettore” potrebbe anche passare dal campo democratico a quello repubblicano e viceversa. 

 

Chi sono gli elettori?

Quasi tutti pensano che, così come avviene in Europa, siano elettori tutti i cittadini americani maggiorenni.

Falso! Negli Usa si può esercitare il diritto di voto solo se ci si è preventivamente registrati. E nella maggioranza degli Stati è necessario dichiarare la propria affiliazione partitica. In pratica bisogna registrarsi o come democratici, o come repubblicani, o come indipendenti. Alla faccia della segretezza del voto! 

 

Registrazioni e cancellazioni, laddove regnano truffe e imbrogli

Le norme sulle registrazioni cambiano da Stato a Stato. In alcuni stati occorre registrarsi con largo anticipo, in altri meno.

In ogni caso le registrazioni vengono vagliate da apposite commissioni, che cancellano le persone con precedenti penali, quelle interdette dai pubblici uffici o comunque ritenute non idonee ad esercitare il diritto di voto.

A volte le decisioni  di queste commissioni possono alla fine risultare decisive.

Ben noto è il caso della Florida nelle elezioni presidenziali del 2000. Quell’anno la commissione preposta cancellò ben 57.000 registrati, in grande maggioranza neri ed ispanici. Bush vinse in Florida (dopo ripetuti riconteggi) con 538 voti di scarto su Al Gore, ed i delegati della Florida furono decisivi per eleggere il presidente.

Ecco a voi la “Grande Democrazia Americana”! 

 

Un sistema ultramaggioritario

Abbiamo detto che 538 voti della Florida decisero il nome del presidente. Un presidente, George W. Bush, che pure aveva ottenuto un totale complessivo di 50 milioni e 456mila voti contro i 50 milioni e 999mila di Al Gore.

Come già successo altre volte, il candidato con meno voti vinse la competizione elettorale in virtù di un sistema ultramaggioritario (a qualcuno fischiano le orecchie?).

I “grandi elettori” infatti non vengono eletti proporzionalmente ai voti ottenuti, bensì secondo il principio “winner takes all”. Chi vince in ogni singolo Stato (con l’eccezione del Maine e del Nebraska) si prende tutti i delegati.

Questo spiega il perché non vi sia praticamente campagna elettorale in California, i cui 55 delegati andranno certamente ad Obama, o nel Texas dove i 34 delegati saranno certamente conquistati da McCain; mentre ci si concentra piuttosto su stati giudicati incerti come il North Carolina, l’Ohio (decisivo nel 2004) e la ricorrente Florida. 

 

Il colore della pelle di chi vota

E’ nota la bassissima percentuale della partecipazione al voto negli Stati Uniti. Che le politiche governative siano condivise oppure no, gli americani sembrano accomunati però da una certezza: l’impossibilità di cambiarle in maniera apprezzabile con il voto.

Per alcuni sarà condivisione, per altri rassegnazione, ma la natura oligarchica della “Grande Democrazia Americana” appare ben compresa.

C’è, però, un altro dato degno di nota. Secondo lo United States Census Bureau, nel 2004, anno in cui si ebbe complessivamente una partecipazione record del 59,6%, votarono in realtà il 67% dei bianchi non ispanici, il 60% dei neri, il 47% degli ispanici ed il 44% degli asiatici.

Insomma, ci sarà anche la famosa capacità di integrazione degli Usa, ma al momento del voto proprio non sembrerebbe.... 

 

Il voto anticipato

Molti avranno letto sulla stampa di questi giorni che milioni di americani hanno già votato. Il 28 ottobre si calcolava che lo avessero già fatto oltre 12 milioni di elettori, ma si prevede che alla fine lo farà circa un terzo dei votanti (nel 2004 fu il 22%).

Com’è possibile tutto ciò? Semplice, in ben 31 stati è possibile votare anticipatamente senza bisogno di alcuna motivazione. Nell’Oregon è possibile farlo, ma solo per posta.

Insomma, più che un sistema federale sembra un gran casino. 

 

Le spese dei candidati

Si è già detto del carattere oligarchico del sistema politico americano.

Tra i tanti esempi che stanno a dimostrarlo, basta ricordare quello della raccolta dei fondi che vanno ad alimentare spese elettorali da capogiro.

Mentre i giornali ci riportano la curiosa notizia delle spese per l’abbigliamento della candidata alla vicepresidenza, Sarah Palin (150.000 dollari a carico del Partito Repubblicano), i budget giganteschi dei due candidati in lizza ci vengono presentati come una cosa normale. Eppure, secondo dati aggiornati agli inizi del mese di ottobre, la campagna presidenziale era già costata più di un miliardo di dollari. Di questo miliardo, Obama ha speso circa i due terzi. 

 

Osservatori internazionali?

Questa è la “Grande Democrazia” di cui tacciono i filo-americani di casa nostra, di destra o di sinistra che siano. Una “democrazia” ben delimitata, ben asservita alle oligarchie. Un recinto in cui giocano candidati ammaestrati ed asserviti, in lotta tra loro per chi meglio rappresenta il business e l’impero. Una lotta non di rado truccata, dove il trucco sta anche (certamente, non solo) nelle regole elettorali.

Insomma, se c’è un paese al mondo dove servirebbero davvero gli osservatori internazionali in occasione delle competizioni elettorali questo paese si chiama Stati Uniti d’America.

Fonte: CAMPO ANTIMPERIALISTA   

Link: http://www.campoantimperialista.it

L'Iraq e la questione sicurezza tra tensioni politiche, etniche e confessionali




Dopo lunghi mesi di difficili trattative, gli Stati Uniti e l’Iraq ancora non sono riusciti a raggiungere un’intesa sul cosiddetto ‘Status of Forces Agreement’, l’accordo di sicurezza che dovrebbe regolare lo statuto giuridico della forze armate americane in Iraq, sostituendo il mandato ONU che scade il 31 dicembre.

Dietro questo mancato accordo si cela – oltre ad alcune divergenze specifiche fra Washington e Baghdad – la tutt’altro che velata opposizione dell’Iran, paese che è in grado di esercitare una notevole influenza sul governo iracheno, e che vede il prolungarsi della presenza americana in Iraq come una grave minaccia alla sue ambizioni nella regione, ed alla sua stessa sopravvivenza.

Tuttavia, le modalità della permanenza americana o di un ritiro delle truppe straniere dall’Iraq saranno di importanza cruciale per il futuro stesso del paese.

Sebbene si ritenga comunemente che le condizioni all’interno dell’Iraq siano migliorate, secondo alcuni a seguito dell’invio di ulteriori truppe da parte di Washington alcuni mesi fa, la realtà è che il paese continua ad essere profondamente diviso e percorso da aspre tensioni politiche, etniche e confessionali, pronte a sfociare in nuove esplosioni di violenza.

Lo testimoniano fra l’altro i recenti episodi di persecuzione di cui è stata vittima la minoranza cristiana di Mosul. Ma sono le minoranze in generale ad essere in questo momento le più esposte, nel clima di crescenti tensioni che sta prendendo piede fra i curdi ed il governo centrale.

D’altra parte, se il problema etnico è quello che attualmente sembra suscitare le maggiori preoccupazioni per la pace nel paese, il problema confessionale, e della ripartizione del potere, fra arabi sunniti e sciiti è anch’esso tuttora irrisolto.

Tutto questo fa sì che, indipendentemente dal protrarsi della presenza americana in Iraq, il futuro del paese appaia alquanto oscuro e incerto.

Fonte: Arabnews

Link: http://www.arabnews.it/

L'uomo d'onore


Il senatore Pdl replica a Giancarlo Caselli che aveva sostenuto l'impossibilità di processare i politici collusi. E ribadisce: "Mangano? A suo modo un eroe"

"L'antifascismo, un concetto obsoleto. Quando c'era il Duce lo Stato funzionava meglio" Sulla tv: "Non cambierà nulla finché ci saranno quelle facce tristi messe dalla sinistra"

"L'Antimafia non è finita. C'è e ci sarà finchè esiste la mafia ed è un bene. Credo, tuttavia, che, allo stato attuale, il rapporto tra costi e benefici sia assolutamente sproporzionato, soprattutto quando alcuni procuratori antimafia 'fanno politica'". Così il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, durante una conversazione con Klaus Davi nel corso di KlausCondicio, contenitore di approfondimento politico in onda su YouTube. Dell'Utri - eletto nelle file del Popolo della libertà nonostante una condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa e una condanna in Cassazione per frode fiscale - replica a Gian Carlo Caselli che aveva sostenuto l'impossibilità, per i giudici, di processare i politici collusi con la mafia. Poi, come già fatto in passato, definisce "un eroe" Vittorio Mangano (condannato nel 2000 all'ergastolo per duplice omicidio), "lo stalliere di Arcore", e se la prende anche con alcuni conduttori televisivi, in particolare del Tg3, a suo giudizio "troppo dark". Quanto alle polemiche su destra e sinistra, commenta: "L'antifascismo? Un concetto obsoleto".  "Sì antimafia ma senza fare politica". Secondo Dell'Utri "è giusto che l'Antimafia faccia il suo lavoro e si impegni. Certamente tra le tante richieste e accuse che ha lanciato, alcune sono finite nel nulla. Ad esempio, io ero certo dell'innocenza di Calogero Mannino. Antimafia sì, insomma, ma evitando di fare politica. 
Questo per me è un must".  "Io, vittima dei procuratori". In un Paese civile, aggiunge Dell'Utri, "deve essere così ma purtroppo spesso non lo è stato.
 Non solo l'Antimafia, quanto piuttosto i procuratori di Palermo hanno usato molto e a sproposito lo strumento dell'aggressione politica. Io me ne sento in assoluto una vittima". A suo giudizio, l'accusa nei suoi confronti "non ci sarebbe stata se non ci fosse stata la grande affermazione di Forza Italia in Sicilia nel 1994".  "Mangano? Un eroe". Lo aveva già detto qualche mese fa, ora lo ribadisce: lo stalliere di Arcore, pluricondannato e accusato di reati di mafia, era "un eroe": "Era tra le tante persone assunte alle dipendenze di Berlusconi, io lo conoscevo e sapevo che era bravo nella conduzione degli animali, e lì c'erano cani e cavalli. Fu scelto per stare ad Arcore come stalliere e si comportò benissimo". E ancora: "Malato com'era (Mangano è morto in carcere nel 2000 a causa di un tumore) sarebbe potuto uscire dal carcere se avesse detto solo una parola contro di me o Berlusconi. Invece non lo ha fatto. Per me è un eroe, a modo suo".  Antifascismo, "concetto obsoleto". "Ogni qual volta si tocca questo tasto - sostiene Dell'Utri - ecco l'insurrezione, e questo accade perché la situazione non è mai stata chiarita del tutto, la verità non è mai venuta a galla. Credo che ci sia ancora da lavorare da parte di tutti". E conclude: "C'è anche da dire che il concetto di antifascismo, di per sé obsoleto, torna puntualmente in auge perché mancano nuovi argomenti seri di discussione, e si finisce con il rivangare sempre gli stessi".  Quando c'era Lui... "Mussolini sbagliò, non c'è dubbio, ma quando era al potere lo Stato era più presente di quanto non lo sia adesso. Aveva dato al paese, ed è stato l'unico, un senso di patria non c'era prima e non c'è stato dopo". Dopo l'elogio di Mangano, anche alcune considerazioni sul ruolo di Mussolini. Dell'Utri parla anche sulla scorta della scoperta di alcuni diari del Duce, risalenti agli anni tra il '35 e il '39, e di una agenda del '42 da cui "viene fuori l'immagine di un uomo di valore, dal punto di vista sia umano che culturale. Mussolini cita spesso le classi deboli e più bisognose. Molti provvedimenti in loro favore e diverse leggi sociali risalgono proprio al famigerato Ventennio".  Il Tg3 e lo scarso appeal dei conduttori. Dell'Utri osserva che in Rai ci sarebbero "ancora dirigenti messi dalla sinistra e che rispondono a logiche di sinistra". Per questo "è difficile cambiare la televisione e pensare che migliori la qualità della comunicazione quando a guidarla c'è gente che alimenta una visione negativa della vita". Qualcosa, continua, "si sta già facendo", ci pensa Berlusconi "a diffondere ottimismo". Ma perché qualcosa cambi davvero serve "un nuovo approccio stilistico: le notizie, certo, bisogna darle, sennò si torna al fascismo, ma c'è modo e modo di comunicarle. Magari con conduttori più gradevoli. Al Tg3 ci sono degli anchormen con una faccia un po' gotica, dark. Credo che il direttore del tg dovrebbe mostrare un maggiore 'esprit de finesse' in queste cose. Farle, dirle lo stesso, ma magari con un'altra espressione...". 
Fonte: la Repubblica

Non ci resta che piangere?




Vivere fuori del proprio tempo è un lusso che spesso ci concediamo: nella fiction dei sogni, della cinematografia, talvolta della letteratura. Chi non ricorda i vari “Ritorni al futuro”, oppure il meraviglioso “Non ci resta che piangere”, nel quale Benigni e Troisi cercavano di costruire il primo sciacquone della storia?
Abbiamo definito quel volo pindarico – che talvolta spicchiamo nella nostra mente, e che difficilmente saremmo disposti a riconoscere – un “lusso”, giacché è veramente un grosso regalo, per la mente affollata del quotidiano, trovare un’oasi di sosta che corrisponde ad un sogno ad occhi aperti. Che non lascerà nulla, salvo una sensazione dolce di sogno, di riposo: chissà cosa provò Dante nell’immersione fuori del tempo e dello spazio della Divina Commedia, o Verne nel descrivere macchine del futuro che appena intuiva. 

Il sogno ad occhi aperti – il 
gestalt[1], catalizzato da un’impressione esterna convogliata dai sensi, oppure da un semplice pensiero vagante – è dunque un formidabile strumento per calmierare angosce e timori, per riportare la mente in uno stato di maggior quiete ed affrontare, magari, la quotidianità con più ragionevolezza.



L’uso del 
gestalt, di uno strumento così raffinato, è molto studiato nella comunicazione, laddove chi riesce a comprenderne le potenzialità, ed a gestirle oculatamente (od occultamente), ha a disposizione un mezzo infinitamente potente.
Nei suoi aspetti minimali, la pubblicità sfrutta il corpo femminile per scatenare brevi associazioni del piacere sessuale con l’oggetto da proporre: notiamo che, con il trascorrere del tempo, appaiono sempre di più anche corpi maschili, a testimoniare che il messaggio è rivolto, oramai, ad entrambi i sessi.
Siamo ancora, però, ad un livello bassissimo rispetto a quello che può scatenare il gestalt a livello sociale: salendo di un gradino, ricordiamo quale colossale “sogno collettivo” fu la partenza della nave 
Vlore dall’Albania, stracarica d’albanesi che s’avviavano (nel loro gestalt) verso la terra promessa d’Italia. Non a caso, rimane l’icona più suggestiva del film “Lamerica” di Gianni Amelio.

Lo scatenarsi dei 
gestalt collettivi dipende da alcuni fattori.
Il primo, è che esistano delle condizioni per proporlo: se l’Albania fosse stata il paese del Bengodi, nessun “sogno italiano” avrebbe attecchito.
Il secondo è la disponibilità dei canali di comunicazione: se gli albanesi non avessero seguito la TV italiana, nessuno si sarebbe mosso.
Il terzo è la capacità di gestire attentamente il messaggio: se gli albanesi non avessero visto, in TV, gli italiani vincere cifre stratosferiche per delle risposte a mediocri quiz, non si sarebbero mossi di un centimetro.

Quei quiz – che continuano ad imperversare nei palinsesti televisivi – non erano però diretti a loro, o solo parzialmente, perché erano principalmente per noi italiani.
Di conseguenza, anche noi italiani siamo sottoposti all’attenta gestione dei media, non tanto per informarci/disinformarci, quanto per inviarci migliaia, milioni di messaggi – all’apparenza “comuni” – i quali sono altrettanti pensieri, stimoli di riflessione: bandoli di matassa per scatenare
gestaltQuei gestalt: non altri.
Per prima cosa, mettiamoci nei panni di quegli albanesi che non trovavano più via d’uscita al crollo del loro sedicente sistema comunista: ci sono similitudini?

Noi non percepiamo “crolli” politici imminenti, e nemmeno catastrofi economiche estreme – del tipo: domani non avrò nulla da mangiare – eppure siamo la nazione che fa meno figli al mondo. Se non ci fossero quelli generati dagli immigrati, il saldo demografico – secondo tutti gli istituti di statistica – sarebbe negativo. Strano modo di comportarsi, per una popolazione che non sembrerebbe avere, nell’immediato, il problema della sopravvivenza.
Ci vengono in aiuto, allora, le recenti dichiarazioni dell’OCSE (Fonte: ASCA, 22/10/2008) sulle disparità di ricchezza nel pianeta.

Un divario sempre più ampio, dove i ricchi hanno rafforzato i propri redditi allontanandosi sempre più dalle condizioni estremamente difficili sofferte dai poveri. In questo scenario, tra i 30 stati membri dell'OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l'Italia e' tra quelli che mostrano più disparità economiche e sociali.

Questo divario iniziò (sempre secondo l’OCSE) intorno al 1985: furono gli anni nei quali s’affermarono le riforme iper-liberiste di Reagan e della Thatcher, e nei quali – in Italia – mosse i primi passi Silvio Berlusconi. Acquistò il Milan Calcio per acquisire visibilità mediatica, mentre finanziava il PSI (la vicenda è fosca, ed affonda le radici nei presunti finanziamenti illeciti Fininvest al Congresso del PSI di Bari del 1991. Uno dei protagonisti di quelle vicende – ovviamente ex condannato per Mani Pulite – è Aldo Brancher, attuale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).
A margine, notiamo quanti ex PSI ci sono o sono passati per Forza Italia: Cicchitto, Sacconi, Brunetta, De Michelis, Stefania Craxi, ecc.
Negli stessi anni, Craxi proponeva l’abolizione della “scala mobile”, primo assalto alle retribuzioni ed ai diritti dei lavoratori, con il quale s’ottenne un importante risultato: qualsiasi “tempesta” economica avesse condotto ad alti tassi d’inflazione, sarebbe stata pagata dai lavoratori dipendenti. Completarono poi il quadro, nel 1993, gli accordi-capestro con i sindacati che introdussero il concetto di “inflazione programmata” al posto di quella reale. Gli effetti, sono tutt’ora “all’attenzione” di coloro che devono campare con meno di mille euro il mese.

La disuguaglianza è maggiore di quella riscontrata in Italia solo in cinque paesi come in Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia.

“L’Italia non è sola” s’affrettarono a dichiarare i ministri, per la querelle con l’UE sulle direttive ambientali (20-20-20): anche nelle disuguaglianze sociali non siamo soli. A parte il Paese più indebitato del Pianeta, che ha fatto oramai della sua finanza uno strumento di truffa planetaria, siamo sempre con la Polonia e con pochi altri Paesi, palesemente di “prima grandezza”. La nostra vocazione a giocare sempre in serie C è notoria: quando c’è, però, da tagliare qualche diritto, guarda a caso i Paesi da prendere come esempio sono sempre la Germania e la Francia. Chissà perché.

Per quanto riguarda l'Italia l'OCSE ritiene che il gap di reddito è molto evidente: estremamente ridotti i salari di livello basso mentre gli standard socio-economici dei ricchi sono elevatissimi.

Non avevamo certo bisogno che l’OCSE venisse a raccontarcelo, perché l’abbiamo capito da soli: basta girare un po’ per hard discount e, all’opposto, sapere che le vendite delle “barche da sogno” non sono mai in crisi
[2].

Le stime, basate sul coefficiente chiamato “Gini” (che rileva la differenza del reddito con un numero compreso tra 0 e 1, eguaglianza perfetta nel primo caso e completa disuguaglianza nel secondo), mette ai primi posti Paesi come la Danimarca, la Svezia e il Lussemburgo con un bassissimo livello di disuguaglianza (fino allo 0,25). In questo schema l'Italia, al sest'ultimo posto, ha un coefficiente intorno allo 0,35 a fronte dello 0,38 circa degli Usa e dello 0,48 del Messico, al primo posto per la disequità sociale tra i paesi membri.

Insomma, solo i poveri peones messicani se la cavano parecchio peggio, mentre noi possiamo confortarci di stare accanto agli USA, dove il 30% della popolazione è tagliata fuori da qualsiasi welfare. E, domani, chissà quanti saranno.

L'unica strada sostenibile per ridurre le disuguaglianze all'interno di un Paese rimane – conclude l'OCSE – l'opportunità di lavoro e di un'occupazione sicura.

Quindi, stando all’OCSE, tutta la paccottiglia dei contratti a termine, di quelli a progetto e la panoplia di sfolgoranti novità nel mondo del lavoro – spacciate per il sancta sanctorum del III Millennio – sono orpelli da gettare nel cesso. Meno male, adesso – dopo aver saputo che quando una banca è in difficoltà la si statalizza – sappiamo che un altro cardine del liberismo è definitivamente crollato. Dunque, il primo passo dovrebbe essere l’abrogazione della Legge 30/Biagi ed il ritorno ai consueti contratti senza limiti di tempo. Lo dice l’OCSE, mica noi.

Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è circa 5.000 dollari (tenuto conto della parità del potere di acquisto) quindi sotto la media OCSE di 7.000 dollari. Il reddito medio del 10% più ricco è circa 55.000 dollari, sopra la media OCSE. I ricchi hanno beneficiato di più della crescita economica rispetto ai poveri ed alla classe media.

E veniamo ai denari, a quanto ci lasciano. 5.000 dollari (pressappoco 4.000 euro l’anno) non sono solo “sotto” la media OCSE – come afferma la stessa organizzazione – sono “ben” sotto. Perché? Poiché, se quel 10% a 4.000 euro rappresenta grosso modo i pensionati al minimo, salire alla media, ossia 5.600 euro circa (7.000 $) rappresenterebbero 150 euro il mese in più. Le nonnine pensionate al minimo, saprebbero cosa farne di quei 150 euro il mese in più: oh, come saprebbero usarli!
Si noti che l’OCSE non comunica, nel suo bollettino, qual è la media per i redditi alti. Comprendiamo: la decenza pone dei limiti, anche se quei 55.000 dollari (pressappoco 44.000 euro) ci sembrano ancora un po’ pochini. Si tratta, ovviamente, di redditi dichiarati: il che, in Italia, è tutto dire.

Infine, il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale. In confronto (nei paesi con bassa sperequazione N. d A.), il 10% più ricco possiede circa il 28% del totale del reddito disponibile.

Sapevamo che il 10% della popolazione italiana possedeva quasi la metà della ricchezza nazionale, e veniamo a sapere che nei paesi più ricchi, con minore debito pubblico e maggior welfare, il 10% più ricco si “accontenta” del 28% della ricchezza nazionale. Un dato ben strano, visto che il nostro Paese si trova, da molti anni, a combattere con emergenze chiamate disoccupazione o sotto-occupazione, scarso welfare ed alti prelievi soprattutto per le imposte (acqua, luce, gas, benzina, ecc) che colpiscono più indistintamente rispetto alle fredde cifre dell’OCSE.

Se ci fermiamo a questo quadro globale, la situazione italiana dovrebbe essere pre-rivoluzionaria: la gente dovrebbe scendere in piazza e sbattere casseruole. Oppure altro. Invece, niente: tutto tranquillo. Massicce dosi d’anestetico sono quotidianamente elargite dai sindacati di regime, l’opposizione si volta dall’altra parte e finge che il maggior problema sia la nomina di questo o quel nome per la tale commissione. La sinistra extra-parlamentare celebra congressi e s’interroga sul come diventare, nuovamente, parlamentare.

Ci dev’essere qualcosa che interviene, che s’oppone al riconoscere la propria condizione d’esclusi (la metà degli italiani, praticamente, non è ammessa al desco! Mentre il 10% sbafa a tutto spiano!) e dev’essere qualcosa di molto potente ed elargito quotidianamente. Come una dose di morfina, spacciata a destra ed a sinistra.
Dov’è il misterioso pusher che addormenta ogni pulsione, che dirige l’orchestra dei sentimenti, che impedisce di rimirarsi allo specchio e di riconoscersi per quel misero poco che è rimasto?

Torniamo, allora, a quel 1985 o giù di lì. L’Italia era ancora turgida per la vittoria dei mondiali di Spagna: la sera, nelle birrerie, si suonava e si parlava. Di tutto. Di politica, poco.
Lui aveva già confezionato con il Milan il suo primo bandolo di matassa, il primo amo per il primo gestalt: la squadra invincibile, la corazzata degli olandesi, nulla poteva fermarla. Dietro, un “costruttore edile” che s’iniziava a chiamare presidente. Del Milan, ma “presidente”. Chi non crede al potere della parola, rifletta.
Poi la storia la conosciamo e non sarò certo io a tediarvi un’altra volta: i miliardi che non si sa da dove spuntano, le televisioni…no…superficialità inconsistenti, il gioco era altro.
Ogni giorno una novità, un nuovo modo per bucare il teleschermo con una fresca irriverenza, osando ogni minuto un millimetro più in là, a poco a poco, giorno dopo giorno.
Così, il denaro ha iniziato ad impazzare e ad impazzire sugli slot, sui monitor degli italiani: quanti anni aveva Modugno a 40 anni? 40. Risposta esatta! Bravissimo: passiamo alla domanda da 50 milioni…
E fosse stato solo questo.

C’erano sentimenti privati, un mondo che resisteva: cocciuto, riservato, nascosto. Erano emozioni: amore, gelosia, batticuore.
Ecco spuntare allora nuovi prestigiatori, i quali presero ad affiggere bandi d’amore nella paccottiglia plastichevole degli studios: quel sentimento, l’amore – segreto, ammiccante, trasgressivo, stravolgente – era affisso sugli schermi da banditori in cilindro e paillettes, per carpire fino all’ultima goccia di riserbo, quella conservata per il batticuore di una panchina al parco.
No, tutto doveva essere, diventare, trionfare nella pubblicità degli eventi: nulla dovrà più appartenervi! Tutto vi sarà dato, senza più cercare né l’amore e né il denaro, che io saprò propalare all’infinito. Dai teleschermi di Canale5.

Un presidente francese – gollista, uomo di destra, tale Chirac – comprese il rischio e preferì un coriaceo Le Pen, come disgrazia che il Ciel ti manda, alle lusinghe di Le Cinq. Gli negò l’etere francese appellandolo “
Un vendeur de soupe”, un venditore di minestre. Le Alpi salvarono la Gallia Transalpina, dal cancro nato in quella Cisalpina.
I milioni di bandoli di matassa, pervicaci ami stesi dal cielo dopo la stagione del taglio di tutti i gestalt caserecci, tradizionali, nostrani, iniziarono a propagarsi – da quelle torri che nessuno considera obbrobrio al paesaggio – come innocenti ed assassine spadare, per catturare fino all’ultima preda, per condurla nella camera della morte. Della morte di tutti i sogni non targati, parcellizzati, griffati. Col marchio del Signore, “Unto” dal Signore stesso.

Ed eccoci, oggi, a domandarci il perché. Perché una nazione di derelitti appoggia al 60% chi propone soltanto di tagliare. Tagliare risorse, togliere diritti, annullare speranze. Lo fa con una squadra di ministri che potrebbe stare soltanto in un teatro d’avanspettacolo – all’estero ce lo sussurrano piano, con garbo, per non ferirci troppo – ma in un teatro d’ennesima serie.
Gli esempi si sprecano, e li citerò solo brevemente, associandoli al corrispondente 
gestalt.

Una insipiente ragazzina siciliana, nominata ministro dell’Ambiente, strombazza ai quattro venti che farà la guerra all’Europa “che conta” per le nuove direttive ambientali, ponendosi alla testa dei poveracci dell’est, quelli precipitati dallo stalinismo al liberismo. Lo annuncia, e dunque la sua parola è legge. Perché? Poiché, se lo riportano le TV, i giornali ed Internet, la verità è quella.
Quando, poi, deve entrare nella “stanza dei bottoni” europea dove siedono i suoi pari, tutti s’attendono l’ “Avanti Savoia!” e la carica. Invece, non succede niente. La ragazza potrebbe presentare una “clausola di revisione” – uno strumento giuridico consueto a Bruxelles – ma non lo fa. Tace per tutta la riunione salvo poi, all’uscita, tornare a tuonare.

Ironicamente, il ministro svedese Andreas Carlgren, interrogato sulla dura opposizione italiana, ha spiegato che “da quel che capisco, alcuni ministri sono stati chiaramente più critici nelle dichiarazioni che hanno rilasciato ai loro media nazionali che nel corso della discussione tenutasi al Consiglio”. (Repubblica, 21/10/2008)

Il risultato, commissionato da Roma e subito immesso nel circo mediatico, è però raggiunto: il pensionato di Novara, l’agricoltore di Perugia e l’impiegato di Cosenza – che scorrono distrattamente i giornali o sbirciano la TV – saranno pienamente convinti che l’Italia abbia vinto una battaglia di gran rispetto. Sono preparati, da anni, a ricevere quel tipo di input ed a far partire il corrispondente 
gestalt. Come i cani di Pavlov.
Elementi del 
gestalt: una fragrante Giovanna d’Arco, dal dolce sguardo di fuoco, che incenerisce i perfidi angli – i quali sono configurati nelle burocrazie europee – e salva i “cattolicissimi” regni del Sud e dell’Est. Nella realtà, non è accaduto nulla.

Brunetta ha dichiarato “conclusa” la battaglia contro i “fannulloni”, affermando che l’assenteismo è calato del 44,6%. Ecco il “bandolo” per scatenare il 
gestalt.
Ciascuno di noi riconoscerà nel “fannullone” accanto, nel proprio dirimpettaio perché più fortunato, capace, chissà… – il 
gestalt non si nutre di sapori raziocinanti – l’obiettivo del piccolo ministro veneziano. E lo sposerà: ecco l’elemento essenziale del gestalt.
Se, però, si vanno a “grattare” un poco i dati esposti (pubblicati sul sito del suo Ministero), iniziano le precisazioni: non sono conteggiati i dipendenti di scuola, università, ricerca e pubblica sicurezza. Pazienza per il settore scolastico (le vacanze estive, che potrebbero falsare la rilevazione) ma la Polizia non si comprende perché. I dati non erano in linea con il Brunetta-pensiero? Poi s’afferma che si tratta di una “stima” su dati parziali, ottenuti “
grazie al contributo fornito dall’ISTAT”, ma l’ISTAT aveva da poco concluso un lungo lavoro[3]sull’argomento, ed ecco cosa precisava:

“…assenze dal lavoro per ferie e malattie che, in particolare per i lavoratori dipendenti, risultano piuttosto stabili nel tempo.”

Infine, Brunetta non comunica nessun dato grezzo – ossia quali sono i valori di partenza sui quali ha calcolato quel fantomatico 44,6%, non cita documenti, studi, le fonti della rilevazione – e, se i dati sono di fonte ISTAT, dovrebbe spiegare come mai l’ISTAT stesso lo smentisce in un suo documento ufficiale.

Ancora una volta, l’importante è scatenare il 
gestalt, corroborato – per chi si ritiene più astuto – da un paio di grafici e tabelle “sparati” su diapositive di Power Point. Così ci cascano anche i più furbi.
Anche i “furbissimi”, però, dovrebbero sapere che una rilevazione statistica di questo livello richiede tempi lunghi – almeno un anno, ma è ancora poco – ma ciò cozzava con il bandolo del 
gestalt da propalare: un governo efficiente, per Dio! Che in quattro e quattr’otto risolve tutto! Difatti, Brunetta parla oggi di “premi ai più capaci”, poiché sa che continuare su quella strada lo sbugiarderebbe.
Qual era l’obiettivo di bilancio? Introdurre, sotto mentite spoglie, una nuova “tassa sulla malattia” (con la riduzione del salario accessorio): non si possono fare, queste cose, in modo aperto e chiaro. Definiamolo, allora, un 
gestalt “di supporto”?

E la scuola?
Li abbiamo ascoltati tutti affermare che “non comprendono” perché la scuola e l’università sono in subbuglio: noi non abbiamo fatto niente – sorridono come ingenui – non ci sono tagli, solo “razionalizzazioni”, “risparmi”, “sprechi”…
Peccato che, nella Legge 133, art. 64, si legga:

“…devono derivare per il bilancio dello Stato economie lorde di spesa, non inferiori a 456 milioni di euro per l'anno 2009, a 1.650 milioni di euro per l'anno 2010, a 2.538 milioni di euro per l'anno 2011 e a 3.188 milioni di euro a decorrere dall'anno 2012.”

E da dove verranno presi i soldi?

a) razionalizzazione ed accorpamento delle classi di concorso…
b) ridefinizione dei curricoli vigenti nei diversi ordini di scuola…
c) revisione dei criteri vigenti in materia di formazione delle classi;
d) rimodulazione dell'attuale organizzazione didattica della scuola primaria…
e) revisione dei criteri e dei parametri vigenti per la determinazione della consistenza complessiva degli organici del personale docente ed ATA…
f) ridefinizione dell'assetto organizzativo-didattico dei centri di istruzione per gli adulti…

Tutte queste belle parole – “ridefinizione”, “razionalizzazione”, ecc, se correlate ai risparmi citati – significano solo una cosa: tagli indiscriminati sul personale, chiusura di scuole e d’istituti di ricerca. Perché, far saltar fuori quasi 8 miliardi in quattro anni senza incidere sulla qualità del servizio, sarebbe un miracolo. Ma i miracoli – nella fantasmagoria del 
gestalt – sono la norma, il tranquillo incedere di un sogno.

Per nascondere i veri fini, servono allora messaggi semplici, capaci di scatenare il 
gestalt partendo da ricordi piacevoli: ed ecco il “grembiulino” – che ricorda tanto fiocchetti, carezze della mamma, prime apprensioni, gioie lontane – ed il maestro unico, che rammenta un placido e rassicurante libro “Cuore”.
Il “maestro unico”, nell’iconografia tramandata, è il maestro Perboni del “Cuore”, che sprizza perbenismo (quasi onomatopeico!) ed eroici ideali risorgimentali da tutti i pori. Mica per caso, Umberto Eco scrisse “
L’elogio di Franti”.
C’è bisogno, però, della Fata Turchina per far partire il gestalt, con un tocco di bacchetta magica.
Spiacenti: le Fate Turchine sono migrate tutte su 
Aldebaran, Gaia è oramai un postaccio per loro.
Che problema c’è? Potenza degli studi televisivi!

Mariastella Gelmini conosce la scuola come il sottoscritto un’astronave, questo tutti lo hanno compreso: “egìda” al posto di “égida”, sarebbe poco se non significasse che la ragazza legge comunicati che – plausibilmente – altri hanno scritto per lei. Avete, però, notato l’abbigliamento?
Sola la mancanza delle penna sul cappello la distingue dalla “Maestrina della Penna Rossa”, di deamicisiana memoria: altra icona che trascina verso 
gestalt dolci e rassicuranti, sogni di merletti e profumo di lavanda, un mondo placido e senza stridore. Proprio l’opposto della realtà che viviamo. Dovremmo complimentarci con i creatori d’immagine Mediaset: con il lavoro svolto sulla Gelmini, dovrebbero vincere un Oscar.

Il prezzo del petrolio, nel Marzo 2006, s’aggirava intorno a 60 $/barile
[4] – come oggi – e la benzina intorno a 1,20 euro/litro[5]: non come oggi. Il consumo mensile di carburanti per autotrazione s’aggira intorno ai 3 milioni di tonnellate[6], sono dunque 3,75 miliardi di litri di carburante[7]. Un misero centesimo, su una simile massa, genera un “gruzzolo” di 37,5 milioni di euro il mese. Siccome, oggi, i prezzi non sono scesi a 1,20 (ossia al prezzo che dovrebbe avere la benzina per un costo del petrolio di 60 $/barile), mentre “oscillano” intorno a 1,25-1,27, sono come minimo 5 centesimi di ladrocinio, che corrispondono a quasi 190 milioni di euro il mese. Espandete un simile andazzo per un intero anno, ed avrete scoperto da dove prenderanno i soldi della “Robin Tax”: dalle nostra tasche, al distributore!

Qual è, invece, il 
gestalt? L’eroico Ministro delle Finanze che si lancia, spada sguainata, contro le compagnie petrolifere facendo loro restituire il maltolto, per placare i gemiti dei derelitti. Distribuirà quei soldi tramite carte di credito ai pensionati (che nessuno ha ancora visto, perché aspettano che arrivino i soldi dai distributori di benzina), i quali lo acclameranno sorridendo. Icone scelte: Robin Hood il Ministro, lo Sceriffo di Nottingham nelle vesti dell’ENI, i pensionati con la tessera magnetica i senza terra delle Midland.
Per i più “furbi”, invece, Rob…pardon, Tremonthood scrive – prima delle elezioni – un bel libro nel quale dichiara d’essere, praticamente, un no-global, cacciando nella parte del perfido difensore dei banchieri il malvagio Padoa Schioppa, con il quale, probabilmente, va a braccetto e se la ridono.

Possiamo qui anticipare quale sarà il prossimo 
gestalt che stanno preparando: si chiama federalismo fiscale.
Ci metteranno più tempo perché dovranno mettere d’accordo Bossi e Lombardo? Il Diavolo e l’Acqua Santa? No…la ragione è un’altra.
Le promesse elettorali sono acqua che scivola sulla roccia – lo sappiamo – ma lasciano un imprinting, che perdura per qualche tempo: uno scoglio, per un fluido e scorrevole gestalt.
E, nelle promesse elettorali, si è parlato troppo d’abolizione delle Province e delle Comunità Montane, un po’ troppo, e qualche sedimento potrebbe essere rimasto nelle menti. Il prossimo anno – dannazione – non ci saranno neppure Europei e Mondiali, che sono vere e proprie spugne per cancellare le lavagne.
I banditori di piazza potranno fare qualcosa – ed i vari Filippo de Maria e Bruno Piaggio saranno certamente allertati, ciascuno per il suo ambito di competenza – ma più di tanto non riusciranno: il loro compito è quello di cancellare i gestalt indesiderati o di sorreggere e riproporre quelli lanciati, ma il primo passo spetta ad altri.

Ci vuole più tempo…niente da fare…perché bisogna rassicurare il circo della politica: Calderoli, nella sua bozza di federalismo, ha chiarito che nessuno sarà lasciato col sedere a terra, nemmeno quei maledetti delle regioni rosse. Troppo pericoloso partire all’arrembaggio, anche avendo contro solo questa pallida opposizione.
Saranno semplicemente moltiplicati i balzelli – per le Province, ad esempio, è già nero su bianco un’apposita imposta sull’automobile (ancora da “perfezionare”) – anche perché i “divorzi” fra PD, Di Pietro e Sinistra promettono bene, di mettere le mani su nuovi, succosi posti per gli amici degli amici.
Bisognerà studiare una strategia: manderanno in giro il Gabibbo a scoprire qualche nuova magagna, oppure le Iene, chissà…l’importante, quando sarà lanciato il 
gestalt, è che le menti siano pronte, “ricettive”.
Gli elementi del 
gestalt potranno essere il “taurino” ministro Calderoli, come icona della travolgente bestialità italiota, contrapposto ai succiasangue meridionali – quelli cattivi – perché ce ne saranno anche di “buoni”, ossia quelli che accetteranno la nuova dominazione nordista. Consiglierei, se posso esser d’aiuto, la piena riabilitazione politica del cardinale Ruffo di Calabria: uno sceneggiato, con Barbareschi nei panni dell’indomito defensor fidei, potrebbe andare.

All’opposto schieramento, assommano la pochezza politica con l’incapacità di comprendere cos’è oggi la comunicazione. S’affannano a spiegare, dimenticando che Clinton “cancellò” Bush padre con una battuta in diretta: “
Is the economy, stupid!”.
Anche se fossero in grado di replicare (o non fossero collusi, ecc) non ne avrebbero i mezzi, perché – per prima cosa – bisogna avere disponibilità dei mezzi di comunicazione. E, qui, non intendiamo soltanto i direttori di testata, bensì il gran circo Mediaset, con le centinaia d’esperti in ogni settore: dalla pubblicità televisiva – direttamente – alla “costruzione” di un personaggio politico, alla conoscenza dei metodi per contrastare e ribaltare gli avversari.
Prima i panzer – Gasparri o Sgarbi – che hanno il compito di non lasciar parlare nessuno, poi i “filosofi” – Cicchitto o Sacconi – i quali devono trasformare, con calma, la scoperta dell’acqua calda nella pietra filosofale, infine le macchiette – Brunetta o Bondi – per fornire l’identificazione dell’italiano medio con il personaggio politico/televisivo. Qualche bella ficotta, poi, non guasta mai: nell’ombra, i deus ex machina – Berlusconi, Tremonti o Bossi – che parlano poco ed inviano solo messaggi in codice.
Voilà, signori: il piatto della politica italiana è servito!

Dove possono andare in crisi?
Anzitutto, con altri, potenti 
gestalt collettivi, come “L’Onda” studentesca ha dimostrato: è bastato quello slogan – “Noi non pagheremo la vostra crisi” – per far cadere di venti punti la fiducia nel governo[8]. Perché? Poiché quelle parole sono andate ben oltre il loro significato letterale, e forse anche alle intenzioni di chi le urlava.
Gli slogan sono quasi dei mantra, mediante i quali si cerca d’esorcizzare una paura: quale? Il timore – ragionevole – d’andare incontro ad un futuro buio, per la crisi economica incombente, per la testardaggine dei governanti nel non voler cambiare strada. Per aver assimilato che la strada del capitalismo globalizzato è una via colma di macerie chiamate precarietà, ritmi di lavoro ossessivi, fino allo spropositato numero d’incidenti, mortali e non, che testimoniano ben altro che il non rispetto delle normative. E poi: incertezza, timore di dover emigrare, di non poter avere una casa, una famiglia…
In questo contesto, ha addirittura riduttivo citare come risultanza il crollo della fiducia nel governo: siamo in presenza di fenomeni che vanno ben oltre.

Il secondo tranello potrebbe essere proprio il messaggio televisivo, della serie: chi di TV ferisce, di TV perisce.
Il fenomeno è recente, ma sempre più testate e blog sul Web utilizzano filmati di breve durata d’informazione politica, sociale, oppure – come per i fatti di Piazza Navona – per smascherare le bugie di regime.
Sempre più persone hanno l’abitudine di seguire l’informazione sul Web, ed oggi lo possono fare tramite un mezzo del tutto simile alla TV, ma con alcuni vantaggi: possono scegliere fra molte fonti, quando lo desiderano, quando hanno tempo.
Una delle ragioni della lentezza con la quale s’espande la banda larga in Italia è questa, l’ennesimo conflitto d’interessi: il principale imprenditore televisivo ha anche il potere di stendere leggi e regolamenti che influenzano quel settore. A lui, di certo non conveniente, dopo esser riuscito faticosamente a diventare monopolista nel mercato italiano.
Nonostante le resistenze, la diffusione dell’informazione via Web – a mio parere – non è più possibile negarla: cercheranno di rallentarla, ma più di tanto non potranno fare. Ricordiamo la misera fine del Decreto Levi, cancellato dalla rivolta del Web: sono battaglie che costano troppo a livello d’immagine, e che alla fine sono sconvenienti.

Per ora, però, innumerevoli ami – propositivi di milioni di 
gestalt – ruotano intorno a noi per farci vivere fuori del tempo, del nostro tempo. A noi svegliarci.
Se pensate che tutto ciò sia soltanto rinverdire Orwell, probabilmente avete ragione, ma anche Orwell può essere triturato a dovere per creare un nuovo 
gestalt. I prestigiatori della comunicazione, non si pongono limiti. Non ci credete?
Poche sere or sono, facevo lo zapping prima d’andare a letto. Su Rete4, subito dopo una pubblicità, apparve un testo, graziosamente incorniciato ed accompagnato da una mielosa musichetta. Lessi.
Questa mi pare proprio ‘
na strunz…chi avrà mai scritto una roba del genere? Non può essere certo Tolstoi e nemmeno Shakespeare, no…neanche Flaubert e neppure Wilde…
Lessi, al termine, l’autrice di cotanto “aforisma”: Marina Berlusconi.
Buon 
gestalt a tutti.

[1] Gestalt (ted. letterale: Forma) è un termine usato per definire la scuola di Psicologia strutturalista tedesca d’inizio ‘900. In sintesi, la Scuola di Berlino sosteneva – nella comprensione di un insieme d’elementi – la supremazia della percezione sensoriale globale su quella dei singoli elementi, poiché tale percezione (la gestalt, appunto) proponeva una sintesi che maturava ben oltre i singoli elementi. Un fenomeno comparabile alla gestalt può essere identificato nella “scena” che ciascuno di noi crea nella propria mente tramite la lettura, oppure la visione di uno spettacolo, di un insieme d’icone, di personaggi, ecc. Non è questa la sede per approfondire simili, complessi argomenti, bensì per sottolineare come la proposizione di gestalt, in qualche modo “pilotati”, è forse il più potente mezzo a disposizione delle oligarchie dominanti.

[2] Al recente Salone della Nautica di Genova, il leitmotiv era che le vendite dei lussuosi yachts andava a gonfie vele, mentre quelle delle imbarcazioni sotto i 10 metri (appannaggio della cosiddetta “classe media”) erano fortemente in calo.

[3] Fonte: ISTAT, Le ore lavorate per la produzione del PIL, 9 luglio 2008.

[4] Fonte: The Oil Drum.

[5] Fonte: Metanoauto.com.

[6] Fonte: Unione Petrolifera.

[7] Calcolando una densità media fra benzina e gasolio pari a 0,8 kg/l.

[8] Fonte: Corriere della Sera, sondaggio eseguito da Renato Mannehimer, 26 ottobre 2008.


di Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/11/fuori-del-tempo.html

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